lunedì 8 agosto 2022

Il Generale senza truppe ha detto no

Pretendono, pongono veti, dettano la linea politica, mancano di umiltà, sono autoreferenziali, si sentono indispensabili, ma sono solo Generali senza truppe    

di Giovanni Pulvino

I partiti più piccoli pur non avendo un ampio consenso elettorale a volte riescono ad essere determinanti nella formazione delle maggioranze parlamentari. Succedeva nella Prima Repubblica e continua a ripetersi nella Seconda con la differenza che allora il sistema elettorale era quello proporzionale e per governare occorreva avere una maggioranza effettiva nel Paese.

La quota di maggioritario (37%) prevista dal Rosatellum ha aumentato notevolmente il potere di condizionamento delle piccole formazioni politiche e le maggioranze che si formano in Parlamento spesso non corrispondono a quelle del Paese. La necessità di coalizzarsi non è più programmatica o ideale, ma è elettorale.

Il trasformismo ed i cambi di ‘casacca’ oltre ad essere poco etici sono inevitabili.

La legge voluta dal governo di Matteo Renzi riesce a riprodurre contemporaneamente gli aspetti più negativi del sistema proporzionale e di quello maggioritario. Non garantisce la governabilità e non consente ai partiti, sia grandi che piccoli, di essere autonomi. Tutte le formazioni politiche sono ‘costrette’ al compromesso prima delle elezioni, ma possono far saltare tutto subito dopo.

I generali senza truppe si moltiplicano, soprattutto nello schieramento di Centrosinistra. Il loro potere di contrattazione a volte è superiore alla loro forza elettorale. Il partito di Carlo Calenda, Azione, è l’esempio più evidente di questa tendenza.

Rappresenta un numero piuttosto limitato di cittadini, non ha un apparato adeguato per la formazione delle liste, eppure ha dimostrato di avere un potere di negoziazione elevatissimo. Nella trattativa con il Pd l’ex ministro dello sviluppo Economico ha imposto il numero dei seggi da garantire ai suoi candidati, ha messo veti e pretendeva di stabilire la linea politica a tutto il Centrosinistra come se fosse il leader.

Il passo indietro delle ultime ore è emblematico. Gli accordi si fondano sui compromessi, non possono essere frutto di imposizioni e veti. Ora, Enrico Letta può rimediare al suo errore inziale, quello di aver escluso il M5s e l’Unione popolare di Luigi de Magistris da ogni possibile accordo elettorale.

Rimanere inerti e andare al voto divisi è da irresponsabili.

Se si è umili si può, anzi si deve fare se non si vuole consegnare il Paese alle Destre.

giovedì 4 agosto 2022

I ‘tafazzisti’ del sistema elettorale

Proporzionale, maggioritario, uninominale, liste bloccate, soglia di sbarramento, liste di genere, ballottaggio, turno unico, è un guazzabuglio di regole e di sistemi elettorali, votare in Italia è una corsa ad ostacoli per candidati ed elettori, ma com’è possibile?

di Giovanni Pulvino

Tafazzi da 'Mai dire gol'
(Foto da it.wikipedia.org)

Nel nostro Paese è previsto un diverso sistema elettorale per ogni tipo di votazione. In linea di principio dovrebbero essere due: proporzionale e maggioritario. Il primo garantisce la rappresentanza, il secondo la governabilità. Ma a noi italiani le cose semplici non piacciono, dobbiamo accontentare tutti o favorire qualcuno e, inevitabilmente, finiamo per fare pasticci.

I nostri politici dal 1991, data del referendum che abolì le preferenze, continuano ad inventarsi sistemi elettorali nuovi. Ogni Regione per disposizione costituzionale ha il suo. Per i Comuni cambia in base al numero di abitanti. Per le Province è di secondo livello, lo stesso vale per le Città metropolitane.

Per eleggere i rappresentati al Parlamento europeo è previsto quello proporzionale, mentre per le elezioni politiche nazionali è misto e le modalità sono diverse per l’elettorato passivo. 

Il cosiddetto ‘Mattarellum’, dal nome del primo firmatario, Sergio Mattarella, era il sistema più equilibrato, ma il Centrodestra appena ha potuto ha approvato una legge elettorale a proprio uso e consumo. La Sinistra, invece, quando poteva farlo non vi ha posto rimedio, anzi ha peggiorato i meccanismi di selezione.

