lunedì 2 agosto 2021

Gli zii e le zie di Torremuzza (parte prima)

Per una questione di privacy i nomi ed i soprannomi sono indicati con le iniziali. Chi li ha conosciuti o li conosce certamente capirà di chi si tratta

di Giovanni Pulvino


Nei piccoli paesi non puoi sceglierti gli amici, quelli sono. E non può sceglierti neanche gli anziani o comunque quelli che da adolescenti ti sembrano tali. Ti rimangono impressi nella memoria. Sono lì a suggerirti un ricordo, un momento di vita che non va via. Stanno in un angolo della memoria pronti a ridestarsi senza volere, basta una parola o un’immagine per farli riapparire scoloriti ed incerti come tutto, come tutti, ma ritornano sempre.

Un sorriso ed un saluto a volte valgono più di ogni altra cosa

U zu P. e a za R. d’estate stavano quasi sempre in piazza Marina davanti all’uscio di casa ed era inevitabile ricevere il loro saluto dal ritorno dalla spiaggia. Poi un giorno non li vedi più, se n’erano andati. Erano una casalinga ed un pescatore come allora ce n’erano tanti nel piccolo Borgo marinaro. Chi non lavorava nello stabilimento di raffinazione della sansa, viveva di pesca e di poco altro.

Le tragedie non guardano in faccia a nessuno, puoi solo subirle con dignità e con la consapevolezza che si possono verificare in qualunque momento e che, anche se vorresti, non puoi impedirle

C.  lo incontravi appoggiato su una barca o seduto sulla sabbia o su una pietra su un lato della stessa per coprirsi dal sole di luglio. Stava lì a godersi il mare e non solo. Guardando i bagnanti gli scappava sempre una battuta un po' ‘malandrina’ e noi per pudore non dicevamo nulla, anche se non eravamo convinti di quelle parole. Viveva in una casetta di fronte allo stabilimento. Chissà cosa avranno provato Lui e la moglie quando scoppiò l’incendio. Due operai rimasero carbonizzati. Uno fu trovato sotto la scala di ferro rannicchiato nel vano tentativo di proteggersi dal fumo e dalle fiamme. Almeno questo si disse. Quella notte ci fu chi si salvò saltando il muretto che delimitava lo stabilimento e che costeggiava la spiaggia. Tra il suono delle sirene dei vigili del fuoco e le fiamme alte decine di metri, scappammo da Torremuzza. Il pericolo che tutto il Borgo potesse esplodere da un momento all’altro era concreto. Mia nonna per sicurezza ci portò a Caronia montagna dove vivevano i suoi parenti.

Noi eravamo troppo piccoli per capire il senso di quella tragedia. Un nostro amico è cresciuto senza il papà, ma non ricordo una nostra battuta o invettiva che glielo ricordasse. Eravamo bambini buoni. L’amicizia era vera e sincera. Allora non sapevamo nulla delle morti sul lavoro, di padri di famiglia che escono di casa per non farvi più ritorno. Anche queste sono consapevolezze che si acquisiscono da adulti.

Nel Borgo non c’era quello che a torto o a ragione viene definito come ‘lo scemo del villaggio’, in compenso non mancavano certi comportamenti e certe abitudini che ci sembravano delle ‘stranezze’  

Una volta entrai nell’abitazione di una signora che allora mi parse molto anziana. Viveva sola. Non ricordo perché ci andai, ma non importa. Era gentile, ma era, a detta di tutti, diciamo così poco attenta alle pulizie. La chiamavamo a F. Non so se il nome derivasse da questa sua caratteristica ‘particolare’ o se fosse invece il diminutivo di uno vero. Il mio ricordo nasce probabilmente da questa sua scarsa attenzione all’ordine e alla pulizia o più semplicemente dalla nomina che si era fatta. Nelle borgate basta poco per essere tacciati di questo o quel ‘vizio’, vero o falso che sia.  

I pizzicotti sulle guance erano fastidiosi, ma tant’è li subivamo senza nessuna lamentela

C’era il papà di un mio amico, quello che mi faceva vincere le partite a calcio anche se giocavo da solo, che aveva la brutta abitudine di salutarci con un bacio e un pizzicotto sulla guancia. U zu V. aveva i capelli bianchi, ma proprio tutti, almeno così lo ricordo. Era un pescatore ed era un appassionato del gioco dello scopone, delle bocce e del ballo liscio, in particolare della mazurca. Per tenere il ritmo batteva il piede destro sul pavimento facendo uno strano rumore che richiamava l’attenzione di tutti.  

A za M. era una persona paziente e buona di carattere, del resto chi altri avrebbe potuto stare accanto ad un uomo misogino ed irriverente? La sua fiducia sulle mie capacità contabili era senza se e senza ma. Non l’ho mai ringraziata per questo. Lo faccio ora anche se non serve a nulla.

Il nonno di N. aveva una caratteristica inconfondibile. Quando doveva chiamare il nipote lo faceva con un fischio. Si metteva sulla postazione che si trova nella parte alta del borgo e cominciava il richiamo. Non ci colpiva solo quella specie di sibilo ma anche il fatto che il nostro amico andasse via subito. Bastava quel segnale ed era già a casa.

La mamma è sempre la mamma, lo imparammo quel giorno

La mamma di P. ogni tanto arrivava con una fetta di pane enorme, di quello fatto in casa, era colma di nutella. Era la merendina, si fa per dire, di P.. Non c’era giorno che la scena non si ripetesse. Non avevamo invidia, piuttosto non capivamo quel rapporto tra madre e figlio. Noi, pur essendo piccoli, ci sentivamo già grandi ed autonomi. Nella nostra presunzione di adolescenti mai avremmo accettato un gesto simile dalla nostra mamma, infatti non successe mai o quasi. Solo una volta. Mi vergogno ancora oggi della mia reazione. In Lei c’era un forte senso di colpa per aver ritardato il suo compito mattutino e soprattutto per aver compiuto un’esagerazione nel tentativo di porvi rimedio. Oggi capisco il senso di quel comportamento, era amore materno, nient’altro. Il mio gesto di stizza fu una stupidaggine, quando si è giovani si considerano più importanti i giudizi dei coetanei anziché quelli degli affetti più cari. Purtroppo, questo lo capisci dopo quando non puoi più porvi rimedio.

Continua ...

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