SCUOLA

domenica 14 gennaio 2018

I bulli e la #malascuola

Gli atti di violenza subite negli ultimi mesi dai docenti rappresentano il fallimento della scuola italiana e dei politici che negli ultimi decenni hanno tentato, inutilmente, di riformarla

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)


Salvo Busà l'insegnante malmenato ad Avola e la ministra
Valeria Fedeli - (foto da secoloditalia.it)
‘Invito il ragazzo a chiudere una finestra prima di andare in palestra per gli esercizi. E lui mi manda a quel paese, senza chiuderla. Insisto e alzo la voce. La risposta è il lancio di un libro. Un lancio contro di me. Il libro finisce per terra. Lo prendo e lo poggio su un banco.Rimprovero ancora quell’insolente che afferra il telefonino. Mezz’ora dopo l’arrivo di padre e madre...’. Questa è la dichiarazione fatta al quotidiano la Repubblica dal professore di Educazione fisica di Avola picchiato pochi giorni fa dai genitori di un suo alunno. La dinamica della vicenda non è nuova. Negli ultimi anni sempre più spesso gli insegnanti delle scuole medie e soprattutto di quelle superiori sono stati oggetto di atti di violenza da parte dei genitori dei loro alunni.
Foto da news.leonardo.it
Una volta la figura del docente era ‘vista’ con rispetto, oggi una parte sempre più numerosa di ragazzi non solo non si impegna nello studio ma si comporta in modo ‘aggressivo’ nei confronti dei compagni ed in alcuni casi anche degli insegnanti. E, quel che è peggio, questi atteggiamenti da ‘bulli’ trovano, spesso, la copertura e talvolta il sostegno delle famiglieche, anziché fare autocritica e richiamare i figli a tenere un comportamento ‘civile’, li difendono accusando i docenti di incapacità o, come in questo caso, di essere la causa scatenante del fatto. Negli ultimi due decenni sono state approvate diverse riforme della scuola, ma nessuna ha tenuto conto del clima d’intimidazione di cui spesso sono vittime i professori. Gli obiettivi degli ultimi governi sono stati quelli di tagliare le risorse finanziarie (riforma Gelmini) o di adeguare la scuola alle esigenze produttive e di mercato delle imprese (#buonascuola con l’alternanza scuola/lavoro). Inoltre, sono stati modificati i programmi ministeriali, ma non sono state incrementate le ore d’insegnamento delle discipline giuridiche ed economiche che, è bene ricordarlo, non sono previste nei licei (fanno eccezione quelli con indirizzo psichico - pedagogico, cioè gli ex istituti magistrali ed il biennio degli istituti tecnici e professionali). 
Foto da tg24com.mediaset.it
Oltre a ciò, l’aumento del numero minimo di alunni per formare le classi (le cosiddette classi pollaio) ha spinto gli Istituti ad una spietata concorrenza e ad evitare, nei limiti del possibile, le bocciature o gli abbandoni. Per non parlare delle iscrizioni ‘fasulle’. Situazioni di cui sono consapevoli i ragazzi e le loro famiglie. Il risultato è stato un crollo dei livelli di apprendimento e la crescita di comportamenti 'scorretti' da parte degli alunni. In questo clima di sfiducia gli insegnanti, che spesso sono impegnati in inutili corsi di formazione o nella realizzazione di progetti (che hanno come scopo anche quello di incentivare gli stipendi dei presidi), sono senza difese, sono costretti, cioè, a subire le angherie dei ‘bulli’ ed i ‘richiami’ dei dirigenti che non intendono intervenire con provvedimenti disciplinari o con bocciature proprio per non perdere alunni e cattedre o comunque per non assumersi responsabilità dirette con le famiglie. Non devono stupire quindi i crescenti atti di vandalismo. La scelta fatta dall'èlite politica sull’istruzione pubblica è evidente. Si vogliono buoni consumatori, anziché buoni cittadini. L’obiettivo è un ritorno al modello d’istruzione degli anni Sessanta, quando c’erano due tipi scuola pubblica, una di eccellenza per i benestanti ed un’altra di base per i ceti medio - bassi. Ed il risultato finale di questo processo sarà quello di incrementare, ancora una volta, l’individualismo e l’ingiustizia anziché il progresso civile e culturale di tutta la società.

Fonte: repubblica.it


domenica 6 agosto 2017

Dovrebbe andare in pensione invece sarà assunta dal Miur, in Italia succede anche questo


La speranza è proprio l’ultima a morire, avrà pensato Bernarda Di Miceli quando ha ricevuto la notizia che sarebbe stata immessa in ruolo con l’inizio del nuovo anno scolastico

