sabato 27 novembre 2021

‘Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità’

In uno dei primi capitoli del libro ‘Io posso - Due sorelle sole contro la mafia’ scritto da Pif e da Marco Lillo, gli autori raccontano come è nata a Palermo l’associazione antiracket ADDIPIZZO. Ecco il brano

di Giovanni Pulvino

Foto da addiopizzo.org

‘Tutto nasce nel 2004, quando a Ugo, Raffaele, Francesco, Daniele, Vittorio, Laura e Andrea viene l’idea di aprire una sorta  di pub/centro culturale, nella Palermo vecchia. Per capire quali spese dovranno sostenere ogni mese, un loro consulente stila una lista: luce, gas, acqua, tasse e pizzo. Alla parola pizzo tutti e sette fanno un balzo. Pizzo?Dovremo pagare il pizzo? All’improvviso la bella e spassosa città di Palermo, ideale per vivere da studente (affitti bassi, cibo buono ed economico, bel clima, ecc.), diventa molto ostica: è il momento in cui si entra nel mondo degli adulti. È possibile, quindi, che qualcuno si presenti, utilizzando all’inizio anche modi garbati, e consigli di mettersi a posto. Cosa  fare a quel punto? Qualcuno propone di invitare all’inaugurazione il fidanzato carabiniere , in modo da scoraggiare un’eventuale richiesta. Ma come strategia forse è in po' debolina. Dopo lunghe riflessioni, i ragazzi decidono di fare un gesto che è perfino un po' infantile: tappezzare un quartiere di Palermo di adesivi con la scritta Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità. La frase che a Vittorio è venuta in mente una notte. Se davvero noi non siamo nessuno, non abbiamo la possibilità di farci sentire, non ci rimane che l’attacchinaggio notturno. L’idea era di proseguire in altri quartieri nelle notti successive, ma il progetto non andrà mai in porto a causa di quello che i ragazzi scoprono la mattina seguente, accendendo la tv. Il comitato dell’ordine e sicurezza di Palermo (vale a dire questore, prefetto, comandante della finanza e dei carabinieri) si era riunito per discutere di un problema di pubblica sicurezza: la comparsa in alcuni quartieri di adesivi che parlano di pizzo. Una semplice verità aveva messo in crisi la città. Visto che i commercianti non avrebbero mai osato parlare di pizzo così pubblicamente, e men che meno di mafia, chi poteva aver osato tanto? Nessuno pensò a dei ragazzi che non riuscivano ad accettare quello che si era sempre accettato. Qualche giorno dopo ha luogo un incontro fra le istituzioni e questo impaurito gruppo di intraprendenti provocatori. È così viene l’dea di creare un’associazione antiracket che aiuti chi non ha il coraggio di denunciare perché magari si sente solo. Nasce Addiopizzo, la più significativa associazione antiracket di Palermo, che dal giorno della sua fondazione ha visto costantemente aumentare i propri iscritti. Con il passare del tempo la ricetta si rivela incredibilmente azzeccata. Lo conferma l’intercettazione di un mafioso che, qualche anno dopo la nascita dell’associazione, avverte al telefono un altro mafioso di non andare a chiedere il pizzo in quel determinato negozio, perché aderisce ad Addiopizzo’.
Tra i primi commercianti ad aderire all’associazione ci sono le sorelle Pilliu, protagoniste del libro 'Io posso - Due donne sole contro la mafia'.
‘Stavolta, oltre a intervistare i ragazzi di Addiopizzo, voglio incontrare anche qualche commerciante che ha aderito all’associazione. È così, un pomeriggio entro in un negozio di prodotti sardi in via del Bersagliere, gestito dalle sorelle Maria Rosa e Savina Pilliu. Dietro il bancone c’è l’anziana madre. A rilasciare l’intervista è Savina: Non sarei mai disposta a dividere quello che io guadagno con altri…. Da allora con le sorelle Pilliu abbiamo continuato a sentirci e, ogni volta che sono sceso a Palermo, sono passato a trovarle. L’argomento principale delle nostre conversazioni ruotava intorno alla storia del palazzo e delle due case diroccate ….

Fonte: ‘Io posso Due sorelle sole contro la mafia’

venerdì 19 novembre 2021

Silvio Berlusconi presidente della Repubblica?

L’elezione di Silvio Berlusconi alla carica più alta delle istituzioni italiane è plausibile? È un candidato di bandiera? Oppure c’è altro?

di Giovanni Pulvino

Silvio Berlusconi e Matteo Renzi - (foto da alganews.it)

La principale funzione del presidente della Repubblica è quella di rappresentare l’unità del Paese. I costituenti erano ben consapevoli di questa esigenza. L’ultimo comma dell’articolo 83 della Costituzione stabilisce: ‘L'elezione del Presidente della Repubblica ha luogo per scrutinio segreto a maggioranza di due terzi dell'assemblea. Dopo il terzo scrutinio è sufficiente la maggioranza assoluta’. La maggioranza qualificata prevista dalla Carta nelle prime tre votazioni è stata introdotta per favorire un consenso ampio. Perché questo avvenga è necessaria un’intesa tra le forze politiche.

