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lunedì 25 gennaio 2021

La vera storia di Eva Schloss, ‘sorella’ di Anna Frank (dall’arrivo ad Auschwitz-Birkenau alla liberazione)


'Quando scendemmo dal treno quel giorno ad Auschwitz – terrorizzati, stupiti e confusi – 
ci ritrovammo direttamente nella sala macchine dell’Olocausto', Eva Schloss 

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

La copertina del libro
'Sopravvissuta ad Auschwitz'

Questa è la seconda parte della storia di Eva Schloss (la prima è nel post precedente), raccontata con le parole del libro che lei stessa ha scritto ad oltre quarant’anni di distanza dalla sua liberazione, avvenuta il 27 gennaio 1945 nel ’campo di sterminio’ di Auschwitz. Il suo destino è legato a quello di Anna Frank. Compagne di giochi ad Amsterdam, entrambe hanno vissuto la clandestinità e successivamente la deportazione nei ‘campi di sterminio’ ma soltanto Eva è sopravvissuta. Nel dopoguerra sua mamma Fritzi (il padre ed il fratello Heinz morirono ad Auschwitz) sposerà Otto Frank (unico superstite della sua famiglia), divenendo in tal modo 'sorellastra postuma' di Anne.

L’arrivo ad Auschwitz-Birkenau(22 maggio 1944):  'Il treno ci condusse lentamente attraverso l’Europa per tre giorni e tre notti. Eravamo stipati al buio come animali portati al macello, con un piccolo secchio fetido per i bisogni e un altro per l’acqua (…). A volte facevamo delle lunghe soste (…) in qualche punto di quello che avrebbe dovuto essere il continente più civile al mondo (…). Quando scendemmo dal treno quel giorno ad Auschwitz – terrorizzati, stupiti e confusi – ci ritrovammo direttamente nella sala macchine dell’Olocausto (…). Le scene sul binario erano strazianti e rimasi sconvolta dal chiasso delle persone che gemevano, piangevano e urlavano addii disperati. C’erano centinaia di persone: anziani, madri con neonati in braccio e bambini piccoli, tutti in uno stato di totale agitazione e di una sorta di primitiva disperazione; imperturbabili, le ss cominciarono a smistarci come fossimo abiti su una rastrelliera, finché non fummo divisi in uomini e donne, e poi in file di cinque (…). Salimmo lentamente la rampa finché non vedemmo in cima le ss che indirizzavano le persone in due colonne, una a destra e una a sinistra. Una donna davanti a noi cominciò a urlare quando capì che sarebbe stata costretta a consegnare il bambino all’altra colonna (…). Allora non sapevo che avevamo appena superato la nostra prima selezione da parte del celebre dottore del campo, Josef Mengele, o che il cappotto e il cappello mi avevano salvato la vita (…). Tutti i ragazzini sotto i quindici anni venivano automaticamente  mandati a destra – la fila che conduceva direttamente alla camera a gas – e su 168 bambini del nostro trasporto io fui una dei sette sopravvissuti (…). Nell’aria c’era un odore acre che non avevo mai sentito.'

'Ero la prigioniera A/5272, inserita in un processo volto a privarmi dell’orgoglio e dell’identità. Allontanandomi dalla stazione di Auschwitz, mi ero lasciata alle spalle la piccola Eva Geiringer e i suoi sogni. Avevo trascorso gli ultimi momenti insieme alla mia famiglia al completo e non avrei più rivisto mio fratello.'

Vita nel campo: 'Auschwitz era un mondo di sporcizia, fame, depravazione, e pochi gesti di solidarietà (…). Mi resi ben presto conto che la civiltà è una patina molto sottile che viene via facilmente e compresi le vere necessità della vita, come avere una ciotola per bere e mangiare in modo da poter sempre ricevere la propria razione (…). Non tutti riuscivano ad adattarsi. Coloro che non si adeguavano alla vita del campo, avevano uno sguardo vuoto, perdevano la speranza e morivano. Nel gergo del campo venivano chiamati ‘Muselmann’ perché la posizione curva ed inerte li faceva somigliare a musulmani chini per la preghiera. Sono sopravvissuta in gran parte per pura fortuna, tuttavia giurai di non unirmi mai alle schiere dei ‘Muselmann’.'

