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sabato 1 agosto 2026

Il cubo di Rubik

Provi a completare il cubo di Rubik, ma non ci riesci

di Giovanni Pulvino

Il cubo di Rubik - (foto di Giovanni Pulvino)

Nulla cambia. Non decidiamo mai, subiamo soltanto.

Guardi verso il basso, non vedi il fondo, ma non è necessario vedere, è tutto dentro di te. E non puoi impedirti di pensarlo, è tutto dentro di te.

Non osi poggiare il piede, potrebbe esserci il vuoto. Resti in attesa. Non è paura. È stanchezza. Sai già che è tutto inutile. Allora aspetti. Non sai bene cosa, ma aspetti.

I silenzi tolgono il respiro e non sai cosa fare. Guardi avanti ed hai paura, di fronte a te non c’è che il nulla. Rimangono solo i singhiozzi di un bambino e le lacrime che non vengono.

Allora provi a leggere, ma non ci riesci. Ci sono solo assenze. I pensieri sono devastati. I movimenti rallentati. La vita un respiro affannato e non voluto. 

Ed è in quel preciso istante che comprendi che è stato un sogno senza un lieto fine e che il tuo tempo è stato un tempo sprecato. Hai provato e riprovato, ma è stato tutto inutile.

Cosa aspetta ad arrivare? Non sei un ‘convitato di pietra’, cosa aspetta ad arrivare?

Provi a completare il cubo di Rubik ancora una volta, ma non ci riesci.

I colori delle facce non combaciano mai. Insisti ruotando il cubo, ma anziché andare avanti ti sembra di tornare indietro. Fai un ragionamento, ma poi ti accorgi che è sbagliato. Torni al punto di partenza, per ricominciare di nuovo. Il disordine prevale. Non c’è una logica. È solo istinto ed egoismo. Ci vorrebbe cattiveria, almeno un po', quella che non hai, che non puoi avere e che non vuoi avere. Ad essere prepotenti bisogna essere predisposti. Non ci si diventa, ci si nasce con uno spirito malvagio. Se non ce l’hai non puoi inventartelo.

Allora rinunci e aspetti.

Sei stanco, sei sfinito, attendi in silenzio, ma è un silenzio che non viene.

martedì 21 luglio 2026

Tutto quello che ha fatto, lo ha fatto per noi

Quando passerete da questa piazza e leggerete piazza 'A. Pulvino’, ricordatevi che tutto quello che ha fatto, lo ha fatto per noi

di Giovanni Pulvino

Torremuzza, 18 luglio 2026

67 anni fa venivano al mondo due bambini, due gemelli. La sorpresa e la gioia per parenti, amici e torremuzzari fu grande. Eravamo appena nati e già eravamo destinati ad essere i gemelli del Borgo, o come diceva un mio coetaneo ‘i gemielli’ di Torremuzza. Quel giorno mia madre rischio la vita, non ne poté gioire subito, ma quanto fu orgogliosa di noi.

Piazza Marina è stata il luogo della nostra infanzia. Allora era ancora in terra battuta ed il nostro gioco preferito era rincorrere un pallone di plastica, il super Santos. Una volta facemmo una partita anche se eravamo solo in tre. Vinsi io anche se ero da solo contro mio fratello ed un nostro coetaneo, Santo, quello che ci chiamava gemielli. Non ero io che ero più bravo ma semplicemente approfittavo della scarsa dimestichezza con il pallone del suo compagno. Tutte le volte che gli passava la palla per generosità, ne approfittavo per togliergliela e andare a segnare.

Spesso giocavamo sotto i ponti della ferrovia. Facevamo una specie di calcio/tennis senza rete. Non so chi vinceva, non era importante. 

D’estate a Torremuzza venivano a trascorrere una giornata al mare i ragazzi della colonia di Reitano. Sapevamo già che avremmo fatto una partita a calcetto. Una sfida calcistica tra torremuzzari e ritanisi. Quella volta giocammo nel cortile Marina che era stato pavimentato da poco, sembrava un campo di calcetto con il pubblico nelle gradinate. Vincemmo con facilità. Quando io o mio fratello avevamo la palla il passaggio era scontato, sapevamo dov’eravamo e dove passare il pallone. In un certo senso avevamo ‘imbrogliato’, perché avevamo un vantaggio che gli altri non potevano avere, ci trovavamo senza bisogno di guardare o parlare.

Se fosse ancora tra noi in questo momento sarebbe in riva al mare a leggere un libro, a prendere il sole, a fare un tuffo. 

Ma non è tra noi. 

Una volta mi disse ma come si fa a non amare l’estate e il mare. Era la sua confort zone, il luogo dove si rilassava, staccava dai suoi pensieri, dai suoi numerosi impegni. Quando mi chiedete perché non vai a fare un tuffo anziché stare sempre a casa, ora sapete il perché.

