‘Quello che il bruco chiama fine del mondo, il resto del mondo lo chiama farfalla’, Lao Tze
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| Una pagina di 'Storie di ordinaria follia' di Charles Bukowski |
È facile sentirsi una farfalla. Essere una farfalla. Essere i colori di una farfalla. Può vivere fino a 12 mesi o morire dopo pochi giorni, ma nel nostro immaginario la farfalla è felice, e chissà perché lo pensiamo. Forse sarà per il colore delle ali e per la leggerezza con cui vola o forse perché ci appare innocua e aggraziata. Eppure la sua è un’esistenza effimera. Ma cosa non lo è?
Il bruco è brutto. Ci fa senso solo a vederlo. Vive poche settimane o anche fino a due anni, ma la sua sorte è segnata e non ci intenerisce. Eppure, senza il bruco non esisterebbe la farfalla. È inconsapevolmente generoso. Dà la sua vita per un’altra. Sempre. Ci diciamo, è la natura, è una metamorfosi e non importa se muore.
La farfalla è leggiadra, non ha pensieri,
non deve cercare, aspetta e sceglie il fiore su cui posarsi, poi vola via. Non
crea, non dà, riceve soltanto. Non si fa domande, vive la sua breve vita
intensamente ed è ammirata e riconosciuta.
Il bruco non vola, striscia. Non decide, subisce. Non è apprezzato e fa un po' ribrezzo. Fatica a sopravvivere. È solo. Esiste per dare, per dare la vita. Aspetta di morire. Sa che deve morire. Ha paura? Di certo sa che deve morire. Chissà se lo consola sapere che con il suo sacrificio darà una nuova vita.
Sei bruco o sei farfalla?
Il bruco è altruista suo malgrado, e non può essere altro, non dipende da lui, è così. La farfalla è una regina, prende quello che gli altri hanno dovuto dargli, nel caso del bruco è tutto.
Allora, sei bruco o sei farfalla?
Non ho dubbi, non sarò mai una
farfalla. Non posso essere una farfalla e non voglio esserlo.

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