Il nome di Mario Draghi sembra essere l’unica figura istituzionale in grado di mettere d’accordo i partiti. Almeno questo è quanto si evince dalle dichiarazioni rilasciate in queste settimane dai leader politici, ma nella realtà così non è. La sua elezione dovrebbe avere come presupposto la nascita di un nuovo Esecutivo. Ed è assai improbabile che questo possa avvenire senza le elezioni anticipate e comunque sarebbe difficile mantenere coesa una maggioranza così ampia e variegata.

La riforma costituzionale ha ridotto drasticamente il numero dei seggi. I parlamentari faranno di tutto per giungere alla scadenza naturale della legislatura e per continuare con l’attuale Governo. L’ipotesi Draghi è, quindi, improbabile o di ultima istanza, cioè, può essere utilizzata come ancora di salvataggio nel caso in cui non si riesca ad eleggere un altro candidato.

Se così stanno le cose, chi sarà il nuovo capo dello Stato? Una parte del Centrodestra sogna Silvio Berlusconi. I numeri teoricamente ci potrebbero essere. Tutto dipende dal comportamento dei parlamentari di Italia Viva e di quelli del Gruppo misto.

La storia ci insegna che ad essere eletti sono sempre figure non di primo piano. Ed è assai probabile che anche stavolta sarà così. Allora la candidatura del leader di Forza Italia che scopo ha? Serve a favorire l’elezione di un esponente vicina alla Destra? È propedeutica per una sua eventuale nomina a senatore a vita? Certo è difficile immaginare ai vertici delle istituzioni un uomo che è stato condannato a quattro anni di detenzione per frode fiscale e che è oggetto di indagini e processi. Ma nel nostro Paese tutto è possibile, anche questo.

 

sabato 13 novembre 2021

Gli zii e le zie di Torremuzza (parte quinta)

Per una questione di privacy i nomi ed i soprannomi sono indicati con le iniziali. Chi li ha conosciuti o li conosce certamente capirà di chi si tratta

di Giovanni Pulvino

La fontanella di via San Giuseppe

Negli anni Sessanta e Settanta spostarsi non era facile. Le strade non erano asfaltate, in compenso c’era la stazione della ferrovia, ci lavorava un zu L.. Gli unici treni che si fermavano erano gli ‘accelerati’. Erano molto lenti, ma sarebbe stato complicato per i borgatari andare e venire da Messina o Palermo senza quei treni.

Solo G. C. aveva la macchina, una Seicento beige ultimo modello. Con quell’auto una volta mi porto a Villa Margi per offrirmi un gelato, era il mio padrino, ma solo sulla carta, non feci mai la comunione. I contrasti politici che abbiamo avuto negli anni dell’adolescenza si sanarono in parte solo tre decenni più tardi, anche se ognuno rimase sempre della sua idea, la solidarietà del Borgo vinceva su tutto.

Quando si è giovani non si pensa al pericolo e alle conseguenze dei nostri comportamenti, le precauzioni arrivano con la consapevolezza che ti conferisce l’età e l’esperienza, ma a volte è troppo tardi, non fu così per noi

Andavamo a scuola a Santo Stefano di Camastra con gli autobus. Allora erano pieni di ragazzi e ragazze del Borgo. C’è stato un periodo in cui utilizzammo il servizio di noleggio ru zu C.. Viaggiavamo su una Fiat 750. Il costo era sovvenzionato dal Comune. Agevolazione questa che è stata mantenuta anche nei decenni successivi. Quando uscivamo tardi per tornare a casa facevamo la strada a piedi. Oggi sarebbe assurdo e pericoloso. Scendevamo da porta Palermo verso il campo da calcio ed attraversavamo di corsa il ponte della ferrovia. Lo facevamo con trepidazione. Il timore era di essere sorpresi dal passaggio di un treno. Ai lati dei binari c’erano delle postazioni di sicurezza, si fa per dire, da utilizzare in caso di necessità. Non le adoperammo mai, almeno non ricordo, ma quanta paura quando eravamo sul ponte. Guardavamo con preoccupazione davanti e dietro di noi, ma anche sotto dove scorreva il torrente. Non eravamo degli irresponsabili, capivamo il pericolo, ma non c’erano alternative se volevamo evitare di fare il giro lungo la statale.

Nel Borgo non mancavano mai le dispute e le piccole beghe, ma non c’era cattiveria ed erano il ‘sale’ ed un motivo di ‘pettegolezzo

In via Nazionale, in prossimità ‘ru stazuni, c’era un albero di fichi. Quando maturavano i frutti cominciavano le dispute su chi avesse diritto a coglierli. La controversia finì quando a za P. T. e la sua famiglia ci costruirono la loro casa. Fu subito rimpiazzato con un altro e, ovviamente, le dispute ripresero. Allora su quel lato della strada non c’erano abitazioni, solo ‘u stazuni’. Nel Borgo ce n’erano due, anzi tre se consideriamo anche quello di ‘Maccaruni’. Immaginavamo che in quel posto potesse essere costruito un campo da calcio, lo stadio dei torremuzzari. Erano solo fantasie, e non erano le sole. Sognavamo di fare una squadra di soli borgatari e di vincere le varie divisioni, non ci ponevamo limiti, persino di giungere in Serie A. Eravamo bravi con il pallone, ma queste erano solo illusioni adolescenziali e come tante altre non furono mai realizzate. 

