mercoledì 20 gennaio 2021

Conte 'uno e trino', ma stavolta sarà dura restare in sella

Giuseppe Conte diventato presidente del Consiglio per l’inadeguatezza dei leader politici del M5s ad assumere quell’incarico sta dimostrando una capacità di resistenza senza precedenti

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Giuseppe Conte

Quando nel giugno 2018 nacque l’esecutivo ‘pentaleghista’ ad essere chiamato alla guida del Governo è stato Giuseppe Conte. Il suo nome è stato fatto al Capo dello Stato dall’allora leader del M5s, Luigi Di Maio. Avvocato e professore universitario ha dichiarato di essere stato sempre un elettore del Centrosinistra. Non è stato eletto in Parlamento e non è stato mai candidato a nessuna carica elettiva per le amministrative. Non è iscritto e non è un esponente di partito. Dal punto di vista politico era fino ad allora uno sconosciuto.

Un democristiano di sinistra, lo ha definito qualcuno. Capace di mediare e di sapersi adeguare ad ogni situazione. La sua presidenza alla guida del Governo giallo-verde si è dimostrata da subito coriacea, anche se in certi passaggi è apparso subalterno al ministro degli Interni, Matteo Salvini.

La nuova maggioranza che si è formata in Parlamento nel 2019 avrebbe dovuto comportare un cambio alla guida del Governo, invece no, ‘l’avvocato del popolo’, come si è definito, è riuscito a resistere.

Ora il terzo tentativo. In questi giorni ha dovuto confrontarsi con Matteo Renzi, il leader di Italia Viva che lo ha voluto alla guida del Conte 2 e che adesso, paradossalmente ma non troppo, ha aperto la crisi.

I margini per un Conte-ter ci sono, ma sono stretti. Un ritorno alle urne sarebbe incomprensibile per gli elettori e per i leader politici nazionali e dell'Unione europea. Giuseppe Conte resisterà ancora una volta o è lecito prospettare un suo passo indietro?

La legislature dovrebbe concludersi nel 2023 ed il prossimo anno dovrà essere eletto il nuovo capo dello Stato. Di certo, gran parte dei deputati e dei senatori di Italia Viva, del M5s e non solo sanno che con le elezioni politiche anticipate per loro sarebbe difficile un ritorno in Parlamento.

Il Conte 2 è nato anche per questi motivi e non è escluso che il Conte 3 si formi per le stesse ragioni. 

domenica 17 gennaio 2021

Tesori di Sicilia: arcobaleni d’inverno

Tutto è protetto dai colori tenui e sfocati di due arcobaleni, sembrano un’estensione del mare, che tutto avvolge, come una mamma ed un papà che proteggono i loro figli, tutto senza sapere che tra poco sarà già passato

di Pulvino Elena

Torremuzza, 16 gennaio 2021 - (Foto di Pulvino Elena)

   Al centro, quasi nascosta, la fontanella di Sant'Antonino da dove una volta  arrivava l’acqua da Maccarruni, i torremuzzari nei giorni di siccità ci andavano con i bidoni, le bacinelle o i secchi a fare approvvigionamento e non importava se essa fosse controllata oppure no, la necessità, si sa, fa superare le precauzioni e le prevenzioni, la scelta era obbligata ed era consuetudine di chi tornava dalla spiaggia di usare quell'unica sorgete per togliersi di dosso un po’ di sale e di sabbia,

   lì inizia ‘a vanedra’, una stradina che scende fino quasi a chiudersi, per aprirsi, infine, sulla piazza, di fronte ai ponti della ferrovia con i suoi tre archi da cui è possibile scorgere il mare,

   dall’altro lato la cabina Telecom divelta dal vento di libeccio ed ora chiusa con lo scotch, chissà per quanto tempo resterà così, ma qui siamo nel profondo Sud è tutto è incerto ed aleatorio

   accanto due panchine in pietra, occasione per una breve sosta o per incontri tra giovani innamorati che a volte non sanno di esserlo, ma che importa,

