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lunedì 18 giugno 2018

Siamo il Paese dei condoni fiscali, altro che flat tax

L’introduzione della flat tax, prevista dal ‘contratto di governo’ stipulato tra la Lega e il M5s, presuppone la cosiddetta pace fiscale che altro non è che l’ennesimo condono tributario

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Foto da cgiamestre.com
Negli ultimi 45 anni tra condoni, scudi, sanatorie e concordati fiscali, l’Erario ha incassato 131,8 miliardi di euro, a sostenerlo è l’Ufficio studi della Cgia di Mestre. I provvedimenti più importanti sono stati la sanatoria fiscale del 2003 (governo Berlusconi) che ha fruttato allo Stato un incasso di 34,1 miliardi di euro e quello valutario del 1973 (governo Rumor) che ha preceduto l’introduzione dell’Irpef ed ha fatto incassare al fisco 31,6 miliardi di euro. Poi ci sono state tra il 1982 ed il 1988 (governi di pentapartito) le sanatorie che hanno consentito entrate straordinarie per 18,4 miliardi di euro, mentre l’emersione di capitale dall’estero (misura adottata tra il 2015 e il 2017), ha consentito un gettito di 5,2 miliardi di euro.
Nonostante queste ripetute ‘agevolazioni’ nel 2015 l’imponibile sottratto al fisco è stato di 207,5 miliardi di euro ed ha prodotto circa 114 miliardi di euro di evasione fiscale. In media l’infedeltà tributaria è del 16,3%. Nel Mezzogiorno si evade il 22,2%, mentre nel Nord-est il 13,4%, nel Nord-ovest il 14,1% e nel Centro il 16,5%. Occorre precisare che questo dato del Sud non è dovuto solo alla scarsa fedeltà fiscale dei meridionali, ma è anche e soprattutto l’ennesima dimostrazione delle difficoltà economiche e sociali in cui vive gran parte della popolazione italiana. 
‘Premesso che l’applicazione di qualsiasi condono fiscale è, a nostro avviso, immorale ed eticamente inaccettabile – sottolinea il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia Paolo Zabeo – ha senso introdurlo solo quando è prevista una riforma che riscrive completamente il rapporto tra il fisco e il contribuente. Se, come pare di capire, il nuovo Governo è intenzionato ad avviare in tempi relativamente brevi la dual tax, l’introduzione della cosiddetta pace fiscale sarebbe giustificata, perché consentirebbe di azzerare una volta per tutte i contenziosi fiscali attualmente sul tavolo dei giudici tributari’.
‘Per semplificare i rapporti con il fisco e ridurre le possibilità di evasione– sostiene il Segretario della Cgia Renato Mason – occorre abbassare le tasse e ridurre il numero di adempimenti fiscali che, invece, rischiano di aumentare ancora. Non dobbiamo dimenticare che i più penalizzati da questa situazione sono le piccole e micro aziende che, a differenza delle realtà più grandi, non dispongono di una struttura amministrativa in grado di farsi carico autonomamente di tutte queste incombenze’.
Insomma, i contribuenti infedeli, soprattutto quelli che hanno adeguati mezzi finanziari e legali, sono avvantaggiati da un Erario che è incapace a far pagare le tasse e che per giunta è costretto, periodicamente, ad azzerare tutto, a danno della maggioranza dei contribuenti che invece sono fedeli ed onesti. 

Fonte: Cgia di Mestre

mercoledì 6 giugno 2018

Matteo Salvini getta la maschera

‘È giusto che chi guadagna di più paghi meno tasse’. Questa è la dichiarazione fatta a ‘Radio anch’io’ dal nuovo ministro dell’Interno e vicepremier, Matteo Salvini