L’ultima versione, il ‘Rosatellum’, dal nome del primo firmatario della legge, Ettore Rosato, renziano doc, è un sistema misto. Prevede le liste bloccate come nel ‘Porcellum’ berlusconiano, vale a dire sono i segretari di partito a decidere chi verrà eletto. Prevede lo sbarramento al 3% se vai da solo ed al 10% per le coalizioni. Esclude le preferenze ed il voto disgiunto, ma prevede quello di genere e dei residenti all’estero e, soprattutto, il 37% dei seggi è assegnato nei collegi uninominali, cioè con il sistema maggioritario. I 147 deputati ed i 74 senatori che saranno eletti con questo sistema saranno decisivi per determinare le maggioranze parlamentari.

I numeri non sono un’opinione. Si vince solo se ci si presenta con un’ampia coalizione.

Gli ultimi sondaggi danno il Centrodestra al 45%, mentre il Centrosinistra (il Pd con Azione e + Europa e gli altri gruppi) potrà ambire al 30% dei consensi. Il M5s è dato intorno al 12%. Solo con un’ampia convergenza l'alleanza elettorale guidata da Enrico Letta potrà contendere la vittoria alla Destra, il resto sono solo sterili polemiche politiche di chi è abituato a fare opinione stando comodamente seduto nei salotti delle televisioni nazionali.

Se a questo aggiungiamo il ‘taglio del numero dei parlamentari’ (-200 alla Camera dei deputati e -100 al Senato) voluto dal Pd e dal M5s, la Destra alle prossime elezioni politiche potrebbe avere i numeri sufficienti per una modifica sostanziale della Costituzione e per l’elezione del nuovo presidente della Repubblica.

Nonostante questi pericoli per la nostra democrazia, i tanti leader, si fa per dire, del Centrosinistra anziché allearsi si fanno la guerra e vanno alle elezioni in ordine sparso, ovviamente per perdere.  

Non solo. Sarebbe bastata una legge elettorale di un solo articolo per tornare al sistema proporzionale e per impedire alla Destra di Giorgia Meloni di mettere un'ipoteca sulla presidenza del Consiglio con poco più del 20% dei voti. Una stortura della democrazia rappresentativa che già vediamo con l’elezione di governatori e sindaci. Da un lato aumenta il potere di chi ci governa e dall'altro diminuisce il consenso per ottenerlo.

I governi Conte uno e due e quello Draghi non sono stati capaci di fare questa semplice modifica al sistema elettorale. Il Pd e il M5s avevano i numeri per correggere quest'obbrobrio che è il 'Rosatellum', ma non è successo nulla. 

È l’ennesimo regalo alla DestreA Sinistra, purtroppo, i ‘tafazzisti’ ed i populisti imperversano, ma anche questa non è una novità.

 


martedì 2 agosto 2022

Il ‘riformismo moderato’ di Enrico Letta e l'armata Brancaleone

I presupposti per una vittoria della Destra alle prossime elezioni politiche ci sono tutti, ma si può evitare?

di Giovanni Pulvino

Enrico Letta e Carlo Calenda

Nel 2008 il Popolo delle libertà, insieme alla Lega e al Movimento per le autonomie, ottenne la maggioranza assoluta dei seggi in entrambe le Camere.

Cosa determinò quel risultato?

Il Partito democratico fondato il 14 ottobre del 2007 decise di presentarsi alla consultazione alleandosi solo con l’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro. Il segretario, Walter Veltroni, ed il gruppo dirigente di allora ritennero di poter vincere le elezioni escludendo dalla coalizione la Sinistra cosiddetta ‘radicale’. Quell’alleanza raggiunse il 37% dei voti, mentre la Destra superò il 46%.

Il Pd di Enrico Letta sembra intenzionato a seguire la stessa linea politica. Un’alleanza elettorale fatta di ex, tutti o quasi di Centro. Ex renziani come Carlo Calenda, ex grillini come Luigi Di Maio, ex radicali come Benedetto Della Vedova e Emma Bonino, socialisti come Riccardo Nencini, ex forzisti come Mariastella Gelmini e Mara Carfagna ed ex Pd come Roberto Speranza e forse Matteo Renzi, si proprio quello che disse ‘stai sereno Enrico’. Leader o esponenti di piccoli gruppi in cerca di seggi blindati.