  in primo piano l’ombra creata dalla luce del sole che, come ogni pomeriggio di ogni giorno non coperto dalle nuvole, disegna la sagoma di un altro edificio 'invisibile', ma che c’è, con le sue finestre, la sua scala scoperta, i suoi balconi, anch’essi intrisi di ricordi lontani, che vanno, tornano, ripartono quando e come vogliono, senza possibilità di fermarli, senza possibilità di impedirli,

  tutto è protetto dai colori tenui e sfocati di due arcobaleni, sembrano un’estensione del mare, che tutto avvolge, come una mamma ed un papà che proteggono i loro figli, tutto senza sapere che tra poco sarà già passato,

  è trascorso quasi un anno, tutto continua ad essere, come che se non fosse successo nulla, un tempo rubato, un tempo che non doveva esserci, non così almeno,

  ora, anche questi colori di gennaio sono già passato, sono solo un ricordo a tempo determinato, destinato a rimanere intrappolato in questa immagine scolorita come lo è la nostra breve ed incerta esistenza.



lunedì 11 gennaio 2021

‘Agli occhi del bambino siamo apparsi degli angeli, ma in realtà eravamo dei lupi’

'Che le cose siano così, non vuol dire che debbano andare così, solo che quando si tratta di rimboccarsi le maniche ed incominciare a cambiare, vi è un prezzo da pagare, ed è, allora, che la stragrande maggioranza preferisce lamentarsi piuttosto che fare', Giovanni Falcone

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Giuseppe Di Matteo in una foto scattata durante la prigionia
(ilsicilia.it)

Tra le tante vittime innocenti della Mafia c’è quella di Giuseppe Di Matteo ucciso per ‘tappare’ la bocca al padre Santino che aveva fatto i nomi degli autori della strage di Capaci. Il piccolo Giuseppe fu rapito il 23 novembre del 1993 mentre si trovava al maneggio di Altofonte. Secondo le deposizioni fatte da Gaspare Spatuzza, che prese parte al rapimento, i sequestratori travestiti da carabinieri convinsero il piccolo Giuseppe a seguirli con la promessa che avrebbe rivisto il padre che, per la sua collaborazione, era sotto protezione. ‘Agli occhi del bambino – ha dichiarato il pentito - siamo apparsi degli angeli, ma in realtà eravamo dei lupi’.

Il rapimento, durato 779 giorni, era finalizzato a spingere Santino Di Matteo a ritrattare le sue dichiarazioni. Il pentito non si piegò al ricatto e continuò la sua collaborazione con le autorità giudiziarie. L’11 gennaio del 1996, su ordine di Giovanni Brusca, il piccolo Di Matteo, che allora aveva appena 15 anni, fu ucciso e poi sciolto nell’acido.

'La mafia, lo ripeto ancora una volta, non è un cancro proliferato per caso su un tessuto sano. Vive in perfetta simbiosi con la miriade di protettori, complici, informatori, debitori di ogni tipo, grandi e piccoli maestri cantori, gente intimidita o ricattata che appartiene a tutti gli strati della società. Questo è il terreno di coltura di Cosa Nostra con tutto quello che comporta di implicazioni dirette o indirette, consapevoli o no, volontarie o obbligate, che spesso godono del consenso della popolazione', Giovanni Falcone.

Fonte wikipedia.org


sabato 9 gennaio 2021

Educazione civica, ossia ‘armiamoci e partite’

L’introduzione dell’Educazione civica è un altro provvedimento imposto alla scuola italiana da politici incompetenti e da dirigenti ministeriali accondiscendenti

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Foto da miur.gov.it
La legge numero 92 del 20 agosto 2019 ha introdotto una nuova disciplina: l’Educazione civica. Il presupposto è l’introduzione di una materia che si occupa di Costituzione, Economia e Cittadinanza digitale. L’obiettivo formativo sarebbe quello di educare i giovani alla legalità. Sono previste 33 ore curriculari in tutte le classi della scuola primaria e secondaria. A prima vista sembrerebbe un ottimo provvedimento, ma così non è.