'Percepii che uno dei soldati mi osservava attentamente e poi lo udii dire:’Questa qui può andare al Canada’ (…). Lo scopo del Canada era depredare gli ebrei fino all’ultimo bene, per mandare poi tutto in Germania, dove sarebbe stato distribuito ai soldati, alle loro famiglie e alla gente comune. Gli uomini tedeschi si rasavano con rasoi ebrei, mentre bravi madri tedesche spingevano carrozzine ebree e i nonni indossavano occhiali ebrei per leggere sul giornale gli articoli sullo sforzo bellico (…). Si trattava di una rapina e un saccheggio su scala davvero enorme (…). Nei forni crematori, una squadra estraeva i denti d’oro alle vittime. I denti venivano poi immersi in un acido per rimuovere nervi e tessuti, fusi in lingotti d’oro e spediti in Germania (…). A volte i tesori non erano altro che foto piegate o rifilate con cura, la minuscola immagine di un bambino sorridente, o una vecchia foto di genitori inserite nella cucitura della giacca. Rimasi a fissare la foto di una madre e di un padre con in braccio un bambino e mi resi conto con orrore che quella era stata l’unica cosa importante per la persona che l’aveva nascosta, e che nessuno di loro si sarebbe mai rivisto. Erano tutti morti.'

L’inverno più triste: 'Solo una cosa mi faceva andare avanti e rendeva più sopportabili quelle notti: avere Mutti (la mamma di Eva) al mio fianco e dormire tra le sue braccia. Immaginate anche la fame. Le nostre razioni ufficiali di cibo consistevano di una minestra tiepida a colazione, o di alcune sorsate di un granuloso succedaneo del caffè, seguite da un pasto serale a base di una fetta di pane nero (…). lo scopo era farci morire lentamente di fame (…). Immaginate la sporcizia. Una volta, una Kapò ci punì per qualche infrazione gettandoci addosso il secchio dei bisogni ed ebbi per giorni i vestiti e la pelle ricoperti di escrementi prima di avere finalmente il permesso di lavarmi (…). Senza Mutti, pensando che anche Pappy (il papà di Eva) era probabilmente morto e non avendo idea se Heinz (il fratello di Eva) fosse vivo o meno, mi sentii precipitare in un buco nero (…). Che importanza aveva la vita? Che importava se una persona era buona o cattiva? Che conforto si poteva trovare in ‘Dio’?'

La liberazione: 'A ottobre avevano ordinato la fine della soppressione degli ebrei e a novembre aveva deciso di far saltare in aria le camere a gas e i forni crematori di Auschwitz, con l’intenzione di eliminare ogni traccia di ciò che vi era accaduto (…). Potevano avere la tentazione di ammazzarci tutti piuttosto che lasciare qualcuno a raccontare i fatti (…). Dormimmo tutta la notte e mi svegliai al mattino del 19 gennaio 1945 con una stranissima sensazione di calma assoluta. Aprii gli occhi e mi guardai intorno: la baracca pareva quasi vuota e non c’era nessuna delle solite attività mattutine. Scesi dal letto e uscii in esplorazione. Non si vedeva nessuno (…). Era rimasto solo un piccolo gruppo di prigionieri dalla salute precaria, come noi. Eravamo pelle e ossa, ma cominciammo immediatamente a organizzarci per sopravvivere fino all’arrivo dei sovietici. Era un grandissimo senso di liberazione sapere che se n’erano andati i tedeschi – quanto avevo desiderato quel giorno – ma sapevamo che ci aspettavano ancora enormi difficoltà' (…).

'La cosa peggiore che abbia mai fatto in vita mia fu portare fuori i corpi rigidi di donne che avevo imparato a conoscere. Reggendole, sentivo che si erano ridotte al lumicino, guardavo i loro occhi sbarrati e le bocche spalancate e sapevo che avevano resistito tanto a lungo e piene di speranza fin quasi alla fine. Vidi più persone morire in quei pochi giorni che in tutta la mia permanenza a Birkenau' (…).