È un’armata Brancaleone che si dividerà subito dopo le elezioni. Un miscuglio che mette insieme tutte le forze politiche ‘moderate’ a sinistra ed a destra del Pd, ma esclude il M5s e la nascente Unione popolare dell’ex sindaco di Napoli Luigi De Magistris, perché?

La motivazione è politica. E non ha nulla a che vedere con la caduta del governo Draghi. Il ragionamento è semplice. Il Centrosinistra non può vincere le elezioni, ma, limitando il ‘danno’, può, ad urne chiuse, creare le condizioni per un governo ‘moderato e riformista’, (una volta avremmo detto ‘democristiano’), magari con un ritorno dell'ex governatore della Bce alla presidenza del Consiglio.

La strada è in salita. Il sistema elettorale voluto dal Pd di Matteo Renzi e la riforma costituzionale che ha ridotto il numero dei parlamentari voluta dal M5s e votata dal Centrosinistra rendono il raggiungimento di questo obiettivo assai difficile. Solo il cosiddetto ‘campo largo’ potrebbe competere, ma allora perché rinunciarvi a priori?

Il 37% dei seggi sarà assegnato con il sistema maggioritario a turno unico. Le coalizioni hanno un notevole vantaggio sui singoli partiti. I sondaggi danno il Centrodestra al 45%. Il Centrosinistra (il Pd con Azione e + Europa e gli altri gruppi) può ambire al 30% dei consensi. Il M5s è dato intorno al 12%. I numeri non sono un’opinione. Ed è evidente che solo con un’ampia convergenza il Centrosinistra potrà contendere la vittoria alla Destra, il resto sono solo sterili polemiche politiche di chi è abituato a vivere nei quartieri Ztl ed a fare politica stando comodamente seduto nei salotti delle televisioni nazionali.

sabato 30 luglio 2022

Si continua a morire di e per il lavoro, ma quando finirà questa mattanza?

Nel 2021 ci sono stati 1.361 morti sul lavoro, a sostenerlo è la Relazione annuale presentata a Palazzo Montecitorio dal presidente dell’Inail, Franco Bettoni

di Giovanni Pulvino

Foto da inail.it

Senza considerare i contagi di origine professionale dovuti al Covid-19, ‘gli infortuni tradizionali denunciati sono aumentati del 20% e i casi mortali di quasi il 10%’. Questo è quanto si legge nella Relazione annuale 2021 pubblicata dall’Inail.

I casi segnalati all’Istituto Nazionale per gli infortuni sul lavoro sono stati 564 mila, in calo dell’1,4% rispetto all’anno precedente. La diminuzione è dovuta alla riduzione dei contagi professionali causati dal Covid-19 che sono passati dai 150 mila del 2020 ai 50 mila del 2021. Invece, le denunce per infortunio tradizionale hanno fatto registrare un aumento del 20%. Gli infortuni con ‘esito mortale sono stati 1.361’, (3,73 al giorno) in diminuzione del 19,2% rispetto al 2020. Senza quelli dovuti al Covid-19, le denunce per infortuni mortali tradizionali sono cresciuti del 10% rispetto all’anno prima.

Si continua a morire di e per il lavoro.

Eppure, i controlli non mancano. Nel 2021, nonostante l’assottigliarsi delle risorse, le ispezioni nei luoghi di lavoro sono state circa 3.740.00, più o meno come l’anno precedente. Le leggi ci sono ed i corsi di formazione sulla sicurezza sono obbligatori, ciò nonostante, i decessi continuano ad aumentare, lo scorso anno sono stati più di tre al giorno, com’è possibile? È negligenza dei titolari, imprudenza dei lavoratori o semplicemente sono dovuti ad un insieme di tragiche coincidenze? Di certo è una piaga a cui non si riesce a porre fine.