I ‘nuovi’ obiettivi didattici indicati dalle linee guida del ministero sono già previsti come attività trasversali nelle programmazioni di tutte le discipline curriculari. Inoltre, i contenuti sono unità di apprendimento previste nella didattica di Scienze giuridiche ed economiche. E tanti progetti elaborati dagli insegnanti si occupano di legalità, ambiente e cittadinanza. Allora, perché al Miur hanno deciso di aggiungere una nuova disciplina i cui contenuti sono già previsti dal percorso formativo?

In realtà, l’esigenza curriculare della riforma è fondata solo per i Licei, cioè per gli indirizzi dove questa disciplina non si studia. Nel 2009 l’allora ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini tagliò le ore di Diritto ed Economia politica. Ma, consapevole dell’incongruenza didattica causata dal provvedimento, introdusse Cittadinanza e Costituzione. Lo fece sottraendo un’ora all’insegnamento di Storia. Lo scopo era ridurre i finanziamenti alla scuola pubblica senza intaccare i percorsi formativi.

Nel 2019, il governo ‘Pentaleghista’ ha fatto lo stesso ragionamento. Al ministero dell’Istruzione si rendono conto di questo ‘vuoto’ curriculare, soprattutto nei Licei. Per porvi rimedio hanno introdotto l’Educazione civica. Tutto bene allora? Per niente. La nuova disciplina è stata introdotta per tutte le classi, anche in quelle dove questi argomenti già sono previsti nei programmi delle discipline giuridiche ed economiche. Non solo. Le 33 ore di attività verranno sottratte alle discipline che già fanno parte del percorso formativo, in particole proprio alle materie di Diritto ed Economia. 

Insomma, è stata introdotta una nuova disciplina togliendo ore di attività alle altre, è progettata dai docenti ed è a costo zero. Come dire: ‘armiamoci e partite’.

Inoltre, a coordinare l’Uda saranno soprattutto gli insegnanti di Scienze giuridiche ed economiche, i docenti cioè che il Miur dovrebbe assumere per colmare la lacuna curriculare dei Licei. Ovviamente questo costa, quindi meglio farlo ‘a gratis’ con l’Educazione civica. Ancora una volta il problema è economico. Lo Stato italiano finanzia le scuole private violando il dettato costituzionale, mentre continua a risparmiare su quella pubblica.

Un’altra incongruenza della riforma riguarda l’insegnamento di Religione. Non si comprende se i docenti di questa disciplina possano contribuire oppure no a quest’attività. Le linee guida non specificano nulla. Quindi l’insegnante di una materia che sostanzialmente non incide sulla valutazione degli alunni teoricamente può farlo con l’Educazione civica. Poi c’è la questione di coloro che hanno chiesto l’esonero o un’ora alternativa, cosa faranno?

L’unico aspetto positivo del provvedimento è la trasversalità dell’insegnamento. I professori sono costretti a lavorare insieme, cioè ad elaborare in condivisione una unità didattica che è parte integrante del processo formativo. Certo si poteva fare in un altro modo, ma a Roma spesso non si pensa a tutta la scuola italiane, ma solo ai Licei e alle necessità educative delle élite.

Ora, i docenti si stanno adoperando per trovare una soluzione alle incongruenze ‘pratiche’ che il nuovo insegnamento impone. Ed è certo che la maggior parte di essi si comporterà come un buon ‘soldatino’, cioè lavorerà come sempre con professionalità e porrà rimedio all’ennesima improvvisazione legislativa posta in essere da politici incompetenti e non solo.

Fonte miur.gov.it

sabato 2 gennaio 2021

Il bastone e la carota, ma senza esagerare

Nelle ultime settimane Matteo Renzi ha minacciato più volte il disimpegno dalla maggioranza di Governo. Ed è per questo che spesso usa il metodo del bastone e della carota, ma senza esagerare

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Matteo Renzi e Giuseppe Conte

Per porre rimedio alle conseguenze economiche e sociali causate dalla pandemia del Covid-19 i 27 paesi membri dell’Unione europea hanno stanziato ingenti risorse che ogni singolo Stato potrà utilizzare per affrontare l’epidemia e per rilanciare l’economia. All’Italia spettano oltre 200 miliardi di euro, la maggior parte dei quali sono a fondo perduto. Insomma, i soldi ci sono, ora occorre spenderli. Ma come spesso succede è a questo punto che tutto si blocca o quasi. Perché?

