martedì 21 luglio 2026

Tutto quello che ha fatto, lo ha fatto per noi

Quando passerete da questa piazza e leggerete piazza 'A. Pulvino’, ricordatevi che tutto quello che ha fatto, lo ha fatto per noi

di Giovanni Pulvino

Torremuzza, 18 luglio 2026

67 anni fa venivano al mondo due bambini, due gemelli. La sorpresa e la gioia per parenti, amici e torremuzzari fu grande. Eravamo appena nati e già eravamo destinati ad essere i gemelli del Borgo, o come diceva un mio coetaneo ‘i gemielli’ di Torremuzza. Quel giorno mia madre rischio la vita, non ne poté gioire subito, ma quanto fu orgogliosa di noi.

Piazza Marina è stata il luogo della nostra infanzia. Allora era ancora in terra battuta ed il nostro gioco preferito era rincorrere un pallone di plastica, il super Santos. Una volta facemmo una partita anche se eravamo solo in tre. Vinsi io anche se ero da solo contro mio fratello ed un nostro coetaneo, Santo, quello che ci chiamava gemielli. Non ero io che ero più bravo ma semplicemente approfittavo della scarsa dimestichezza con il pallone del suo compagno. Tutte le volte che gli passava la palla per generosità, ne approfittavo per togliergliela e andare a segnare.

Spesso giocavamo sotto i ponti della ferrovia. Facevamo una specie di calcio/tennis senza rete. Non so chi vinceva, non era importante. 

D’estate a Torremuzza venivano a trascorrere una giornata al mare i ragazzi della colonia di Reitano. Sapevamo già che avremmo fatto una partita a calcetto. Una sfida calcistica tra torremuzzari e ritanisi. Quella volta giocammo nel cortile Marina che era stato pavimentato da poco, sembrava un campo di calcetto con il pubblico nelle gradinate. Vincemmo con facilità. Quando io o mio fratello avevamo la palla il passaggio era scontato, sapevamo dov’eravamo e dove passare il pallone. In un certo senso avevamo ‘imbrogliato’, perché avevamo un vantaggio che gli altri non potevano avere, ci trovavamo senza bisogno di guardare o parlare.

Se fosse ancora tra noi in questo momento sarebbe in riva al mare a leggere un libro, a prendere il sole, a fare un tuffo. 

Ma non è tra noi. 

Una volta mi disse ma come si fa a non amare l’estate e il mare. Era la sua confort zone, il luogo dove si rilassava, staccava dai suoi pensieri, dai suoi numerosi impegni. Quando mi chiedete perché non vai a fare un tuffo anziché stare sempre a casa, ora sapete il perché.

Ogni giorno dobbiamo fare una scelta, dobbiamo decidere da che parte stare. È una decisone il più delle volte inconsapevole, ma la facciamo sempre. L’opzione è: dobbiamo agire esclusivamente nel nostro interesse personale o dobbiamo farlo tenendo conto di chi ci sta di fronte? Dobbiamo pensare solo a noi stessi o anche agli altri? Dobbiamo essere egoisti o altruisti? La nostra scelta era scontata. Figli di un operaio che faceva tre lavori per mantenere la famiglia e di una casalinga che doveva accudire sei figli, non potevamo che essere per la solidarietà. Lottare contro le ingiustizie e le diseguaglianze era nel nostro carattere. Utilizzare le nostre capacità e le nostre competenze per il bene comune era inevitabile, ha segnato tutta la nostra esistenza.

E per me, solo per me, è così ancora oggi.

Da giovanissimo è stato consigliere comunale del PCI per volontà di Rocco Adamo che rinunciò al seggio conquistato nelle elezioni per cederlo a mio fratello. Non lo dimenticò mai, anni dopo volle sua figlia come presidente del Consiglio comunale, carica che Lui aveva ricoperto prima di essere nominato vicesindaco. Rinunciò sempre all’indennità di carica. Per mio fratello la politica era servizio. Motta ha perso una grande opportunità quando non lo sostenne a sufficienza nelle elezioni per la carica a Sindaco. Quella fu l’unica volta che non fui completamente al suo fianco, forse non volevo che diventasse Primo cittadino, aveva già dato tanto alla comunità, era tempo che pensasse un po' di più a sé stesso.

Era una persona di ‘compagnia’. Non era solo intelligente, generoso e con una ampia cultura, era anche solare. Bastava una chitarra ed uno spartito per far cantare tutti, ma proprio tutti. Quando si trattava di accordare la chitarra, si rifiutava, non perché non ne fosse capace, semplicemente si annoiava a fare le piccole cose, quelle più pratiche, era troppo intelligente, allora ci dovevo pensare io. Lo stesso succedeva se c’era della musica ballabile, intendo i lisci. Animava la serata e ballava con tutte. Aveva uno spirito ironico e delicato, era un ladro di sorrisi. L’ho invidiavo per questa sua leggerezza, per il suo carattere estroverso. Ed oggi si sente molto la sua mancanza anche per questo.

La sua impronta era segnata. Era così ancor prima di venire al mondo. Non c’era rimedio possibile, la sua strada era decisa, non poteva esserci nessun cambiamento. Era destinato a non essere egoista. Non c’erano alternative, solo un continuo dare, senza pretese, senza ritorno. Da non credere, ma era così.

Avevamo le stesse idee, attitudini e desideri, e, per evitare di confrontarci, prendevamo sempre strade o assumevamo ruoli diversi. In questo modo ci completavamo a vicenda, ora non è più così.

