domenica 23 settembre 2018

Le differenze arricchiscono le menti, i cuori ed anche le tasche, ma è necessaria la conoscenza

‘Gli africani vengono in Italia a fare lavori che gli italiani non vogliono più fare e a difendere diritti che gli italiani non vogliono più difendere’, Roberto Saviano

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Siria, migranti in fuga - Foto da today.it
Le norme che  regolano il fenomeno migratorio fanno riferimento soprattutto alla legge Bossi/Fini. Il provvedimento voluto dal governo di Silvio Berlusconi nel 2002, poi modificato nel 2007 e nel 2009 (decreto Sicurezza che ha introdotto il reato di clandestinità), parte dal presupposto che esistono dei confini e che pertanto chi li oltrepassa senza permesso e senza essere un richiedente asilo compie un reato. Secondo una recente sentenza della Cassazione l’illecito di ‘ingresso e soggiorno illegale nel territorio dello Stato’ non conosce attenuanti che valgano la sua assoluzione, vale a dire che non è possibile invocare la tenuità del fatto per evitare la condanna.
Le limitazioni alla libera circolazione degli individui sono un’invenzione degli Stati moderni, ma non è stato sempre così. Il mondo si è popolato proprio perché non c’erano barriere. L’uomo è per sua natura un nomade. Si sposta cioè là dove ritiene di poter vivere in modo dignitoso ed a volte è una questione di sopravvivenza. Noi italiani, soprattutto noi meridionali, ne siamo un esempio. Il limite agli spostamenti nasce quando si rende necessaria la tutela di un interesse economico particolare. Se non esistessero i poveri, le guerre, le calamità naturali ed il benessere fosse diffuso in tutto il pianeta non ci sarebbero gli immigrati economici ed i profughi. Invece esistono e le risposte al fenomeno possono essere diverse: o li accettiamo o li lasciamo affogare nel Mediterraneo o morire nelle carceri libiche o di fame nei loro paesi d’origine. Tutti hanno il diritto a vivere una vita dignitosa, anche chi ha la sfortuna di nascere in un ambiente povero e violento. 
I fenomeni del razzismo e dell'intolleranza che stanno crescendo nella società italiana e non solo sono il risultato di un limite culturale che ha radici antiche e che si fa fatica ad estirpare. Quando vediamo una faccia nuova in noi scatta un istinto di conservazione, se poi entriamo in contatto con un individuo che ha un colore della pelle diverso dal nostro rischiamo di andare nel panico. Facciamo fatica ad accettare la diversità ed a volte la temiamo. Tendiamo a chiuderci nel nostro guscio. Non ci rendiamo conto che le differenze arricchiscono le menti, i cuori ed anche le tasche, ma è necessaria la conoscenza. Non è un caso che le comunità più prospere ed evolute siano proprio quelle multietniche.
Il benessere e la civiltà di un popolo crescono e si affermano insieme, sono due fenomeni in simbiosi, l’uno non può esistere senza l’altro, ma per tanti italiani non è così.

martedì 18 settembre 2018

Questione meridionale e lavoro precario

I dati sull’andamento del mercato del lavoro nel secondo trimestre 2018 pubblicati dall’Istat confermano, oltre all’incremento del lavoro precario, il crescente divario economico e sociale tra il Nord ed il Sud del Paese 

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Foto da lavocedelquartiere.it
Il lavoro è sempre più precario e flessibile, a sostenerlo è l’Istat. ‘La consistente crescita dell'ultimo periodo – si legge nel comunicato dell’Istituto di statistica - ha comportato oltre 700 mila occupati  a termine in più rispetto al pre-crisi (+30,9%). A questa crescita fa da contraltare la perdita di circa 600 mila indipendenti (-10,2%) nonostante l'aumento nell'ultimo trimestre’. Cresce il lavoro part time. ‘In dieci anni gli occupati part time sono aumentati di quasi un milione, a fronte di una diminuzione di poco inferiore di quelli a tempo pieno.
L’occupazione torna ai livelli del 2008, ma solo al Nord. ‘Nel secondo trimestre 2018 si contano 205 mila occupati in più rispetto al secondo trimestre 2008. Si è raggiunto e superato il numero degli occupati del secondo trimestre 2008 e il tasso di occupazione 15-64 anni non destagionalizzato è tornato allo stesso livello (59,1% in entrambi i periodi). Nel Centro-nord la ripresa è iniziata prima e ha portato al recupero delle perdite occupazionali dovute alla crisi già nel secondo trimestre 2016 mentre nel Mezzogiorno, dove il calo degli occupati ha riguardato complessivamente 700 mila unità fino al 2014, il saldo rispetto al pre-crisi è ancora ampiamente negativo (-258 mila, -3,9%; il relativo tasso -1,6 punti)’
Quello descritto dall’Istat è un Paese che si muove a due velocità. Da un lato c’è il Nord che torna a crescere e dall’altro il Sud che invece arranca e si avvia verso la desertificazione economica e sociale. Lo evidenziano anche altri indicatori come le differenze reddituali (nel Settentrione il reddito medio pro-capite è stato nel 2016 di 32.889 euro, al Sud di 17.984 euro) e quelle sul tasso di occupazione (il divario nel 2007 era del 20,1%, nel 2016 è salito a 22,5%). Ed ancora: i flussi migratori (negli ultimi 16 anni 1 milione e 883 mila residenti hanno lasciato il Mezzogiorno) e la perdita di residenti (tra il 2012 ed il 2016 il saldo netto nelle regioni meridionali è stato negativo per 783 mila unità, di cui 220 mila laureati). 
Il divario tra il Nord ed il Sud continua a crescere e la Questione meridionale non solo è rimasta irrisolta, ma è il problema fondamentale del nostro Paese. La politica degli incentivi all’occupazione, adottata negli ultimi tre decenni, non ha ridotto le differenze economiche e sociali. Nelle regioni del Sud è indispensabile ed urgente una seria politica d’investimenti pubblici. Una specie di Piano Marshall 2.0 che preveda lo spostamento di risorse pubbliche dal Nord al Sud del Paese. Ma, anche se la Questione è nazionale, è forte il dubbio che ad occuparsi dello sviluppo del Meridione possa essere un leghista doc come Matteo Salvini.