Innanzitutto, ci sono i vincoli burocratici che non sono un capriccio del legislatore, ma la diretta conseguenza della dilagante corruzione e delle infiltrazioni mafiose in diversi settori della Pubblica amministrazione. Ad essi occorre aggiungere i limiti previsti dalla Commissione europea ed i controlli che essa effettuerà su come le risorse verranno utilizzate.

Poi ci sono le polemiche politiche. In particolare su come saranno spesi i finanziamenti. I quesiti a cui dare una risposta sono diversi. Concentrare i finanziamenti su alcuni settori produttivi o su alcune aree del Paese? Continuare ad incentivare le imprese private o tornare ad investire nel settore pubblico? Adottare politiche progressiste, liberiste o keynesiane? Le scelte da fare sono impegnative. Le fibrillazioni nella maggioranza di governo sono inevitabili.

Ogni partito della coalizione cerca di imporre le proprie idee. Si sa, quando c’è da spendere soldi tutti vogliono avere voce in capitolo, mentre quando ci sono sacrifici da imporre ai cittadini nessuno vuole assumerne le responsabilità. Tutto legittimo, ben inteso. Tuttavia, la minaccia di far dimettere le ministre di Italia Viva va al di là delle polemiche su come impostare il piano di investimenti del Recovery fund.

L’ultimatum dell’ex sindaco di Firenze è vero o è un bluff? Sta tirando la corda o fa sul serio? L’obiettivo del senatore fiorentino è certamente autoreferenziale. Nel senso che questo è un modo per essere al centro del dibattito politico. La forza del suo partito deriva dai numeri che ha in Parlamento, cioè dei deputati e dei senatori che è riuscito a far eleggere quando era segretario del Partito Democratico. Di certo è consapevole del fatto che un ritorno alle urne lo vedrebbe fortemente ridimensionato e, in tal caso, non potrebbe avere più un ruolo di primo piano. Quindi far cadere il Governo non è un obiettivo.

L’unico scopo è la visibilità politica. Differenziarsi dal governo ‘giallo-rosso’ senza cambiare maggioranza e soprattutto senza tornare alle urne. Ed è per questo che spesso usa il metodo del bastone e della carota, ma, ovviamente, senza esagerare.

lunedì 28 dicembre 2020

Tesori di Sicilia: vento di scirocco

 di Concetta Pulvino

Torremuzza, 28 dicembre 2020 - (foto di Pulvino Concetta)

Il vento di scirocco alza un velo di vapore acqueo impetuoso e leggero, oltre il bianco e l’azzurro le sagome delle isole Eolie, nascoste per un giorno o due da questa leggera nebbia marina, anche questo è un miracolo della natura, anche questo è un tesoro di Sicilia.

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Scirocco 

O rabido ventare di scirocco

che l'arsiccio terreno gialloverde bruci;

e su nel cielo pieno

di smorte luci

trapassa qualche biocco

di nuvola, e si perde.

Ore perplesse, brividi

d'una vita che fugge

come acqua tra le dita;

inafferrati eventi,

luci - ombre, commovimenti

delle cose malferme della terra;

oh alide ali dell'aria

ora son io

l'agave che s'abbarbica al crepaccio

dello scoglio

e sfugge al mare da le braccia d'alghe

che spalanca ampie gole e abbranca rocce;

e nel fermento

d'ogni essenza, coi miei racchiusi bocci

che non sanno più esplodere oggi sento

la mia immobilità come un tormento. 

di Eugenio Montale




giovedì 24 dicembre 2020

Istat: oltre 12 milioni di italiani sono a rischio povertà o esclusione sociale

Il Rapporto Istat 2019 sulle condizioni di vita, reddito e carico fiscale delle famiglie conferma le disuguaglianze e il rischio di cadere in miseria per oltre il 20% degli italiani. Ma non avevamo abolito la povertà?