Nel lecchese un operaio di 51 anni è morto folgorato in un’azienda di Annone Brianza. Nel genovese un altro operaio di 60 anni è precipitato dal terzo piano di una palazzina dove stava lavorando sotto gli occhi del figlio. Stava montando una finestra in un’abitazione di Lumarzo. Un ragazzo di 18 anni si colpisce alla gola con un’accetta. Stava tagliando sughero nelle campagne dell’Ostianese, in Sardegna. Lavorava per una ditta del suo paese, Alà dei sardi. È morto dissanguato. 

Non c’è un giorno senza la notizia di un incidente mortale sul lavoro.

Sono dipendenti spesso mal retribuiti o in nero o con contratti a termine, ma sono anche titolari e lavoratori in regola di piccole o piccolissime imprese i cui margini di guadagno sono talmente limitati che spesso derogano sulla sicurezza. È una questione culturale. La priorità per le imprese è il profitto, mentre per i dipendenti a volte a prevalere è il bisogno economico.

La vita è breve e non possiamo permetterci di sciuparla per negligenza, avarizia o per necessità. No, non è più concepibile. 

Può apparire retorico ripeterlo per l’ennesima volta, ma è ora di mettere le nostre imprese ed i nostri lavoratori nelle condizioni di poter operare in sicurezza e con la certezza che a fine giornata torneranno alle loro case.

Fonti inail.it e adnkronos.com

giovedì 28 luglio 2022

Erano 'torremuzzari' a tempo determinato

Se pensi a quello che è stato ed a quello che è, ti rendi conto che sei in un luogo che non esiste più, vivi un tempo che non ti appartiene

di Giovanni Pulvino

Via San Giuseppe, Torremuzza (Me), 10 marzo 2008 - (foto di Giovanni Pulvino)

La via San Giuseppe per un breve periodo divenne la ‘pista’ dei nostri 'monopattini'. Erano 'giocattoli' rudimentali, da non confondere con quelli elettrici di oggi. Li costruivamo noi, erano fatti con una tavola di legno inchiodata su due barre anch'esse di legno su cui avevamo fissato quattro 'cuscinetti' in acciaio. Scendevamo stando seduti a pochi centimetri da terra, davamo la direzione manovrando con i piedi le rotelle che erano nella parte anteriore (i più coraggiosi usavano le mani), il freno era un listello sempre di legno inchiodato su un lato. Ne avevamo diversi, poi ne costruimmo uno grande, c’era posto per tre o quattro persone o forse più. 
Foto da it.wikipedia.org

Una volta rischiammo l’impatto con una delle poche automobili che circolavano allora. Il gioco consisteva nel fare la discesa di via San Giuseppe ad alta velocità, ovviamente senza cadere. Quel giorno, quando giungemmo vicino alla cappella di Sant’Antonino, ci venne incontro un’auto, non ricordo chi c’era alla guida, forse Pasquale il figlio di uno dei due fratelli Giannì, i proprietari della raffineria; ci buttammo di lato appena in tempo, evitammo l’urto per ‘miracolo’, ma il monopattino, finito sotto l’auto, si ridusse in pezzi. Provammo paura e vergogna per la bravata che avevamo fatto, ma durò un attimo, eravamo senza pensieri, a quelli pensavano altri, c’erano i nostri genitori, le zie e gli zii, ed era tutto scontato. Il Borgo era un’oasi felice, continuammo ad inventare giochi ed a costruire ‘giocattoli’, bastava un poco di inventiva e la voglia di fare che, del resto, non è mai venuta meno.

Da quel giorno tornammo al super Santos ed ai tuffi dallo scoglio.

Ora dalla stessa strada scendono persone che non conosci, qualcuno parla straniero, li guardi attraversare la statale ed imboccare a vanedra per andare al mare e ti chiedi, ma chi sono? Poi passa un’auto, ma non sai di chi è e non riconosci chi c’è alla guida e quel che è peggio è che non sei curioso di sapere e non ti importa di conoscere i nuovi arrivati. 

Se non senti più questo bisogno vuol dire che vivi un tempo che non ti appartiene, che non è più tuo.

Quando notavamo un volto nuovo cercavamo di capire chi fosse, per quanto tempo rimaneva, di chi era parente. Era solo una questione di tempo, sapevamo che, in un modo o in un altro, avrebbero fatto parte della comunità, sarebbero entrati per sempre nel nostro piccolo ed inutile mondo di borgatari. Di solito erano torremuzzari emigrati o loro parenti che passavano le vacanze nella frazione. Erano milanesi, genovesi, torinesi, catanesi, ma anche messinesi, tedeschi, argentini, vicentini o semplici villeggianti entrati per sempre nel nostro immaginario.