Ogni giorno dobbiamo fare una scelta, dobbiamo decidere da che parte stare. È una decisone il più delle volte inconsapevole, ma la facciamo sempre. L’opzione è: dobbiamo agire esclusivamente nel nostro interesse personale o dobbiamo farlo tenendo conto di chi ci sta di fronte? Dobbiamo pensare solo a noi stessi o anche agli altri? Dobbiamo essere egoisti o altruisti? La nostra scelta era scontata. Figli di un operaio che faceva tre lavori per mantenere la famiglia e di una casalinga che doveva accudire sei figli, non potevamo che essere per la solidarietà. Lottare contro le ingiustizie e le diseguaglianze era nel nostro carattere. Utilizzare le nostre capacità e le nostre competenze per il bene comune era inevitabile, ha segnato tutta la nostra esistenza.

E per me, solo per me, è così ancora oggi.

Da giovanissimo è stato consigliere comunale del PCI per volontà di Rocco Adamo che rinunciò al seggio conquistato nelle elezioni per cederlo a mio fratello. Non lo dimenticò mai, anni dopo volle sua figlia come presidente del Consiglio comunale, carica che Lui aveva ricoperto prima di essere nominato vicesindaco. Rinunciò sempre all’indennità di carica. Per mio fratello la politica era servizio. Motta ha perso una grande opportunità quando non lo sostenne a sufficienza nelle elezioni per la carica a Sindaco. Quella fu l’unica volta che non fui completamente al suo fianco, forse non volevo che diventasse Primo cittadino, aveva già dato tanto alla comunità, era tempo che pensasse un po' di più a sé stesso.

Era una persona di ‘compagnia’. Non era solo intelligente, generoso e con una ampia cultura, era anche solare. Bastava una chitarra ed uno spartito per far cantare tutti, ma proprio tutti. Quando si trattava di accordare la chitarra, si rifiutava, non perché non ne fosse capace, semplicemente si annoiava a fare le piccole cose, quelle più pratiche, era troppo intelligente, allora ci dovevo pensare io. Lo stesso succedeva se c’era della musica ballabile, intendo i lisci. Animava la serata e ballava con tutte. Aveva uno spirito ironico e delicato, era un ladro di sorrisi. L’ho invidiavo per questa sua leggerezza, per il suo carattere estroverso. Ed oggi si sente molto la sua mancanza anche per questo.

La sua impronta era segnata. Era così ancor prima di venire al mondo. Non c’era rimedio possibile, la sua strada era decisa, non poteva esserci nessun cambiamento. Era destinato a non essere egoista. Non c’erano alternative, solo un continuo dare, senza pretese, senza ritorno. Da non credere, ma era così.

Avevamo le stesse idee, attitudini e desideri, e, per evitare di confrontarci, prendevamo sempre strade o assumevamo ruoli diversi. In questo modo ci completavamo a vicenda, ora non è più così.

Sapevamo tutto l’uno dell’altro anche se non parlavamo mai, non era necessario, ci capivamo senza dire una parola, tra i gemelli è così, di certo era così tra di noi. C’era una sorta di pudore a raccontarci le cose più personali, ma sapevamo tutto l’uno dell’altro. Ed ora tutta la sua vita è nella mia testa e lì resterà fino a quando avrò capacità intellettiva per ricordarla.

Quando passerete da questa piazza e leggerete piazza 'A. Pulvino’, ricordatevi che tutto quello che ha fatto, lo ha fatto per noi.

Siatene orgogliosi perché dietro quel nome ci siamo tutti noi che gli abbiamo voluto bene e sono certo che questo sarebbe stato anche il suo pensiero. 



venerdì 3 luglio 2026

Allora, sei bruco o sei farfalla?

Quello che il bruco chiama fine del mondo, il resto del mondo lo chiama farfalla’, Lao Tze

di Giovanni Pulvino

Una pagina di 'Storie di ordinaria follia' di Charles Bukowski

È facile sentirsi una farfalla. Essere una farfalla. Essere i colori di una farfalla. Può vivere fino a 12 mesi o morire dopo pochi giorni, ma nel nostro immaginario la farfalla è felice, e chissà perché lo pensiamo. Forse sarà per il colore delle ali e per la leggerezza con cui vola o forse perché ci appare innocua e aggraziata. Eppure la sua è un’esistenza effimera. Ma cosa non lo è?

Il bruco è brutto. Ci fa senso solo a vederlo. Vive poche settimane o anche fino a due anni, ma la sua sorte è segnata e non ci intenerisce. Eppure, senza il bruco non esisterebbe la farfalla. È inconsapevolmente generoso. Dà la sua vita per un’altra. Sempre. Ci diciamo, è la natura, è una metamorfosi e non importa se muore.