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Foto da istat.it

Il 28 settembre del 2018 l’allora ministro dello Sviluppo economico e vicepremier Luigi Di Maio annunciò dal balcone di Palazzo Chigi l’abolizione della povertà. I dati pubblicati dall’Istat confermano invece che questa condizione è rimasta immutata per milioni di italiani e che tanti altri rischiano di caderci.

Il numero di individui a rischio di povertà o esclusione sociale è rimasto stabile. Nel 2019 erano circa 12 milioni e 60 mila individui, cioè il 20,1% del totale della popolazione italiana. A sostenerlo è il Rapporto Istat sulle condizioni di vita, reddito e carico fiscale delle famiglie del 2019. Si tratta di persone che vivono con un reddito mensile di circa 858 euro, mentre il 7,4% si trovava in una ‘grave deprivazione materiale’.

La media nazionale rimane molto elevata, anche se è passata dal 27,3% del 2018 al 25,6% dello scorso anno. La percentuale più alta è stata registrata nel Mezzogiorno, dove le persone a rischio di povertà ed esclusione sociale sono passate dal 45% del 2018 al 42,25 del 2019. Mentre, il rischio di cadere in povertà è rimasto invariato o quasi, è passato cioè dal 34,4% al 34,7%.

La disuguaglianza tra i ceti sociali rimane stabile. Il reddito delle famiglie più povere resta sei volte inferiore rispetto a quello delle famiglie più abbienti. È cresciuto, sia pur di poco, il reddito da lavoro dipendente, mentre è diminuito quello da lavoro autonomo. Il reddito netto medio delle famiglie (31.641 euro annui) è aumentato in valore nominale, ma si è ridotto in termini reali (-0,4%).

Nel Meridione esso è stato di 29.876 euro (la media nazionale è stata di 36.416 euro), mentre nel Nord-est è stato di 40.355 euro, cioè il 25,96% in più rispetto al Sud del Paese.

Nel Mezzogiorno ‘la disuguaglianza reddituale è più accentuata’. Il 20% più ricco della popolazione aveva un reddito 5,8 volte superiore a quello della fascia più povera, mentre il rapporto più basso (3,9) è stato registrato nel Nord-est.

Fonte istat.it

sabato 19 dicembre 2020

Covid-19: avremmo dovuto saltare il 2020

La notte di Natale e il Cenone di fine anno del 2020 saranno diversi da tutti quelli che abbia vissuto finora, di certo saranno giorni di festa unici, alternativi

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Giotto, La Natività (foto da wikipedia.org)


Quando lo scorso anno la pandemia dovuta al Coronavirus è iniziata a manifestarsi, nessuno immaginava di dover vivere giorni così difficili. Sono stati dodici mesi complicati, ma non è detto che il peggio sia alle nostre spalle. Gli esperti ci dicono che la terza ondata ci sarà e potrebbe essere più virulenta delle precedenti. Tra pochi giorni sarà Natale, ma è certo, non sarà uguale a quello che abbiamo vissuto nel 2019.

Quello che sta per terminare è stato un ‘annus horribilis’. Decine di migliaia di morti, milioni di contagiati e sofferenze indicibili per malati ed operatori sanitari, i veri eroi di questa fase tragica della storia umana. Ed ancora. Limitazioni delle libertà personali, rinuncia forzata alla socializzazione, anche tra parenti ed amici, crollo dei consumi e degli investimenti, aumento della povertà e delle disuguaglianze.

Le privazioni di solito ci rendono ‘migliori’. Chissà se anche stavolta sarà così. Dubitare è più che lecito. Sentiamo che qualcosa ci manca. E non vediamo l’ora che ritorni la quotidianità perduta. Tutto nella consapevolezza che la vita fugge via, perché del domani non v’è certezza.

