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mercoledì 7 ottobre 2026

‘Lo senti il perché di cortili bagnati ...'

‘Non siamo una strada né malinconia, un treno o una periferia, non siamo scoperta né sponda sfiorita, non siamo né un giorno né vita’

di Giovanni Pulvino

La Rocca di Cefalù, 20 maggio 2026 (foto di Giovanni Pulvino)
Sapevi che l’avresti rivista. E così è stato.

Ti stava aspettando. Ti sei fermato, eri quasi paralizzato, ti è venuta incontro e ti ha abbracciato, sì ti ha abbracciato. Ti è mancato il respiro. Eri sorpreso, ancora una volta. Godevi di tanto calore e non comprendevi il perché, e non sapevi come reagire. Avresti dovuto stringerLa forte, forte e non lasciarLa andare via, invece. Saresti dovuto rimanere in quel posto per il resto del tuo tempo, invece.

Poi più nulla.

Abbiamo bisogno delle parole, dei silenzi e degli abbracci, sempre, invece.

Forse a mancarti sono quelli di quando eri bambino, quelli che non hai ricevuto o dato o semplicemente sono quelli che non ricordi di aver ricevuto o dato. Forse sono quelli che non hai ricevuto o dato da adulto. Forse sono quelli che non hai dato o ricevuto.

Restano gli abbracci che hai immaginato. Ed il silenzio.

È un moscone, no, è un insetto strano, ha tre teste, provi a farlo uscire, ma non ci riesci, lo chiudi tra la porta e la persiana nella speranza di farlo morire per sfinimento. Poi ti arrendi, non ci riesci proprio a cacciarlo via. Ti svegli, era un brutto sogno, di quelli che ti opprimono, di quelli dove non puoi muoverti, lo subisci soltanto nonostante i tuoi tentativi di porvi rimedio, nei sogni è sempre così e non solo nei sogni.

Aspetti e aspetti, passano i minuti e le ore, ma nulla cambia.

Chissà cosa pensano coloro che leggono questi post e che magari si trovano dall’altra parte del mondo. Si limitano al titolo? A guardare la foto? E cosa pensano di chi lo ha scritto? Non ci sono risposte e anche se ci fossero non cambierebbe nulla. Il tempo trascorre ugualmente, i pensieri vanno e vengono lo stesso e tutto è sempre come prima, anzi peggio di prima.

Una volta sul foglio le parole appartengono a chi le legge, non a chi le ha scritte.

Dove sei? Chi consoli?

‘Lo senti il perché di cortili bagnati, di auto a morire nei prati, la pallida linea di vecchie ferite, di lettere ormai non spedite?’

Il primo vuoto consapevole nacque quel giorno, quando pianse di nascosto, non lo aveva mai fatto in quel modo, si vergognava, non c'era motivo ma si vergognava. Furono lacrime spontanee, inaspettate, sincere, era dolore. Poi ne sono arrivate altre, ora sono la normalità, spesso sono lacrime che non vengono, ma ci sono, sono lì e non puoi farci nulla.

Fonte: Quello che non … di Francesco Guccini

domenica 27 settembre 2026

Poi ci sono i sorrisi che non arrivano

Uno dei modi più semplici per dimenticarsi è rubare un sorriso. Sì, rubare un sorriso

di Giovanni Pulvino

Banksy, Sorriso di ragazza (foto da amazon.it)

Quante volte ci è capitato di provare empatia per chi ci sta di fronte e, per questo, fargli o ricevere un sorriso.

Quante volte ci è capitato di vedere un nostro parente o un nostro amico tentare di far ridere un neonato e gioire per questo anche se non sai bene se lo fai per la sua ‘goffaggine’ o per la dolcezza del bambino che non capisce le stupide smorfie dell’adulto.

A volte sorridere è complicato, ma occorre sforzarsi, non c'è altro. 

Quando passavo mi facevano sempre un sorriso, era il loro modo di salutare. U zu Pippinu e a za Rusina stavano quasi sempre seduti davanti all’uscio della loro casa, in piazza Marina ora diventata piazza A. Pulvino, chissà se facevano un sorriso anche a Lui. Poi, un giorno, non li ho visiti più. 

Tornando da Villa Margi, dopo un patruni e sutta, un nostro coetaneo, u Liuni, scoppiava a ridere, così, senza motivo e noi dietro a lui. Faceva altri due passi e scoppiava a ridere di nuovo e noi sempre dietro a lui. 

Sorridere è una predisposizione dell’animo. È l’espressione immediata del carattere. È gentilezza. È un dare senza aspettarsi nulla, è un ricevere senza dare nulla. È amore. È affrontare la vita con leggerezza, anche se spesso non si può.

