sabato 25 febbraio 2017

La scissione nel Pd è un atto di buon senso, ma a pagarne il prezzo è solo la Sinistra

La separazione nel Pd non solo era inevitabile, ma è stata anche una scelta politica necessaria per fare chiarezza tra le diverse anime del partito di maggioranza relativa

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Matteo Renzi e Pierluigi Bersani
(foto da quotidiano.net)
La scissione nel Partito democratico non è, come sostengono in tanti, una questione di ambizioni di leadership, peraltro tutte legittime, ma ha motivazioni politiche. Il Pd è nato dalla fusione di due ideologie, quella post comunista e quella ‘cattocomunista’, cioè la sinistra della Democrazia cristiana. L’obiettivo era di dare vita ad uno schieramento riformista e di governo. La ‘rottamazione’ attuata da Matteo Renzi ha eliminato una gamba di questo schema, quella di Sinistra. La sua scalata al Pd è stata favorita dalla prospettiva di rinnovare la linea politica e, soprattutto, la classe dirigente. Nei fatti però ad essere esclusi sono stati, oltre agli esponenti della Sinistra radicale (Sel), anche quelli interni al partito e, di conseguenza, la loro proposta politica.
Foto da agrigento.gds.it
Tutto è iniziato con gli attacchi a Massimo D’Alema che, è bene ricordarlo, nel 2000 tre giorni dopo aver perso per pochi voti le elezioni regionali ha fatto un passo indietro lasciando la presidenza del Consiglio a Giuliano Amato e la leadership del partito a Francesco Rutelli. Quell’atto di ‘generosità’ non impedì, tuttavia, la sconfitta dei progressisti alle elezioni politiche del 2001.
Rottamato l’ex segretario dei Democratici di sinistra, Renzi ha proseguito con Romano Prodi ed Enrico Letta. Chi non ricorda la vicenda delle elezioni del presidente della Repubblica ed il passaggio di consegne avvenuto a Palazzo Chigi nonostante l’hashtag: #enricostaisereno? Poi è toccato agli esponenti della minoranza del partito. ‘Fassina chi?’ disse in conferenza stampa il segretario dimissionario per delegittimare chi osava criticarlo. Lo stesso è avvenuto con Giuseppe Civati e con quanti in questi anni hanno tenuto posizioni diverse dalla sue.
Enrico Rossi e Roberto Speranza
(foto da toscanamedianews.it)
Da quando Renzi è segretario del Pd, oltre a D’Alema, sono usciti dal partito altri leader storici come Pierluigi Bersani, Vasco Errani, Enrico Rossi, ma anche giovani democratici come Alfredo D’Attorre, Stefano Fassina, Giuseppe Civati e Roberto Speranza o sono in un angolo come Romano Prodi ed Enrico Letta, mentre sono entrati uomini politici estranei alla cultura progressista come Roberto Giachetti, (radicale), Giorgio Gori (ex direttore di Canale 5) o i nuovi imprenditori ‘rampanti’, finanziatori della ‘Leopolda’ come Marco Carrai e Carlo Calenda. Domani magari entreranno anche Verdini, Alfano e Brunetta. Ormai il Pd è diventato un partito di Centro, una specie di Democrazia cristiana 2.0 con un leader unico e inamovibile nonostante le cocenti sconfitte alle amministrative ed al referendum costituzionale.
La scissione nel Partito democratico non solo era inevitabile, ma è stata anche un atto di buon senso. Le ragioni sono: incompatibilità di caratteri e prospettive politiche contrastanti. Ora le alternative di governo possibili che seguiranno le sempre più probabili elezioni politiche anticipate sono tre: un’alleanza tra i grillini e la Lega di Salvini, una vittoria del Centrodestra, sempre che riesca a ritrovare l’unità, o un nuovo Centro guidato da Matteo Renzi. Di certo ad essere esclusa sarà ancora una volta la Sinistra.
Da tre anni Renzi governa perché Pierluigi Bersani, dopo le ultime elezioni politiche, ha fatto un passo indietro. Questo è un particolare che spesso è sottovalutato, soprattutto dallo stesso ex sindaco di Firenze. Ma questa è la legge del contrappasso che punisce chi non rinuncia alle proprie idee e alla propria storia politica ed ideologica. Negli anni Settanta chi era progressista ‘sperava di non morire democristiano’, ma con Matteo Renzi quel timore rischia seriamente di avverarsi.