Oggi, siamo più soli, siamo più umani. Certo, non è così per tutti, c’è chi nega e si nasconde dietro al proprio egoismo. In questi giorni possiamo verificare senza possibilità di sbagliare chi è altruista e chi invece vive pensando solo a sé stesso, chi ritiene, cioè, di non aver bisogno di nessuno se non del proprio ego.

Sarà un Natale ‘alternativo’, qualcuno con tono sarcastico ha detto che sarà ‘al Covid’. E sarà un Cenone triste. Saranno giorni in cui sarà difficile non pensare a chi non c’è più. Sentiremo un vuoto ed una mancanza che non si possono colmare. Solo il tempo potrà scolorirli, ma non potrà rimuoverli, mai.

Se avessimo saputo e se fosse stato possibile farlo, avremmo dovuto saltare il 2020. Passare dal 2019 al 2021. Anche a costo di rinunciare ad un anno della nostra vita. Ponendo, però, una condizione: cancellare tutte le vittime e le sofferenze che questo anno ‘orribile’ ha provocato.

Sta per andarsene il 2020, ma deve rimanere la coscienza che è stato un anno di 'Resistenza' e che l’inizio del 2021 sarà altrettanto complicato. Con la differenza che dopo tanti sacrifici, ora vediamo la luce in fondo al tunnel. Chissà se sapremo essere 'migliori'. Di certo saremo più consapevoli della nostra fragilità e della nostra estemporaneità di essere umani, il resto è solo una tenue speranza.

sabato 12 dicembre 2020

Gregoretti: quella di Salvini fu responsabilità penale o politica?

Nella vicenda giudiziaria della nave Gregoretti l’errore politico fatto da Matteo Salvini è stato quello di prendere troppo sul serio e come solidissimo l’accordo di governo con il M5s, ma la sua fu responsabilità penale, politica o entrambe?

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Giuseppe Conte e Matteo Salvini
(foto da repubblica.it)

In questi giorni si sta svolgendo a Catania l’udienza preliminare del cosiddetto processo Gregoretti. L’accusa a carico di Matteo Salvini è sequestro di persona. Nel 2019 egli ritardò lo sbarco di 131 migranti nel porto militare di Augusta. Il leader della Lega rischia il rinvio a giudizio, ma prima il giudice vuole verificare se quella decisione sia stata condivisa da tutto il governo Conte 1.

L'ex ministro dell’Interno ha giustificato il suo operato sostenendo di ‘di aver salvato vite tutelando l’interesse nazionale italiano’ e di averlo fatto ’in compagnia di tutto il Governo’.

A parole faceva il duro, diceva che difendeva i confini ma negli atti giudiziari scarica su altri la responsabilità’. Questo è quanto ha dichiarato, invece, l’ex ministro dei Trasporti e suo collega di Governo, Danilo Toninelli.

È bene ricordare che la Gregoretti non è un’imbarcazione privata o di una Organizzazione non governativa, ma della Guardia costiera. E', cioè, una nave militare italiana. Chi ha studiato diritto costituzionale alle scuole superiori sa (nei Licei questa disciplina non si studia) che una nave militare battente bandiera italiana è territorio nazionale. Aver impedito lo sbarco dei migranti è per il nostro ordinamento giuridico un atto illegittimo, in quanto i migranti si trovavano già sotto la giurisdizione italiana. Dal punto di vista politico, il comportamento dell’ex ministro degli Interni non è stato ‘a tutela dell’interesse nazionale’, ma una forzatura ideologica per rimanere fedele alla propria linea politica, quella dei respingimenti, ‘confondendo’, però, i confini con la territorialità e la Gregoretti come una nave di una Ong.  

Matteo Salvini non ne era a conoscenza? È difficile da credere. Come è difficile ritenere che non ci fosse nei ministri che facevano parte di quel Governo la consapevolezza di infrangere l’ordinamento giuridico. Probabilmente il leader leghista ha forzato la situazione puntando sugli ‘ammiccamenti’ dei suoi allegati di maggioranza, cioè dei grillini. In quei mesi i vari ministri del Conte 1 e lo stesso Presidente del Consiglio hanno sostenuto più volte la linea dura del ministro degli Interni. Negarlo oggi, come fa Toninelli, non è plausibile.