Eppure erano dolci pensieri ...

All’inizio di via San Giuseppe c’era una fontanella. Una foto in bianco e nero, scattata proprio in quel punto della strada, ritrae un soldato (americano?) che aiuta delle giovani borgatare a riempire 'u bummulu' d’acqua. Non ho mai capito chi fossero. Rimarrà una curiosità inappagata e non è la sola. Salendo quella via che allora era in terra battuta si arrivava Nzusu, dove c'è la Chiesa. Qui le case erano di proprietà del principe di Torremuzza e successivamente dei fratelli F.. La parte bassa e quella alta della frazione erano, per noi, due entità distinte e separate.

Torremuzza il paese della ‘puzza, dicevano, ma non era vero, il vento di maestrale spingeva quasi sempre i cattivi odori dovuti alla lavorazione della sansa verso est, il lato opposto al Borgo

La vita della frazione è cambiata completamente dopo la Seconda guerra mondiale. Fino ad allora le attività principali erano state la pesca e, in parte, la campagna e l'artigianato. Le case di piazza Marina venivano adibite anche per salare e mettere sottovuoto nei ‘varaluocchi’ le acciughe pescate dagli zii durante la notte. Non ho ricordi specifici di quest’attività, ma, probabilmente, è continuata fino agli anni Cinquanta.  

Nel nostro immaginario non c’è una Torremuzza senza la 'Raffineria', per noi era un ‘mostro’ parlante, familiare, faceva parte del nostro quotidiano, ha accompagnato la nostra adolescenza

All’inizio del Novecento in prossimità del mare c’era una fornace per la fabbricazione di materiale edile. La struttura per la raffinazione della sansa fu edificata proprio in quel posto. L’idea dei fratelli G. fu dirimente per i borgatari e non solo. Lo ‘Stabilimento’, come lo chiamavamo noi, funzionava bene perché utilizzava i residui dei frantoi d’olio. Attività questa molto prospera nel dopoguerra. L'olio prodotto non era di altissima qualità e gran parte di esso veniva esportato.

La sicurezza economica che quel 'lavoro' assicurò per oltre tre decenni permise la nascita di una comunità coesa e solidale

Di tanto in tanto sentivamo come un boato, sapevamo che dalla ciminiera ru Stabilimento stava uscendo a ‘nuzzulina. Era il residuo della lavorazione della sansa. Si spargeva ovunque per le strade della frazione. Noi correvamo sotto i ponti o a casa per evitare di essere sporcati da questa specie di polvere che cadeva dal cielo. Durava pochi minuti, per noi non era inquinamento, ma un evento fastidioso e divertente nello stesso tempo. Non era così per le nostre mamme che avevano steso i panni ad asciugare al sole.

Le famiglie dei borgatari, in particolare dei dipendenti della Raffineria, utilizzavano quei residui della lavorazione per il riscaldamento invernale. I bracieri a forma di cerchio o di quadrato riscaldavano le case, si fa per dire, ma quello c’era e si poteva avere. Il combustibile era il carbone, residuo della cottura del pane cotto nel forno a legna, o come avveniva più spesso ‘a nuzzulina’ dello 'Stabilimento' che durava di meno, ma riscaldava di più.

Di notte gli operai scaricavano a mare anche i residui d’olio e delle sostanze che utilizzavano per la lavorazione della sansa. Non era raro d’estate vedere in prossimità della riva queste chiazze d’olio. Per fortuna i venti allontanavano l’odore e questi sversamenti ‘illegali’ verso il lato opposto alla spiaggia del Borgo. Nonostante ciò, ci consideravano il Paese della ‘puzza’, ma non era vero.

Non rinunciammo mai a giocare all’aperto e d’estate a fare il bagno.

Continua ...

sabato 6 novembre 2021

‘Due donne sole contro la mafia’

Pierfrancesco Diliberto, detto Pif, e Marco Lillo, venuti a conoscenza delle vicende delle sorelle Pilliu, hanno deciso di raccontare la loro storia in un libro, un capitolo a testa e con l’intento di cambiare il finale

di Giovanni Pulvino

Fonte lafeltrinelli.it

Gli obiettivi degli autori che hanno scritto il libro ‘Io posso - Due donne sole contro la mafia’ sono tre. Raccogliere la cifra necessaria per pagare il 3 per cento chiesto dall’Agenzia delle entrate, far riconoscere lo status di vittime di mafia alle sorelle Pilliu e far ristrutturare il palazzone semidistrutto e concederne l’uso a un’associazione antimafia.

Ecco alcuni brani del libro.

‘Immaginate di tornare un giorno a casa vostra e di trovare un costruttore legato alla mafia lì davanti. Immaginate che vi dica che quella non è casa vostra, ma sua. E che, qualche anno dopo, ve la danneggi gravemente per costruirci accanto un palazzo più grande.

È immaginate di dover aspettare trent’anni prima che un tribunale italiano vi dia ragione.