La farfalla è leggiadra, non ha pensieri, non deve cercare, aspetta e sceglie il fiore su cui posarsi, poi vola via. Non crea, non dà, riceve soltanto. Non si fa domande, vive la sua breve vita intensamente ed è ammirata e riconosciuta.

Il bruco non vola, striscia. Non decide, subisce. Non è apprezzato e fa un po' ribrezzo. Fatica a sopravvivere. È solo. Esiste per dare, per dare la vita. Aspetta di morire. Sa che deve morire. Ha paura? Di certo sa che deve morire. Chissà se lo consola sapere che con il suo sacrificio darà una nuova vita. 

Sei bruco o sei farfalla?

Il bruco è altruista suo malgrado, e non può essere altro, non dipende da lui, è così. La farfalla è una regina, prende quello che gli altri hanno dovuto dargli, nel caso del bruco è tutto.

Allora, sei bruco o sei farfalla?

Non ho dubbi, non sarò mai una farfalla. Non posso essere una farfalla e non voglio esserlo.


venerdì 12 giugno 2026

Fissi un punto, tutto torna

Lo comprendi quando non arriva, non lo accetti, ma lo capisci che è solo quello. Rimane la mancanza, torna la pioggia, un freddo che non va via. Allora puoi solo aspettare

di Giovanni Pulvino

Porto di Cefalù, Sicilia - (foto di Giovanni Pulvino)

Fissi un punto, tutto torna. Non importa cosa stai guardando, tutto torna. Decidono i pensieri. Li subisci e non puoi impedirli. Vorresti andare oltre, ma non puoi. A volte guardi il palmo di una mano, provi a muovere le dita per non pensare, ma è inutile, tutto torna.

Cos’è?

È un vuoto che non puoi colmare. Sei circondato dall’affetto, ma non basta, ci vuole altro, un altro che non viene e che non verrà.

Provi a fissare un altro punto, qualunque cosa, il risultato è sempre lo stesso. Ti manca il respiro, vorresti che tutto finisse, ma non sei tu a decidere.

Ogni tentativo è inutile. Puoi solo aspettare. Senza parole, solo silenzi. C’è solo il ticchettio dell’orologio. C’è l’affanno e c’è anche un battito accelerato, ma non dicono nulla.

Eppure non sei solo. Lo vedi nei sorrisi di chi ti sta di fronte, lo vedi nelle parole di chi ti parla, lo vedi nei gesti e nelle carezze ti chi ti sta vicino, allora perché non basta?

Non importa da chi sei circondato, ma chi vuoi incontrare, chi non vuoi lasciare. Basta uno sguardo, o una parola, o un gesto, ma solo quello, non un altro, solo quello.

Perché solo quello?

Lo comprendi quando non arriva, non lo accetti, ma lo capisci che è solo quello. Rimane la mancanza, torna la pioggia, un freddo che non va via.

Allora puoi solo aspettare.

martedì 31 marzo 2026

Il cane dal pelo bianco

Di tanto in tanto viene a cercarlo un cagnolino, un bassotto di colore grigio ma dal passo veloce. Il ‘nanerottolo’ resta poco, poi va via, chissà perché

di Giovanni Pulvino

Il cane dal pelo bianco - Torremuzza, 20 marzo 2026 - (Foto di Giovanni Pulvino)

È di pelo bianco, un po' malandato, è un cane randagio in cerca di cibo e di protezione. La sua ambizione è avere un padrone, far parte di una ‘famiglia’. Vuole abbandonare le sue malinconie e la sua solitudine. 

Appartiene al Borgo. Fa parte del paesaggio come la Torre, la spiaggia, lo scoglio, i ponti delle ferrovia ed i pochi torremuzzari che sono rimasti. Ti viene accanto, ti annusa, ti guarda e sembra pensare: ‘sarà Lui il mio padrone?’ Poi, deluso passa oltre. 

La ricerca non è durata a lungo, tanti umani trovano negli animali l'affetto di cui hanno bisogno. 

E non c’è nulla di strano che si sia affezionato al primo che gli ha dato qualche pezzo di pane o i resti del pranzo o della cena. I cani non capiscono chi hanno d fronte, sono fedeli a prescindere.

Ora, non fa altro che seguirlo. Sale e scende per via San Giuseppe. Sta sempre un passo indietro. Scodinzola ogni volta che lo vede. Una sera gli corse dietro pure quando stava in macchina. Con la testa bassa lo 'pedina', anche se di certo non comprende il perché di questi continui spostamenti.