Ancora oggi questo rituale estivo si ripete, ma allora aveva un altro sapore. Attendevamo con gioia il loro arrivo, si era creato un legame sincero destinato a durare, almeno così pensavamo allora e, di certo, così sarà fino a quando resterà nella memoria di chi c’è ancora.

E non c’era bisogno di parole, bastava riconoscersi.

Erano torremuzzari a tempo determinato, ma pur sempre torremuzzari. Eravamo divisi, con caratteri diversi, con idealità contrapposte, ma nello stesso tempo legati alle stesse strade, allo stesso mare, ai ponti della ferrovia, allo stabilimento, eravamo una grande famiglia litigiosa, ma con radici comuni indissolubili ... avevamo una unità di intenti nella vita come nella morte ... eravamo una comunità.

Ora quel che era non esiste più, è un’altra cosa, è un altro tempo, un altro luogo, non tuo, lo vivi, ma non sai il perché.


sabato 23 luglio 2022

Istat, crescono le disuguaglianze retributive e sociali

La povertà assoluta ‘è progressivamente aumentata’, nel 2021 coinvolgeva ‘oltre cinque milioni e mezzo di persone’, a sostenerlo è il Rapporto Annuale 2022 pubblicato dall’Istat

di Giovanni Pulvino

Foto di @inrivalfiume - (Twitter)

Secondo il Rapporto Annuale 2022 dell’Istat quattro milioni di lavoratori del settore privato percepiscono una retribuzione lorda annua inferiore a 12 mila euro. Si tratta soprattutto di giovani, di donne, di stranieri con basso reddito e residenti, nella maggior parte dei casi, nel Mezzogiorno. Questa situazione è la diretta conseguenza dell’introduzione negli ultimi tre decenni dei nuovi contratti a termine o part-time, cioè rapporti di lavoro brevi (anche di un giorno) e con basse retribuzioni orarie o annuali. ‘Il lavoro somministrato (390mila unità) e intermittente (214 mila unità) tra il 2012 ed il 2021 è più che raddoppiato’. Questi dipendenti sono 'occupati' mediamente per undici giornate al mese.

Anche chi lavora è povero.

La povertà assoluta, sottolinea l’Istat, ‘è progressivamente aumentata’. Nel 2021 coinvolgeva ‘oltre cinque milioni e mezzo di persone’. È diminuita tra gli anziani soli, ma è cresciuta ‘fortemente’ tra le coppie con figli o con monogenitori. A livello territoriale si trovano in questa situazione ‘un italiano su venti nel Centro-nord, mentre è più di uno su dieci nel Mezzogiorno’.

Il Reddito di cittadinanza ha migliorato le condizioni di vita di ‘un milione di individui’. Tuttavia, la situazione continua a peggiorare e l’attuale congiuntura economica e l’inflazione rischiano di aumentare le disuguaglianze.

Durante la pandemia il ricorso alla Didattica a distanza ha penalizzato le scuole e gli studenti, ‘generando ulteriori differenze tra territori e ordini scolastici’. In particolare, nel Meridione.

‘Solo il 60% delle scuole secondarie disponeva di strumenti tecnologici adeguati per la condivisione del materiale didattico'. Problematiche dovute soprattutto alla lentezza della connessione internet. Due studenti su dieci hanno avuto difficoltà a seguire le lezioni, ‘in 700 mila hanno partecipato solo saltuariamente e 156 mila non hanno ricevuto formazione’. Quasi 7 mila ragazzi con disabilità sono stati esclusi oltre che per la gravità della loro patologia, anche e soprattutto per il disagio economico delle famiglie e per la mancanza di dispositivi tecnologici adeguati. Queste criticità sono state rilevate soprattutto ‘nel Mezzogiorno, tra gli stranieri e in contesti socioeconomici particolarmente difficili’. Nondimeno, nella seconda parte del 2021 l’impegno delle scuole ha consentito di ‘dotare di dispositivi informatici gli studenti che ne erano privi’ e solo l’1% non è risuscito ad accedere regolarmente alle lezioni online.