Occorre solo capire se in quel caso specifico il successore di ‘Albert de Giussan’ fece di testa sua o se in qualche modo ebbe il sostegno formale o informale di tutto il Governo. Ipotesi quest’ultima non inverosimile.

Comunque andrà il procedimento giudiziario due fatti sono certi. Il leader leghista in quelle settimane agiva come se fosse Lui il presidente del Consiglio, come se tutto gli fosse concesso, anche di forzare un dettato normativo chiaro come quello previsto dal nostro ordinamento giuridico. Il secondo aspetto inconfutabile è che, al di là dei distinguo di oggi e della formalità o informalità degli atti, tutto questo è stato possibile perché il Governo Conte 1 era per una linea dura nei confronti degli sbarchi e dei respingimenti.

La responsabilità penale è personale’, sancisce l’articolo 27 della Costituzione italiana, ma quella politica è di certo di tutto il Governo ‘pentaleghista’. E quei fatti furono possibili perché erano il frutto di un preciso accordo politico tra la Lega e il M5s. L’unico errore fatto da Matteo Salvini è stato quello di prendere quel Patto troppo sul serio.

venerdì 11 dicembre 2020

‘Ed ora tutti allo scoglio’, grida qualcuno

I ricordi vengono e poi, dopo un po', se ne vanno senza volere, chissà da cosa sono guidati. Una cosa è certa: una spiegazione non c’è e non ci potrà mai essere. Ora tornano indietro nel tempo, a quell’estate di tanti anni fa

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Lo scoglio -Torremuzza - Me (foto di Antonino Ciccia) 

Era una bellissima giornata di sole, il mare era piatto, come solo a luglio è possibile che sia. Ed ora tutti allo scoglio’, grida qualcuno. Bastava un semplice richiamo buttato lì quasi senza volere perché la ciurma di ragazzini seduti sotto una vecchia e malandata barca di pescatori incominciasse a muoversi. A piedi nudi, con le infradito o con gli zoccoli, un po' in acqua un po' fuori, tra sabbia e sassolini, in fila indiana lungo la riva andavamo cento metri più in là. Un minuto, due, ed eri di fronte allo scoglio. Da lì alzando lo sguardo avresti potuto vedere in tutta la sua maestosità la Torre. Saranno una cinquantina di metri. Subito sotto ci sono la strada statale e la linea ferroviaria che, per la sporgenza, curvano proprio in quel punto. È una torre di avvistamento, come ce ne sono tante in Sicilia. Questa differisce dalle altre per la forma: sembra una poltrona senza braccioli. Probabilmente è proprio da questa stranezza che il Borgo marinaro ha preso il nome: Torre mozza, diventato Torremuzza. Che la torre fosse stata costruita in quel punto è comprensibile, ma che sulla stessa linea ci fosse anche lo scoglio è del tutto casuale.

Una pausa ed ecco che i pensieri tornano a muoversi, divagano, si accavallano, si allontanano. Occorre concentrarsi per evitare di subirli passivamente.

Ora è tempo di entrare in acqua. Il fondo è pietroso, raramente tra la riva e lo scoglio si è adagiata la sabbia. Quando questo succedeva si poteva arrivare su questa piattaforma naturale camminando nell’acqua, chiunque poteva salire in sicurezza anche chi non sapeva nuotare. Spensierati come eravamo raggiungere lo scoglio non era complicato, ma un po' di trepidazione c’era sempre. A volte non si toccava ed era necessario nuotare per arrivare sulla parte più vicina alla riva. Per salire c’era il timore di graffiarsi un piede sullo scalino creato dall’erosine dell’acqua o da qualche pescatore di buona volontà, comunque sia esso facilitava l’ascesa e non c’era nessuna paura ad utilizzarlo anche se era come fare un passo nel buio, speravi solo di non pungerti e di non trovarci un granchio o un altro crostaceo.