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Matteo Salvini e John Maynard Keynes
Se uno fattura di più e paga di più è chiaro che risparmia di più, reinveste di più, assume un operaio in più, acquista una macchina in più e crea lavoro in più. Non siamo in grado di moltiplicare pani e pesci. Ma l'assoluta intenzione è che tutti riescano ad avere qualche Lira (?) in più in tasca da spendere’. Questo è quanto ha dichiarato a 'Radio anch'io' il ministro dell'Interno, Matteo Salvini. Ed ancora: ‘E’ che le esportazioni vanno bene grazie ai nostri eroici imprenditori, che nonostante tutto e tutti tengono alto il made in Italy nel mondo, ma devono tornare a comprare anche gli italiani. E per farli tornare a comprare occorre che tornino a lavorare dignitosamente e che abbiano in tasca qualche Lira (?)’.
Con queste affermazioni il leader della Lega getta la maschera. I suoi propositi sono tipici di un partito di estrema Destra. Per Salvini ‘è giusto che chi guadagna di più paghi meno tasse‘. Alla faccia di chi continua a sostenere che le classi sociali non esistono più. Il Ministro, oltre ad evidenziare la sua idiosincrasia per l’Euro ('qualche Lira'), dimostra di non conoscere le più elementari nozioni di Economia politica. La cosa non sorprende visto che in Italia questa disciplina, come quelle giuridiche, praticamente non si insegna. L’ignoranza su questi temi è generalizzata, nonostante l’importanza che essi hanno nella vita di tutti i giorni. Ecco questo potrebbe essere un motivo per il nuovo ministro della Pubblica Istruzione per introdurre l’insegnamento delle Scienze giuridiche ed Economiche in tutte le scuole italiane. Ma nel ‘contratto’ di governo e nel programma presentato dal presidente del Consiglio per ottenere la fiducia delle Camere non c’è nulla.
Il vicepremier confonde la propensione marginale al consumo con quella al risparmio e dimostra di non conosce il funzionamento delle principali teorie keynesiane. Il ‘Deficit spending’ elaborato dall’economista britannico quasi un secolo fa ha senso solo se ha come scopo quello di aumentare, con investimenti pubblici, i redditi delle classi sociali più povere (disoccupati e precari) e non aumentando i redditi dei benestanti. Tagliare le tasse ai milionari serve solo ad arricchirli di più e non c’è nessuna certezza che questo incremento si traduca in maggiori investimenti produttivi. Inoltre, la flat tax così concepita, accrescerebbe le disuguaglianze e le ingiustizie sociali che già oggi sono molto alte e che da sempre sono le principali cause delle crisi economiche e finanziarie. Ma, evidentemente, al leader leghista non interessa il benessere di tutti i cittadini, ma solo di una parte e soprattutto il suo scopo è quello di guadagnare qualche voto in più, in questo l’ex parlamentare europeo è capacissimo e non ha bisogno di fare ripassi sui libri di economia.

Fonte: raiplayradio.it

giovedì 31 maggio 2018

'La botte piena e la moglie ubriaca'

Solo il 5% del nostro debito pubblico è detenuto dai risparmiatori italiani, ma nonostante ciò pretendiamo che siano gli 'altri' a fidarsi di noi 