Le persone intelligenti fanno battute, si sa, lo scopo non è deridere, ma strappare un sorriso. Se gli capita di farne una ‘improbabile’ o se chi hanno di fronte non comprende l’ironia, allora la mortificazione è certa e, di sicuro, rimarrà nel tempo e non faranno più battute con quella persona.

Poi ci sono i sorrisi che non arrivano, sono quelli di cui abbiamo più bisogno, e non possono essere che quelli, non altri, ed è allora che ….

Quante volte li abbiamo cercati e non li abbiamo trovati.

Sono indefinibili, sono accennati, sono complicità e non possono essere che quelli, solo quelli e lo capisci solo quando non ci sono o, peggio, quando ti rendi conto che sono per altri.

‘… Notte notte, notte sola, sola come il mio fuoco, piega la testa sul mio cuore e spegnilo poco a poco.’ 

I sorrisi sono un tuffo al cuore, sia che ci siano, sia che non ci siano. Segnano la vita, ne alleggeriscono i vuoti o ne creano di nuovi. E non possiamo decidere quali e quando riceverli o darli, li subiamo soltanto, come tutto, come tutti.

Fonti: Canto del servo pastore di Fabrizio De Andrè e REDNEWS

martedì 25 agosto 2026

Io e il mio vecchietto

'… Prendi la tua tristezza in mano e soffiala nel fiume, vesti di foglie il tuo dolore e coprilo di piume ...'

di Giovanni Pulvino

Il vecchietto (foto di Giovanni Pulvino)

Quando sono in cortile per godere della brezza marina pomeridiana mi viene accanto e si sdraia, resta immobile, in silenzio, ci facciamo compagnia a vicenda ed insieme aspettiamo …

È malandato, è malaticcio, è malinconico, sempre solo, alla ricerca del fresco o del caldo, sempre in attesa di ricevere qualcosa da mangiare, qualsiasi cosa, non è viziato, prende tutto quello che gli dai. Il pelo è scolorito, è il pelo dei vecchi. Ti guarda appena, ci vede appena, ma lo fa sempre. si fida, si aspetta qualcosa. È libero di andare, ma è sempre qui, è nato qui, questa è casa sua. Non ha e non cerca altri posti. 

E dire che era un gattino bullizzato. Un fratellastro gli impediva di mangiare, poteva farlo solo quando gli altri avevano finito, gli toccavano gli avanzi. Ed era necessaria la presenza e la protezione di un umano che si era reso conto del bullismo che subiva.

Quando era in gruppo doveva reprimere il suo istinto e le sue pulsioni o battersi e quando lo faceva, inevitabilmente, perdeva.

Doveva stare sempre a due metri distanza e comunque in disparte. Un gattino vittima delle sue incapacità e delle sue debolezze diremmo oggi. 

… Prendi la tua tristezza in mano e soffiala nel fiume, vesti di foglie il tuo dolore e coprilo di piume ...

Ora è il capo 'famiglia', di quella nuova, della vecchia non ne è rimasto nessuno, e soprattutto non c’è più il bullo. Eppure non ha l’aria del capo, probabilmente non lo è mai stato e non lo sarà mai. È nella sua natura. E' un perdente. Si fida più degli umani che dei suoi simili. Se gli fai un fischio ti risponde con un miagolio accennato. Lo fa sempre ma si sente appena, si sforza, fa fatica, ma arriva sempre.

Prova ad imporre le nuove gerarchie, ma è pieno di escoriazioni, di certo dovute a qualche combattimento per segnare il territorio. Adesso aspetta. E' stanco, è disilluso, è solitario. 

Non l’ho ancora scritto, ma questo è il mio gatto preferito, è il mio vecchietto, e piangerò quando se ne andrà o lui piangerà per me quando me ne andrò io.

Fonte: Il canto del pastore sardo di Fabrizio De Andrè

venerdì 14 agosto 2026

È un tempo sospeso, è un tempo rubato

Stai ore ed ore ad aspettare un tempo che non viene, è un tempo sospeso, è un tempo rubato

di Giovanni Pulvino

Cefalù, 11 febbraio 2022 (foto di Giovanni Pulvino)

Tutto quello che avviene non è per te, tu ti limiti a rubare un tempo che non è tuo, ma d’altri. È un tempo sospeso, è un tempo rubato. Tu sei un ladro, sei un ladro sospeso.

Ti dici: ma lo so solo io. Sei sicuro? E se anche fosse così rimani un ladro. Lo so non riesci ad impedirtelo, ma non ti appartiene comunque, sappilo.