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Bernarda Di Miceli - (foto da repubblica.it)
La docente palermitana è una dei pochi precari della Sicilia (5% del totale), sui cinquantuno mila previsti dal ministero, che quest’anno saranno immessi in ruolo. L’insegnante di scuola primaria firmerà, la prossima settimana, presso la sede dell’Ufficio scolastico provinciale, il contratto a tempo determinato come docente dell’istituto Pio la Torre di Palermo. La particolarità della notizia sta nel fatto che Bernarda Di Miceli pur avendo l’età (69 anni e sei mesi) per andare in pensione (l’età minima è 66 anni e 7 mesi) non può farlo in quanto non ha ancora maturato i requisiti minimi previsti dalla legge cioè non ha ancora versato 20 anni di contributi previdenziali. Nella sua carriera lavorativa, iniziata negli anni Settanta, la neo assunta a tempo indeterminato, come tanti altri suoi colleghi, ha sempre lavorato con incarichi annuali o supplenze brevi. Nel 2014 depennata per limiti di età dalla graduatoria provinciale, ha vinto il ricorso fatto su insistenza della figlia che svolge la professione di avvocato, ora reinserita ha diritto all’assunzione. Tuttavia, Bernarda Di Miceli per raggiungere i requisiti minimi contributivi per la pensione di vecchiaia sarà costretta a lavorare fino all’età di 70 anni e 7 mesi, cioè fino al febbraio del 2018.
Foto da palermo.repubblica.it
La vicenda dimostra, oltre alle ‘astrusità’ delle modalità di reclutamento della scuola italiana, l’inadeguatezza del sistema economico e produttivo del nostro Paese.Nelle regioni meridionali il lavoro è una chimera per molti e spesso ci si accontenta anche di occupazioni precarie e superflessibili come sono diventate quelle dei docenti e dei collaboratori Ata della scuola. In particolare i laureati, non potendo sfruttare le competenze acquisite, sono costretti ad emigrare, lasciando al Sud i meno istruiti, in particolare i cosiddetti Neet, cioè coloro che non lavorano e non studiano. A segnalare questa ‘novità sociale’ sono quasi tutte le indagine statistiche pubblicate negli ultimi anni. Il Mezzogiorno è entrato in un circolo vizioso, nel senso che con le risorse umane migliori costrette ad emigrare le inefficienze nell’apparato politico ed istituzionale inevitabilmente si accentueranno e di conseguenza aumenteranno i ritardi nello sviluppo della struttura economica e produttiva. Il sistema Italia continuerà così a creare ingiustizie e privilegi, soprattutto territoriali tra il Nord e il Sud del paese. Cosa aspettano i responsabili della classe dirigente e politica nazionale ad affrontare la questione occupazionale ed in particolare la Questione meridionale? 



sabato 15 luglio 2017

A che cosa servono gli esami di Stato?


di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

E’ ora di adempiere le ultime formalità, inserire gli elaborati, le schede dei candidati ed i verbali delle prove nel plico, sigillarlo con i bolli di ceralacca, compilare i registri riepilogativi, gli attestati e le certificazioni, preparare tutto il materiale da consegnare o riconsegnare alla scuola dove si sono svolti gli esami di Stato.
E’ una calda ed afosa giornata di luglio e decine di migliaia di professori, candidati e collaboratori della scuola stanno svolgendo la loro mansione con particolare attenzione, quella tipica di chi sa che sta eseguendo un compito delicato, che inciderà per sempre nella vita e nella memoria di esaminatori ed esaminati. Chi non ricorda i professori degli esami di Stato, l’elaborazione delle prove, il voto finale e le presunte o reali ingiustizie fatte dagli esaminatori?
Si sa, la discussione sulle valutazioni tra docenti ‘interni’, i professori cioè che hanno seguito i ragazzi per tutto l’anno ed in alcuni casi per tutto il percorso formativo della scuola superiore, e quelli ‘esterni’, che invece giudicano solo le prove dell’esame, è una circostanza che si ripete ogni volta. L’opinione dei primi difficilmente coincide con quelle dei secondi ma una sintesi, anche se a volte è preceduta da estenuanti e spesso inutili discussioni, si trova quasi sempre. Di certo, di quel giorno, oltre al voto finale rimarranno le titubanze e le gaffe fatte dai ragazzi e le facili ed inopportune ironie di chi, ormai adulto, non rammenta o fa finta di non rammentare gli errori commessi quando si è trovato nella medesima situazione.
C’è chi ritiene, tra i docenti, che questo sia un inutile tour de force, un ‘rituale’ a cui si devono sottoporre alunni ed insegnanti delle scuole medie e di quelle superiori. Per altri invece è un importante passaggio verso il mondo degli adulti, verso la maturità. I cambiamenti intervenuti negli ultimi decenni sulle sue modalità di svolgimento di certo lo hanno reso più complicato e faticoso per i ragazzi ma nello stesso tempo non sempre consente di evidenziare chi ha capacità e competenze superiori alla media. E’ il risultato delle ultime riforme. Ed è la dimostrazione che i politici ed i tecnici che si sono susseguiti al ministero della Pubblica istruzione non conoscono il ‘mondo della scuola’.La loro è stata un visione ragionieristica, hanno solo operato per ridurre la spesa pubblica licenziando una parte dei docenti, ovviamente quelli precari, cioè quei lavoratori che in un altro post ho definito ‘esodati invisibili’, vale a dire gli unici precari che dopo decenni di lavoro sono diventati disoccupati nell’indifferenza di sindacati e politici. Si è ritenuto e si continua a ritenere, infatti, che i problemi dl deficit del bilancio statale si possano risolvere lasciando a casa decine di migliaia di docenti e collaboratori della scuola. E’ una visione miope ma chi ci governa non sembra comprenderlo.
Intanto migliaia di giovani stanno per conseguire il diploma di scuola superiore,quello che una volta era considerato un importante ‘pezzo di carta’ ma prima dovranno rispondere all’ultima fatidica domanda: cosa farai dopo aver conseguito il diploma? Questo quesito non è posto per soddisfare la curiosità dei professori ma è un 'obbligo' imposto dal ministero ed i docenti, in questi tempi difficili in cui proseguire negli studi costa troppo e trovare un lavoro è quasi un terno al lotto, farebbero bene a porlo sottovoce e senza insistere troppo di fronte alle eventuali titubanze dei ragazzi.  


mercoledì 28 giugno 2017

Neoassunti nel 2015, oggi perdenti posto, è questo l’ennesimo danno prodotto dalla #buonascuola di Matteo Renzi


Da potenziatori, a tappabuchi, a perdenti posto, è questa l’incredibile parabola dei docenti precari storici assunti due anni fa con la legge sulla riforma della scuola 