L’arrivo dei soldati sovietici: 'Ci dirigemmo nervose all’ingresso per osservare quella insolita scena. E in effetti c’era un ‘orso’. Un uomo grosso ricoperto da una pelle d’orso che ci fissava con la medesima espressione sbigottita. Forse avrei dovuto essere più cauta, ma in quel momento provai solo una gioia irrefrenabile. Gli corsi incontro e lo abbracciai. Era il 27 gennaio 1945 e le forze sovietiche erano venute a liberarci (…). Furono giorni incerti e disperati, e il fatto che fossimo così prossime alla libertà rendeva la morte ancora più crudele. E’ duro accettare che molte donne fossero decedute non per mano dei nazisti, ma per aver mangiato il buon cibo caldo fornito dai nostri liberatori. Dopo aver fatto la fame tanto a lungo, i loro corpi non erano riusciti a sopportare il repentino cambio di dieta (…). Passai sotto l’insegna in metallo, forgiata da un prigioniero su istruzione dei nazisti, che recitava menzognera ‘Arbeit macht frei’ (il lavoro rende liberi). Ricordo di aver pensato che era una ben piccola e misera riproduzione dell’ideologia più malvagia che il mondo abbai mai conosciuto.'

'Più di un milione di ebrei venne assassinato ad Auschtwitz-Birkenau e, al momento della liberazione, eravamo in vita solo in seimila (…). Io e Mutti avevamo resistito per pura fortuna, grazie alla forza di volontà e alla protezione di Minni (una conoscente anch’essa deportata). Eravamo sopravvissute alla più perversa ideologia di pulizia etnica della storia. I nazisti ci avevano braccati per tutta Europa, guidati da una folle ossessione e dalla determinazione a non fermarsi fino all’eliminazione dell’ultimo ebreo. Ero viva, ma avrei dovuto imparare di nuovo a vivere e trovare il mio posto in un mondo che spesso non voleva conoscere gli orrori a cui avevo assistito.'

Fonte: 'Sopravvissuta ad Auschwitz' di Eva SchlossKaren Bartlett. Newton Compton Editori

sabato 23 gennaio 2021

La vera storia di Eva Schloss, ‘sorella’ di Anna Frank (dalla fuga da Vienna alla deportazione)

'Quando i miei nipoti mi hanno chiesto del tatuaggio sul braccio con cui ero stata marchiata ad Auschwitz, avevo risposto che era solo il mio numero di telefono. Non parlavo del passato', Eva Schloss

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Eva Schloss e Anna Frank (foto da amazon.it)

Questa è la storia di Eva Schloss raccontata con le parole del libro che lei stessa ha scritto ad oltre quarant’anni di distanza dalla sua liberazione avvenuta il 27 gennaio 1945 nel ’campo di sterminio’ di Auschwitz. La sua vicenda umana è legata a quella di Anna Frank. E’ stata sua compagna di giochi ad Amsterdam e nel dopoguerra sua madre Fritzi, anch’essa sopravvissuta allo sterminio (il papà ed il fratello morirono ad Auschwitz), sposerà Otto Frank, a sua volta unico superstite della sua famiglia.

Il nove marzo 1938 a Vienna, città natale di Eva Schloss, arrivano i nazisti accolti con entusiasmo dalla popolazione: 'Gli ebrei austriaci cominciarono a correre da un’ambasciata all’altra alla disperata ricerca di un visto che consentisse loro di scappare. Purtroppo, però, molti Paesi non li concedevano.'

La fuga a Bruxelles (1938): 'Eravamo degli apolidi e la nostra presenza non era gradita in nessun posto.' 