È come prendere un caffè sospeso. Qualcuno lo ha pagato per chi non può permetterselo, e quello non sei tu, tu lo rubi soltanto.

Che fine hanno fatto il rispetto, la solidarietà, l’altruismo?

Succede a volte di dover andare oltre, in un mondo oscuro, dove le regole saltano ed i principi evaporano. L’orgoglio cede il passo alle emozioni e alle passioni. Ed è allora che trasgredisci e diventi un ladro.

‘…. può nascondersi, confondersi, ma non può perdersi mai’

Lo vedevi fare, lo facevi da bambino e lo vedi fare ancora, la gamba inizia a tremare istintivamente, senza volere, è un tremore che dice tutto. E' tristezza. E' mancanza. È l’accettazione di una sconfitta. È la conferma di un tempo che non ti appartiene. Provi a fermarla, ma per farlo ti devi concentrare, appena ti distrai riprende a muoversi. Dopo un po' si assopisce per stanchezza, per rinuncia, per sfinimento.

Se quel giorno non ci fosse stata quella mano, non saresti un ladro, non saresti. Eri sott’acqua, eri sulla battigia, era sufficiente alzarsi per tornare a respirare, eppure non ci riuscivi, bastava ancora poco, ma venne a tirarti su ed ora sei un ladro, un ladro di un tempo non tuo.

Il mare di agosto è stranamente piatto come quello di luglio, ed è lì anche per te, allora perché rinunciare. Già, perché?

Alzati, agisci, non restare immobile. E le motivazioni? Dove sono le motivazioni? Ci vogliono le motivazioni per agire, altrimenti meglio restare fermi e aspettare.

Intanto il pensiero torna al punto di partenza. E non puoi farci nulla.

martedì 21 luglio 2026

Tutto quello che ha fatto, lo ha fatto per noi

Quando passerete da questa piazza e leggerete piazza 'A. Pulvino’, ricordatevi che tutto quello che ha fatto, lo ha fatto per noi

di Giovanni Pulvino

Torremuzza, 18 luglio 2026

67 anni fa venivano al mondo due bambini, due gemelli. La sorpresa e la gioia per parenti, amici e torremuzzari fu grande. Eravamo appena nati e già eravamo destinati ad essere i gemelli del Borgo, o come diceva un mio coetaneo ‘i gemielli’ di Torremuzza. Quel giorno mia madre rischio la vita, non ne poté gioire subito, ma quanto fu orgogliosa di noi.

Piazza Marina è stata il luogo della nostra infanzia. Allora era ancora in terra battuta ed il nostro gioco preferito era rincorrere un pallone di plastica, il super Santos. Una volta facemmo una partita anche se eravamo solo in tre. Vinsi io anche se ero da solo contro mio fratello ed un nostro coetaneo, Santo, quello che ci chiamava gemielli. Non ero io che ero più bravo ma semplicemente approfittavo della scarsa dimestichezza con il pallone del suo compagno. Tutte le volte che gli passava la palla per generosità, ne approfittavo per togliergliela e andare a segnare.

Spesso giocavamo sotto i ponti della ferrovia. Facevamo una specie di calcio/tennis senza rete. Non so chi vinceva, non era importante. 

D’estate a Torremuzza venivano a trascorrere una giornata al mare i ragazzi della colonia di Reitano. Sapevamo già che avremmo fatto una partita a calcetto. Una sfida calcistica tra torremuzzari e ritanisi. Quella volta giocammo nel cortile Marina che era stato pavimentato da poco, sembrava un campo di calcetto con il pubblico nelle gradinate. Vincemmo con facilità. Quando io o mio fratello avevamo la palla il passaggio era scontato, sapevamo dov’eravamo e dove passare il pallone. In un certo senso avevamo ‘imbrogliato’, perché avevamo un vantaggio che gli altri non potevano avere, ci trovavamo senza bisogno di guardare o parlare.

Se fosse ancora tra noi in questo momento sarebbe in riva al mare a leggere un libro, a prendere il sole, a fare un tuffo. 

Ma non è tra noi. 

Una volta mi disse ma come si fa a non amare l’estate e il mare. Era la sua confort zone, il luogo dove si rilassava, staccava dai suoi pensieri, dai suoi numerosi impegni. Quando mi chiedete perché non vai a fare un tuffo anziché stare sempre a casa, ora sapete il perché.

