sabato 8 aprile 2017

L’insopportabile demagogia della Corte dei Conti sul cuneo fiscale

Ridurre il cuneo fiscale ed il debito pubblico, a sostenerlo è la magistrature contabile, ma non spiega come questo debba avvenire ed a spesa di chi

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Foto da ansa.it
Nel Rapporto 2017 sulla finanza pubblica la Corte dei Conti afferma che il cuneo fiscale in Italia è ‘di ben 10 punti’ superiore a quello che si registra mediamente in Europa. Il 49% della busta paga viene trattenuto ‘a titolo di contributi e di imposte’. I magistrati della Corte denunciano l’esigenza di ridurre la pressione fiscale in quanto ‘un’esposizione tributaria tanto marcata non aiuta il contrasto all’economia sommersa e alla lotta all’evasione’.
‘L’andamento dell’economia italiana – sottolinea la Corte – sembra aver segnato un’inversione di marcia verso un’espansione meno fragile e più qualitativa’. Nello stesso tempo si ribadisce che il risanamento finanziario è, per il nostro Paese, ‘più faticoso anche se necessario considerato il maggior livello del debito. Occorre quindi – secondo il Rapporto – porre il debito su un sentiero discendente, non troppo ripido ma costante, procedendo speditamente alle azioni di riforme strutturali per sostenere la crescita e migliorare, anche sotto questo profilo, le condizioni di sostenibilità della finanza pubblica’.
L'incipit de 'Il Gattopardo'
(foto da wikipedia.org)
Sono decenni che si discute del cuneo fiscale e della necessità di ridurlo, ma si evita di dire con quali risorse finanziarie questo debba avvenire. La Corte dei Conti sottolinea anche la necessità di ridurre il debito pubblico, ma non dice come, perché? Le misure da prendere sarebbero impopolari e di conseguenza nessuno ne parla, nessuno ne indica i relativi provvedimenti. Per diminuire il cuneo fiscale ed il debito pubblico occorre ridistribuire la ricchezza oppure tagliare la spesa pubblica, vale a dire meno pensioni, meno scuola pubblica, meno assistenza sanitaria, meno sprechi e regalie a cominciare dai privilegi e dagli stipendi d’oro degli stessi magistrati della Corte dei Conti.
Quello che si legge nel Rapporto è, quindi, l’ennesima enunciazione demagogica di chi afferma cosa è opportuno fare, ma non spiega i sacrifici che sono necessari per realizzare quell’obiettivo. Allora è meglio non dirlo oppure far finta di ‘cambiare tutto per non cambiare niente’ come scriveva nel 1958 Giuseppe Tomasi di Lampedusa ne ‘Il Gattopardo’.