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giovedì 23 aprile 2020

Bruno Neri, il calciatore partigiano

In una foto in bianco e nero del 1931 spicca un atleta esile, è l’unico, tra tanti ‘quaquaraquà’, a non tendere il braccio in segno di saluto verso i gerarchi fascisti, è un gesto coraggioso, un esempio di libertà e di dignità che rimarrà nell’immaginario collettivo

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

1931, stadio Artemio Franchi di Firenze
(foto da patriaindipendente.it)
Bruno Neri cadde, ucciso dai nazisti il 10 luglio del 1944 a Marradi sull’Appennino tosco-emiliano. Vicecomandante del battaglione Ravenna 'fu sorpreso dai tedeschi mentre stava perlustrando il percorso che il suo gruppo avrebbe dovuto fare per recuperare un aviolancio sul Monte Lavane’.
Con il nome di battaglia di Berni, l’ex calciatore di Torino e Fiorentina, mostrò la sua riprovazione verso il fascismo fin dai suoi esordi calcistici. Famosa è rimasta la foto in cui è l’unico, tra i calciatori in posa, a non tendere il braccio per rendere omaggio a gerarchi fascisti. Voluto dal Duce, quel giorno del 1931 si inaugurava a Firenze il nuovo stadio Giovanni Berta (l’attuale Artemio Franchi). Sulle gradinate d’onore erano presenti comandanti e capi fascisti, eppure Bruno Neri rimase con le mani sui fianchi. Non pensò al tornaconto personale, bensì alla sua dignità di uomo e di sportivo. Un gesto di protesta coraggioso, di rifiuto dell’ideologia che imperava in quegli anni.
Il giovane di Faenza non era solo un buon calciatore, era un antifascista ed un uomo di cultura, un atleta che ‘leggeva Montale e Pavese e che si dilettava nella pittura e nella recitazione’. Era un partigiano che sapeva coniugare l’attività agonistica con quella intellettuale e politica.
L’8 settembre del 1943, dopo l’armistizio di Cassibile, come tanti italiani dovette decidere se aderire alla Repubblica di Salò o entrare nella Resistenza. Bruno Neri fece la scelta giusta. Da quel giorno iniziò, insieme a tanti altri italiani, la lotta armata contro l’occupazione nazifascista. Morì dieci mesi dopo combattendo per la libertà. QQQuella foto in bianco e nero è, ora, un monito per non dimenticare ed un incoraggiamento per quanti continuano a lottare per la giustizia e la democrazia.



sabato 23 aprile 2016

Placido Rizzotto: ‘il partigiano che morì di mafia’

Dopo la seconda guerra mondiale numerosi sindacalisti siciliani furono assassinati dalla mafia, tra loro Placido Rizzotto, ma non tutti sanno che il giovane corleonese fece parte della Resistenza e che è stato insignito della medaglia d’oro al merito civile

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

25 aprile 1945 – I partigiani sfilano per le strade 
di Milano (foto da wikipedia.org)
Primo di sette figli, Placido Rizzotto nasce a Corleone il 2 gennaio del 1914. Perde la madre quando era ancora bambino, dopo l’arresto del padre, accusato di mafia, fu costretto ad abbandonare la scuola per occuparsi della famiglia. Durante la Seconda guerra mondiale prese servizio presso il Regio esercito sui monti della Carnia, in Friuli Venezia Giulia.
L’8 settembre del 1943 si trova nel Nord Italia. Da tesserato clandestino del Psi si unì ai partigiani delle Brigate Garibaldi. L’esperienza nella Resistenza lo cambiò. Matura nel giovane contadino corleonese una coscienza sociale che lo fa riflettere sulle ingiustizie sociali che i siciliani devono subire quotidianamente.
Alla fine della guerra torna in Sicilia, dove ricopre la carica di presidente dell’Anpi di Palermo e quella di segretario della Camera del lavoro di Corleone. Milita nel Partito socialista italiano diventando segretario della sezione locale.
Occupazione delle terre a Corleone – 1949/1950  
(foto da medea.provincia.venezia.it)
Si batte per l’applicazione dei ‘Decreti Gullo’ che prevedevano di assegnare in affitto alle cooperative dei contadini le terre incolte dei proprietari agrari. Insieme con loro occupa le terre ed inizia a distribuire quelle tenute incolte dalla mafia.
La sera del 10 marzo del 1948, mentre si recava da alcuni compagni di partito venne rapito ed ucciso dalla mafia (tra loro c’era Luciano Liggio). Aveva appena trentaquattro anni. Il giovane pastore Giuseppe Letizia assistette all’omicidio e vide in faccia gli assassini. Per questo motivo fu ucciso anch’egli con un’iniezione letale dal boss e medico Michele Navarra.
Il corpo di Rizzotto è stato ritrovato solo il 7 settembre del 2009 nelle foibe di Rocca Busambra, presso Corleone, ed identificato con l’esame del Dna il 9 marzo del 2012. Le esequie solenni si sono svolte ben sessantaquattro anni dopo la sua morte, il 15 maggio del 2012.
Scrisse Antonio Gramsci: ‘odio chi non parteggia, odio gli indifferenti’. Il giovane segretario della Camera del lavoro di Corleone è stato assassinato proprio perché era un partigiano, ‘un esempio di rettitudine e coraggio’, un uomo libero che ha dedicato la sua breve vita a difendere i più deboli e gli ultimi.