Immaginate che, dopo tutto questo tempo, vi riconoscano un compenso per i danni, che però nessuno vi pagherà mai dato che il costruttore che vi ha arrecato il danno, nel frattempo, è stato condannato perché legato alla mafia e lo Stato gli ha sequestrato tutto. Inoltre, la società del costruttore si è fatta pure pignorare il palazzo abusivo dalla banca, che a sua volta ha ceduto tutto a una società finanziaria. E ancora, di quella somma, che non riceverete mai, l’Agenzia delle entrate vi chieda il 3 per cento.

Immaginate, infine, che bussando a un comitato che gestisce un fondo per aiutare le vittime di mafia vi sentiate dire: Mi spiace, ma per noi voi non siete vittime di mafia.

Se vi capitasse tutto questo, come vi sentireste? Questo è quello che, più o meno, è successo a Maria Rosa e Savina Pilliu, e alla loro madre. E diciamo ‘più o meno’, perché in trent’anni, in realtà, è successo questo e molto altro.

Siamo a Palermo e l’appartamento dove vivevano le sorelle Pilliu si trova in una palazzina in piazza Leoni, all’ingresso del parco della Favorita. Accanto c’è un’altra palazzina che appartiene anch’essa alla famiglia della mamma delle due sorelle. Pochi metri più indietro, a sovrastare tutti, oggi svetta un moderno palazzo di nove piani tirato su da un imprenditore, poi condannato per concorso esterno in associazione mafiosa, che negli anni Ottanta decide di comprare tutte le palazzine della zona e creare lo spazio che gli serve per poter costruire il suo bell’edificio abusivo.

Ma c’è un problema: le uniche due persone con cui non riesce a trovare un accordo sono proprio Maria Rosa e Savina Pilliu. Le due sorelle non ritengono accettabili le proposte ricevute. E così un bel giorno, stanco di aspettare, il costruttore pensa bene di andare da un notaio, dichiarandosi proprietario di tutta quella zona – comprese le due palazzine di piazza Leoni – e, corrompendo le persone giuste, aprire il cantiere e cominciare a costruire.

Solo dopo trent’anni lo Stato darà ragione alle denunce delle sorelle Pilliu. Nel corso di questo lunghissimo periodo, intorno al palazzo abusivo si aggireranno vari personaggi: mafiosi eccellenti, figli di mafiosi eccellenti, assessori corrotti, killer di mafia latitanti, avvocati illustri diventati poi importanti politici, istituzioni pavide, vittime di lupare bianche, anonimi intimidatori e banchieri generosi’. 

Io posso è una sorta di mantra a Palermo. Non importa cosa dice la regola, perché tanto Io posso. Le regole valgono solo per gli stupidi. Io posso sottintende sempre: E tu no. Ecco, a noi piace molto questa frase. La gridiamo a gran voce ma con un senso opposto. Io posso e tu no perché io sono lo Stato e tu no’.

Fonte: ‘Io posso - Due sorelle sole contro la mafia’

domenica 31 ottobre 2021

Ddl Zan, evitato un grave errore politico e legislativo

Essere più realisti del Re è un errore che la Sinistra continua a compiere ed è questa, forse, la ragione principale per cui non riesce ad essere ‘Maggioranza’ nel nostro Paese e non solo

di Giovanni Pulvino

Foto da rainews.it

Sul Ddl Zan è scattata la ‘tagliola’. L’iter di approvazione del disegno di legge è stato bloccato. Il Ddl potrà essere ripresentato solo tra sei mesi. In tanti stanno gridando allo scandalo. Per molti opinionisti, soprattutto di orientamento progressista, è stata un’occasione perduta. Invece, la bocciatura ha evitato di commettere un grave errore politico e legislativo. Non so quanti tra coloro che in questi giorni esprimono opinioni ‘sdegnate’ abbiamo letto il testo del Ddl Zan.

Era un Disegno di legge di soli dieci articoli, ma di difficile interpretazione e con un linguaggio giuridico astruso e, di fatto, incomprensibile. Limitava la libertà di opinione, era divisivo e per comprenderne il significato era necessario leggere più volte il testo.

Ecco le principali incongruenze da non ripetere nel caso in cui venisse ripresentato un analogo Ddl. Essi riguardavano gli articoli 4 e 7.

L’articolo 4 di fatto limitava la libertà di espressione, in quanto non specificava il campo di applicazione. Mentre l’articolo 7 istituiva la Giornata nazionale contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia. Il fine sarebbe stato quello di ‘promuovere la cultura del rispetto e dell’inclusione nonché di contrastare i pregiudizi, le discriminazioni e le violenze motivati dall’orientamento sessuale e dall’identità di genere, in attuazione dei princìpi di eguaglianza e di pari dignità sociale sanciti dalla Costituzione’. Su questo punto siamo tutti d’accordo. La controversia è invece su quanto affermava il comma 3 dello stesso articolo. La norma sostanzialmente imponeva alle scuole di ogni ordine e grado di celebrare laGiornata nazionale contro l’Omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia’.

Gli insegnanti avrebbero dovuto spiegare ad un bambino di dieci anni cos’è la ‘bifobia o transfobia’. La ‘politica’ ancora una volta ha tentato di scaricare sull'istruzione pubblica e privata un problema che non riesce ad affrontare e risolvere.