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Grafico rendimento Btp dal 2004 - (foto da websim.it)
Il 4 marzo scorso gli elettori hanno penalizzato le élite politiche ed istituzionali che hanno governato il Paese negli ultimi tre decenni. E’ stata una vera e propria 'rivolta' di quanti sono stati esclusi dai processi di modernizzazione e globalizzazione dell’economia. La sfiducia è arrivata a tal punto che gli elettori hanno abbandonato le forze politiche tradizionali per affidarsi a due formazioni populiste, vale a dire due movimenti che si dichiarano antisistema. In particolare esse accusano le istituzioni europee perché impedirebbero l’adozione di politiche espansive, cioè a dire di continuare a fare spesa pubblica in ‘deficit spending’, che, detto in italiano, significa fare altro debito pubblico.
Andamento del rapporto debito/Pil dal 1861
Secondo gli ultimi dati esso ammonta ad oltre 2.300 miliardi di euro, oltre il 131% del Prodotto interno lordo. Oggi, ogni cittadino italiano, neonati compresi, è debitore di circa 37 mila euro. Se guardiamo la curva del debito pubblico in rapporto al Pil dal 1945 ad oggi possiamo notare come la crescita più rilevante sia avvenuta tra il 1985 ed il 1992 (governo di pentapartito, con Bettino Craxi presidente del Consiglio) e tra il 2008 e il 2011 (governo di Silvio Berlusconi). Le responsabilità sullo sperpero di risorse pubbliche sono diffuse e non sono solo dei politici. E’, innanzitutto, un fatto culturale che riguarda tutti gli italiani. Manchiamo, cioè, di senso di responsabilità e spesso pretendiamo senza averne diritto.
I nostri creditori, che, per inciso, ogni anno incassano circa ottanta miliardi di euro d’interessi, circa il 4% del debito, sono soprattutto istituti bancari stranieri. Un terzo del debito pubblico (circa 770 miliardi di euro) è in mano a banche e investitori italiani, un altro terzo è in mano a banche e investitori stranieri, circa 340 miliardi di euro (il 15%) è nelle casse della Bce di Mario Draghi (Quantitative  Easing) e solo il 5% (circa 120 miliardi di euro) è in mano ai risparmiatori italiani.
Questo significa che i primi a non avere fiducia nelle nostre istituzioni politiche e finanziarie siamo noi italiani, ma nonostante ciò pretendiamo che siano gli altri a fidarsi di noi. Se non fosse un fatto così drammatico ci sarebbe da ridere, ma purtroppo non è così. Vogliamo ‘la botte piena e la moglie ubriaca’. Ed è proprio per questo che ci danno fastidio le regole delle comunità internazionali e che, di conseguenza, gli ‘altri’ continuino a guardarci con una certa diffidenza, ma come dargli torto.

Fonte: Ministero dell'Economia e delle Finanze

sabato 26 maggio 2018

Save the Children: ‘In Italia più di 1 bambino su 10 vive in povertà’

Un milione e trecentomila bambini e ragazzi vivono in condizioni di povertà assoluta e non riescono ad emanciparsi dalle condizioni di disagio sociale delle loro famiglie, a sostenerlo è Save the Children

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Foto da savethecildren.it
‘Quasi 1 milione e trecentomila bambini e ragazzi, cioè il 12,5% del totale, più di uno su dieci, vivono in povertà assoluta, oltre la metà non legge un libro, quasi uno su tre non usa internet e più del 40% non fa sport’. A sostenerlo è il rapporto di Save the Children ‘Nuotare contro corrente. Povertà educativa e resilienza in Italia’, diffuso in occasione del lancio della campagna ‘Illuminiamo il futuro’. ‘Un Paese – sottolinea il rapporto – dove i minori non riescono a emanciparsi dalle condizioni di disagio delle loro famiglie e non hanno opportunità educative e spazi per svolgere attività sportive, artistiche e culturali, sebbene siano moltissimi i luoghi abbandonati e inutilizzati che potrebbero invece essere restituiti ai bambini per favorire l’attivazione di percorsi di resilienza, grazie ai quali potrebbero di fatto raddoppiare la possibilità di migliorare le proprie competenze’.
I fattori che consentono ai ragazzi l'emancipazione sono, secondo Save the Children, ‘l’aver frequentato un asilo nido, una scuola ricca di attività extracurriculari, dotata di infrastrutture adeguate e caratterizzata da relazioni positive tra insegnanti e studenti’. Probabilità che si riducono tra ‘il 30% ed il 70% se essi vivono in contesti segnati da alti tassi di criminalità minorile e dispersione scolastica’. Le regioni che occupano i primi posti nella classifica della povertà educativa sono la Campania, la Sicilia, la Puglia e il Molise. Invece quelle che offrono maggiori opportunità sono il Friuli Venezia Giulia, la Lombardia, il Piemonte e l'Emilia Romagna.
Inoltre, nel rapporto emerge che ‘i quindicenni che vivono in famiglie disagiate hanno quasi 5 volte in più la probabilità di non superare il livello minimo di competenze rispetto ai loro coetanei che vivono in famiglie benestanti’.
'Il contesto sociale - conclude l'onlus - fa la differenza ed incide in modo dirimente nella riduzione delle disuguaglianze sociali di origine, anche se c'è una quota di resilienti, ragazzi e ragazze, che, pur provenendo da famiglie disagiate, raggiungono ottimi livelli di apprendimento'. 