Ogni giorno dobbiamo fare una scelta, dobbiamo decidere da che parte stare. È una decisone il più delle volte inconsapevole, ma la facciamo sempre. L’opzione è: dobbiamo agire esclusivamente nel nostro interesse personale o dobbiamo farlo tenendo conto di chi ci sta di fronte? Dobbiamo pensare solo a noi stessi o anche agli altri? Dobbiamo essere egoisti o altruisti? La nostra scelta era scontata. Figli di un operaio che faceva tre lavori per mantenere la famiglia e di una casalinga che doveva accudire sei figli, non potevamo che essere per la solidarietà. Lottare contro le ingiustizie e le diseguaglianze era nel nostro carattere. Utilizzare le nostre capacità e le nostre competenze per il bene comune era inevitabile, ha segnato tutta la nostra esistenza.

E per me, solo per me, è così ancora oggi.

Da giovanissimo è stato consigliere comunale del PCI per volontà di Rocco Adamo che rinunciò al seggio conquistato nelle elezioni per cederlo a mio fratello. Non lo dimenticò mai, anni dopo volle sua figlia come presidente del Consiglio comunale, carica che Lui aveva ricoperto prima di essere nominato vicesindaco. Rinunciò sempre all’indennità di carica. Per mio fratello la politica era servizio. Motta ha perso una grande opportunità quando non lo sostenne a sufficienza nelle elezioni per la carica a Sindaco. Quella fu l’unica volta che non fui completamente al suo fianco, forse non volevo che diventasse Primo cittadino, aveva già dato tanto alla comunità, era tempo che pensasse un po' di più a sé stesso.

Era una persona di ‘compagnia’. Non era solo intelligente, generoso e con una ampia cultura, era anche solare. Bastava una chitarra ed uno spartito per far cantare tutti, ma proprio tutti. Quando si trattava di accordare la chitarra, si rifiutava, non perché non ne fosse capace, semplicemente si annoiava a fare le piccole cose, quelle più pratiche, era troppo intelligente, allora ci dovevo pensare io. Lo stesso succedeva se c’era della musica ballabile, intendo i lisci. Animava la serata e ballava con tutte. Aveva uno spirito ironico e delicato, era un ladro di sorrisi. L’ho invidiavo per questa sua leggerezza, per il suo carattere estroverso. Ed oggi si sente molto la sua mancanza anche per questo.

La sua impronta era segnata. Era così ancor prima di venire al mondo. Non c’era rimedio possibile, la sua strada era decisa, non poteva esserci nessun cambiamento. Era destinato a non essere egoista. Non c’erano alternative, solo un continuo dare, senza pretese, senza ritorno. Da non credere, ma era così.

Avevamo le stesse idee, attitudini e desideri, e, per evitare di confrontarci, prendevamo sempre strade o assumevamo ruoli diversi. In questo modo ci completavamo a vicenda, ora non è più così.

Sapevamo tutto l’uno dell’altro anche se non parlavamo mai, non era necessario, ci capivamo senza dire una parola, tra i gemelli è così, di certo era così tra di noi. C’era una sorta di pudore a raccontarci le cose più personali, ma sapevamo tutto l’uno dell’altro. Ed ora tutta la sua vita è nella mia testa e lì resterà fino a quando avrò capacità intellettiva per ricordarla.

Quando passerete da questa piazza e leggerete piazza 'A. Pulvino’, ricordatevi che tutto quello che ha fatto, lo ha fatto per noi.

Siatene orgogliosi perché dietro quel nome ci siamo tutti noi che gli abbiamo voluto bene e sono certo che questo sarebbe stato anche il suo pensiero. 



venerdì 3 luglio 2026

Allora, sei bruco o sei farfalla?

‘Quello che il bruco chiama fine del mondo, il resto del mondo lo chiama farfalla’, Lao Tze

di Giovanni Pulvino

Una pagina di 'Storie di ordinaria follia' di Charles Bukowski

È facile sentirsi una farfalla. Essere una farfalla. Essere i colori di una farfalla. Può vivere fino a 12 mesi o morire dopo pochi giorni, ma nel nostro immaginario la farfalla è felice, e chissà perché lo pensiamo. Forse sarà per il colore delle ali e per la leggerezza con cui vola o forse perché ci appare innocua e aggraziata. Eppure la sua è un’esistenza effimera. Ma cosa non lo è?

Il bruco è brutto. Ci fa senso solo a vederlo. Vive poche settimane o anche fino a due anni, ma la sua sorte è segnata e non ci intenerisce. Eppure, senza il bruco non esisterebbe la farfalla. È inconsapevolmente generoso. Dà la sua vita per un’altra. Sempre. Ci diciamo, è la natura, è una metamorfosi e non importa se muore.

La farfalla è leggiadra, non ha pensieri, non deve cercare, aspetta e sceglie il fiore su cui posarsi, poi vola via. Non crea, non dà, riceve soltanto. Non si fa domande, vive la sua breve vita intensamente ed è ammirata e riconosciuta.

