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mercoledì 20 marzo 2019

Giornata in ricordo delle vittime della mafia, ecco la storia di ‘Turiddu Carnevali’

L'associazione Libera di don Luigi Ciotti organizza a Padova la XXIV edizione della Giornata della Memoria e dell'Impegno, tra le vittime della mafia ecco la storia di Salvatore Carnevale

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Locandina Giornata della Memoria 
e dell'Impegno 2019


La XXIV edizione della Giornata della Memoria e dell'Impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie, organizzata dall'associazione Libera di don Luigi Ciotti, quest'anno si svolgerà a Padova, ma iniziative simili sono previste in tante altre città italiane. Tra le oltre 1000 vittime della mafia che saranno ricordate c'è quella di Salvatore Carnevale. La sua vicenda è simile a quella di Placido Rizzotto, Epifanio Li Puma e di tanti altri sindacalisti e contadini siciliani che sono stati assassinati dalla mafia nel secondo dopoguerra. I tentativi di emancipazione del popolo siciliano sono sempre stati soppressi nel sangue e, in molti di quegli episodi, è stata assai probabile la partecipazione diretta o indiretta di apparati delle istituzioni pubbliche. Un comportamento che ha favorito il radicamento del fenomeno mafioso e che ha impedito lo sviluppo economico e sociale dell’isola.
Era l'alba del 16 maggio 1955 quando il bracciante e sindacalista, Salvatore Carnevale, venne assassinato a colpi di lupara. Quella mattina si stava recando al lavoro presso una cava di pietra gestita dall'impresa Lambertini. I killer lo uccisero in contrada 'Cozze secche', una trazzera nelle campagne di Sciara, che si trova in provincia di Palermo. Il motivo fu il suo impegno sociale e politico a difesa degli interessi dei lavoratori.
Nel 1951 il giovane sindacalista organizzò la Camera del lavoro e la sezione del Partito socialista italiano di Sciara. L'attivismo di Carnevale dava molto fastidio ai proprietari terrieri. Nell'ottobre di quell'anno organizzò 'un'occupazione simbolica delle terre’ in contrada 'Giardinaccio' di proprietà della principessa Notarbartolo. Arrestato, quando usci di galera preferì trasferirsi per due anni in Toscana, a Montevarchi. Lì scoprì la cultura della legalità e dei diritti dei lavoratori. Quando, nell'agosto del 1954, tornò in Sicilia tentò di applicare nella sua terra gli stessi principi e gli stessi valori. Nominato segretario della Lega dei lavoratori edili di Sciara era riuscito, tre giorni prima di essere assassinato, ad ottenere il pagamento delle paghe arretrare e la riduzione della giornata lavorativa ad otto ore. Ma questo era troppo per i latifondisti ed i gabelloti di Sciara.
Ad essere accusati dell'omicidio di Salvatore Carnevale furono i dipendenti della principessa Notarbartolo: 'l'amministratore del feudo Giorgio Panzeca, il magazziniere Antonio Mangiafridda, il sorvegliante Luigi Tardibuono e il campiere Giovanni di Bella’. I quattro furono condannati all'ergastolo dal tribunale di Santa Maria Capua Vetere dove, per legittima suspicione, si svolse il primo grado del processo. In quel procedimento a rappresentare la parte civile, che era costituita dalla madre del sindacalista assassinato, Francesca Serio, fu il futuro presidente della Repubblica, Sandro Pertini, mentre nel collegio difensivo c'era Giovanni Leone anch'egli futuro e discusso capo dello Stato ed unico presidente della Repubblica costretto alle dimissioni perchè travolto dallo scandalo Lockeed
In appello e, successivamente, in Cassazione il verdetto fu ribaltato e gli imputati assolti per insufficienza di prove. Una storia che si ripeterà tante volte, almeno fino alla sentenza storica di condanna nel maxiprocesso voluto da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, altri due eroi siciliani assassinati dalla mafia.

Fonte wikipedia.org e libera.it 

martedì 3 luglio 2018

Migranti, è una strage senza fine

Con la politica dei porti chiusi attuata dal governo 'pentaleghista' sembra di essere tornati indietro nel tempo, quando i barconi pieni zeppi di migranti naufragavano davanti alle coste di Lampedusa facendo stragi che, con un po’ di buona volontà, si sarebbero potute evitare

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Foto da libera.it
Dall’inizio del 2018 i morti in mare sono oltre mille e circa diecimila sono i migranti salvati dalla Guardia costiera libica. Negli ultimi quattro giorni si sono verificati tre naufragi. Il 29 giugno centotre migranti sono annegati perché la barca su cui erano stipati si è rovesciata. Tra i morti, i corpi di tre bambini di pochi mesi. Domenica davanti alle coste di Zuara in Libia, a seguito di un naufragio, sessantatre persone risultano disperse. Mentre quarantuno sono state salvate dalla Guardia costiera libica. Ieri 276 rifugiati sono stati fatti sbarcare a Tripoli, tra loro sedici sopravvissuti di un’imbarcazione su cui erano stipati 130 migranti, gli altri 114 sono considerati dispersi in mare.
E’ una strage senza fine. Persone che fuggono da guerre, carestie, persecuzioni o semplicemente perché vogliono vivere in modo dignitoso, ma per molti di loro il viaggio della speranza si trasforma in una tragedia. Lasciati esanimi o senza vita lungo le strade roventi del deserto del Sahara, oppure muoiono per fame o per le torture subite nelle carceri libiche e, se riesco a salire su un gommone, rischiano di annegare nelle acque del Mediterraneo.
A nulla valgono gli appelli umanitari del Papa, delle organizzazioni internazionali e di quanti denunciano il cinismo dei governi europei. Tra loro Il Presidente dell’associazione Libera, Don Ciotti, che, per il 7 di luglio, ha lanciato l’iniziativa una #magliettarossa. L’intento è di sensibilizzare le autorità affinchè si adoperino per un’accoglienza capace di coniugare sicurezza e solidarietà’.
‘Rosso – scrive su libera.it Don Ciotti - è il colore che ci invita a sostare. Ma c’è un altro rosso, oggi, che ancor più perentoriamente ci chiede di fermarci, di riflettere, e poi d’impegnarci e darci da fare. È quello dei vestiti e delle magliette dei bambini che muoiono in mare e che a volte il mare riversa sulle spiagge del Mediterraneo. Di rosso era vestito il piccolo Alan, tre anni, la cui foto nel settembre 2015 suscitò la commozione e l’indignazione di mezzo mondo. Di rosso erano vestiti i tre bambini annegati l’altro giorno davanti alle coste libiche. Di rosso ne verranno vestiti altri dalle madri, nella speranza che, in caso di naufragio, quel colore richiami l’attenzione dei soccorritori’.
Ed ancora: ‘L’Europa moderna è libertà, uguaglianza, fraternità. Fermiamoci allora un giorno, sabato 7 luglio, e indossiamo tutti una maglietta, un indumento rosso, come quei bambini. Perché mettersi nei panni degli altri – cominciando da quelli dei bambini, che sono patrimonio dell’umanità – è il primo passo per costruire un mondo più giusto, dove riconoscersi diversi come persone e uguali come cittadini’.

Fonte: libera.it