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mercoledì 22 novembre 2017

Il tentativo di Piero Fassino ed il gioco delle tre carte

Perché il segretario dei democratici sta cercando solo ora il dialogo con la Sinistra? E, in secondo luogo, perché non s'impegna direttamente in quest’opera di ‘ricompattamento’?

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Piero fassino - (foto da tg24,sky,it)
Piero Fassino ha ricevuto da Matteo Renzi l’incarico di contattare le forze politiche del Centrosinistra per formare in vista delle elezioni del prossimo anno una lista unitaria in grado di competere con quella del Centrodestra e con il M5s. Lo scopo dovrebbe essere quello di dare vita ad uno schieramento che comprenda le forze moderate e quelle di Sinistra ‘senza nessuna preclusione’. In realtà il leader democratico punta ad una formazione che aggreghi sia i centristi di Angelino Alfano che le forze politiche che si stanno raccogliendo nella lista di Giuliano Pisapia ‘Campo progressista’. In sostanza intende costruire una compagine elettorale che escluda Mdp, Si e Possibile, un’aggregazione, cioè, che non metta in discussione le politiche fin qui adottate dal Governo e soprattutto che non contesti la sua leadership.
Walter Veltroni -(foto da it.wikiquote.org)
L’ambizione dell’ex sindaco di Firenze è intercettare i voti progressisti e di governare senza dover mediare con i leader della Sinistra. A dimostrarlo sono le scelte ‘moderate’ fatte in questi anni dall’Esecutivo. Ecco qualche esempio. Il Job Act che ha abolito l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, il bonus alle aziende che assumevano a tempo indeterminato, la riforma della #buonascuola che ha accresciuto i poteri dei dirigenti e che dopo aver assunto i precari storici li ha deportati in tutta Italia lasciando nella provincia di residenza chi invece non aveva mai insegnato. A ciò si devono aggiungere la mancanza di adeguate politiche sociali e piani d'investimento per il Mezzogiorno nonchè le riforme elettorali fatte con il solo scopo di ottenere maggiori consensi. Matteo Renzi, è bene ricordarlo, ha governato con i voti presi dal Pd di Pier Luigi Bersani ed è diventato segretario dei democratici per ‘rottamare’ le vecchie politiche e rinnovare la classe dirigente, ma nella sostanza ha escluso solo la parte Sinistra del partito. I Fassino, i Veltroni, le Finocchiaro, i Cuperlo, gli Orlando, gli Emiliano, ecc. cos’hanno di più o di meno che, ad esempio, D’Alema non ha? La ‘rottamazione’ si è limitata alla Sinistra del Pd forse perché quest'ultima si è rifiutata di fare politiche moderate? E la si vuole escludere dal Centrosinistra perché nel prossimo Parlamento si vogliono avere le mani libere per formare un governo di Centro? Il piano di Renzi è chiaro ed il tentativo di Piero Fassino assomiglia molto al gioco delle tre carte. E non si comprendono e per certi aspetti sono ridicole anche le 'invocazioni' all’unità fatte in questi giorni da Walter Veltroni, l'ex segretario del Pd che nel 2008 perse con dieci punti percentuali di distacco da Silvio Berlusconi. Ma dov’erano questi ex comunisti quando Renzi attaccava D’Alema o diceva ‘Fassina chi?’ o twittava #staiserenoenrico o i 100 franchi tiratori affossavano la candidatura di Romano Prodi alla presidenza della Repubblica? Far finta di non ricordare non è corretto. Le recenti sconfitte elettorali del Centrosinistra (referendum costituzionale, amministrative di Torino, Roma, Genova, Liguria e Sicilia) dovrebbero far riflettere i dirigenti storici del partito, invece essi si adeguano ed anzi assecondano la linea del segretario che ha come obiettivo solo quello di mantenere i consensi attuali per farli valere in un futuro governo di larghe intese, con Renzi premier ovviamente.

domenica 10 luglio 2016

Referendum sulla riforma costituzionale, ecco le ragioni del Si e del No

Fra circa tre mesi saremo chiamati a confermare o bocciare la riforma costituzionale, ma molti italiani non ne conoscono i contenuti. Vediamo, in sintesi, le principali ragioni per votare Si e quelle per il No  