Il bruco non vola, striscia. Non decide, subisce. Non è apprezzato e fa un po' ribrezzo. Fatica a sopravvivere. È solo. Esiste per dare, per dare la vita. Aspetta di morire. Sa che deve morire. Ha paura? Di certo sa che deve morire. Chissà se lo consola sapere che con il suo sacrificio darà una nuova vita. 

Sei bruco o sei farfalla?

Il bruco è altruista suo malgrado, e non può essere altro, non dipende da lui, è così. La farfalla è una regina, prende quello che gli altri hanno dovuto dargli, nel caso del bruco è tutto.

Allora, sei bruco o sei farfalla?

Non ho dubbi, non sarò mai una farfalla. Non posso essere una farfalla e non voglio esserlo.


lunedì 16 febbraio 2026

U carrettu sicilianu

U carrettu nasce per una necessità pratica, il trasporto di beni e persone. È il risultato dell’ingegno dei siciliani, della parte più povera, dei contadini e degli artigiani

di Giovanni Pulvino

Cefalù, Carretto siciliano (foto di Giovanni Pulvino)

U carrettu fa parte della memoria dei siciliani così come lo sono il sole, il mare, il cibo, le tradizioni, i vulcani e le dominazioni.

È il simbolo di un passato che tanti isolani non accettano. Eppure è una parte ineliminabile nella storia della Sicilia, quella più profonda, quella povera, quella di chi lavorava da suli a suli, che viveva di pane e companatico, che per i contadini era quasi sempre un pezzo di tuma.

Due ruote grandi ed un cassone in legno trainati da un solo animale, un asinello o un mulo, questo era u carrettu, il solo mezzo di locomozione che permetteva di percorrere le disastrate strade della Sicilia dell’Ottocento. Si perché l’isola non è solo mare e spiagge. Gran parte del suo territorio è inospitale. Ci sono colline, montagne, promontori, vulcani, vallate, dove costruire strade è complicato e spesso impossibile.

U carrettu nasce per una necessità pratica, il trasporto di beni e persone. È il risultato dell’ingegno dei siciliani, della parte più povera, dei contadini e degli artigiani.

I colori ed i disegni con cui spesso veniva decorato erano immagini religiose che avevano lo scopo di impedire disgrazie e sventure. Contadini poveri e superstiziosi si illudevano di allontanare ‘u diavulu’ e 'u malocchiu'. Erano credenze e ignoranza, ma c’è da essere orgogliosi di quei siciliani. Vissero la povertà con dignità. Seppero ingegnarsi per alleviare le fatiche imposte da una terra arida e dai soprusi degli uomini, i signorotti del tempo ed i loro ‘sgherri’, i gabellotti. Quelli che poi diventarono i ‘stuppagghiari’, i mafiosi di campagna, quelli che nel dopoguerra hanno sottomesso l’intera isola al volere di pochi ‘boss’ e ad una politica corrotta e incapace.

U carrettu è il simbolo del sudore e della fatica di tanti contadini che vissero di stenti e di duro lavoro. E' stato un tentativo di emancipazione non violenta da parte di un popolo che ha sempre vissuto sottomesso ed in miseria. 

E per tanti ancora oggi è così. 

I carretti ora appartengono alla tradizione ed al folklore ed i siciliani non hanno nessun motivo di vergognarsi di un simbolo 'povero' della loro storia millenaria.

martedì 20 gennaio 2026

Io e la mia isoletta, Alicudi

Guardi l'orizzonte ed hai la sensazione di stare sospeso tra cielo e mare, ma non è leggerezza, è dubbio, è incomprensione, è un dimenticarsi che non viene

di Giovanni Pulvino

Alicudi, Sicilia - (foto di Giovanni Pulvino)

Il titolo inganna, l’isola non è mia, anzi non ci sono mai stato e non so neanche quanti sono gli abitanti. Ma a questo possiamo rimediare chiedendolo a Copilot che confidenzialmente mi chiama Cicci, chissà perché. Sono circa 100. Per questa volta non facciamo nessun’altra verifica e ci fidiamo dell’intelligenza artificiale.

Confermo che non ho nessun diritto di proprietà o di possesso e neanche uno straccio di concessione, ma in un certo senso Alicudi è mia. Fa parte del mio immaginario e di chissà di quanti altri. Il fatto è che tutte le mattine, ma proprio tutte, è la prima cosa che vedo guardando l’orizzonte, che sta lì, oltre i tetti delle case della borgata, oltre il ponte della ferrovia.