Quando è in prossimità dell’incrocio della statale si ferma e attende per capire la direzione da prendere. E, come fanno i gatti, controlla che non ci siano auto in arrivo, solo dopo attraversa. Una sera, stanco dei continui 'andare e venire' è rimasto fermo ed ha atteso pazientemente il suo ritorno stando accovacciato al centro della strada. 

Di tanto in tanto viene a cercarlo un cagnolino, un bassotto di colore grigio ma dal passo veloce. Il ‘nanerottolo’ resta poco, poi va via, chissà perché. È solidarietà tra animali? Bisogno di relazione con un suo simile anche se di razza completamente diversa? Chissà.

Se fossimo come i cani tutto sarebbe più semplice.

Non ci sarebbero complicazioni, ma chi farebbe il padrone? Ci vorrebbe un 'bel' Capo da seguire senza se e senza ma, un comandante unico che decide per tutti. Non ci sarebbero più discussioni ‘inutili’. Basterebbe dire sempre di sì, essere fedeli nei secoli dei secoli. 

In tanti ancora oggi ambiscono ad essere comandati ed ubbidire come fa il cane dal pelo bianco. Il tempo passa ma c'è chi torna a quel pensiero, insulso e illogico, ma tant'è.

Liberarsi da ogni responsabilità, rinunciare alla propria libertà e ubbidire, è questa la loro ambizione, e, ovviamente, il riferimento non è casuale.

domenica 11 gennaio 2026

Sommersa

Fluttua leggera, ma non sta affondando, semplicemente è sommersa, ma chi non lo è? Puoi fare finta di niente e puoi non saperlo, ma chi non lo è?

di Giovanni Pulvino

Sigla di Fuori orario trasmissione di Raitre (YouTube)

‘Fuori orario’ era una trasmissione che andava in onda in tarda serata su Rai tre alla fine degli anni Ottanta. L’argomento era il cinema e consisteva nella presentazione di un film d’autore a cui seguiva la sua visione. Quello che ritorna sempre di quel programma è la sigla. Si tratta quasi certamente del frammento di un cortometraggio.

Sulle note di Because the night di Patti Smith un pescatore si tuffa nelle acque del molo dove è ancorata la sua barca. Cerca qualcosa o qualcuno. Poi appena sotto la superficie appare una donna che fluttua leggera, ma non sta affondando, semplicemente è sommersa.

Non ha bisogno di respirare, è una fantasia del regista, come nei sogni non è necessario farlo.

È all’interno di una bolla.  È solare. È birichina. Ha lo spirito da fanciullina. Ti guarda con un sorriso beffardo, di chi sa di aver fatto una marachella e non sa nasconderlo. Magari sta ricordando quella sua prima volta sulla neve, vi rimase per pochi minuti ma era felice come una bambina. Di certo fu un regalo per chi c'era. E per entrambi furono momenti che valgono una vita intera. 

E' un’ape regina. Sceglie e scarta. Sembra dire sono io che decido, ma non sa che è solo un’illusione. L’acqua la protegge, la nasconde da chi in superficie vuole carpire la sua leggerezza, la sua sensualità, la sua dolcezza. A volte riemerge, lo fa per sé stessa ma non è egoista. Per tanti è come un’isola impossibile da raggiungere, puoi solo circumnavigarla, ma non puoi sbarcare. Se ti avvicini Lei si allontana. Non puoi toccarla è solo fantasia, è solo un frame sullo schermo. Ti rimane impressa, non puoi cancellarla dalla tua mente, ti possiede e ti possiederà. E non puoi farci nulla. Ti guarda con una tenerezza a cui non sai rinunciare, poi ti costringe a girarti, ma non puoi scappare, resterà nella memoria, resterà un altro vuoto incolmabile.


sabato 29 novembre 2025

Il ladro di sorrisi

Quel giorno di luglio mentre tornava dalla spiaggia i due zii seduti sull’uscio di casa lo salutarono con un sorriso, uno degli ultimi

di Giovanni Pulvino

Una bambina di Gaza ritrova il suo giocattolo
tra le macerie della sua casa

Era un ladro, si un ladro, un ladro di sorrisi. Era avido di questa carezza involontaria e lo era anche quando questa non lo riguardava, anche quando essa non era voluta. Una consolazione appresa quando era ancora in fasce e che ha mantenuto per tutta la vita. Per provocarli si sforzava di fare battute, di suscitare contentezza, non sempre ci riusciva, ma insisteva. Non lo faceva solo per sé stesso, non era egoista, non poteva esserlo. A volte l’ironia non era compresa ed il sorriso non arrivava. La delusione era doppia: aveva scherzato con chi non era disposto a farlo e non era riuscito a rubare quello che per Lui era il bene più prezioso.

