martedì 25 agosto 2026

Io e il mio vecchietto

'Prendi la tua tristezza in mano e soffiala nel fiume, vesti di foglie il tuo dolore e coprilo di piume ...'

di Giovanni Pulvino

Il vecchietto (foto di Giovanni Pulvino)

Quando sono in cortile per godere della brezza marina pomeridiana mi viene accanto e si sdraia, resta immobile, in silenzio, ci facciamo compagnia a vicenda ed insieme aspettiamo

È malandato, è malaticcio, è malinconico, sempre solo, alla ricerca del fresco o del caldo, sempre in attesa di ricevere qualcosa da mangiare, qualsiasi cosa, non è viziato, prende tutto quello che gli dai. Il pelo è scolorito, è il pelo dei vecchi. Ti guarda appena, ci vede appena, ma lo fa sempre. si fida, si aspetta qualcosa. È libero di andare, ma è sempre qui, è nato qui, questa è casa sua. Non ha e non cerca altri posti. 

E dire che era un gattino bullizzato. Un fratellastro gli impediva di mangiare, poteva farlo solo quando gli altri avevano finito, gli toccavano gli avanzi. Ed era necessaria la presenza e la protezione di un umano che si era reso conto del bullismo che subiva.

Quando era in gruppo doveva reprimere il suo istinto e le sue pulsioni o battersi e quando lo faceva, inevitabilmente, perdeva.

Doveva stare sempre a due metri distanza e comunque in disparte. Un gattino vittima delle sue incapacità e delle sue debolezze diremmo oggi. 

… Prendi la tua tristezza in mano e soffiala nel fiume, vesti di foglie il tuo dolore e coprilo di piume ...

Ora è il capo 'famiglia', di quella nuova, della vecchia non ne è rimasto nessuno, e soprattutto non c’è più il bullo. Eppure non ha l’aria del capo, probabilmente non lo è mai stato e non lo sarà mai. È nella sua natura. E' un perdente. Si fida più degli umani che dei suoi simili. Se gli fai un fischio ti risponde con un miagolio accennato. Lo fa sempre ma si sente appena, si sforza, fa fatica, ma arriva sempre.

Prova ad imporre le nuove gerarchie, ma è pieno di escoriazioni, di certo dovute a qualche combattimento per segnare il territorio. Adesso aspetta. E' stanco, è disilluso, è solitario. 

Non l’ho ancora scritto, ma questo è il mio gatto preferito, è il mio vecchietto, e piangerò quando se ne andrà o lui piangerà per me quando me ne andrò io.

Fonte: Il canto del pastore sardo di Fabrizio De Andrè

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