Alicudi fa parte del quotidiano. È una presenza costante. Sembra che ti stia osservando, si assicura che ci sei, che non stai facendo stupidaggini.

Durante la giornata spesso cambia colore. All'alba è arancione, subito dopo diventa celeste se il mare è calmo, blu se c’è vento di maestrale o di tramontana, nel pomeriggio assume colori sbiaditi tra il celeste e il bianco, al tramonto diventa di nuovo arancione fino a svanire con l’oscurità.

Raramente è nascosta dal mal tempo o dalla foschia. In ogni caso sai che c’è, che è lì, questo basta.

Una mattina, come Fantozzi, aveva la sua nuvoletta personale. La nuvoletta dell’impiegato è diventata, per qualche ora, la nuvoletta di Alicudi.

Guardi l’orizzonte e Lei è lì, non va via, non può andare via. Inchiodata tra cielo e mare delimita l’orizzonte, lo rende animato, asimmetrico, irregolare. E sarà lì anche dopo, a ricordare a chi ci sarà che il tempo dato è limitato e non ritornerà. Ma Lei ci sarà sempre, forse.

Guardi ancora ed hai la sensazione di stare sospeso, ma non è leggerezza, è dubbio, è incomprensione, è un dimenticarsi che non viene.

Circondata da questa enorme massa d’acqua a volte temi che possa sprofondare e sparire per sempre. Ma non va via, sta lì, sembra dire neanche tu sparirai, ma so che è una bugia. 

Mi segue, è la mia nuvoletta. È nella mia testa e lì resterà. E' il mio pensiero, l'unico. E non voglio che vada via.

 

lunedì 29 dicembre 2025

Era il 31 dicembre del 2014

Era il 31 dicembre 2014, ed era un altro mondo, tu non c’eri e non ci sei adesso e anche se ci fossi non potresti fare nulla

di Giovanni Pulvino

31 dicembre 2014, Torremuzza (Me) - Video di Giovanni Pulvino

Poteva essere un giorno come un altro, invece no, successe quello che non era mai successo, il Borgo era imbiancato. L’inverno era iniziato da poco, ma quella mattina nevicava, si nevicava in riva al mare. Altre volte le strade si erano tinte di bianco per la grandine, era durata solo per qualche ora, poi si era sciolta e tutto era tornato nella normalità. Stavolta invece era neve, quella vera, quella che cade solo durante la stagione fredda quando la temperatura scende sotto lo zero, quella che puoi ammirare e per certi aspetti 'soffrire' salendo in  montagna.

Ma qui in Sicilia, sul litorale tirrenico, a pochi metri dal mare, come è stato possibile? Le strade erano colorate di bianco, le pietre della spiaggia erano ricoperte di neve, così come a vanetra, la piazzetta e la Torre, solo sotto i ponti della ferrovia non c’era nulla.

Qualcuno sfidando il freddo e il vento di levante era sceso in strada per godersi la novità’. Una camminata verso la spiaggia era inevitabile. Di solito stai lì nel mese di luglio a prendere il sole, a fare un tuffo, a guardare il fluttuare delle onde o a fissare le sagome di Alicudi, di Filicudi e di Panera che sono là in fondo a delimitare l’orizzonte, e stanno lì come sempre per farti una carezza quando la tua coscienza è inquieta o quando hai bisogno di dimenticarti.

Quel 31 dicembre le nuvole e il nevischio impedivano di scorgerle, ma sapevi che c’erano e questo ti consolava.

Tutto era grigio, freddo come solo in inverno può essere.

Ti giri e vedi tutto il Borgo imbiancato, non era mai successo. Poi senti distintamente il chiacchiericcio leggero di chi era sceso per vedere e noti subito le loro orme lasciate sulla neve fresca. Era un presagio di cosa sarebbe successo di lì a poco? Da allora è rimasta un’impronta, un’impronta sulla neve, sulla neve caduta in riva al mare e li resterà per sempre. Almeno per chi c’era e c’è ancora per poterlo raccontare.