Fonte istat.it

domenica 17 luglio 2022

Il mercato del lavoro ‘è profondamente diseguale’

Il Rapporto Annuale 2022 pubblicato dall’Istat certifica le crescenti disuguaglianze nel mercato del lavoro

di Giovanni Pulvino

Foto da ilo.org

Secondo il Rapporto Annuale 2022 dell’Istat sono diminuite la disoccupazione e l’inattività, mentre il tasso di occupazione a marzo ha fatto segnare il valore più elevato da quando sono iniziate le rilevazioni (2004).

Nonostante ciò, il mercato del lavoro ‘continua a essere profondamente diseguale’. Metà delle donne non lavorano ed i giovani da 25 a 34 anni non hanno recuperato il tasso di disoccupazione del 2007.

Il Mezzogiorno rimane indietro rispetto al Nord del Paese.

Le disuguaglianze crescono anche nelle ‘forme lavorative’. Si riducono gli occupati nel lavoro indipendente dei lavoratori in proprio (artigiani, agricoltori, commercianti), dei coadiuvanti e dei collaboratori. Aumenta invece il lavoro dipendente a tempo determinato, in particolare ‘con contratti di breve durata, cioè con un’occupazione di durata inferiore a sei mesi’. Ed è aumentata l’occupazione part-time che nella maggior parte dei casi è involontaria. Nel 2021 essa ha riguardato un quinto degli occupati.

Cinque milioni di lavoratori sono a tempo determinato, collaboratori o part-time. Sono giovani, donne e stranieri, residenti nel Mezzogiorno e con un basso livello di istruzione. ‘Il lavoro somministrato (390mila unità) e intermittente (214 mila unità) tra il 2012 ed il 2021 è più che raddoppiato’. Questi dipendenti lavorano mediamente undici giornate al mese. 

In Italia anche chi lavora è povero.

‘Se non cresce l’occupazione, in particolare femminile, aumenterà la povertà, e il Paese sarà condannato a una perdita del potenziale di produttività e di crescita aggiuntiva’, sottolinea nelle conclusioni il Rapporto.

Fonte istat.it

sabato 9 luglio 2022

Ius scholae, sarà la volta buona?

Ius scholae è la nuova proposta di riforma per acquisire la cittadinanza italiana, ecco cos’è e cosa prevede

di Giovanni Pulvino

Foto da savethechildren.it

Dopo la bocciatura dello Ius soli e dello Ius culture si torna a discutere di riforma della cittadinanza. Il 9 marzo scorso la commissione Affari costituzionali della Camera ha dato parere favorevole al testo presentato da Giuseppe Brescia, deputato del M5S. La discussione alla Camera è iniziata il 30 giugno scorso. La proposta ha il sostegno del Pd, dei M5s di Italia Viva e di Forza Italia.

Con lo Ius soli chiunque fosse nato in Italia avrebbe acquisito automaticamente la cittadinanza. Invece, lo Ius scholae prevede: ‘l’acquisizione della cittadinanza italiana da parte del minore straniero, che sia nato in Italia o vi abbia fatto ingresso entro il compimento del dodicesimo anno di età e che risieda legalmente in Italia, qualora abbia frequentato regolarmente, per almeno cinque anni nel territorio nazionale, uno o più cicli scolastici presso istituti appartenenti al sistema nazionale di istruzione o percorsi di istruzione e formazione professionale idonei al conseguimento di una qualifica professionale. Nel caso in cui la frequenza riguardi la scuola primaria, è necessario aver concluso positivamente il corso medesimo’.

Ovviamente la cittadinanza deve essere richiesta. Pertanto, è necessaria una dichiarazione di volontà che deve essere resa allo Stato civile del Comune di residenza entro il compimento del diciottesimo anno di età dell’interessato da un genitore legalmente residente in Italia o da chi ne ha la responsabilità genitoriale. Il minorenne potrà farlo entro due anni dal compimento della maggiore età.

Secondo la Rete per la Riforma della Cittadinanza ‘sono oltre un milione le persone in attesa di cittadinanza nel nostro Paese, in larga maggioranza giovani’. Gli alunni ‘stranieri’ che nell’anno scolastico 2019/2020 hanno frequentato le nostre aule sono stati 877mila (il 10,3% del totale), 20mila in più rispetto all’anno precedente. Il 65,4% sono nati nel nostro Paese.