Le molestie di Dubois (coinquilino di Eva, di sua madre e del fratello Heinz nella pensione di madame Le Blanc): 'Cercavo di evitarlo a tutti i costi, ma alcuni giorni dopo, ero sola e lui mi bloccò nel corridoio (…). Mi fece entrare in camera sua, dicendomi che voleva mostrarmi delle fotografie del Congo (…). Riluttante, gli rimasi accanto mentre sedeva alla scrivania e sfogliava album color seppia (…). Con il passare delle settimane, cominciò a prendermi sulle ginocchia mentre sfogliava le pagine dell’album (…). Ben presto Dubois pretese che (…). Ero talmente inorridita e imbarazzata che corsi fuori dalla stanza e incappai dritta in mia madre. Vedendomi tanto sconvolta, mi costrinse a parlare finché non crollai e le dissi tutta la verità (…) erano tutti scioccati (…). Ma non potevano farci niente. Eravamo in un Paese straniero, in attesa dei visti grazie a cui avremmo potuto tornare ad essere una famiglia. Mutti (la madre di Eva) mi disse di non rivolgere mai più la parola a Dubois e fece di tutto per proteggermi (…). Solo poco tempo prima ero stata una bimba vivace e felice (…) ora vedevo che (…) i miei genitori non potevano proteggermi dalle cattiverie del mondo. Non avevano potuto salvarci dai nazisti ed eravamo dovuti scappare da casa nostra. E ora non riuscivano nemmeno a proteggermi da un uomo che mi aveva fatto così tanto male.'

L’arrivo di Eva ad Amsterdam (febbraio 1940) dove fa amicizia con Anna Frank: 'Parlava talmente tanto che la chiamavamo la Signora Qua Qua e nei miei ricordi era sempre circondata da un gruppo di ragazzine pronte a ridacchiare per le sue ultime esperienze e osservazioni. Mentre io giocavo a campana, Anne leggeva riviste di cinema e andava con le amiche nei caffè a mangiare gelati e a discorrere come le signore di mondo che avrebbero voluto diventare (…). Alla fine del suo diario, poco prima di essere catturata, Anne Frank ha scritto di credere ancora che la gente fosse fondamentalmente buona; chissà cosa avrebbe pensato se fosse sopravvissuta ai campi di concentramento di Auschwitz e Bergen-Belsen. La mia esperienza ha dimostrato che le persone possono essere di eccezionale crudeltà, brutalità e totale indifferenza verso la sofferenza umana. E’ facile dire che il bene e il male esistono in ognuno di noi, ma ho potuto toccare con mano questa poco edificante realtà ed è una vita che mi interrogo sull’animo umano.'

I nazisti occupano l’Olanda: 'I nostri peggiori timori si erano avverati: il 15 maggio 1940 vivevamo sotto l’occupazione nazista e non sapevamo dove andare (…). Corremmo affannati da un posto all’altro per ore, sempre più stanchi, esausti e sconvolti, mentre Pappy (il papà di Eva) tentava di prenotare un posto su una qualsiasi nave in partenza. Fu impossibile. L’ultima era partita, e non avremmo mai potuto salirci.'

La soluzione finale: 'Alla conferenza di Wannsee, il 20 gennaio 1942, il tenente generale delle ss, Reinhard Heydrich, capo dell’ufficio centrale per la sicurezza del Reich, presento la soluzione finale della questione ebraica: tutti gli ebrei d’Europa dovevano essere trasportati in campi a est e lì fatti lavorare fino allo stremo o assassinati.'

La clandestinità: 'C’è l’ho fatta perché dovevo farcela. La scelta era netta: nascondersi o morire. E ce l’ho fatta perché quando stai nascosto ti dici che non sarà per sempre (…) aspetti un altro giorno perché pensi che quello seguente sicuramente arriverà la libertà (…). C’era gente che aiutava le famiglie di ebrei a nascondersi solo per buon cuore (…) ma c’era chi lo faceva esclusivamente per denaro (…). A volte, i bambini mandati in fattorie di campagna venivano sfruttati, e le donne e le ragazze violentate o costrette ad avere rapporti con l’uomo di casa per poter restare nascoste.'