Era il 31 dicembre 2014, ed era un altro mondo, e tu non c’eri e non ci sei adesso e anche se ci fossi non potresti fare nulla, e non capiresti cosa c’è in fondo ai pensieri. È un tempo che non c’è, che non esiste, solo silenzi, nient’altro che silenzi. No, non so dire di no, ma andrò anche se non ci sarai, e non mi comprenderai, non puoi comprendermi e sai il perché, e so il perché.

venerdì 14 novembre 2025

Alicudi, 11 novembre 2025

di Giovanni Pulvino

Torremuzza, Alicudi, 11 novembre 2025 (foto di Giovanni Pulvino)

Sempre la stessa isola, sempre lo stesso mare, e tale sarà anche dopo, resterà lì a definire il tempo dato, ad impedire di tornare indietro, a scolorire i ricordi, a segnare il trascorre lento del tempo e della vita ..


domenica 12 ottobre 2025

'Mi votu e mi rivotu'




Mi votu e mi rivotu suspirannu
passu li notti ‘nteri senza sonnu.
E li biddizzi tò iu cuntimplannu
li passu di la notti ‘nsinu a jornu.
Pi tia nun pozzu ora
cchiù durmìri
paci nun havi cchiù
st’afflittu cori.
Lu sai quannu ca iu
t’haiu a lassari:
quannu la vita mia
finisci e mori.
Palumma ca camini mari mari
ferma, quantu ti dicu du paroli
quannu ti pinnu na pinna di st'ali
quantu fazzu na littra
a lu me amuri;
li littri ti li mannu a tri a dui
risposta ca di tia nun haiu mai.
O chi si persi la carta pi vui
o puramenti scriviri nun sai
Mi votu e mi rivotu suspirannu
passu li notti ‘nteri senza sonnu

lunedì 15 settembre 2025

Era un appuntamento settembrino che non capivamo

Eravamo un bel gruppetto di torremuzzari di tutte le età. Non ricordo bene chi ci fosse, ma non importa 

di Giovanni Pulvino

La chiesa del Letto Santo, Santo Stefano di Camastra (Sicilia) - Foto di Nicolò Serraino

La prima volta fu una scoperta, poi divenne un’abitudine, ma non duro a lungo. Era un appuntamento settembrino che non capivamo, ma che ripetevamo inconsapevoli. Per i nostri genitori, gli zii e i nonni era un 'Voto' al Letto Santo, per noi era solo una ‘sfida’ con noi stessi e con chi arrivava per primo.

Eravamo un bel gruppetto di torremuzzari di tutte le età. Non ricordo bene chi ci fosse, ma non importa. C’erano i nostri familiari, questo è sicuro.

Partivamo di notte, per noi ragazzi era come vivere un’avventura. Subito si formavano piccoli gruppi. Percorrevamo soprattutto strade di campagna. Tutte in salita. Attraversavamo i cincu ponti, passavamo vicino al cimitero nuovo di Santo Stefano, accanto al Collegio e poi ancora più su, tra alberi, arbusti e viottoli.

I più anziani rimanevano indietro, ma questo era scontato. Non so come facevamo a riconoscere la strada, ma non perdemmo mai la direzione. A volte si sbucava sulla statale, poi sullo sterrato, poi di nuovo un tratto sulla statale o in campagna e così di seguito. Non provavamo stanchezza o paura. Era un ‘gioco’. Bevevamo l’acqua fresca delle sorgenti che incontravamo e non ci chiedevamo se fosse potabile oppure no, lo davamo per scontato.

Le prime luci dell’alba indicavano che la meta era vicina. L’ultimo tratto era una vera e propria salita che affrontavamo per accorciare, con la statale avremmo allungato. 

Si respirava un’aria pura, di montagna. E non importava chi arrivava per primo. Le bancarelle lungo la strada e nella piccola piazzetta ci ricordavano che era un giorno di festa. I devoti che affluivano al Santuario erano intenti ad entrare in Chiesa. Le messe si susseguivano già di primo mattino. Non c'era tanta gente. Era un fresco mattino di settembre. Ed era già memoria.

Il ‘Voto’ era stato adempiuto. Per i nostri genitori era importante, ma allora non lo capivamo. Non so neanche perché questo luogo sacro si chiama Letto Santo. C’è una chiesetta su un promontorio, nient’altro. Non ho mai indagato ed ora che potrei farlo preferisco non sapere, chissà perchè?

Una volta, circa tre secoli fa, Santo Stefano di Camastra era situata in questa zona poi una frana costrinse i residenti a ricostruire il paese più in basso, quasi in marina, ma i stifanari non sono mai stati pescatori. Questo ci distingue. Portarono con loro l’arte delle ceramiche, ma u Paisi non è mai stato un borgo marinaro.

U Lettu Santu era ed è la ricorrenza religiosa più importante per i 'cattolici' di Santo Stefano e non solo. Non è un caso che in tanti hanno la seconda casa attorno al Santuario. Nelle prime due settimane di settembre u Paisi si svuota, parte della popolazione si trasferisce in campagna. La Festa è diventata un'occasione per fare scampagnate. Ormai è un evento che unisce in modo innocente sacro e profano.

In una delle bancarelle c'era u Caliaru ...