Il 10 dicembre di ogni anno si svolge la Giornata mondiale dei Diritti Umani. Allora, perché introdurne una specifica per le identità di genere? Il Ddl intendeva ‘porre’ al centro della vita culturale del Paese il tema della identità LGBT anche se questo rischiava di essere divisivo e di limitare le libertà di espressione. Nessuno vuole mettere in discussione i diritti individuali sugli orientamenti sessuali e sulla tutela della persona ogni qualvolta questa venga messa in pericolo. E non è vero che in questo disegno di legge c’era un aumento tangibile delle ‘misure di prevenzione e contrasto’.

Il ddl Zan era un'altra cosa. Non è accettabile dover sottostare ai dogmi di una ideologia, qualunque essa sia, ma non è altrettanto accettabile subirne altri con il solo scopo di salvaguardare l’interesse specifico di una parte o di una minoranza. Essere più realisti del Re è un errore che la Sinistra continua a compiere ed è questa, forse, la ragione principale per cui non riesce ad essere ‘Maggioranza politica’ nel nostro Paese e non solo.

Fonte senato.it

sabato 23 ottobre 2021

In Italia anche chi lavora è povero

Negli ultimi trent’anni i salari sono aumentati in tutti i paesi europei, ma non in Italia, a certificarlo sono i dati dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico

di Giovanni Pulvino

L'incremento dei salari medi in Europa negli ultimi trent'anni
Foto da openpolis.it

Secondo l’Organizzazione internazionale del lavoro la pandemia ha causato una riduzione della ‘massa salariale’ del 6,5%. Il taglio delle ore lavorative è stato compensato in parte con le misure di salvaguardia prese a livello nazionale dai singoli governi.

Nel nostro Paese il calo dei salari non é stato determinato solo al Coronavirus.

Nel 2020 le retribuzioni medie più alte sono state rilevate nei paesi dell’Europa nord-occidentale, mentre quelle più basse in quelli dell’Europa centrale e meridionale. Secondo i dati Ocse in Estonia, Lettonia e Lituania (+276,3%) i salari sono triplicati. In Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia sono raddoppiati. Aumenti modesti, invece, sono stati rilevati in Spagna, Portogallo e Grecia.

Nello stesso periodo in Francia ed in Germania i salari medi sono cresciuti di oltre il 30%, negli Stati Uniti quasi del 50%. In Italia invece, rispetto al 1990, sono diminuiti del 2,9%. Allora eravamo al settimo posto nella classifica per livello di salari, oggi il nostro Paese è tredicesimo.

Eppure, il Pil medio italiano delle persone occupate negli ultimi trent’anni è cresciuto. È passato da 83 mila a circa 85 mila dollari. Allora perché i salari medi sono diminuiti?

Le spiegazioni sono diverse. Le delocalizzazioni iniziate alla fine del secolo scorso hanno diminuito le opportunità occupazionali. Un incremento dell’offerta di lavoro rispetto alla domanda determina un calo dei salari, almeno per quelli più bassi. La necessità di contenere i deficit del bilancio statale ha ridotto gli investimenti pubblici, questo ha causato una riduzione delle opportunità di lavoro qualificate e ben retribuite. Le riforme del sistema pensionistico e quelle del mercato del lavoro hanno fatto il resto. In particolare, quelle introdotte all’inizio del secolo hanno aumentato i tipi di contratto di lavoro a termine dove le retribuzioni sono più basse e le tutele spesso inesistenti.

La ricchezza prodotta negli ultimi tre decenni è stata distribuita in modo diseguale, almeno in Italia. Nel nostro Paese anche chi lavora è povero. L'incremento dei profitti delle imprese non ha determinato un aumento dell'occupazione, ma solo precarietà e disuguaglianze.

È una visione miope, ma questo è.

E non è un caso che la tendenza sia cominciata all’inizio degli anni Novanta, da quando, cioè, la 'Sinistra' non fa più la ‘Sinistra’ e quando questo succede a pagare sono sempre i lavoratori e gli ultimi.

Fonte Ocse

giovedì 14 ottobre 2021

Le disuguaglianze non sono casuali

'Siete proprio come vi vogliono i padroni: servi, chiusi e sottomessi. Se il padrone conosce 1000 parole e tu ne conosci solo 100 sei destinato ad essere sempre servo', don Lorenzo Milani

di Giovanni Pulvino

Nelson Mandela - (foto da facebook.com)

I livelli di istruzione e partecipazione nel nostro Paese sono tra i più bassi in Europa. A certificarlo è l’Istat. I laureati in Italia sono il 20,1% della popolazione, mentre nel Vecchio continente sono il 32,8%. Ampie sono anche le differenze sul territorio nazionale. Nel Mezzogiorno sono il 16,2%, al Nord sono il 21,3% ed al Centro il 24,2%.

L’Istituto di statistica registra un’analoga distanza con la quota di popolazione che ha almeno un diploma. Nell’Unione europea a 27 sono il 79,0%, nel nostro Paese il 62,9%. Le disparità sono evidenti anche tra il Nord ed il Sud Italia. Nel Meridione solo il 38,5% di adulti ha il diploma di scuola superiore, mentre nel Nord e nel Centro sono circa il 45%. Nel 2020 i giovani che hanno abbandonato gli studi sono stati il 13,1%. Il maggior numero, cioè il 16,3%, è stato registrato nel Mezzogiorno, l’11,0% al Nord e 11,5% al Centro.

