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lunedì 2 giugno 2025

C’è ancora domani

Senza la lotta di Liberazione dal nazifascismo non ci sarebbe stato il 2 giugno 1946. Quel giorno con il voto delle donne l'Italia diventa una Repubblica, grazie anche per questo.

Video da YuoTube

domenica 31 maggio 2020

Il 2 giugno è la Festa dell’Italia antifascista e repubblicana

Il tentativo di Silvio Berlusconi, Matteo Salvini e di Giorgia Meloni di trasformare la Festa della Repubblica in una festa di partito è patetico  

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Il volto 'simbolo' di Anna Iberti, sovrapposta ad una
copia del Corriere della Sera del 6 giugno del 1946, 
con la notizia dei risultati della nascita della 
Repubblica Italiana. La celebre foto fu realizzata da 
Federico Patellani per isettimanale Tempo. Oggi s
trova  presso il Museo di fotografia contemporanea 
di Cinisello Balsamo. (foto da it.wikipedia.org)
Tutte le formazioni politiche che parteciparono alla lotta di Liberazione erano apertamente repubblicane. Nell’aprile del 1946 nel corso del suo primo congresso anche la Democrazia Cristiana si espresse a favore delle Repubblica. L’unica forza politica del Comitato di Liberazione Nazionale che il 2 giugno di quell'anno si schierò a favore della Monarchia fu il Partito Liberale. Comunisti, socialisti, azionisti, cattolici ebbero un ruolo fondamentale nella nascita della nuova forma di Governo. 
Vittorio Emanuele III è stato il principale responsabile dell’ascesa al potere di Benito Mussolini. La marcia su Roma del 28 ottobre del 1922 di poche migliaia di scalmanati poteva essere fermata, ma il Re preferì consegnare il Paese al Duce. L’ondata rivoluzionaria di quegli anni intimorì i Savoia ed i poteri ‘forti’ dell’economia e dell’industria italiana. Ed è per questa ragione che l’avvento del fascismo fu favorito dalla Monarchia e dalle forze anticomuniste ed antidemocratiche. Consenso che continuò anche quando, tra il 1925 ed il 1926, furono approvate le 'leggi fascistissime’ e quelle a ‘difesa della razza’ del 1938. Obbrobri che hanno macchiato in modo indelebile la storia giuridica ed istituzionale del nostro Paese. Non solo. Il due giugno del 1946 gli antifascisti sancirono con il Referendum e l’elezione dell’Assemblea costituente i valori di libertà e democrazia negati durante il Ventennio fascista. Quel giorno la Destra dov’era? Con chi stava? 
La storia non può essere modificata a piacimento e per giustificare la propaganda politica di questo o quel partito. ‘L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro’, stabilisce il primo articolo della Costituzione. Libertà, democrazia, solidarietà sono i valori fondamentali su cui si fonda lo Stato italiano. Sono principi e diritti inviolabili dell’Italia antifascista e repubblicana. Il 2 giugno non è la Festa di una parte politica, ma di tutto il popolo italiano. 
Il fatto è che nel calendario non c’è e non ci può essere una ricorrenza che possa essere ricondotta all’ideologia del Ventennio. Dall’8 settembre del 1943 l’Italia è uno Stato antifascista e dal 2 giugno 1946 è una Repubblica parlamentare e democratica. La Destra quando ne prenderà atto? E soprattutto quando farà i conti con la sua storia?  

mercoledì 29 aprile 2020

La dignità del lavoro

‘Si può considerare veramente libero un uomo che ha fame, che è nella miseria, che non ha un lavoro, che è umiliato perché non sa come mantenere i suoi figli e educarli? Questo non è un uomo libero’, Sandro Pertini

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)


Il 'Quarto Stato' di Giuseppe Pellizza, 1901
(foto da it.wikipedia.org)
Il primo maggio 1886 a Chicago i sindacati iniziarono uno sciopero per rivendicare migliori condizioni contrattuali, in particolare per ridurre ad 8 ore l’orario giornaliero di lavoro. La protesta continuò per diversi giorni. Il 3 maggio la polizia attaccò senza preavviso i manifestanti provocando due morti e diversi feriti. Il giorno dopo durante il presidio di Haymarket Square dalla folla qualcuno lanciò un ordigno che provocò l’uccisione di un poliziotto. Le forze dell'ordine reagirono sparando sui manifestanti. Alla fine della giornata si contarono 11 morti e molti feriti. Tra le vittime 7 agenti, ad ucciderli fu il fuoco amico. Cinque lavoratori furono accusati ingiustamente dell’attentato, quattro furono giustiziati, uno per evitare l'impiccagione si suicidò. La loro riabilitazione avverrà solo nel 1893. Non si seppe mai chi lanciò l’ordigno che provocò la tragica reazione della polizia.
Nel 1886 nelle fabbriche si lavorava anche 16 ore al giorno e la ‘sicurezza’ non era neppure presa in considerazione ed i morti sul lavoro erano un fatto quotidiano. Tre anni dopo da quei tragici eventi, il 20 luglio del 1889, a Parigi, durante il primo congresso della Seconda Internazionale, fu deciso dai partiti socialisti e laburisti europei di indire ogni primo maggio una manifestazione per ridurre la giornata lavorativa ad 8 ore. Da allora, in quel giorno dell'anno si celebra la festa dei lavoratori.
Oggi la dignità del lavoro è riconosciuta in quasi tutto il mondo. Due secoli di lotte operaie e contadine, di scioperi e di vittime innocenti non sono state vane. È cresciuta l’importanza del ruolo e della professionalità dei lavoratori. Ma non tutto è dato per sempre. Nulla è gratis e non ci può essere cambiamento senza impegno e conflitto sociale. Per molti il lavoro è vissuto ancora come un'imposizione che si è disposti a subire solo per garantire un minimo di sussistenza economica alla propria famiglia. Si tratta, di occupazioni occasionali o di attività precarie e mal retribuite. A cui si devono aggiungere luoghi di lavoro spesso pericolosi ed alienanti e datori di lavoro improvvisati ed autoritari. 
Il lavoro deve diventare un'attività che consenta ad ognuno la possibilità di esprimere la propria creatività e le proprie capacitàNon basta più lottare per la conquista dei diritti, è giunto, per i lavoratori, il tempo di battersi per ricoprire ruoli di primo piano nelle scelte e nelle decisioni strategiche su cosa, su come e per chi produrre.
‘Un uomo che non ha un lavoro, che vive nella miseria, non è libero’. Certo. La libertà dal bisogno ha come presupposto il lavoro, a condizione, però, che esso non sia una necessità economica o peggio ancora un'attività da svolgere per garantire il profitto e la ricchezza di pochi.