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Pier Luigi Bersani incontra i precari della scuola
(foto da nonciclopedia.wikia.com - novembre 2010)
I precari storici sono i docenti che hanno superato il concorso indetto dal ministero della Pubblica Istruzione nel 1990. Da allora non fanno altro che girovagare da una scuola all’altra, cambiando continuamente alunni, colleghi e dirigenti scolastici. Le varie riforme dell’istruzione pubblica non hanno saputo o voluto affrontare il problema delle supplenze annuali, almeno fino al 2015, quando con la legge 107 il governo di Matteo Renzi, sotto la spada di Damocle della Corte di giustizia europea, ha attuato il piano di assunzione straordinario. Con questa procedura sono stati immessi in ruolo come potenziatori della formazione i docenti precari storici inseriti nelle Gae e insieme a loro, anche coloro che, nonostante fossero inseriti nella graduatoria, non aveva mai insegnato. La legge ha previsto anche una mobilità di massa senza precedenti. Quest’ultima, avvenuta nell’agosto scorso, anziché tenere conto del servizio pre - ruolo degli insegnanti, ormai ultracinquantenni, ha premiato i neolaureati risultati idonei al concorso del 2012, dandogli così la possibilità di rimanere in provincia e ‘deportando’ gli altri, più anziani e con più servizio, in tutta Italia con la cosiddetta chiamata diretta dei dirigenti scolastici adottata, peraltro, solo per loro.
Foto da lapoesiaelospirito.wordpress.com
Quel contratto che doveva durare tre anni oggi è carta straccia e gli insegnanti di potenziamento non esistono più, o per meglio dire, quel ruolo non è più di esclusiva spettanza dei precari storici, ma, a discrezione del dirigente, di tutti i docenti che così ne possono usufruire per salvaguardare il loro posto sotto casa. Insomma, dopo un anno a fare i tappabuchi, a fare cioè le sostituzioni giornaliere nelle varie classi anziché incrementare l’offerta formativa come stabiliva la legge 107, gli insegnanti abilitati 27 anni fa si sono visti scavalcare nelle graduatorie prima dai neoassunti del concorso del 2012, ed ora, nell’incarico, dagli stessi docenti di ruolo. Non solo, in tanti, in questo inizio d’estate 2017, essendo ultimi nelle graduatorie d’istituto, sono perdenti posto.
Matteo Renzi - (foto da lucamussari.it)
Insomma, la Scuola italiana di una parte dei precari neoassunti nel 2015 non sa che farsene e continua a spostarli da un istituto all’altro. Utilizzati per i compiti più complicati e difficili e nelle sedi più disagiate, sono visti con sufficienza, sono malpagati e, nello stesso tempo, nessuno li vuole nella propria scuola. Persiste per questi docenti, nonostante l’assunzione a tempo indeterminato, una condizione di precarietà lavorativa e reddituale. Non tutti sanno che un insegnante neoassunto percepisce 1400 euro al mese (bonus di 80 euro compreso), a cui occorre sottrarre tutte le spese fatte dai docenti per spostarsi o soggiornare nella località dove si trova la scuola. E’ bene precisare che la quasi totalità di questi insegnanti sono meridionali che, considerate le scarse opportunità di lavoro che ci sono al Sud, non sono docenti per vocazione ma per necessità e che, nonostante tutto, continuano a sperare di poter tornare ‘a casa’. Di certo avevano ragione i colleghi che, nel 2015, non hanno voluto aderire al piano di assunzione straordinaria previsto della legge 107. Quei docenti hanno preferito rimanere precari per poter decidere se accettare o rifiutare un incarico annuale o breve ed evitare, così, la ‘deportazione’, possibilità che è preclusa ai neoassunti a cui non resta che sperare in un’altra riforma della scuola per poter tornare a fare i docenti e non gironzolare da una città all’altra e da un istituto all’altro per fare, spesso, i badanti a chi non ha nessuna voglia di studiare. 


martedì 22 novembre 2016

SPID necessario anche per il bonus dei docenti, ecco come funziona


Per usufruire del bonus di 500 euro i docenti dovranno accedere all’applicazione web cartadeldocente.istruzione.it, ma prima dovranno ottenere l’identità digitale SPID

di Giovanni Pulvino (PulvinoGiovanni)

Foto da bloglavoro.com
Lo scorso anno oltre 740.000 docenti di ruolo hanno usufruito per l’aggiornamento professionale del bonus di 500 euro. L’importo è stato accreditato direttamente nello stipendio. L’incentivo è stato rinnovato anche per quest’anno, ma è cambiato il sistema di erogazione.
Per spendere l’incentivo i docenti dovranno accedere all’applicazione web cartadeldocente.istruzione.it che sarà disponibile entro il 30 novembre. I buoni spesa generati daranno il diritto ad ottenere il bene o il servizio presso gli esercenti autorizzati.
Foto da blastingnews.com
I docenti potranno acquistareriviste e pubblicazioni per l’aggiornamento professionale, hardware e software da utilizzare per la formazione, iscriversi a corsi di laurea o di specializzazione, acquistare biglietti per rappresentazioni teatrali, cinematografiche, per visitare musei e mostre, per partecipare ad eventi culturali e spettacoli, nonché usufruire delle attività individuate dal piano triennale dell’offerta formativa  della scuola o del Piano nazionale di formazione.
Presupposto indispensabile per accedere all’applicazione è ottenere lo SPID. La procedura è uguale a quella prevista per il bonus cultura di 500 euro dei giovani nati nel 1998. Per ottenere la carta di identità digitale è necessario registrarsi ad uno dei provider (Poste italiane, Tim, Sielte o Infocert) indicati sul sito: http://www.spid.gov.it/richiedi-spid. Con le credenziali ottenute ci si potrà registrare su http://www.cartadeldocente.istruzione.it/ ed iniziare con gli acquisti. Il nuovo sistema ha lo scopo di alleggerire le procedure di rendicontazione e, nello stesso tempo, è uno strumento elettronico per tenere sotto controllo tutti i pagamenti effettuati con il bonus.
I docenti che hanno iniziato a spendere il bonus all’inizio dell’anno scolastico (1° settembre) saranno rimborsati. Gli insegnanti che per qualunque motivo non hanno utilizzato l’incentivo 2015/2016 potranno spenderlo entro il 31 agosto 2017, in questo caso la rendicontazione dovrà avvenire secondo le ‘vecchie modalità’.
Inoltre, lo SPID è un codice unico che consente, oltre ad usufruire del bonus, di accedere con un’unica username e un’unica password a tutti i servizi della Pubblica Amministrazione (http://www.spid.gov.it/servizi).

