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venerdì 15 aprile 2016

Referendum sulle trivellazioni, le ragioni del Si e del No

Ecco un breve vademecum sul referendum abrogativo di domenica 17 aprile

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Foto ilgiunco.net
‘Volete voi che sia abrogato l’art. 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, “Norme in materia ambientale”, come sostituito dal comma 239 dell’art. 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208 “Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge di stabilità 2016)”, limitatamente alle seguenti parole: “per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale”?'
E’ questo il quesito a cui gli elettori dovranno rispondere tracciando, domenica 17 aprile 2016 dalle ore sette fino alle ventitre, una crocetta sul Si o sul No. Si tratta, come stabilisce l’art. 75 della Costituzione, di un referendum abrogativo, gli elettori possono cioè decidere di abolire o meno una norma.  Il quesito può riguardare una legge, un articolo, un comma o addirittura, come in questo caso, un periodo di un comma.  Per la validità della consultazione è necessario il ‘Quorum’, cioè devono partecipare al voto almeno la metà più uno degli aventi diritto.
Foto blastingnews.com
Il quesito non riguarda le nuove trivellazioni ma solo i giacimenti già esistenti. Il decreto legislativo 152, al comma 17 stabilisce, infatti, che sono vietate nuove ‘attività di ricerca, di prospezione nonché di coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi’ entro le 12 miglia marine, ma, nello stesso tempo, dispone che gli impianti esistenti possano continuare l’estrazione fino alla scadenza della concessione che può essere prorogata fino all’esaurimento del giacimento.
La consultazione è stata richiesta da 9 regioni: Basilicata, Calabria, Campania, Marche, Molise, Liguria, Puglia, Veneto e Sardegna. E’ bene ricordare che lo scorso anno una raccolta di firme era fallita e che questa è la prima volta nella storia della Repubblica che un quesito referendario è richiesto dalle regioni.
I numeri. Con il referendum si vuole impedire alle società petrolifere di continuare ad estrarre petrolio o gas fino ad esaurimento del giacimento e di imporre per legge la cessazione dell'attività produttiva alla scadenza della concessione indipendentemente dal fatto che esso sia esaurito o meno. Le licenze interessate dal referendum sono quarantaquattro, su cui sorgono quarantotto piattaforme. Nove, già scadute, è assai probabile che non saranno rinnovate se vince il Si. Le altre saranno chiuse nei prossimi 20 anni. Pertanto, una vittoria dei promotori del referendum non impedirà lo sfruttamento dei giacimenti già esistenti, ma solo di quelli che hanno una concessione scaduta.
Foto welfarenetwork.it
La legge stabilisce una durata delle autorizzazioni di trent’anni, dilazionabile tre volte, la prima per dieci e le altre due per cinque anni ciascuna, al termine le aziende possono chiedere un'ulteriore proroga fino all’esaurimento del giacimento. Oggi, entro le 12 miglia marine si estrae il 17,6% di tutto il gas italiano e il 9,1% di tutto il petrolio.
Le ragioni del Si. I comitati ‘No-Triv’, sostenuti da diverse associazioni ambientaliste, come il WWF e Greenpeace, non solo intendono ‘fermare’ le trivellazioni per evitare i rischi ambientali e sanitari, ma si pongono come obiettivo anche quello di dare un segnale ‘politico’ contro lo sfruttamento dei fossili per favorire un maggior utilizzo delle fonti energetiche rinnovabili.
Le ragioni del No. Il comitato ‘Ottimisti e razionali’ sostiene, invece, che continuare ad estrarre gas e petrolio è un modo sicuro per ridurre l’inquinamento. Il 10% di energia derivante dai fossili, che il nostro Paese utilizza ogni anno, evita il transito per i porti italiani di centinaia di petroliere. Inoltre una vittoria dei Si avrebbe conseguenze rilevanti sull’occupazione. Si calcola che solo nella provincia di Ravenna si perderebbero quasi settemila posti di lavoro. Ma ci sarebbe anche una ragione ‘politica’. Con il referendum i promotori intenderebbero fare pressioni sul Governo e sul Parlamento. La riforma costituzionale appena approvata modifica, tra l'altro, l’articolo 117, quello che indica le materie di competenza legislativa delle Regioni e tra queste quella energetica. Insomma, per i sostenitori del No la difesa dell'ambiente sarebbe solo un pretesto, lo scopo principale sarebbe quello di evitare una riduzione dei poteri e dell'autonomia politica delle Regioni.