Siamo quello che gli altri hanno deciso di fare di noi. 

Tu, gli diceva, non puoi vedere il tuo sguardo, la tua solarità. Puoi solo guardare l’effetto che provoca in chi ti sta di fronte, ma non potrai mai godere del tuo sorriso. È un vuoto a perdere. È gioia che non appartiene a chi la esibisce, ma a chi la riceve. Chi sorride non può essere egoista.

Il sorriso è gentilezza, è amore, è amicizia, è comunanza, è gioia, è dimenticarsi.

I sorrisi sono tutti diversi. 

Ci sono quelli appena accennati, quelli nascosti, quelli trattenuti, quelli senza controllo, ma tutti ma proprio tutti sono sinceri e lo sa bene il ladro di sorrisi. Ne ha fatto una collezione che tiene nel suo cuore e nella sua mente. Ogni tanto li rivive, alcuni sono un po' scoloriti, ma sono tutti lì, sempre pronti a venir fuori di nuovo.

Quel giorno di luglio mentre tornava dalla spiaggia i due zii seduti sull’uscio di casa lo salutarono con un sorriso, uno degli ultimi. Era una carezza, era solo una carezza, riceverla è stato un dono.

Era un ladro seriale. 

E non era necessario parlare, bastava uno sguardo, un gesto ed ecco che rubava un altro sorriso. Una volta lo chiese persino ad una collega appena uscita da una classe problematica, lo fece per sollevarle l’umore ma intanto rubava un altro sorriso. Lo faceva prendendo in giro i suoi alunni per gli strafalcioni che avevano fatto durante l'interrogazione, come se Lui non ne avesse fatte o dette mai di corbellerie, che bugiardo. 

Il più delle volte erano gratuiti, erano sinceri.

Il sorriso è come l’amore, deve essere spontaneo. Nessun condizionamento deve indirizzarlo. Sarebbe altro. Se non arriva vuol dire che non è vero. Il ladro non può rubarlo come fa con i sorrisi.

A volte anche Lui lo subisce o lo vive suo malgrado. Non può decidere né con chi né quando, ma sente sempre il bisogno di donarlo e comunque di dirlo alla persona amata. Questa necessità di comunicazione dimostra che si tratta di amore, in caso contrario è altro.

Risultare inopportuni è quasi inevitabile. Mantenere la gentilezza ed il rispetto è un altro modo di esprimerlo. C’è chi non lo riceve mai. In amore non bisogna chiedere. Non bisogna domandare. Si può solo aspettare, aspettare la reciprocità, se non viene non resta che la sofferenza e la mancanza per quello che non può e non potrà essere.

Il ladro si rassegni può rubare i sorrisi non l’amore, con l’amore è condannato ad essere, suo malgrado, un incensurato a vita. 

E non gioisce nel vedere la foto di una bambina palestinese che sorride nel ritrovare il suo giocattolo sotto le macerie della sua casa distrutta dalle bombe dell'esercito israeliano. 

martedì 18 novembre 2025

Era destinato a non essere egoista

‘Sii arcobaleno nella nuvola di qualcun altro’, Maya Angelou

di Giovanni Pulvino

Torremuzza. Foto di Antonino Pulvino, 8 novembre 2019

Giocava con un pallone di plastica sgonfio ed era tutto. Avveniva sotto lo sguardo e la protezione delle zie e degli zii della borgata, non c’erano pericoli, solo un continuo ripetersi di calci al Super Santos. 

Dapprima era solo, poi iniziò a condividere. Erano in due, in tre, poi la squadra. Non giocava per sé, ma sempre per gli altri.

La sua impronta era segnata. Era così ancor prima di venire al mondo. Non c’era rimedio possibile, la sua strada era decisa, non poteva esserci nessun cambiamento. Era destinato a non essere egoista.

Non c’erano alternative, solo un continuo dare, senza pretese, senza ritorno. Da non credere, ma era così. Cosa cercava? Cosa voleva?

Non era un donare il superfluo, ma un cedere la propria essenza senza aspettarsi nulla in cambio. Non era neanche un farsi del male, era la ricerca del gesto incondizionato, dell’atto spontaneo così come deve essere l’amore, senza tornaconti, senza profitto.

Tutto all’inizio avveniva inconsapevolmente.

Era così e non sapeva neanche il perché, semplicemente era così. Pensava, prima o poi mi succederà di ricevere lo stesso trattamento, senza egoismi, senza richieste alcune. 

Ed aspettava.

Persino quando ebbe quel grave infortunio al braccio pensò: è solo colpa mia, non può che essere così. Ma non era così.

Notte insonni a struggersi, giorni interi ad aspettare, ma niente: nulla veniva, nulla si realizzava, nulla consolava.