L’abbandono scolastico, sottolinea l’Istituto di ricerca, è maggiore tra gli studenti i cui genitori hanno conseguito solo la licenza media o che esercitano una professione non qualificata oppure non hanno un’occupazione stabile.

Il report dell’Istat è una ulteriore conferma dell’esistenza delle ingiustizie e delle disuguaglianze sia a livello continentale che sul territorio nazionale. I giovani meridionali come i loro padri non hanno le stesse opportunità formative e professionali dei loro coetanei del centro e del nord del Paese.

Il livello di istruzione ha anche implicazioni politiche e sociali. Per i populisti ed i sovranisti tanto più basso è il livello culturale dei cittadini tanto più facile sarà per loro ottenerne il consenso. La crescita culturale è indispensabile per il progresso civile di una comunità, ma questa non potrà esserci se non sarà accompagnata da una riduzione delle ingiustizie e delle disuguaglianze economiche e sociali.

Fonte istat.it

venerdì 8 ottobre 2021

Gli zii e le zie di Torremuzza (parte quarta)

Per una questione di privacy i nomi ed i soprannomi sono indicati con le iniziali. Chi li ha conosciuti o li conosce certamente capirà di chi si tratta

di Giovanni Pulvino


Nzusu - (foto di Giovanni Pulvino)

Sembrerà strano, ma pur essendo un Borgo marinaro c’era chi viveva in e di ‘campagna

U zu C. era uno dei pochi torremuzzari che sapesse fare il ‘malocchio’. Gli bastava poggiare sopra la testa dell’infermo, si fa per dire, un piatto riempito di acqua macchiata con qualche goccia di olio e ripetere sottovoce qualche preghiera. Il rimedio era ‘miracoloso’, faceva passare il mal di testa o almeno così ci si illudeva che fosse. Lui, insieme a za N. di Nzusu, vivevano in ‘campagna’ che per noi era la parte alta della frazione. I loro figli, nostri coetanei, non li vedevamo quasi mai, anche quando si facevano iniziative collettive come quella del gruppo folcloristico. Una volta un nostro amico, sempre quello che mi faceva vincere le partite anche se giocavo da solo, si recò nella loro abitazione, non ricordo il perché, ma non importa. Fu morso dal cane che avevano addestrato per fare la guardia e che per questo era legato, ma non bastò per evitare l’aggressione. Non ci andò mai più.

Per una questione di sicurezza ne avevano sempre uno davanti casa. Per un certo periodo adottarono un pastore tedesco, stava davanti all’uscio, quando ti vedeva arrivare ti ‘osservava’ con diffidenza, non so quante volte ho rischiato di essere azzannato, ma per loro era innocuo.

'Noblesse oblige', ma non per noi, la loro indifferenza era anche la nostra

I fratelli F. erano i proprietari della Torre. Acquistarono la struttura insieme al latifondo dagli eredi del principe di Torremuzza diventato dopo l’unità d’Italia senatore del Regno. Erano i latifondisti del Borgo. Ogni tanto li vedevamo passare, ma non davano confidenza a nessuno o quasi. Si comportavano da ‘nobili’, almeno questa era la nostra impressione. Nonostante ciò, un nostro coetaneo si invaghi della figlia di uno di questi proprietari. Una volta eravamo in spiaggia e notai che non distoglieva mai lo sguardo in direzione della Torre. Non credo che successe mai ‘nulla’, la distanza tra i borgatari e i presunti ‘nobili’ era tanta. Fu un amore platonico, uno dei tanti.

Allora quel che c’era bastava

A za R. e suo marito non li vedevamo quasi mai. Vivevano anche loro di e in ‘campagna. Una volta entrai nella loro casa, non so perché lo feci, era una dimora modesta, un unico ambiente, ma pulito ed accogliente come una reggia. La dignità e la serietà delle persone si misurano da queste piccole cose, il denaro conta, facilita la nostra breve esistenza, ma non è tutto.

La musica ed i balli sono una fonte infinita di ricordi, uno di questi è il Fox, ma non sono sicuro che sia questo il nome giusto

C’è stato un periodo in cui organizzavamo le serate del cenone nella sede dell’Associazione culturale di Torremuzza. In una di queste decidemmo di comprare dei piccoli regali per i membri più anziani. Spendemmo poche Lire, ma quel pensierino Li colse di sorpresa. Tra loro c’era u zu V.. Stava seduto a capotavola e, come tutti gli altri, stava trascorrendo un fine anno tra i più belli della sua vita. Raramente lo vedevi per le strade del Borgo, ma quando si organizzava un’attività di gruppo era sempre presente. Era bravo a ballare il Fox. Ovviamente ci insegnò le figure più significative. Quel ballo, poi, lo ripetemmo tante volte. Ed era uno di quelli messi in scena con il gruppo folcloristico. Imparavamo dalle persone più grandi.