Il tradimento: 'Nessuno di noi sospettava che la simpatica infermiera olandese e la calorosa famiglia fossero tutti agenti nazisti (…). Venni catturata il giorno del mio quindicesimo compleanno. Era l’11 maggio 1944 (…). Floris (un amico) mi porse un regalo (…) aprilo dopo colazione (…). Erano le otto e mezza e stavamo per cominciare a mangiare, quando si udì un deciso scampanellio alla porta (…). Di colpo si scatenò la baraonda. Dei soldati salirono rumorosamente le scale. I nazisti puntarono le canne delle armi dritte sulle nostre facce stupite e paralizzate (…). Non apri mai il mio regalo (…). Ero una ragazzina di soli quindici anni ed ero stata braccata dai nazisti di Paese in Paese, costretta a lasciare la mia casa e a nascondermi e ora mi trovavo in carcere. Ero sopraffatta dalla rabbia e dall’amarezza, ma in fondo sentivo un gran vuoto (…). Le baracche di legno e le condizioni di vita erano primordiali e la gente aveva l’aria tesa e preoccupata, ma non disperata.'

Il viaggio per Auschwitz-Birkenau: 'Eravamo a Westerbork da soli due giorni quando ricevemmo la terribile notizia: i nostri nomi erano sulla lista per il prossimo trasporto (…). Come mi avvicinavo al treno, vidi che molte persone dei primi carri bestiame erano zingari. Il trasporto in cui fummo ammassati partì il 19 maggio 1944 e portò 699 persone in diciotto vagoni. Dei 453 ebrei a bordo, 41 erano bambini. I bambini costituivano anche metà dei 246 zingari. Rimanemmo lì per più di un’ora. In seguito, scoprì che in quella carrozza c’erano più di cento persone, ma in quel momento sapevo solo che eravamo tutti schiacciati gli uni contro gli altri senza alcuno spazio per sedersi o muoversi. Alzando lo sguardo, vidi due finestrelle con le inferriate vicino al soffitto e due secchi di ferro in un angolo (…). Con un lungo e lento scossone, il treno cominciò a muoversi ed ebbi la sensazione di iniziare un viaggio all’inferno.'

Continua....

Fonte 'Sopravvissuta ad Auschwitz' di Eva SchlossKaren Bartlett. Newton Compton Editori

sabato 27 gennaio 2018

AUSCHWITZ - Francesco Guccini




'Voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case, voi che trovate tornando a sera il cibo caldo e visi amici: considerate se questo è un uomo. Che lavora nel fango, che non conosce pace, che lotta per mezzo pane, che muore per un sì o per un no. Considerate se questa è una donna, senza capelli e senza nome, senza più forza di ricordare, vuoti gli occhi e freddo il grembo, come una rana d’inverno. Meditate che questo è stato: vi comando queste parole. Scolpitele nel vostro cuore, stando in casa andando per via, coricandovi alzandovi, ripetetele ai vostri figli. O vi si sfaccia la casa, la malattia vi impedisca, i vostri nati torcano il viso da voi', Primo Levi

venerdì 26 gennaio 2018

Liliana Segre: ‘Il mio numero 75190 non si cancella, è dentro di me ...’ (dall’arrivo nel campo di Auschwitz alla liberazione)

‘Dopo aver abitato nella città artificiale del male assoluto è ancora possibile vivere, amare, sentirsi umani e – cosa più incredibile – liberi dalla tentazione di odiare per sempre’, Liliana Segre