Il sole alto e l'uscita dei pellegrini dalla chiesetta ci faceva capire che la messa era finita e che era giunto il momento di ritornare al Borgo. Non ricordo come facevamo. Sicuramente non a piedi. Prima di andare non dimenticavamo di compare a calia appena arrustuta, gli zuccherini colorati, gli arachidi, i salativi di cui non ricordo il nome, ect... . In Sicilia non c'è ricorrenza padronale senza queste bancarelle e queste piccole leccornie.

Con il passare del tempo il 'pellegrinaggio' settembrino finì, almeno pi torremuzzari. A Santo Stefano c’è ancora una piccola comunità che mantiene la tradizione, ma il numero dei fedeli che ripete il 'Voto' sta diminuendo. È la conseguenza della cosiddetta secolarizzazione della Chiesa ed è un evento inevitabile.

Per i ragazzini del Borgo era un 'gioco' ed oggi rimane questo flebile ricordo, null’altro.

sabato 30 agosto 2025

Agosto

È un silenzio che non viene

di Giovanni Pulvino

Torremuzza, tramonto agosto 2019 - (foto di Erina Barbera)

Stai con la testa bassa per contare i passi, ma non è per questo che lo fai.

Tenti inutilmente di estraniarti da ciò che ti circonda, di non guardare chi ti sta intorno, di impedire al pensiero di tornare al punto di partenza, sempre lo stesso punto, sempre lo stesso vuoto, sempre la stessa mancanza.

Riprendi a camminare, ancora più veloce, perdi il conto, perdi il senso e non riesci più a fermarti.

Non c’è una meta, è solo una fuga, ma è tutto inutile.

Anche ad agosto il mare è piatto. Ed il sole ogni sera si dilegua all’orizzonte.

Resterà un pensiero. Non c’è nient’altro.

Eppure: ‘C’è gente che ama mille cose, e si perde per le strade del mondo’ …

Cerca quello che non ha, ma finisce per perdersi. Fa qualcosa per dimenticarsi, si questo è lo scopo, dimenticarsi. 

Ma è solo un silenzio che non viene.

mercoledì 19 marzo 2025

Il vento della Memoria, semina Giustizia

Si svolgerà a Trapani la XXX Giornata della Memoria e dell'Impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie

di Giovanni Pulvino

Foto da libera.it

Tra le tante vittime innocenti uccisi dalla mafia che saranno ricordate a Trapani c’è il figlio di Santino Di Matteo. Il piccolo Giuseppe fu rapito il 23 novembre del 1993, mentre si trovava al maneggio di Altofonte. Secondo le deposizioni fatte da Gaspare Spatuzza i sequestratori travestiti da carabinieri convinsero Giuseppe a seguirli con la promessa che avrebbe rivisto il padre che, per la sua collaborazione, era sotto protezione.

‘Agli occhi del bambino – ha dichiarato il pentito - siamo apparsi degli angeli, ma in realtà eravamo dei lupi’. 

Il rapimento, durato 779 giorni, era finalizzato a spingere Santino Di Matteo a ritrattare le sue dichiarazioni sulla strage di Capaci e sull’uccisione di Ignazio Salvo. Il pentito non si piegò al ricatto e continuò la sua collaborazione con le autorità giudiziarie. L’11 gennaio del 1996, su ordine di Giovanni Brusca, il piccolo Di Matteo, che allora aveva appena 15 anni, fu ucciso e poi sciolto nell’acido. 

Il 15 settembre del 1993, giorno del suo cinquantaseiesimo compleanno, don Pino Puglisi era appena sceso dalla sua Fiat Uno bianca e si stava avvicinando al portone di casa quando qualcuno lo chiamò, lui si voltò, sorrise ai suoi assassini e disse: ‘Me l’aspettavo’. Subito dopo Salvatore Grigoli, killer della mafia, gli sparò un colpo di pistola alla nuca. 

Un uomo di fede se n’è andato così, senza nessun timore verso chi, accecato dall’odio, ha sparato senza esitazione. Don Pino era un uomo mite, ed è morto per la sua testardaggine a credere che un’altra Sicilia è possibile e che l’amore e la giustizia prima o poi trionferanno.

Un ‘Santo’ che forse i siciliani non meritano di avere.

Fonte libera.it

martedì 25 febbraio 2025

Tesori di Sicilia: veliero sulle coste di Castel di Tusa

 di Giovanni Pulvino

Piccolo veliero sulle coste di Castel di Tusa, 25 febbraio 2025 

Sarà il veliero del capitano Uncino? 

Sarà il suo fantasma? 

Si starà preparando all’arrembaggio di Castel di Tusa? 

Chissà.