La cultura di un popolo si trasmette così, oggi è solo memoria a perdere, come tutto

Nel 1970 non avevamo ancora la televisione, ma questo non ci impedì di vedere la semifinale dei mondiali del Messico. Eravamo in casa ru zu C. che allora abitava nel cortile Marina. La partita Italia - Germania federale fu trasmessa di sera tardi e, ad un certo punto, ci addormentammo. Rimangono solo alcune immagini scolorite,  ma sono lì e non vanno via, non per me almeno. Il gol del pareggio ad oltre due minuti dal termine dei tempi regolamentari del milanista Schnellinger con Gianni Rivera che abbraccia il palo in segno di disperazione e nel secondo tempo supplementare la rete decisiva del 4 a 3 che sembra un calcio di rigore in movimento realizzato dallo stesso campione del Milan sono impresse nella mia memoria. Quante emozioni quella sera e ogni volta che vediamo le repliche della partita considerata da molti come la più bella di tutti i tempi.  

Tutto era in bianco e nero, nulla era dovuto, era poco ma tutto era più vero

Le prime trasmissioni televisive i torremuzzari le hanno viste in un locale che probabilmente era di un’associazione, ‘a pignone’, ma non sono sicuro che sia questo il nome giusto (quello corretto è Pia Unione). È un ricordo scolorito, molto. Una volta ci andammo con mio padre, ma non riesco a rammentare quale trasmissione vedemmo. 

Durò poco. Presto in tutte le case trovò posto un televisore, eravamo in pieno boom economico e la vita degli italiani, anche dei meridionali, cambiò. Non era più il tempo della ‘parsimonia’ contadina e marinara, ma era iniziato quello del consumismo, del superfluo e dello spreco.

In quel luogo aprì poco tempo dopo l’ufficio postale, uno dei due locali pubblici che i borgatari frequentavano, l’altro era ‘u tabacchinu. Quest’ultimo fungeva anche da generi alimentari e da bar. A za R. e u zu V. lo gestivano anche a credito. Allora occorreva aspettare la paga mensile o settimanale anche per fare la spesa o per pagare il debito accumulato. D'estate lì compravamo il gelato. Una 'scaletta' (cremino) costava poche 'lire', aveva un sapore indefinibile, forse perché i nostri genitori non ci viziavano, era come il pranzo della domenica. Era un'abitudine settimanale, l'attesa accresceva il desiderio e il piacere di gustare lentamente il sapore della crema al latte ricoperta da un sottile strato di cioccolata. O semplicemente era un ghiacciolo, potevi scegliere il gusto che volevi, stando attento a godertelo prima che si sciogliesse. Oppure era un 'fortunello', metà biscotto e metà gelato. Il cornetto dell'Algida o il croccante dell'Eldorado vennero dopo, ma in un certo senso erano i gelati dei ricchi, perché costavano di più, ma a noi non importava, preferivamo sempre la 'scaletta', quella della nostra infanzia, degli anni perduti e del tempo andato, dei ricordi a perdere, come tutto.

Al posto della piazzetta che c'è davanti al tabacchino c’era una specie di viottolo in terra battuta. Prima di sbucare 'na Vanedra', girava ad angolo e c’era sempre il rischio di scivolare. Mi capitò di cadere, la suola degli zoccoli era di gomma dura e scivolare era quasi inevitabile, ma non mi feci nulla. Una volta su quello spiazzo assistetti ad una disputa ‘politica’ tra S. e G., durò poco ma fu molto accesa, allora si viveva di ideali e le opinioni erano inconciliabili. 

Chissà perché questo ricordo torna sempre ed altri invece no. La nostra mente è incomprensibile, non possiamo farci nulla, solo subire 

Una volta per comprare le sigarette lì, al tabacchino, si fermò un cantante famoso, fu semplice riconoscerlo, era Nicola di Bari. La voce si sparse subito. Per i pochi borgatari che accorsero nello spiazzo davanti all’entrata del tabacchino fu un momento di euforia e novità. 

Quante volte abbiamo cantato le sue canzoni e non solo, in quegli anni bastava una chitarra per fare gruppo. Quando andavo a Messina per gli esami universitari mi ritagliavo un momento per comprare uno spartito o le corde di ricambio. Lo percepivo come un impegno anche se nessuno mi obbligava. Per mesi ho strimpellato le tonalità del Re e del Sol fino a farmi venire i calli sui polpastrelli delle dita. Eravamo autodidatti, imparavamo in fretta. Lo facevamo per il desiderio di conoscenza e per acquisire competenze nuove. Nello stesso tempo ci serviva per socializzare. Per noi era una necessità ineludibile ed ineliminabile. Spesso suonavo da solo, ma ogni occasione era buona per condividere qualche canzone. In riva al mare, sulle panchine della piazzetta o quelle di via nazionale e in tutte le occasioni in cui c’era convivialità e voglia di cantare, bastava una chitarra e …  

'Questa di Marinella è la storia vera, che scivolò sul fiume a primavera, ma il vento che la vide così bella, dal fiume la portò sopra una stella' ...

Continua …


lunedì 4 ottobre 2021

La diaspora leghista non ci sarà

Non ci sarà nessuna diaspora leghista, non hanno principi da difendere, ma solo interessi economici da tutelare e proteggere

di Giovanni Pulvino

Luca Zaia, Matteo Salvini e Fìgiabìncarlo Giorgetti
(foto da affaritaliani.it)

Quando Matteo Salvini divenne il segretario della Lega il partito di Umberto Bossi era un movimento secessionista ed antimeridionale. Con il nuovo segretario è cambiato tutto o quasi.

