‘Non siamo una strada né malinconia, un treno o una periferia, non siamo scoperta né sponda sfiorita, non siamo né un giorno né vita’
Poi più nulla.
Abbiamo bisogno delle parole, dei
silenzi e degli abbracci, sempre, invece.
Forse a mancarti sono quelli di quando eri bambino, quelli che non hai ricevuto o dato o semplicemente sono quelli che non ricordi di aver ricevuto o dato. Forse sono quelli che non hai ricevuto o dato da adulto. Forse sono quelli che non hai dato o ricevuto.
Restano gli abbracci che hai immaginato. Ed il silenzio.
È un moscone, no, è un insetto strano,
ha tre teste, provi a farlo uscire, ma non ci riesci, lo chiudi tra la porta e
la persiana nella speranza di farlo morire per sfinimento.
Poi ti arrendi, non ci riesci proprio a cacciarlo via. Ti svegli, era un brutto sogno, di quelli che ti opprimono, di
quelli dove non puoi muoverti, lo subisci soltanto nonostante i tuoi
tentativi di porvi rimedio, nei sogni è sempre così e non solo nei sogni.
Aspetti e aspetti, passano i minuti e le ore, ma nulla cambia.
Chissà cosa pensano coloro che leggono
questi post e che magari si trovano dall’altra parte del mondo. Si limitano al
titolo? A guardare la foto? E cosa pensano di chi lo ha scritto? Non ci sono
risposte e anche se ci fossero non cambierebbe nulla. Il tempo trascorre
ugualmente, i pensieri vanno e vengono lo stesso e tutto è sempre come prima,
anzi peggio di prima.
Una volta sul foglio le parole
appartengono a chi le legge, non a chi le ha scritte.
Dove sei? Chi consoli?
‘Lo senti il perché di cortili bagnati, di auto a morire nei prati, la pallida
linea di vecchie ferite, di lettere ormai non spedite?’
Il primo vuoto consapevole nacque quel giorno, quando pianse di nascosto, non lo aveva mai fatto in quel modo, si vergognava, non c'era motivo ma si vergognava. Furono lacrime spontanee, inaspettate, sincere, era dolore. Poi ne sono arrivate altre, ora sono la normalità, spesso sono lacrime che non vengono, ma ci sono, sono lì e non puoi farci nulla.