Fonte: istat.it


venerdì 14 settembre 2018

Don Pino si voltò, sorrise ai suoi assassini e disse: ‘Me l’aspettavo’

‘Don Puglisi è stato un sacerdote esemplare, dedito specialmente alla pastorale giovanile. Educando i ragazzi secondo il Vangelo vissuto li sottraeva alla malavita e così questa ha cercato di sconfiggerlo uccidendolo. In realtà però è lui che ha vinto con Cristo risorto’, Papa Francesco 

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni) 

Don Pino Puglisi - (foto da wikipedia.org)
Il 15 settembre del 1993, giorno del suo 56° compleanno, don Pino Puglisi intorno alle 22,45 era appena sceso dalla sua Fiat Uno bianca e si stava avvicinando al portone di casa quando qualcuno lo chiamò, lui si voltò, sorrise ai suoi assassini e disse: ‘Me l’aspettavo, subito dopo Salvatore Grigoli, killer della mafia, gli sparò un colpo alla nuca. 
Un uomo di fede se ne andato così, senza nessun timore verso chi, accecato dall’odio, ha sparato senza esitazione. Don Pino era un uomo mite ed è morto per la sua testardaggine nel credere che un’altra Sicilia è possibile e che l’amore e la giustizia prima o poi trionferanno. Un ‘Santo’ che forse i siciliani non meritano di avere.
Mandanti dell’omicidio furono i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano, condannati all’ergastolo insieme agli altri componenti del commando, cioè Gaspare Spatuzza, Nino Mangano, Cosimo Lo Nigro e Luigi Giacalone. Il 26 agosto del 2015 Don Pino è stato insignito della medaglia d’oro al valor civile alla memoria con la seguente motivazione: Per l'impegno di educatore delle coscienze, in particolare delle giovani generazioni, nell'affermare la profonda coerenza tra i valori evangelici e quelli civili di legalità e giustizia, in un percorso di testimonianza per la dignità e la promozione dell'uomo. Sacrificava la propria vita senza piegarsi alle pressioni della criminalità organizzata. Mirabile esempio di straordinaria dedizione al servizio della Chiesa e della società civile, spinta fino all'estremo sacrificio. 15 settembre 1993 – Palermo’.




venerdì 7 settembre 2018

L’otto settembre 1943 ebbe inizio la lotta per la Liberazione dall’occupazione nazifascista

‘Volevo combattere il fascismo. Soprattutto dopo la morte di mio padre, non sapevo che farmene delle parole e basta. Ma quasi tutti i vecchi liberali erano emigrati all'estero, e quelli rimasti in Italia non volevano affrontare l'attività illegale. I comunisti erano i soli a combattere’, Giorgio Amendola

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)


‘Il Governo italiano, riconosciuta l’impossibilità a continuare l’impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze armate anglo-americane. La richiesta è stata accolta. Conseguentemente, ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza’. Con questo messaggio radiofonico diffuso l’otto settembre del 1943 il generale Badoglio comunica l’armistizio dell’Italia con le forze anglo-americane.
Quel giorno ebbe inizio il Secondo Risorgimento italiano. I movimenti politici democratici che si opponevano al nazifascismo diedero avvio alla lotta di Liberazione. Comunisti, azionisti, monarchici, socialisti, cattolici, liberali, repubblicani e anarchici si organizzarono nel CLN, il Comitato di Liberazione Nazionale.
Fu guerra patriottica, ma anche insurrezione popolare spontanea, guerra civile tra fascisti e antifascisti, guerra di classe e soprattutto lotta per la liberazione del suolo italiano dall’occupazione nazifascista. In 100 mila, tra partigiani e civili, persero la vita. Dal loro sacrificio è nata la Repubblica italiana fondata sui principi di libertà, giustizia, uguaglianza e solidarietà.
Ma gli ideali della Resistenza, sanciti solennemente nella nostra Costituzione, non sono dati per sempre ed è nostro compito ribadirli e riaffermarli ogni giorno, senza se e senza ma, così come fecero quegli eroi 75 anni fa.