Non più Roma ladrona, ma prima gli italiani. Non più Padania, ma nazionalismo e sovranismo. La giravolta è stata a 360 gradi, ma per tanti leghisti era ed è solo un mezzo, non il fine. Il loro cuore batte ancora per 'Albert de Giussan'.

A volte sembra che ci siano due partiti che convivono all’interno dello stesso movimento. Il voto sul Green pass è stato dirimente. Molti deputati e senatori del Carroccio hanno votato contro il Governo di cui fanno parte o non hanno partecipato alla seduta.

Come spesso succede nel nostro Paese quando si devono prendere decisioni importanti emergono i distinguo e le divisioni. I passaggi di casacca ed il trasformismo sono comportamenti praticati in tutti gli schieramenti politici. 

Lega e Fratelli d’Italia promettono di governare insieme, ma, intanto, i primi sono al governo, mentre i secondi stanno all’opposizione e sono pronti a criticare qualunque iniziativa dell’esecutivo di Mario Draghi

Dicono una cosa e poi fanno l’opposto. Nella propaganda politica sono per la famiglia ‘tradizionale’, ma poi sono i primi a trasgredire questo principio. Sono contrari al Ddl Zan e alla legalizzazione delle droghe leggere, ma poi si scopre che ci sono esponenti di primo piano che organizzano serate o incontri dove ogni eccesso è ammesso e praticato.

Sono governisti quando c’è da spendere, ma nello stesso tempo rimangono sovranisti e populisti. Fanno finta di dividersi, ma poi si ricompattano.

Non ci sono due anime leghiste e non c’è un partito di Giancarlo Giorgetti, di Luca Zaia, di Matteo Salvini o di chi chiunque altro. Non ci sarà nessuna diaspora leghista, non hanno principi da difendere, ma solo interessi economici da tutelare e proteggere.

sabato 2 ottobre 2021

In Prefettura ‘mi chiamavano San Lucano’

L’opera umana più bella è di essere utile al prossimo’. Sofocle (497 a.C. – 406 a.C.)

di Giovanni Pulvino

Foto da Twitter, @Lucrezi97533276

Quando parlano di associazione a delinquere dovevano mettere insieme a me anche il ministero degli Interni e la Prefettura di Reggio Calabria perché allora mi chiamavano <San Lucano> in Prefettura perché gli risolvevo i problemi degli sbarchi. Perché a Riace c'era un'organizzazione dell'accoglienza, c'erano le associazioni, le coop e alla fine lo Stato mi ripaga dicendo che ho fatto l'associazione. Allora se ho fatto l'associazione anche loro sono partecipi perché mi chiedevano numeri altissimi per un piccolo borgo ai quali dicevo sì per la mia missione. E lo Stato come mi ripaga? Dandomi 13 anni e 2 mesi’. A dirlo a lastampa.it è Domenico Lucano.

Il 24 marzo scorso Luca Traini che girava armato con l’intenzione di uccidere i migranti che avrebbe incontrato per strada è stato condannato per strage a 12 anni di reclusione. Per la giustizia italiana è più grave accogliere chi ha bisogno commettendo qualche illecito amministrativo, sempreché ci sia stato veramente, che il tentativo ripetuto di omicidio per odio razziale. Qualunque sia la motivazione della sentenza una cosa è certa: la Giustizia in Italia non funziona.

Mimmo Lucano è colpevole di aver usato illecitamente gli asini per la raccolta differenziata? Per aver favorito il matrimonio delle giovani donne immigrate con i vecchi del paesino calabro al solo scopo di evitarne l’espulsione? Tutti gli atti dell'ex sindaco di Riace erano diretti a salvare vite umane e a ridare dignità alla piccola comunità in continuo spopolamento. Dov’è il reato?

Un esempio di accoglienza per l’Europa, si diceva e si ripeteva. Invece per il Tribunale di Locri quello che è avvenuto nel piccolo paesino della provincia di Reggio Calabria è un crimine. Adoperarsi per salvare e dare dignità a chi fugge dal proprio paese con la speranza di una vita migliore è un illecito penale oltreché amministrativo.

'Trattare' con la Mafia non è illegale, mentre salvare vite è associazione a delinquere, ma che paese è il nostro? I successivi gradi di giudizio probabilmente cambieranno tutto, non sarebbe la prima volta che accade, ma intanto resta questa incredibile sentenza.

Non sappiamo se Mimmo Lucano ha commesso degli illeciti amministrativi e penali, di certo se lo ha fatto non è stato per arricchirsi o per un tornaconto personale. La sua unica ‘colpa’ è stata quella di essere stato utile al prossimo, nient’altro. 

Resta il fatto che la solidarietà degli amministratori e degli abitanti di questa piccola comunità meridionale è stata ritenuta un reato. Se è così, e siamo certi che è così, allora siamo in tanti ad aver commesso questo crimine. E siamo pronti a commetterlo ancora e poi ancora ed ancora, perché, lo sappiano tutti i procuratori ed i magistrati di questo Paese, non potremo cambiare mai la nostra predisposizione naturale alla solidarietà e all’amore per il prossimo. 

#iostoconmimmolucano.

Fonte lastampa.it