sabato 8 ottobre 2016

AAA docenti cercasi


I docenti assunti con il piano straordinario previsto dalla Buona scuola e con il concorso non saranno sufficienti a coprire le cattedre disponibili. Eliminare il precariato è una missione impossibile

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Foto da professionistiscuola.it
La riforma voluta dal presidente del Consiglio, Matteo Renzi, non ha risolto i problemi della scuola italiana. L’obiettivo principale della Legge 107/2015 era quello di eliminare il precariato. I 48mila insegnanti (precari storici) immessi in ruolo con il piano di assunzione straordinaria e quelli assunti  con il concorso (previsti 60mila ma saranno molti di meno) che, ancora oggi, non è stato espletato, non saranno sufficienti a coprire le cattedre disponibili. Le scuole saranno costrette a nominare, con contratti a tempo determinato, decine di migliaia di docenti dalle graduatorie ad esaurimento (quelle che si volevano cancellare). 
Foto da linkedin.com
Aver ipotizzare una scuola senza docenti precari è stato un errore, perché ci sarà sempre la necessità di sostituire un insegnante che si ammala, che chiede il part-time o l’aspettativa, che ottiene l’assegnazione provvisoria o l’utilizzazione, ecc.. Queste esigenze, tipiche della scuola, diventano un problema solo quando la condizione di incertezza e precarietà dei docenti supplenti diviene stabile e definitiva. Negli ultimi due decenni oltre 150mila insegnanti si sono trovati in questa situazione.
Negli anni Settanta ed Ottanta i ‘precari’ che avevano maturato un certo numero di anni di servizio venivano immessi in ruolo. Era il cosiddetto‘doppio canale’. A richiamare questa semplice regola è stata una sentenza della Corte di giustizia europea, ma in Italia si continuano a creare aspettative che regolarmente vengono disattese.

domenica 11 settembre 2016

La #buonascuola che non c’è


La legge 107/2015 con il piano di assunzioni straordinario ha posto rimedio al ‘vulnus’ che durava da vent’anni, ma nello stesso tempo ha creato i presupposti per perpetrare nuove ingiustizie e prevaricazioni 

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

(foto da clashcityworkers.org)
L’ingiustizia più grande causata dalla legge 107/2015 sta nel fatto che la procedura di mobilità, iniziata dopo Ferragosto, ha previsto la precedenza nell’assegnazione delle cattedre ai docenti ‘idonei’ (non vincitori) del concorso del 2012, quello voluto dal ministro Francesco Profumo. In questo modo i giovani neoassunti sono rimasti nella loro provincia di residenza, mentre i precari storici pur avendo fatto tanti anni di supplenze sono stati inseriti nella graduatoria nazionale. Ed è per questo che molti hanno dovuto rinunciare o sono dovuti emigrare. Ed è bene sottolineare che nella maggior parte dei casi si tratta di insegnanti meridionali ultracinquantenni che, pur di avere un reddito certo, 'appena' 1.400 euro al mese (un usciere di Montecitorio guadagna dieci volte di più), hanno dovuto separarsi dalla famiglia. Ora a questi lavoratori non resta che ‘sperare’ nelle assegnazioni provvisorie, dove non conta il servizio ma la ‘necessità’ del ricongiungimento famigliare (Legge 104, figli, coniuge, precedenze). 
Stefania Giannini - (foto da skuola.net)
Un altro obiettivo della riforma era la ‘chiamata diretta’.Ebbene questa procedura è stata sperimentata con gli insegnanti assunti con la cosiddetta fase C, in massima parte si tratta dei precari storici. Insomma, questi docenti non solo sono stati costretti al trasferimento ‘coatto’, ma hanno dovuto sottostare anche alla selezione ‘meritocratica’ dei Dirigenti scolastici. Nelle valutazioni i ‘Presidi’ spesso non hanno tenuto conto del servizio pregresso, ma hanno utilizzato criteri stabiliti ad hoc da ogni singola scuola. Inoltre, i relativi avvisi sono stati pubblicati dopo la designazione dei neoassunti nei singoli ambiti scolastici territoriali. Pertanto, i Dirigenti, prima di stabilire i criteri, conoscevano i nomi ed i cognomi dei docenti da selezionare.
La ‘chiamata diretta’ si è così trasformata nell’ennesimo escamotage per favorire gli insegnanti che hanno meno punti in graduatoria. Per la #buonascuola ed in generale per la scuola italiana non contano più l’esperienza lavorativa ed i sacrifici fatti, ma le presunte abilità acquisite con i titoli conseguiti partecipando a corsi di specializzazione organizzati da associazioni (sindacali), dalle scuole o dalle università. 
Insomma, la scuola è appena iniziata, ma il caos e le ingiustizie continuano, come sempre.

venerdì 5 agosto 2016

Per molti insegnanti del Sud la #buonascuola si sta trasformando in una tragedia greca


Il Miur sta comunicando l’esito dei trasferimenti degli insegnanti assunti lo scorso anno con la Buona scuola e molti insegnanti del Sud dovranno trasferirsi al Nord 

