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giovedì 5 aprile 2018

La strage infinita delle morti sul lavoro

Caduti da un’impalcatura, schiacciati da un muletto o da un trattore, carbonizzati nel tentativo di spegnere un incendio o avvelenati all’interno di una cisterna, i morti sul lavoro sono centinaia ogni anno, in media sono quasi tre al giorno. Morire ‘per un pezzo di pane’ è intollerabile 

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

'Carusi' (bambini) all'imbocco di una zolfatara, Sicilia 1899
(foto da it.wikipedia.org)
Dal 2008 le denunce d’infortuni sul lavoro con esito mortale sono progressivamente diminuite. Dieci anni fa i decessi accertati dall’Inail sono stati 1.624, nel 2017 sono calati a 1.029. Dall’inizio del 2018 invece sono cresciuti del 12%, cioè sono saliti a 154 rispetto allo stesso periodo del 2017 quando i morti sul lavoro sono stati 133. Di oggi l’ultimo episodio. A Crotone due operai sono morti ed un terzo è in gravi condizioni dopo essere stati travolti dal crollo di un muro di contenimento che si accingevano a mettere in sicurezza.
Le leggi esistono e le prescrizioni previste sono stringenti, ma tutto questo non basta. Gli incidenti sul lavoro sembrano un fatto ineludibile, soprattutto se si tratta di attività precarie ed occasionali. Ed a pagare il prezzo più alto sono i lavoratori impiegati nelle mansioni più rischiose, ruoli occupati quasi sempre dai lavoratori appartenenti alle classi sociali medio – basse.
Tra i decessi di cui spesso non si sa nulla ci sono anche quelli di chi svolge un lavoro irregolare o in nero. Queste morti bianche, che non rientrano nelle statistiche, sono simili a quelle dei zolfatari rievocati nei versi di ‘Vitti 'na Crozza’, popolare canzone siciliana che esprime il lamento dei minatori deceduti nelle viscere della terra e non ritenuti degni dalla Chiese di ricevere una sepoltura cristiana (‘senza un tocco di campani’) solo perché i loro corpi non erano stati riesumati. Prassi, questa, praticata in Sicilia fino alla metà del secolo scorso.
Oggi viviamo in una società tecnologica, eppure si continua a morire per ‘un pezzo di pane’. Negli ultimi dieci anni i decessi sono stati oltre 14.000. Tutto questo è eticamente insopportabile. Non possiamo continuare ad assistere passivamente a queste tragedie. Un cambiamento radicale nella cultura del lavoro è indispensabile. Continuiamo a rincorrere il profitto dimenticando che il bene più prezioso che abbiamo è la vita. ‘Perché - come ha detto l’ex presidente dell’Uruguay, Josè Pepe Mujca - noi non siamo nati solo per svilupparci. Siamo nati per essere felici’.

Fonti: Inail.it e Osservatorio indipendente morti sul lavoro di Bologna