Finché c’era una prospettiva riteneva che ci fosse ancora un’opportunità, che prima o poi sarebbe successo anche a lui. Il tempo sarebbe stato galantuomo, pensava, ma così non era.

Continuava a dare, non faceva altro che dare, dare e ancora dare. A volte era patetico, altre un illuso, altre un ingenuo, ma nonostante ciò continuava ad insistere.

Poi venne il giorno in cui restò immobile a fissare il nulla, non gli rimaneva altro. 

Chissà, pensava, chissà se …  

venerdì 7 novembre 2025

E poi ci convinciamo che è tutto inutile

E' un vano tentativo di dimenticarsiNon tutti se ne convincono, ma non c’è altro

di Giovanni Pulvino

Bambini giocano a Parigi, 1960 
(foto da @alcarbon68) 

Ci sono tre categorie di individui: quelli che comprendono subito cosa fare, quelli che invece ci mettono più tempo ad agire, ed altri, infine, che si rifiutano proprio e rimangono lì ad aspettare ma non si sa bene cosa.

Potremmo anche dire che ci sono persone che si arrendono subito, quelli che invece lottano prima di farlo e quelli che non lo fanno mai anche se sanno che è inutile insistere.

Il risultato è sempre lo stesso, ma i tempi di interiorizzazione del concetto sono diversi. 

E' solo una questione di intelligenza o è ostinazione dovuta al bisogno? 

Il ragionamento istintivo è quello di chi non vuole perdersi in ‘chiacchiere’ ed egoisticamente passa ad altro senza indugi. Potremmo dire ‘io sono io e tu non sei nessuno’.

No. È troppo semplice. Non può essere così.

Comprendere subito è la ‘fortuna’ o, in certi casi, la ‘sfortuna’ di chi è in grado di capire all’istante, e lo sa fare per una superiore capacità intellettiva e/o sensibilità umana. 

Non sono persone che non si perdono ‘in chiacchiere’, semplicemente sono ad un livello QI oltre la media.

Chi invece insiste è perché, probabilmente, non si basta ed allora ha bisogno di più tempo per realizzare quello che per altri è ovvio. È vittima delle proprie fragilità. Non è una questione di 'limitatezza' nelle capacità di comprensione, piuttosto è un bisogno diverso di riconoscimento, un non bastarsi potremmo dire. Condizione che non può durare a lungo, anche se per alcuni è immodificabile.

Il risultato finale è lo stesso per tutti. È un inutile tentativo di dimenticarsi.

Non tutti alla fine se ne convincono, ma il senso di tutto è nel non senso.

Non c’è altro.

lunedì 15 settembre 2025

Era un appuntamento settembrino che non capivamo

Eravamo un bel gruppetto di torremuzzari di tutte le età. Non ricordo bene chi ci fosse, ma non importa 

di Giovanni Pulvino

La chiesa del Letto Santo, Santo Stefano di Camastra (Sicilia) - Foto di Nicolò Serraino

La prima volta fu una scoperta, poi divenne un’abitudine, ma non duro a lungo. Era un appuntamento settembrino che non capivamo, ma che ripetevamo inconsapevoli. Per i nostri genitori, gli zii e i nonni era un 'Voto' al Letto Santo, per noi era solo una ‘sfida’ con noi stessi e con chi arrivava per primo.

Eravamo un bel gruppetto di torremuzzari di tutte le età. Non ricordo bene chi ci fosse, ma non importa. C’erano i nostri familiari, questo è sicuro.

Partivamo di notte, per noi ragazzi era come vivere un’avventura. Subito si formavano piccoli gruppi. Percorrevamo soprattutto strade di campagna. Tutte in salita. Attraversavamo i cincu ponti, passavamo vicino al cimitero nuovo di Santo Stefano, accanto al Collegio e poi ancora più su, tra alberi, arbusti e viottoli.

I più anziani rimanevano indietro, ma questo era scontato. Non so come facevamo a riconoscere la strada, ma non perdemmo mai la direzione. A volte si sbucava sulla statale, poi sullo sterrato, poi di nuovo un tratto sulla statale o in campagna e così di seguito. Non provavamo stanchezza o paura. Era un ‘gioco’. Bevevamo l’acqua fresca delle sorgenti che incontravamo e non ci chiedevamo se fosse potabile oppure no, lo davamo per scontato.

Le prime luci dell’alba indicavano che la meta era vicina. L’ultimo tratto era una vera e propria salita che affrontavamo per accorciare, con la statale avremmo allungato. 

Si respirava un’aria pura, di montagna. E non importava chi arrivava per primo. Le bancarelle lungo la strada e nella piccola piazzetta ci ricordavano che era un giorno di festa. I devoti che affluivano al Santuario erano intenti ad entrare in Chiesa. Le messe si susseguivano già di primo mattino. Non c'era tanta gente. Era un fresco mattino di settembre. Ed era già memoria.