Fonte: savethecildren.it

sabato 19 maggio 2018

I ‘Pentaleghisti’ dimenticano il Sud

Il M5s e la Lega hanno vinto le elezioni del 4 marzo scorso soprattutto con i voti ottenuti al Sud, eppure nel ‘contratto’ che si accingono a firmare per il Mezzogiorno non c’è nulla

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Matteo Salvini e Luigi Di Maio 
Nelle ultime elezioni politiche il M5s ha ottenuto nelle regioni meridionali uno strepitoso e, probabilmente, irripetibile successo elettorale. In Sicilia, ad esempio, alla Camera dei deputati il M5s è passato dal 33,6% del 2013 al 48,14% del 2018 ed al Senato dal 29,52% al 48,08%. Anche la Lega di Matteo Salvini ha conquistato nel Sud straordinari consensi elettorali, soprattutto se consideriamo che in origine quello leghista era un movimento secessionista che ha accusato il Meridione di assistenzialismo e Roma di essere ‘ladrona’. In Sicilia, il Carroccio alla Camera dei deputati è passato dallo 0,2% del 2013 al 5,22% del 2018 e al Senato dallo 0,1% al 5,44%. Il successo leghista è stato determinato dal fatto che una parte dell’elettorato di Forza Italia ha votato per la Lega. Nonostante questi risultati, nelle cinquantotto pagine del 'contratto', per il Mezzogiorno, definito come un ‘marchio’, non c’è nulla o quasi. Ecco cosa prevede il documento programmatico che lunedì verrà consegnato al Capo dello Stato: Si è deciso, contrariamente al passato, di non individuare specifiche misure con il marchio "Mezzogiorno", nella consapevolezza che tutte le scelte politiche previste dal presente contratto (con particolare riferimento a sostegno al reddito, pensioni, investimenti, ambiente e tutela dei livelli occupazionali) sono orientate dalla convinzione verso uno sviluppo economico omogeneo per il Paese, pur tenendo conto delle differenti esigenze territoriali con l'obiettivo di colmare il gap tra Nord e Sud’. Inoltre, i due partiti sull’Ilva di Taranto si sono impegnati ‘a concretizzare i criteri di salvaguardia ambientale, secondo i migliori standard mondiali a tutela della salute dei cittadini del comprensorio di Taranto, proteggendo i livelli occupazionali e promuovendo lo sviluppo industriale del Sud, attraverso un programma di riconversione economica basato sulla progressiva chiusura delle fonti inquinanti’.
Tutto qui. Per gli esperti del M5s e della Lega i problemi strutturali del Meridione non solo non sono una priorità, ma non sono neanche ritenuti tali da essere presi in considerazione dal cosiddetto ‘governo del cambiamento’. Questo significa che il divario economico e sociale tra le diverse aree geografiche del Paese rimarrà irrisolto, anzi è assai probabile che esso si accentuerà.
L’unico provvedimento che riguarderà i poveri che vivono soprattutto nelle regioni del Mezzogiorno sarà il reddito di cittadinanza, sempreché questa ennesima forma di assistenzialismo sia istituita. 

Fonte: repubblica.it

mercoledì 16 maggio 2018

Istat: l’occupazione torna ai livelli pre-crisi, ma non per il Sud

I dati che emergono dal rapporto annuale 2018 pubblicato dall’Istat confermano la crescita dell’occupazione e del Pil, ma evidenziano anche il divario economico tra le diverse categorie sociali e tra le diverse aree del Paese