Un attimo di esitazione ed eri già sulla piattaforma ‘lipposa’, un po' bagnata un po' sconnessa, ma, facendo attenzione, non c’era pericolo di scivolare. Qualcuno andava a sedersi in una specie di conca che è al centro dello scoglio, ma anche qui non era esclusa la presenza di qualche granchietto. Qualcuno sosteneva che fosse stato il principe di Torremuzza ad aver fatto scavare quella specie di poltrona. E che dalla torre ci fosse un passaggio segreto per scendere fino al mare, ma non ho mai capito dove fosse. Verità o fantasie di ragazzini? Che importa. Anche quella storia era spensieratezza e felicità.

Una volta su' non potevamo evitare di guardare le fessure d’acqua che c’erano tra lo scoglio su cui eravamo saliti e quelli che c’erano tutt’intorno. Una era particolarmente pericolosa: c’era il ‘risucchio’. Chi ci finiva dentro rischiava di andare sotto e non riuscire più a riemergere. Mai nessuno di noi si è azzardato a farlo. Una volta un ragazzo vi morì annegato, ma non era del paese. Per esorcizzare il pericolo che quel dramma aveva ‘rivelato’ alla nostra coscienza di bambini ci dicevamo che era di Mistretta, un paesino di montagna e che di certo quel giovane non conosceva lo scoglio e probabilmente non sapeva nuotare. Il ricordo dell’ambulanza e della ‘tragica’ notizia non è stato cancellato dalla memoria, ma è scolorito in pochi ore, come se dentro di noi ci fosse stato un interruttore pronto ad azionarsi automaticamente per spegnere i pensieri tristi. Quando si è giovani è così. Si inibiscono senza volere tutti i fatti che impediscono di vivere con leggerezza ed allegria. A quell’età questi frammenti di memoria scorrono come l’acqua sulle pietre, scivolano via e non gli dai quell’importanza che invece dovrebbero avere.

I pensieri corrono, sono infiniti e ritornano, senza volerlo, allo stesso punto.

No, non avevamo nessuna paura a salire sullo scoglio. Era un gioco, un divertimento come un altro. Andavamo per tuffarci. Per noi torremuzzari non era necessario andare in piscina. Del resto, chi ci era mai stato? Non ne esistevano nei paraggi. Erano sfizi da cittadini e da nordici. Noi avevamo il mare e questa piattaforma naturale, non ci serviva altro. Spensieratezza e vitalità. Si, ora ne sono certo era felicità. Per stare bene non avevamo bisogno di nient’altro. Il sole, l’estate, la giovinezza, i compagni, il mare, e, quel giorno, l’ebrezza dei tuffi. Certo c’era chi dava delle ‘panzate’ tremende e chi entrava in acqua con i piedi per paura di sbattere. Il timore era quello di arrivare sul fondo con le braccia o con la testa e farsi male, infatti l’acqua non era profonda e non era esclusa qualche pietra o qualche spuntone di scoglio su cui si poteva sbattere. Dall’altro lato della piattaforma l’acqua era sempre limpida e profonda, si vedeva il fondale e ci si poteva tuffare senza timore di toccare. Raramente lo facevamo, proprio perché non si toccava. Anche se sei un provetto nuotatore è sempre pericoloso andare dove non si possono poggiare i piedi in caso di necessità. In più, per risalire era necessario fare il giro a nuoto, mentre dal lato più basso erano solo pochi metri.

La sfida era sempre a chi faceva meglio l’entrata a delfino, anche se non c’era mai un vincitore. Il divertimento era la condivisione, non chi era più bravo. Tuffarsi, in successione, uno dietro l’altro era una prassi inevitabile. Naturalmente era necessario stare attenti per evitare di andare addosso a chi era saltato in acqua prima di te.

Dopo l’ultima ‘panzata’ si tornava a riva.

Un ultimo sguardo alla Torre, anche per la curiosità di vedere se c’era qualcuno.

Poi il ritorno, un altro momento di gioia se ne era andato, e così sarebbe stato per tutta l’estate, e per quelle successive, ora, a distanza di tanti anni, non restano che questi brevi ed inutili ricordi, nient’altro.