‘Ho visto una bambina volare, una bambina, di due mesi. L’ho vista bene. A un certo punto un tedesco l’ha presa e l’ha lanciata per aria, e un altro le ha sparato con il mitra, come fosse un piccione. E io questo l’ho visto con i miei occhi e non lo dimentico. Come potrei? … ‘
| La copertina del libro 'Noi, partigiani' |
Lauretta Federici, nata a Vinca (Massa Carrara) il 2 febbraio 1937, ha raccontato per il libro Noi partigiani come le SS hanno massacrato il suo paese. L'eccidio è stato perpetrato il 24 agosto 1944, quando aveva sette anni. Alla fine si contarono centosettantatrè innocenti ammazzati. La strage avvenne dopo quella di Sant’Anna di Stazzema ed un mese prima di quella di Marzabotto, 'dove agì la stessa mente assassina: Walter Reder, maggiore delle SS’. … Ecco un breve resoconto di quello che avvenne quel giorno.
‘ … Un ufficiale tedesco ci minacciò di brutto: << Se rifare un’altra volta, veniamo e .. zac>>, fece il gesto del coltello sulla gola. La rappresaglia scattò pochi giorni dopo, anche se non avevano avuto altre perdite. ... Iniziò tutto il 24 agosto. Si vedeva da lontano la colonna di veicoli su tornanti. Arrivò trafelata un’amica di mia mamma: <<Giovanna, vengono i tedeschi, spicciati che bruciano tutto, abbiano visiti i fuochi nei paesi giù>>. Papà non c’era, e per giunta mamma aveva mandato gli altri due figlioli più grandi a prendere l’acqua salata dalla fonte, per cucinare, perché a quei tempi il sale non si trovava. <<I miei figli sono giù, ora me li uccidono>>, il primo pensiero è stato quello. Ma per fortuna i miei fratelli sono tornati a casa quasi subito. Mia mamma allora ha preso dei castagnacci che stava preparando e una forma di formaggio, era tutto quello che avevamo in casa. Mia sorella, ancora mi chiedo perché, andò al suo lettino, tirò via lenzuola e coperte e le butto sopra un ciliegio, nell’orto. Scappammo, io cercavo di tenere il passo con gli zoccoli di legno ma su per i boschi non ce la facevo, e allora lì lasciai lì e andai a piedi nudi, in mezzo ai castagni, con tutte quelle spine. Ho camminato così fin lassù, al Mandrione, il recinto dove mettevano le pecore a dormire. Lì ritrovammo gli altri del paese che erano riusciti a scappare, come noi. Non tutti, purtroppo: i vecchi e i malati erano rimasti a Vinca. C’erano pure delle ragazze, le invidiavo per le scarpe, che io non avevo più. L’angoscia era la mancanza di mio padre, ancora disperso chissà dove. E l’attesa della morte, perché i tedeschi risalvano come i cacciatori con la selvaggina. Dormimmo all’addiaccio, intanto che gli adulti ascoltavano le notizie terribili portate dagli ultimi arrivati. I nazisti avevano delle guide che gli indicavano dove cercare. Si sentiva parlare carrarino, di sicuro erano spie fasciste. Il secondo giorno finalmente arrivò il babbo e ci disse: <<Andiamocene sulla montagna, che conosco un rifugio e lì forse possiamo salvarci>>. Ma, dovendo attraversare un ravaneto, una specie di ghiaione, dall’altra parte, vedemmo dei tedeschi davanti a una capanna. Per fortuna c’era una siepe. Siamo rimasti nascosti lì dietro per tutto il giorno. Davanti alla capanna, con i tedeschi, c’erano delle ragazze. Una teneva un bebè in braccio. I tedeschi le spingevano e ridevano. A me pareva che giocassero insieme. Ma poi vidi uno di loro afferrare il neonato – ho saputo dopo che era una bimba di due mesi – e lanciarlo in alto, mentre l’altro prendeva la mira e gli sparava. Dopo di che hanno ammazzato anche le ragazze, sotto i nostri occhi. Quando è calata la notte, mio padre ha trovato la grotta che conosceva e lì siamo rimasti fino alla fine della strage, fino al 27 agosto 1944. Non ci siamo mossi, non abbiamo cioè fatto l’errore di molti paesani che, dopo il primo giorno, pensando fosse finita sono tornati a casa per recuperare qualcosa da mangiare. I tedeschi avevano fatto finta di andarsene, ma in realtà lì stavano aspettando. E non volevano fare prigionieri. Alla fine si sono contati almeno centosettantatrè paesani di Vinca ammazzati. Un paese distrutto. Non si accontentavano di ucciderli, li seviziavano. A una donna incinta hanno aperto la pancia e tirato fuori il feto per vederlo. Un’altra donna l’hanno infilata con un palo. Cose atroci hanno fatto. Pure quelli del Mandrione li hanno uccisi tutti, e delle ragazze che stavano lì con noi si sono trovate solo le scarpe, ma lontano. Quando siamo tornati a Vinca, piano piano, pieni di paura, abbiamo visto i corpi buttati per strada, poverini. Cominciavano a puzzare perché era agosto, faceva caldo, tanto caldo. I paesani hanno dovuto accendere dei fuochi e bruciarli sul posto. Non c’era la possibilità di seppellirli. L’odore di carne bruciata non se ne andava più. E non avevamo neanche più una casa., incendiata pure quella, come le altre.’ …
Fonte ‘Noi, partigiani’. Memoriale
della Resistenza italiana. A cura di Gad Lerner e Laura Gnocchi. Editore: Feltrinelli