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Foto da istat.it
Nel 2017 gli occupati erano 23 milioni, 265 mila in più (+1,2%) rispetto al 2016. Il tasso di occupazione è salito al 58%, valore quasi uguale a quello massimo raggiunto nel 2008 (58,9%) anche se rimane inferiore di nove punti rispetto alla media europea. I disoccupati erano 2,9 milioni e il tasso di disoccupazione era all’11,2%, nel 2016 era all'11,7%. I nuovi posti di lavoro si concentrano soprattutto nelle regioni del Centro – Nord, dove sono tornati ai livelli pre-crisi, resta indietro il Sud. Nel Mezzogiorno il saldo occupazionale rispetto al 2008 è stato negativo per 310 mila unità, ossia -4,8%.
Migliorano i dati macroeconomici e quelli sul debito pubblico. Il Pil è cresciuto nel 2017 dell’1,5%. L’indebitamento netto è sceso dal 2,5% al 2,3% ed il rapporto debito Pil si è ridotto di due punti percentuali, al 131,8%.
L’Italia è, dopo il Giappone, il paese più vecchio al mondo. Ogni 170 anziani (persone over 65 anni) ci sono 100 giovani (tra 0 e 14 anni). L’aspettativa di vita è di 81 anni per i maschi e di 85 anni per le femmine. Le nascite sono in calo da nove anni, nel 2008 sono state 577 mila, nel 2017 464 mila. Per le donne l’età media per la nascita del primo figlio era di 26 anni nel 1980, nel 2016 è stata di 31 anni.
La popolazione totale è diminuita per il terzo anno consecutivo. Sono quasi 100 mila persone in meno rispetto all’anno precedente. Si stima che al 1° gennaio 2018 i residenti siano 60,5 milioni, il dato comprende gli stranieri che ammontano all’8,4% del totale, cioè sono 5,6 milioni di persone.
Quella fotografata dall’Istat è un’Italia a due velocità, un Paese vecchio dove continuano a crescere le disuguaglianze territoriali e sociali, ma questa non è una novità.

Fonte: istat.it

domenica 13 maggio 2018

Il Presidente della Repubblica non è un 'passacarte'

L’articolo 92  della Costituzione italiana sancisce: ‘… Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei Ministri e, su proposta di questo, i Ministri.’

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Sergio Mattarella - (foto da wikipedia.it)
L’articolo 92 della Costituzione italiana è chiarissimo, a nominare il Presidente del Consiglio è il Capo dello Stato. Non solo ma è sua prerogativa nominare, su proposta del Premier, i Ministri. La tiritera che sentiamo ripetere da oltre due mesi su chi deve essere il prossimo capo del Governo è falsa. E’ dal cinque di marzo che il leader della Lega, Matteo Salvini, e quello del M5s, Luigi Di Maio, si attribuiscono un ruolo che solo il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, può conferire. Ovviamente la sua decisione non può non tener conto della volontà delle forze politiche. Ma, come egli ha detto in una recente dichiarazione ‘il Presidente non è un notaio’La prassi istituzionale prevede, infatti, che sia il Capo dello Stato ad individuare una personalità che sia in grado di formare un Governo che abbia la fiducia del Parlamento. La procedura che stanno adottando il leader grillino e quello leghista è, invece, inconsueta e non rientra nella ‘normale’ consuetudine istituzionale. L’indicazione del premier, che essi dovranno fare al Capo dello Stato, non presuppone una semplice ratifica ‘notarile’. La nomina del Presidente del Consiglio dei Ministri è un dovere istituzionale del Capo dello Stato ed egli opererà nell’interesse del Paese e non certo di quello dei partiti che si dovranno limitare a fare delle proposte. Settantuno giorni di consultazioni, continue minacce di ritorno al voto, proclami di rapida risoluzione dei problemi degli italiani, i due forni, i passi di lato di Berlusconi, i no di Matteo Renzi, il governo di tregua ed ora queste riunioni convulse. L’inciucio 'pentaleghista' sta per nascere, ma ancora oggi non conosciamo i contenuti del ‘contratto’, (alla faccia dello streaming in diretta), e dei nomi dei ministri e del presidente del Consiglio. Non c’è da stare tranquilli se l’operato del futuro governo giallo-verde sarà così articolato e complesso come quello a cui abbiamo assistito in questi due mesi di estenuanti trattative. Intanto, è bene ricordarlo, i poveri, i disoccupati ed i precari aspettano.