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Foto da professionistiscuola.it
Quanto si temeva si sta verificando. Molti insegnanti del Sud Italia per continuare a lavorare dovranno trasferirsi al Nord. La novità non è il flusso migratorio verso il Settentrione, è sempre stato così. Il problema è che si tratta, in molti casi, di docenti che hanno da uno a due decenni di precariato e che spesso sono ultracinquantenni, mentre, nello stesso tempo, molti giovani, idonei al concorso del 2012 (quello voluto dal ministro Francesco Profumo) od a quello che si sta svolgendo in queste settimane, resteranno nella provincia di residenza, anche se non hanno neanche un giorno di servizio. La ripartizione cioè non tiene conto del punteggio acquisito con gli anni di precariato nelle scuole e con  gli alunni più problematici.
Stefania Giannini, ministro dell'Istruzione, dell'università
e della ricerca - (foto da repubblica.it)
Sono i misteri della scuola pubblica italiana. Negli ultimi vent’anni sono state approvate diverse riforme della scuola. Il risultato è stato una continua modifica delle regole che, di volta in volta, hanno favorito questa o quella categoria d’insegnanti, ma a pagare per tutti sono stati sempre i precari storici. Questi docenti hanno lavorato per anni con contratti a tempo determinato ma non sono mai stati stabilizzati, come invece avveniva negli anni Settanta ed Ottanta e come stabilisce una recente sentenza della Corte di giustizia europea. Il cosiddetto ‘doppio canale’ rimane, infatti, il sistema di reclutamento degli insegnanti più corretto ed equo, ma non si sa bene perché non viene più preso in considerazione.
Ora il ‘vulnus’ è stato sanato con la Buona scuola, ma gli ex precari storici continuano ad essere considerati l’ultima ruota del carro e sono trattati quasi con ‘fastidio’ dai Sindacati e dai funzionari del ministero. Il risultato è a dir poco paradossale. Un giovane insegnante potrà lavorare nella sua città, mentre molti ultracinquantenni neoassunti nel 2015, se non vorranno diventare definitivamente degli esodati invisibili, dovranno emigrare. Lo faranno con il trolley, con una laurea in tasca e tanta esperienza lavorativa, ma come tutti i migranti dovranno lasciare famiglia ed affetti per assicurarsi uno stipendio da 1400 euro al mese che, di certo, non sarà sufficiente per garantirsi una vita dignitosa e senza, per questo, avere il diritto a lamentarsi, visto l’alto tasso di disoccupazione che c’è nel Meridione.

sabato 16 luglio 2016

#Buonascuola: sanato vulnus durato 23 anni, ma che 'tristezza'

Oggi, 16 luglio 2016, è stato sanato un vulnus che durava da tanto, troppo tempo, ma per tanti professori e professoresse il futuro sarà ancora precario ed incerto

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Foto da blastingnews.com
Era il 1993 quando per la prima volta varcai come docente l’ingresso di una scuola pubblica. Davanti all’entrata, affollata dai ragazzi che attendevano, c’era una collega che vedendomi arrivare si sorprese e mi fece accedere all’interno della scuola con una certa riluttanza e curiosità. Aveva ragione, tutto sembravo tranne un insegnante di discipline giuridiche ed economiche. La mia ritrosia ad indossare indumenti diversi da una ‘polo’ e dai jeans mi è rimasta sino ad oggi, ma alla collega devo essere sembrato un giovane fuori posto e fuori luogo.
Era il giorno della prima prova degli esami di Stato, allora si chiamavano di maturità, di un Istituto tecnico per geometri. Il docente nominato aveva rinunciato ed il Provveditore dovette scorrere la graduatoria dei supplenti per nominare un sostituto. Mi ritrovai cosi a pochi mesi dall’esame di abilitazione (superato senza tante difficoltà, allora si faceva sulla disciplina di competenza) a giudicare dei ragazzi che in alcuni casi conoscevano gli argomenti delle mie materie quasi meglio di me.
Foto da cobastorino.it
Allora la prova orale dell’esame si svolgeva su due discipline, una scelta dal candidato e l’altra dalla Commissione. Dovevamo esaminare gli alunni di una scuola pubblica e di una privata. Questo complicò il mio lavoro perché quelli della scuola privata avevano svolto il programma di quarta. Per la ‘superficialità’ con cui aveva lavorato il collega di ruolo dovetti districarmi con questa grave ‘incongruenza’ didattica e con i programmi di tre discipline: Diritto civile, Diritto pubblico e Scienza delle finanze.
Inoltre, i commissari interni ed altri due esterni erano piuttosto diffidenti con i giovani docenti che facevano parte della Commissione, uno di questi ero io. Ed avevano ragione ad esserlo, non ci misero troppo a capire che non avrei accettato ‘compromessi’ o ‘raccomandazioni’. E così fu, molti ragazzi superarono brillantemente l’esame ma cinque della scuola privata furono ’bocciati’, fu doloroso ma non fu possibile fare diversamente.
Il Presidente della Commissione apprezzò molto la meticolosità e la serietà con cui svolsi il mio lavoro al punto che mi propose di chiedere il trasferimento nella sua scuola a Varese. Non ebbi dubbi, non volevo lasciare la famiglia e gli affetti e dissi di no. Oggi quella situazione potrebbe verificarsi di nuovo e, stavolta, non potrei dare la stessa risposta. Allora c’erano delle prospettive, ora non più.
Foto da blastingnews.com
Dopo 23 anni passati nelle scuole più disagiate e, spesso, nelle classi e con gli alunni più ‘problematici’, ho un lavoro certo. Viene sanato un vulnus che durava da tanto, troppo tempo.Ed è stato emozionante vedere la felicità negli occhi di tanti colleghi precari, anche loro con tanti anni di contratti a tempo determinato. E non capisco i tanti insegnanti di ruolo che criticano la legge sulla ‘Buona scuola’ che ha posto rimedio ad una situazione paradossale e senza sbocchi certi per decine di migliaia di colleghi. Certo il legislatore poteva intervenire prima e meglio, ma quel provvedimento ha fatto tanto.
In questa calda ed afosa giornata di luglio passo di ruolo eppure in me c’è un po’ di 'tristezza'. Sì, ora ho la certezza di percepire lo stipendio il 23 di ogni mese, ma è stata comunque una sconfitta, troppo tempo è trascorso da quel giorno del 1993. E, poi, non riesco a gioire sapendo che tanti professori e professoresse che conosco da anni non possano farlo. Sono colleghi precari (tanti, alcuni lo sono da due decenni) che hanno deciso di non accettare l’immissione in ruolo per non separarsi dalla famiglia e dagli amici e, quindi, di rimanere nel limbo dell’incertezza che tra qualche giorno diventerà ansia nell’attesa di un nuovo incarico che non è detto ci sarà. 

