Quando
passerete da questa piazza e leggerete piazza 'A. Pulvino’, ricordatevi
che tutto quello che ha fatto, lo ha fatto per noi
di Giovanni Pulvino
| Torremuzza, 18 luglio 2026 |
67 anni fa venivano al mondo due bambini, due gemelli. La sorpresa e la gioia per parenti, amici e torremuzzari fu grande. Eravamo appena nati e già eravamo destinati ad esse i gemelli del Borgo, o come diceva un mio coetaneo ‘i gemielli’ di Torremuzza. Quel giorno mia madre rischio la vita, non ne poté gioire subito, ma quanto fu orgogliosa di noi.
Piazza Marina è stata il luogo della nostra infanzia. Allora era ancora in terra
battuta ed il nostro gioco preferito era rincorrere un pallone di plastica, il super
Santos. Una volta facemmo una partita anche se eravamo solo in tre. Vinsi io
anche se ero da solo contro mio fratello ed un nostro coetaneo, Santo, quello
che ci chiamava gemielli. Non ero io che ero più bravo ma semplicemente
approfittavo della scarsa dimestichezza con il pallone del suo compagno. Tutte
le volte che gli passava la palla per generosità, ne approfittavo per togliergliela
e andare a segnare.
Spesso
giocavamo sotto i ponti della ferrovia. Facevamo una specie di calcio/tennis
senza rete. Non so chi vinceva, non era importante.
D’estate
a Torremuzza venivano a trascorrere una giornata al mare i ragazzi della colonia
di Reitano. Sapevamo già che avremmo fatto una partita a calcetto. Una
sfida calcistica tra torremuzzari e ritanisi. Quella volta
giocammo nel cortile Marina che era stato pavimentato da poco, sembrava un
campo di calcetto con il pubblico nelle gradinate. Vincemmo con facilità.
Quando io o mio fratello avevamo la palla il passaggio era scontato, sapevamo
dov’eravamo e dove passare il pallone. In un certo senso avevamo ‘imbrogliato’,
perché avevamo un vantaggio che gli altri non potevano avere, ci trovavamo
senza bisogno di guardare o parlare.
Se fosse ancora tra noi in questo momento sarebbe in riva al mare a leggere un libro, a prendere il sole, a fare un tuffo.
Una volta mi disse ma come si fa a non amare l’estate e il mare. Era la sua confort zone, il luogo dove si rilassava, staccava dai suoi pensieri, dai suoi numerosi impegni. Quando mi chiedete perché non vai a fare un tuffo anziché stare sempre a casa, ora sapete il perché.
Ogni giorno dobbiamo fare una scelta, dobbiamo decidere da che parte stare. È una decisone
il più delle volte inconsapevole, ma la facciamo sempre. L’opzione è: dobbiamo
agire esclusivamente nel nostro interesse personale o dobbiamo farlo tenendo
conto di chi ci sta di fronte? Dobbiamo pensare solo a noi stessi o anche agli
altri? Dobbiamo essere egoisti o altruisti? La nostra scelta era scontata.
Figli di un operaio che faceva tre lavori per mantenere la famiglia e di una
casalinga che doveva accudire sei figli, non potevamo che essere per la
solidarietà. Lottare contro le ingiustizie e le diseguaglianze era nel nostro
carattere. Utilizzare le nostre capacità e le nostre competenze per il bene
comune era inevitabile, ha segnato tutta la nostra esistenza.
E per me, solo per me, è così ancora oggi.
Da
giovanissimo è stato consigliere comunale del PCI per volontà di Rocco Adamo che rinunciò al seggio conquistato nelle elezioni per cederlo a mio
fratello. Non lo dimenticò mai, anni dopo volle sua figlia come presidente del
Consiglio comunale, carica che Lui aveva ricoperto prima di essere nominato vicesindaco.
Rinunciò sempre all’indennità di carica. Per mio fratello la politica era servizio. Motta ha perso una grande opportunità quando non lo sostenne a
sufficienza nelle elezioni per la carica a Sindaco. Quella fu l’unica volta che
non fui completamente al suo fianco, forse non volevo che diventasse Primo
cittadino, aveva già dato tanto alla comunità, era tempo che pensasse un po' di
più a sé stesso.
Era una persona
di ‘compagnia’. Non era solo intelligente, generoso e con una ampia
cultura, era anche solare. Bastava una chitarra ed uno spartito per far cantare
tutti, ma proprio tutti. Quando si trattava di accordare la chitarra, si
rifiutava, non perché non ne fosse capace, semplicemente si annoiava a fare le
piccole cose, quelle più pratiche, era troppo intelligente, allora ci dovevo
pensare io. Lo stesso succedeva se c’era della musica ballabile, intendo i
lisci. Animava la serata e ballava con tutte. Aveva uno spirito ironico e delicato, era un ladro di sorrisi. L’ho invidiavo per questa sua
leggerezza, per il suo carattere estroverso. Ed oggi si sente molto la sua
mancanza anche per questo.
Avevamo
le stesse idee, attitudini e desideri, e, per evitare di confrontarci, prendevamo
sempre strade o assumevamo ruoli diversi. In questo modo ci completavamo a vicenda, ora non è più così.
Sapevamo tutto l’uno dell’altro anche se non parlavamo mai,
non era necessario, ci capivamo senza dire una parola, tra i gemelli è così, di
certo era così tra di noi. C’era una sorta di pudore a raccontarci le cose più
personali, ma sapevamo tutto l’uno dell’altro. Ed ora tutta la sua vita è nella
mia testa e lì resterà fino a quando avrò capacità intellettiva per ricordarla.
Quando
passerete da questa piazza e leggerete piazza 'A. Pulvino’, ricordatevi
che tutto quello che ha fatto, lo ha fatto per noi.
Siatene orgogliosi perché dietro quel nome ci siamo tutti noi che
gli abbiamo voluto bene e sono certo che questo sarebbe stato anche il
suo pensiero.