Sapevamo tutto l’uno dell’altro anche se non parlavamo mai, non era necessario, ci capivamo senza dire una parola, tra i gemelli è così, di certo era così tra di noi. C’era una sorta di pudore a raccontarci le cose più personali, ma sapevamo tutto l’uno dell’altro. Ed ora tutta la sua vita è nella mia testa e lì resterà fino a quando avrò capacità intellettiva per ricordarla.

Quando passerete da questa piazza e leggerete piazza 'A. Pulvino’, ricordatevi che tutto quello che ha fatto, lo ha fatto per noi.

Siatene orgogliosi perché dietro quel nome ci siamo tutti noi che gli abbiamo voluto bene e sono certo che questo sarebbe stato anche il suo pensiero. 



martedì 14 luglio 2026

Gaza, il ‘violino’ dei bambini palestinesi

Tutto torna. Lo sguardo è appannato, la miseria e l’impotenza vincono, vincono sempre 

di Giovanni Pulvino

Gaza Khan Younis, 2 luglio 2026 (foto da YouTube) 

Lo sapevo già. È sempre stato così. Perché avrebbe dovuto essere diverso?

È insopportabile, è sempre insopportabile, il tempo passa ma rimane insopportabile.

Non riesco a trattenermi.

Devo fermarmi. Non voglio andare avanti.

Perché succede ancora, lo so che tutto si ripete, allora perché succede ancora?

È come scivolare in un pozzo che non ha fondo. Aggrapparsi è inutile. Continui a scivolare. La caduta non si arresta. Scivoli e scivoli. Non c’è altro. Non è un sogno. Non puoi gridare. Chiudi gli occhi. Aspetti.

Vorresti che non fosse così, ma non sei tu a decidere.

È un puntino luminoso nell’oscurità. È una luce che torna sempre. E, come Ciàula, la vedi e resti senza parole. Guardi e non comprendi. Intanto, entra nei tuoi pensieri e non puoi farci nulla. 

Ed è allora che vorresti che tutto finisse.

Lo sguardo è appannato, la miseria e l’impotenza vincono, vincono sempre.

È una 'nota stonata', è il pianto di un neonato, è il frastuono di una bomba, è il dolore che cessa per sempre.

Eppure, macerie e distruzione non impediscono ai bambini palestinesi di gioire della loro età, di correre sotto il sole cocente di luglio, di giocare tra la polvere sollevata nella strada piena di detriti e le inutili grida di contentezza.

A luglio il Mediterraneo è blu, è piatto, è gioia, è vita, ed anche a Gaza è così malgrado i progetti faraonici dei potenti della terra.

Il mare che qui prende il nome di mar di Levante è lì per i gazawi nonostante i divieti e le bombe. Incuriositi, li vedi ridere di fronte ad uno smartphone acceso. Non lo sanno, ma è il loro tempo, ed è un tempo che non tornerà più. Non deve essere sprecato. Occorre viverlo 'goccia a goccia' a dispetto di tutto e tutti.

E' il loro presente.

I volti bagnati dall’acqua salata, i sorrisi, la spensieratezza sono il dimenticarsi per un momento, solo per un momento. 

Allora vorresti fermare il tempo, ma non puoi. 

Tutto torna.

E' ‘il violino dei poveri’, è il violino dei bambini palestinesi.

venerdì 3 luglio 2026

Allora, sei bruco o sei farfalla?

Quello che il bruco chiama fine del mondo, il resto del mondo lo chiama farfalla’, Lao Tze

di Giovanni Pulvino

Una pagina di 'Storie di ordinaria follia' di Charles Bukowski

È facile sentirsi una farfalla. Essere una farfalla. Essere i colori di una farfalla. Può vivere fino a 12 mesi o morire dopo pochi giorni, ma nel nostro immaginario la farfalla è felice, e chissà perché lo pensiamo. Forse sarà per il colore delle ali e per la leggerezza con cui vola o forse perché ci appare innocua e aggraziata. Eppure la sua è un’esistenza effimera. Ma cosa non lo è?

Il bruco è brutto. Ci fa senso solo a vederlo. Vive poche settimane o anche fino a due anni, ma la sua sorte è segnata e non ci intenerisce. Eppure, senza il bruco non esisterebbe la farfalla. È inconsapevolmente generoso. Dà la sua vita per un’altra. Sempre. Ci diciamo, è la natura, è una metamorfosi e non importa se muore.

La farfalla è leggiadra, non ha pensieri, non deve cercare, aspetta e sceglie il fiore su cui posarsi, poi vola via. Non crea, non dà, riceve soltanto. Non si fa domande, vive la sua breve vita intensamente ed è ammirata e riconosciuta.

Il bruco non vola, striscia. Non decide, subisce. Non è apprezzato e fa un po' ribrezzo. Fatica a sopravvivere. È solo. Esiste per dare, per dare la vita. Aspetta di morire. Sa che deve morire. Ha paura? Di certo sa che deve morire. Chissà se lo consola sapere che con il suo sacrificio darà una nuova vita. 

Sei bruco o sei farfalla?

Il bruco è altruista suo malgrado, e non può essere altro, non dipende da lui, è così. La farfalla è una regina, prende quello che gli altri hanno dovuto dargli, nel caso del bruco è tutto.

Allora, sei bruco o sei farfalla?

Non ho dubbi, non sarò mai una farfalla. Non posso essere una farfalla e non voglio esserlo.