Il ‘Voto’ era stato adempiuto. Per i nostri genitori era importante, ma allora non lo capivamo. Non so neanche perché questo luogo sacro si chiama Letto Santo. C’è una chiesetta su un promontorio, nient’altro. Non ho mai indagato ed ora che potrei farlo preferisco non sapere, chissà perchè?

Una volta, circa tre secoli fa, Santo Stefano di Camastra era situata in questa zona poi una frana costrinse i residenti a ricostruire il paese più in basso, quasi in marina, ma i stifanari non sono mai stati pescatori. Questo ci distingue. Portarono con loro l’arte delle ceramiche, ma u Paisi non è mai stato un borgo marinaro.

U Lettu Santu era ed è la ricorrenza religiosa più importante per i 'cattolici' di Santo Stefano e non solo. Non è un caso che in tanti hanno la seconda casa attorno al Santuario. Nelle prime due settimane di settembre u Paisi si svuota, parte della popolazione si trasferisce in campagna. La Festa è diventata un'occasione per fare scampagnate. Ormai è un evento che unisce in modo innocente sacro e profano.

In una delle bancarelle c'era u Caliaru ...

Il sole alto e l'uscita dei pellegrini dalla chiesetta ci faceva capire che la messa era finita e che era giunto il momento di ritornare al Borgo. Non ricordo come facevamo. Sicuramente non a piedi. Prima di andare non dimenticavamo di compare a calia appena arrustuta, gli zuccherini colorati, gli arachidi, i salativi di cui non ricordo il nome, ect... . In Sicilia non c'è ricorrenza padronale senza queste bancarelle e queste piccole leccornie.

Con il passare del tempo il 'pellegrinaggio' settembrino finì, almeno pi torremuzzari. A Santo Stefano c’è ancora una piccola comunità che mantiene la tradizione, ma il numero dei fedeli che ripete il 'Voto' sta diminuendo. È la conseguenza della cosiddetta secolarizzazione della Chiesa ed è un evento inevitabile.

Per i ragazzini del Borgo era un 'gioco' ed oggi rimane questo flebile ricordo, null’altro.

mercoledì 13 agosto 2025

La piazzetta ‘ru tabacchinu’

Quando si è giovani si pensa sempre che ci sarà un ‘dopo’, che ci sarà sempre tempo, ma così non è

di Giovanni Pulvino

La piazzetta ru tabacchinu, 4 aprile 2008 (foto di Antonino Ciccia)

Stavamo seduti sul marciapiede, sugli scalini delle abitazioni o sul girello in ferro posto proprio al centro della piazzetta. Da lì potevamo vedere a vanedra ed il giardino, si fa per dire, della casa ra signurina Busalacchiu bagghiu, la via Nazionale, u tabacchino che era già chiuso, uno spicchio di mare, u stabilimentu e la strada che porta a Villa Margi.

Stavamo lì a sprecare il nostro tempo, la nostra breve ed inutile adolescenza. Ognuno con i suoi pensieri e con la leggerezza e l’incoscienza dovuti all’età. 

Quando si è giovani si pensa sempre che ci sarà un ‘dopo’, che ci sarà sempre tempo, ma così non è.

Nelle serate di luglio non mancava nessuno o quasi. C’erano anche i torremuzzari 'acquisiti' o quelli che vedevamo solo in quelle settimane estive. Si formavano dei piccoli gruppetti, a dire il vero sempre gli stessi. Qualcuno si alzava a fare una passeggiata sulla via Nazionale, per poi tornare al punto di partenza. Eravamo al centro della frazione e non c’era nessuna possibilità di sfuggire al controllo degli zii e delle zie. Questo ci dava certezze, ma non c’era nessuna privacy. Tutto ci limitava, ma non poteva che essere così.

Chissà perché questo ricordo torna sempre e perché sento il bisogno di condividerlo.

Una sera due nostri compagni ‘bisticciarono’. Forse qualche parola di troppo o un’avance inopportuna, di certo non correva un buon rapporto tra loro due. La cosa mi dispiacque per entrambi. Tutti videro la scena e non è stata una bella scena. Dopo, rimasero la 'rabbia' di Lei e la sorpresa e la 'vergogna' di Lui, ma non fu difficile capire il perché di quel gesto. A volte i pensieri che interpretiamo sono diversi da quelli elaborati ed espressi da chi ci sta di fronte e soprattutto da chi ci sta più a cuore. Comprendersi è impossibile oltreché illusorio. 

Ora stanno lì, senza corde, ci sono, sono nuove, ma stanno senza corde ...