Con le leggi attuali questi ragazzi potranno acquisire la cittadinanza italiana solo al compimento del diciottesimo anno di età. Fino ad allora, pur essendo nati in Italia sono considerati ‘stranieri’. Sono giovani e giovanissimi che parlano i nostri dialetti, vestono come i nostri ragazzi, siedono sugli stessi banchi, studiano sugli stessi libri, evidenziano pregi e difetti tipici degli italiani, eppure per la legge non lo sono.

Chissà se qualcuno di questi ‘invisibili’ sa che con la cittadinanza acquisirà anche un debito pro-capite di oltre 46mila euro. Ma forse, come tanti italiani ‘veri’, non ne sono a conoscenza.

Fonte savethechildren.it


sabato 2 luglio 2022

Ecco perché il Centrosinistra è tornato a vincere

Le elezioni amministrative del 12 giugno scorso ed il successivo ballottaggio del 26 hanno riportato il Centrosinistra alla vittoria. Non accadeva da tempo, come mai?

di Giovanni Pulvino

Matteo Renzi, Matteo Salvini e Luigi Di Maio

Premesso che si è trattato di elezioni locali che hanno coinvolto un numero limitato di elettori, che c’è stata un’alta percentuale di astensionismo e che il Centrodestra si è presentato spesso diviso, è comunque evidente la vittoria del Centrosinistra, almeno per il suo significato politico.

Dalla caduta del muro di Berlino con la fine della cosiddetta ‘Prima Repubblica’ e la nascita del berlusconismo non contano più i programmi e le ideologie, ma il carisma del leader. Una forma di populismo non nuova, ma che alla fine del secolo scorso è tornata ad essere dominante sulla scena politica. Ed ancora oggi è così, ma qualcosa sta cambiando.

La sua base economica è il consumismo. Promettere è la parola chiave. La coerenza non è necessaria. Contano l’immagine e la pubblicità. I comizi politici si fanno in tv o sui social, le interviste con il giornalista amico o, comunque, accondiscendente. Il confronto si fa solo se i sondaggi ci danno in svantaggio. Ed è fondamentale avere la proprietà delle televisioni e dei mass media o determinarne la direzione. Questo succedeva con Silvio Berlusconi, poi sono arrivati i suoi ‘emuli’: Matteo Renzi, Matteo Salvini e Luigi Di Maio. Nati presenzialisti, hanno fondato la loro linea politica sui personalismi, sulle promesse e sulle repentine ‘giravolte’ di opinioni ed obiettivi. Passare dalla Sinistra alla Destra è, per loro, del tutto naturale. Cambiare linea politica è una questione di tempi e di convenienze. Se cadono restano comunque in piedi. I leader non perdono mai, casomai è responsabilità del partito, della tv, degli avversari interni ed esterni, del complotto giudiziario. Ora ci sta provando Giorgia Meloni, che, a differenza degli altri, ha due scheletri nell’armadio: il suo background politico e soprattutto i suoi compagni di viaggio. 

Premesso tutto questo, la mini vittoria del Centrosinistra alle ultime lezioni amministrative rappresenta un cambio di direzione?

Il carisma del leader non sembra bastare più, occorre anche un  gioco di squadra. In fondo è sempre stato così. Specie in un sistema tripolare come quello italiano. I problemi nascono quando ci si divide, quando non si è umili, quando non si fa gruppo, quando il leader non è ‘autorevole ‘ e, comunque, riconosciuto come tale.

Enrico Letta, segretario del Partito democratico, sembra una figura grigia, poco presenzialista, ma forse è propria questa la sua forza. L’apparire ‘debole’ stimola le iniziative e l'importanza del gruppo o come si diceva una volta del partito.

Il Centrosinistra è riuscito ad espugnare Verona perché ha dato spazio a chi vive il territorio e lo fa senza interesse o ‘brama’ di potere. Forse è troppo presto per dirlo, ma i risultati delle ultime elezioni amministrative sono il segno di un cambiamento, di un ritorno alle idee, ai valori, alle comunità.