martedì 2 febbraio 2016


La mafia è ‘qualcosa da combattere, da disprezzare o evitare con attenzione’

Presentati nell’aula magna del liceo classico ‘Giovanni Meli’ di Palermo i risultati dell’indagine svolta tra gli studenti siciliani dal Centro studi Pio La Torre sul tema ‘Giovani cittadini consapevoli, attivi e responsabili’ 

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

L’indagine ha coinvolto circa 400 alunni tra i 16 ed i 21 anni di 14 scuole siciliane. Il 39% di essi ritiene che ‘Cosa nostra’ sia più forte dello Stato, mentre per il 34% sono sullo stesso piano e solo per il 16% è lo Stato ad essere più forte. Per il 76% degli studenti siciliani la mafia è ‘qualcosa da combattere, da disprezzare o evitare con attenzione”.
Secondo Laura Borino, membro del gruppo di lavoro del progetto, “quasi tutti i ragazzi sanno chi sono i giudici Falcone e Borsellino, padre Puglisi, Pio La Torre o, sul fronte opposto, Totò Riina. Più della metà, però, prima dell’avvio del progetto, ha ammesso di non conoscere figure come Antonino Caponnetto, Emanuela Loi, Placido Rizzotto e quasi la metà ignorava chi fosse Rocco Chinnici”.
Alla domanda: ‘Ti è mai capitato di avvertire concretamente la presenza della mafia?’, il 34% degli intervistati ha risposto ‘abbastanza’, il 25% ‘poco’, il 21% ‘molto’. La maggior parte degli studenti ha, poi, dichiarato di avere fiducia negli insegnanti, nei magistrati e nelle forze dell’ordine, rispettivamente con 137, 95 e 57 preferenze. Mentre negli ultimi posti della classifica ci sono i sindacalisti (26), i parroci (10), i politici nazionali (8) e quelli locali (3).
Alla presentazione dei risultati del progetto ha partecipato l’assessore regionale all’Istruzione, Bruno Marziano, che ha dichiarato: ‘Per La mia generazione Pio La Torre è stato un maestro di vita. Egli aveva il rigore di chi credeva in una missione, come la lotta alla mafia. La scuola è il primo presidio di legalità ed è il luogo dove si forma la classe dirigente. Investire nella qualità dell’istruzione è fondamentale’. Ed ha annunciato l’avvio in Sicilia di progetti di ‘alternanza scuola – lavoro anche nei licei, si tratta – ha concluso l’assessore – di una vera rivoluzione nel mondo dell’istruzione’.

sabato 30 gennaio 2016


Università: crollo di iscritti al Sud

Fuga dalle università meridionali, Catania maglia nera con una riduzione del numero di matricole dell’81%

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Università di Catania
In dieci anni 65mila matricole in meno, con un calo del 20% dei diplomati che decidono di continuare gli studi. Di questi, 35mila sono negli atenei del Mezzogiorno. Il numero dei docenti è anch’esso diminuito di 11mila unità, il personale tecnico di 13mila unità ed i corsi di studio sono passati da 5.634 a 4.628. Il finanziamento ordinario delle università è diminuito del 22,5%. Tra le città, Catania è maglia nera con una riduzione del numero di matricole dell’81%. Questi dati emergono da uno studio condotto da ‘Fondazione Res’, Istituto di ricerca su economia e società in Sicilia.
Secondo Giancarlo Viesti, che ha curato il rapporto, ‘l’università delle regioni più deboli va rafforzata al massimo e non progressivamente indebolita, come purtroppo si sta facendo negli ultimi anni’. Essa ‘forma le classi dirigenti, trasferisce tecnologie e saperi. Inoltre, specie nelle aree difficili, è anche un presidio di civiltà’.
‘L’Italia - si legge nel rapporto - ha compiuto, nel giro di pochi anni, un disinvestimento molto forte nella sua università’. Ed ancora: ‘la riduzione della spesa e del personale universitario è stata molto maggiore che negli altri comparti dell’intervento pubblico’.
‘Se continuiamo a perdere capitale umano rischiamo la desertificazione assoluta’, ha dichiarato Ivanhoe Lo Bello, vicepresidente di Confindustria e delegato alle politiche sull’Istruzione, ed ha aggiunto: ’Perdere 65mila immatricolati in dieci anni è un segnale preoccupante, soprattutto al Sud. Abbiamo ragazzi scoraggiati, che non hanno le risorse per sostenersi negli studi. Occorrono un investimento serio e luoghi dove i ragazzi possano risiedere e garantire in questo modo la mobilità a basso costo degli studenti.’