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Foto da gonews.it
La riforma costituzionale è stata approvata in via definitiva dalla Camera dei deputati il 12 aprile scorso, ma molti elettori non sono informati sulle modifiche previste dal testo di revisione costituzionale e sui motivi politici ed istituzionali che hanno indotto il Parlamento ad approvare la legge. E’ opportuno, quindi, ricordare le principali ragioni per votare Si e quelle per il No sul referendum confermativo che si terrà in autunno.
Ecco le ragioni per votare Si:
1. Bicameralismo perfetto. Il primo motivo per votare Si è l’abolizione del bicameralismo perfetto, vale a dire del meccanismo che obbliga i parlamentari ad approvare due volte lo stesso disegno o proposta di legge, dilatando così i tempi di entrata in vigore della nuova normativa.
2. Fiducia. Il voto di fiducia al Governo sarà dato solo dalla Camera dei deputati, l’obiettivo è semplificare i tempi di formazione ed entrata in carica dell'Esecutivo.
3. Democrazia diretta. La riforma incrementerà gli strumenti di democrazia diretta introducendo il referendum propositivo e modificando il quorum per quello abrogativo.
4. Costi politica. Caleranno i costi della politica. I senatori si ridurranno da 315 a 100 e sarà abolito il Cnel (Consiglio nazionale per l’economia e per il lavoro).
5. Decreti legge. Sarà limitato il ricorso ai decreti legge.
Foto da gdc.ancitel.it
6. Decentramento legislativo. Le materie strategiche come trasporti ed energia torneranno di competenza del Parlamento e si ridurranno le liti tra Stato e Regioni, sarà compito del Senato dirimere tali controversie.
7. Nessuna deriva autoritaria. La vittoria del Si rafforzerà la capacità di decisione del Governo, ma non ci sarà nessuna deriva autoritaria perché rimarranno i contrappesi che limitano reciprocamente i tre poteri: Legislativo, Esecutivo e Giudiziario.
Ecco le ragioni per votare No:
1. Il bicameralismo rimarrà. Cambieranno le competenze delle due Camere, ma esse continueranno ad esistere ed a legiferare in comune su diverse materie. Non è vero che i ritardi sull’approvazione delle leggi sono determinati dalle norme costituzionali o regolamentari, ma essi dipendono dalla volontà politica delle maggioranze parlamentari. Inoltre, il Senato dovrà essere consultato su diverse leggi, come quella di bilancio.
2. Riduzione costi limitata. I risparmi sarebbero limitati: circa 50 milioni di euro l’anno, ovvero il costo di un F35 ordinato dal Ministero della difesa. La struttura del Senato rimarrà uguale. Il numero dei deputati non cambierà, essi rimarranno 630.
3. Firme per i referendum e le leggi di iniziativa popolare. Le firme per la richiesta dei referendum abrogativi saliranno da 500 mila a 800 mila. Per le leggi d’iniziativa popolare passeranno da 50 mila a 150 mila.
4. Italicum e premio di minoranza. La legge elettorale, l’Italicum, è strettamente connessa alla riforma costituzionale. Pertanto se una lista supererà il 40% dei voti otterrà il premio di maggioranza, ma anche nel caso di successo nel ballottaggio. Saremo governati da una minoranza.
5. Disegni di legge. Il Governo, avendo una corsia preferenziale sui disegni di legge, monopolizzerà l’attività legislativa del Parlamento.
6. Decentramento legislativo e contenziosi. La modifica del Titolo V della Costituzione ridurrà il decentramento legislativo. Aumenteranno i contenziosi tra Stato e Regioni e se ne creeranno di nuovi tra Camere dei deputati e Senato.
7. Democrazia e libertà di voto. La riforma non è stata condivisa da tutte le forze politiche. Ed è allarmante per la tenuta delle istituzioni il fatto che saranno modificati 47 articoli della Costituzione con una maggioranza risicata. Il referendum non inciderà sulle sorti del Governo. Il voto sulla modifica della Costituzione non dovrà essere strumentalizzato a fini politici.