Sul tardi non poteva mancare la chitarra. Cantare e suonare sottovoce era complicato. Disturbare chi aveva voglia di dormire era inevitabile. Lo spartito stava per terra o sulle gambe del 'chitarrista', i più bravi iniziavano a cantare, gli altri seguivano con un po' di incertezza, ma alla fine era un coro vero e proprio. Ed erano vani i tentativi di far abbassare il tono della voce, come erano inevitabile le proteste di chi abitava proprio lì e voleva dormire. Spostarci sulla Nazionale era inutile, ma, dopo un po', per educazione e per rispetto smettevamo. Ovviamente tutto ricominciava la sera dopo, e così per tutta l’estate e per quelle successive.

E' un tempo che non ci appartiene.

Non c’era altro. L’unico ‘bene’ che avevamo era la nostra gioventù e le nostre illusioni. Ma questo lo comprendi dopo, quando non puoi più tornare indietro.

Erano momenti per dimenticarsi, momenti che sarebbero rimasti impressi nella nostra memoria e che oggi rivivono ancora una volta, l’ultima.

domenica 3 agosto 2025

Alicudi come Fantozzi ha la sua nuvoletta

di Giovanni Pulvino

Alicudi, Sicilia - Foto di Giovanni Pulvino 2 agosto 2025

Cielo azzurro, mare piatto e là in fondo l'orizzonte che fa un tutt'uno, nient'altro, ma questo bastava e ancora oggi basta per non pensare, per dimenticarsi.

Non solo i colori, ma anche leggerezza ed uno scorrere lento ed inconsapevole del tempo e della vita che in esso si manifesta e si dilegua. 

È un attimo, solo un attimo. Poi il nulla, ecco cosa resterà, il nulla. Vorresti tornare indietro, ma non puoi, sei inchiodato al presente. Ed anche quando vorresti afferrare la realtà non puoi, è già oltre, è già passato. Rimane solo il ricordo, ma solo di chi c’era e c’è ancora. E tra poco neanche quello. Siamo memoria effimera. Solo un mucchio di pensieri a termine. Nient’altro.


venerdì 18 luglio 2025

Provi a muoverti ma non ci riesci …

Il tempo trascorre ed è solo il tuo tempo che va via

di Giovanni Pulvino

Alicudi (Sicilia), 14 luglio 2025 (foto di Giovanni Pulvino)

Provi a muoverti ma non ci riesci. Riprovi, ma continui a rimanere fermo. I pensieri corrono, ma ogni gesto o movimento sono vani. Puoi solo rassegnarti e rimanere immobile o rinunciare e svegliarti. La decisone il più delle volte è involontaria, altre l’impossibilità del gesto o del movimento ti spinge verso la seconda ipotesi. In ogni caso tutto finisce nel nulla.

Quante volte ci siamo trovati in questi ‘sogni impossibili’. Cosa sono? Tutto sarebbe più leggero se non ci fossero. Ma ci sono e non possiamo evitarli.

Sigmund Freud li definiva ‘come la via regina per accedere all'inconscio'. Il sogno sarebbe 'l’espressione camuffata di desideri inconsci, spesso legati all’infanzia, che la coscienza non può accettare direttamente’.

Considerava l’incapacità di muoversi come ‘una manifestazione simbolica di un desiderio represso o di un conflitto interiore che la coscienza non riesce ad affrontare direttamente’.

Sarà così? Sono tante le cose che vorremmo fare ma non ci riusciamo. Siamo prigionieri dei nostri limiti, delle nostre incapacità.

Siamo quello che siamo e non possiamo farci nulla. Continuiamo a cercare quello che non possiamo avere. Non sappiamo accontentarci di quello che abbiamo. Non tutti almeno. Prevale l’egoismo. Restano i vuoti. Mancanze che ritornano inconsapevolmente nei nostri sogni, stanno lì a ricordarci che siamo fragili e impotenti di fronte agli eventi della vita.

Il tempo trascorre ed è solo il tuo tempo che va via.

Non riesci a muoverti, resti immobile, ingabbiato nel tuo guscio e, quel che è peggio, non stai dormendo.

Tenti, inutilmente, a fare un salto in avanti, a diventare una linea immaginaria come quella che delimita il confine tra il cielo e il mare, in bilico tra ciò che è e quello che vorresti che fosse e non è.

Poi provi a restare fermo, in silenzio, a pensare, a sentire una mancanza che sai che non potrà essere colmata. Tutto si muove, gira intorno nell’indifferenza e nell’incomprensione di chi non c’è.

Aspetti senza fretta, senza ansia, sai che è inutile farlo, ma aspetti, non puoi fare altro che aspettare.

Intanto, il tempo dato passa.