 

giovedì 12 novembre 2015


Renzi scrive ai prof neo-assunti per augurargli buon lavoro, ecco il testo dell’email

Con la conclusione della cosiddetta fase C del piano di assunzione dei precari storici è stato sanato un ‘vulnus’ giuridico che si protraeva dal 1993, ora migliaia di docenti potranno lavorare con più serenità

Matteo Renzi
Completato il piano di assunzioni dei docenti previsto dalla legge sulla ‘Buona Scuola’. Circa 48mila insegnanti precari sono stati immessi in ruolo con la cosiddetta fase C, questi docenti si aggiungono agli altri (circa 40mila) che sono stati assunti nei mesi precedenti, i restanti 15mila posti vacanti previsti dal Piano saranno coperti con il concorso che sarà indetto nei prossimi mesi. Si chiude così un periodo difficile della scuola pubblica italiana, dopo decenni di precariato decine di migliaia di professori ora potranno lavorare con maggiore serenità. A tutti i docenti assunti con l’ultima fase il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, ha inviato un’email di auguri. Nella lettera il Capo del governo riassume fedelmente le vicissitudini professionali dei precari storici ed il ruolo decisivo degli insegnanti sul futuro dei nostri ragazzi e, quindi, del nostro Paese. Ecco il testo integrale.
“Gentile Professoressa, gentile Professore,
La ringrazio per aver accettato la proposta che il Ministero Le ha formulato ieri.
Benvenuta nella comunità delle donne e degli uomini che lavorano a tempo indeterminato per lo Stato.
Le faccio i migliori auguri, a nome mio personale e a nome di tutto il Governo.
Per anni le Istituzioni hanno permesso che si creasse un ingiustificato e odioso precariato tra i docenti. Conosco bene la rabbia e la frustrazione che tutto ciò ha provocato in molti suoi colleghi. Non poter assicurare continuità educativa ai ragazzi, dover cambiare istituto ogni anno senza una progettualità, ricevere la lettera di licenziamento alla fine dell'anno scolastico anziché gli auguri di buone vacanze. Essere considerati pacchi postali da spedire in varie zone della provincia e attendere le convocazioni di fine agosto come un rito umiliante e angoscioso. So quanto per molti di voi tutto ciò sia stato vissuto come una profonda ingiustizia: impossibile del resto apprezzare uno Stato che rende precario il lavoro più importante, quello di insegnante.
Le cose sono cambiate. Con la Buona Scuola abbiamo innanzitutto messo più soldi nell'educazione, più soldi per i professori, più professori per i nostri figli contro l'insopportabile filosofia delle classi pollaio. E con la Buona Scuola abbiamo anche messo la parola fine al modo scandaloso con cui vi hanno trattato in questi anni. Vorrei essere chiaro: abbiamo solo fatto il nostro dovere, niente di più. Lo Stato, infatti, aveva formato Lei e i suoi colleghi per diventare professori. Vi aveva attribuito il diritto di diventarlo. E poi vi ha lasciato per anni nel limbo. Non abbiamo fatto niente di speciale, solo il nostro dovere. Ma ci abbiamo messo passione, impegno, determinazione. Senza la Buona Scuola gli insegnanti sarebbero restati per anni, qualcuno per più di un decennio, precari, ostaggi di convocazioni, graduatorie, punti da conquistare con discutibili procedure.
Ci siamo presi critiche, insulti, offese, ma adesso ci siamo. Ci hanno chiesto di fermarci, raccontando tante falsità come quella di chi diceva che le assunzioni ci sarebbero state comunque in nome di una presunta sentenza europea. Non è così, naturalmente. Se avessimo bloccato il cammino della Buona Scuola oggi saremmo tornati all'anno zero. Abbiamo fatto tesoro delle tante critiche ricevute, ma abbiamo mantenuto la parola data: Lei adesso è a tutti gli effetti un insegnante a tempo indeterminato. È finalmente “entrato di ruolo”. Auguri!
Spero che possa festeggiare con la Sua famiglia, con i Suoi cari, con i Suoi amici. Brindo metaforicamente al Suo lavoro. E mi permetto di chiederLe una cosa.
Il Suo lavoro è persino più importante del mio. Lei si occupa di educazione e non c'è priorità più grande per l'Italia dei prossimi anni. Lei lavorerà nella scuola più tempo di quanto io starò al Governo. Lei ha la possibilità di tutti i giorni di valorizzare i sogni e le passioni dei nostri ragazzi che sono il bene più prezioso che abbiamo. La prego, dal profondo del cuore: non ceda mai al vittimismo, alla rassegnazione, alla stanchezza. Sia sempre capace di affascinare i suoi studenti, di spronarli a dare il meglio, di invitarli a non cedere al cinismo e alla meschinità.
Lei ha studiato, ha sicuramente un'ottima preparazione, conosce bene la materia che insegna. E noi siamo orgogliosi della scuola italiana che con tutti i suoi limiti ha punti di forza straordinari. Abbiamo bisogno che indipendentemente dalle differenze religiose, politiche, culturali, civili, economiche la scuola dia ai nostri ragazzi l'opportunità di credere nei loro mezzi. Di valorizzare i propri talenti. La scuola è la più grande opportunità per dare a tutti – nessuno escluso – la possibilità di trovare la propria strada per la felicità. Lei ha una responsabilità meravigliosa e difficilissima, non si stanchi mai di crederci, anche quando Le sembrerà difficilissimo. L'Italia di domani sarà come la faranno i professori di oggi.
Noi faremo di tutto per aiutare questo lavoro, cercando di fare sempre di più per la scuola di questo affascinante e struggente Paese.
Il mio saluto più cordiale, congratulazioni e buon lavoro.   
Matteo Renzi”



venerdì 28 agosto 2015

‘Deportati o esodati’? È questo il dilemma per i docenti precari del Sud


Per decine di migliaia di docenti precari storici del Sud è il tempo delle decisioni ‘irreversibili’: trasferirsi al Nord pur di essere immessi in ruolo o rinunciare è diventare esodati invisibili?

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Flash mob dei docenti della Sardegna
Il piano di assunzioni straordinario previsto dalla riforma della scuola entrata in vigore il sedici luglio scorso è arrivato alla fase B a cui seguirà la fase C.
Tra l’1 ed il 2 settembre il sistema informativo del Miur comunicherà a migliaia di docenti la provincia dove saranno immessi in ruolo. L’incrocio tra le preferenze espresse dagli insegnanti con la domanda inviata online poche settimane fa ed i posti disponibili in tutta Italia sarà elaborata del ‘cervellone’ elettronico del Ministero.
Il sistema individuerà tra 71mila precari coloro a cui verrà assegnata una delle 19mlia cattedre rimaste libere dopo la prima fase di assunzioni. Successivamente, pochi giorni prima dell’inizio dell’anno scolastico, i singoli provveditorati assegneranno la scuola di destinazione a coloro che, entro dieci giorni, avranno accettato la proposta di assunzione. 
Ad essere obbligati al trasferimento saranno solo i docenti del Sud. Tuttavia coloro che otterranno prima dell’inizio dell’anno scolastico una supplenza nella propria provincia potranno evitare per un anno quella che tanti insegnanti considerano una ‘deportazione’, vale a dire un vero e proprio trasferimento ‘forzato’. Anche nella fase C, quella che servirà a creare il cosiddetto ‘organico funzionale’, molti docenti meridionali dovranno accettare il trasferimento al Nord.
Intanto, in quest’ultima settimana di agosto, molti professori precari sono stati riassunti per uno o due giorni, quelli necessari per svolgere gli esami di riparazione dei debiti scolastici e per partecipare agli scrutini.
Poi sarà il tempo dell’attesa e delle decisioni irreversibili. Il dilemma a cui dovranno rispondere migliaia di docenti meridionali sarà: accettare la ‘deportazione’ o rinunciare e rimanere esodati invisibili? Rifiutare la nomina significherà, infatti, restare senza lavoro e senza aver ancora maturato i requisiti per andare in pensione. 
Negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso a partire con la valigia di cartone erano i giovani contadini semianalfabeti, oggi, a distanza di cinquant’anni, ad emigrare, con tanti titoli di studio nel trolley, saranno circa 20mila professori ultracinquantenni. Lo faranno tutti o quasi per coronare l’immissione in ruolo dopo decenni di precariato nelle sedi più disagiate e con gli alunni più problematici della scuola italiana. Saranno costretti a lasciare famiglie ed affetti, ma per i lavoratori del Sud questa non è una novità.


mercoledì 8 luglio 2015


#labuonascuola di Matteo Renzi creerà 52.483 esodati ‘invisibili’

Con la riforma della scuola il Governo sta immettendo in ruolo una parte dei precari storici ma nello stesso tempo sta cancellando le Gae e ‘licenziando’ in modo definitivo decine di migliaia di docenti 

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Il piano di assunzioni straordinario previsto dalla riforma della scuola prevede l’immissione in ruolo di 102.734 nuovi insegnanti, mentre altri 52.483 inseriti nelle Graduatorie ad esaurimento verranno ‘licenziati’ in modo definitivo. Si tratta di docenti ultracinquantenni che hanno vinto il concorso nel 1990, nel 1999, nel 2012 o che hanno fatto le Ssis o le Tfa e che insegnano da decenni nelle scuole e nelle classi più disagiate.
L’obiettivo del Governo è di cancellare le Gae e di eliminare così il precariato storico e nello stesso tempo applicare la sentenza della Corte di giustizia europea che impone all’Italia l’assunzione dei docenti che hanno avuto il rinnovo dell’incarico per oltre trentasei mesi.
Il piano di assunzioni avverrà in tre fasi. Entro il 31 agosto riceveranno la proposta di contratto a tempo indeterminato 36.627 insegnanti, compresi quelli di sostegno. E’ il ‘normale’ turn over che avviene all’inizio di ogni anno scolastico tra chi va in pensione ed i nuovi assunti. Il 50% degli insegnanti sarà individuato nelle graduatorie dei concorsi a cattedra e l’altra metà in quelle della Gae. L’inserimento avverrà nella provincia in cui il docente è inserito in graduatoria.Dopo questa fase cesseranno di avere efficacia giuridica i concorsi del 1990 e del 1999.
I posti rimasti vacanti, più altri 10.849, saranno assegnati entro il 15 settembre, il 50% andrà ai docenti vincitori del concorso del 2012 e la restante metà sempre dalla Gae. L’assunzione avverrà nella provincia dove l’insegnante è inserito o nella regione in cui si è svolto il concorso.
A questo punto coloro che non hanno ricevuto la proposta di assunzione dovranno presentare una domanda online, dove dovranno indicare cinque province, mettendole in ordine di preferenza. I fortunati che successivamente riceveranno una proposta di contratto dovranno entro dieci giorni accettare la nomina, in caso contrario saranno fuori dal piano straordinario di assunzioni. Le nomine saranno fatte durante l’anno scolastico ma avranno, comunque, decorrenza giuridica dal primo settembre. I posti disponibili sono 48.812, più 6.446 per gli insegnanti di sostegno. In questa terza fase il ministero potrà collocare i nuovi assunti nelle province italiane dove è disponibile una cattedra.
Coloro che non saranno chiamati o che avranno rifiutato un incarico fuori provincia per continuare ad insegnare dovranno sostenere l’ennesimo concorso che sarà bandito entro il mese di novembre.
Dal piano di assunzioni straordinario previsto con riforma della scuola di Matteo Renzi sono quindi esclusi circa 52.483 docenti precari storici.
I nuovi esodati, considerati troppo vecchi per insegnare e troppo giovani per andare in pensioni, saranno ‘invisibili’ perché ad essi, nonostante tanti anni di sacrifici, non sarà riconosciuto nessun diritto e nessuna tutela giuridica ed economica.

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