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Liliana Segre con il padre Alberto - (foto da wikipedia.org)
Vivevamo in una promiscuità assoluta, dormivamo in cinque o sei in un ripiano di quei tavolacci a castello … Era un brulicare degli insetti più schifosi che ci venivano addosso e s’infilavano tra le cuciture dei vestiti. La sporcizia regnava nel lager. Dormivamo vestite, sia per il freddo sia perché le nostre compagne più vecchie e più furbe ci avrebbero rubato i vestiti che erano preziosa merce di scambio’.
‘Dopo l’appello che durava a lungo nella neve - un’ora, due ore - … uscivamo in fila dal campo al suono dell’orchestra che accompagnava, sinistra, anche le esecuzioni. E con una marcia forzata arrivavamo alla fabbrica Union … Gli industriali tedeschi hanno beneficiato per anni di manodopera non pagata … I nostri datori di lavoro potevano contare su un ricambio continuo: quando una di noi cadeva a terra, sfinita, e non si rialzava più, arrivava subito un’altra ragazza-nulla a rimpiazzarla. E’ così all’infinito … La maggior parte … sono morte a causa dei lavori più tremendi: scavare buche conficcando la vanga nella terra ghiacciata, mentre un altro gruppo le richiudeva subito dopo; caricare un camion di pietre mentre un altro gruppo le scaricava nello stesso punto. Lavori persecutori, ideati affinché gli stück, i pezzi, durassero il meno possibile’.
Il libro 'Sopravvissuta ad Auschwitz'
I Musulmünner -  ‘… erano prigionieri, sia uomini che donne, la cui mente giungeva a un punto di non ritorno e loro si lasciavano morire. Sceglievano di non mangiare neanche quel pochissimo che ci veniva dato, sul quale invece noi ci gettavamo come pazze. Si sbottonavano la divisa quando nevicava e camminavano per il campo, non ordinati come invece stavamo noi – incolonnate, ubbidienti per sopravvivere: vai al lavoro, torna dal lavoro, vai alla doccia, vai alla baracca, esci dalla baracca, resta in riga e sull’attenti per l’appello – ma non potendo più avere freni inibitori, vagavano finché non cadevano a terra. Quando non morivano di morte naturale o di freddo, a finirli era il calcio del fucile di qualcuno che decideva di mettere fine a quello strazio. Era l’ultimo gradino contrapposto ai Kapos: tra il Kapos e il Musulmann c’era un’infinità di sistemi di sopravvivenza intermedi. C’era il furbo, che faceva piccoli affari nel campo; quello che si rendeva servile con l’aguzzino, magari sapeva il tedesco e si trasformava in un servo delle SS … Eravamo isole di dolore e di disperazione che non vivevano nei pensieri di nessuno’.
La selezione - '... le Kapos ci chiudevano nelle baracche a gruppi, cinquanta - sessanta per volta. Poi ci portavano nel locale delle docce – quelle vere – nude - … e qui dovevamo sfilare una dietro l’altra attraversando una grande sala per uscire dall’altra parte. Sulla porta in fondo alla sala sedeva il piccolo tribunale di vita e di morte: un medico e due SS. Noi, nude col nostro corpo e nient’altro, dovevamo presentarci a questa giuria. …. Donne nude, scheletriche, che venivano esaminate davanti, dietro, in bocca, da uomini in divisa che spesso ordinavano: voltati di nuovo che non ti ho vista bene. Una femminilità annullata, completamente violata. Bestie al mercato, che venivano osservate, e quando una non andava più bene ci pensavano il gas e il crematorio a cancellarla dal mondo’.
Janine - … era francese, aveva ventidue o ventitre anni, occhi azzurri, voce dolce, ricciolini biondi e corti, appena ricresciuti dopo la rasatura.  Andata al gas ad Auschwitz in un giorno del 1944. Pensiamola un momento, perché nessuno, tranne me e gli aguzzini, conosce la fine che ha fatto Janine …
27 gennaio 1945 - La marcia della morte - ‘Si svolgeva nel buio: camminavamo quasi sempre di notte perché i nazisti non volevano far vedere neanche ai civili tedeschi le sembianze di queste migliaia di persone schiavizzate e annientate, che si spostavano a nord, sempre più a nord, man mano che i russi si avvicinavano … una lunga fila di disperati, che si buttavano come pazzi sugli immondezzai alle porte della città. Addentavamo ossa già spolpate, bucce piene di terra, torsoli marci, letamai dell’immondizia dei tedeschi … Cammina, cammina, altrimenti muori … Cammina non cadere altrimenti ti uccidono. La vita è fatta così: se cadi qualcuno ti calpesta e ti uccide moralmente: bisogna sempre avere la coscienza che siamo fortissimi e che ce la faremo … Eravamo alla fine, ci rendevamo conto che, se non ci avessero ucciso i nostri aguzzini, saremmo comunque morte nel giro di una decina di giorni’.
1° maggio 1945 - La fuga degli aguzzini e la liberazione - ‘Li guardavamo sbalorditi: cosa fanno?. Si mettono in mutande le SS vicino a noi si spogliano, si rivestono da civili e tornano a essere signori qualsiasi, quelli della banalità del male (come scrisse Hannah Arendt, non erano né perversi né sadici, bensì erano, e sono tuttora, terribilmente normali) … Il comandante di quell’ultimo campo, crudele assassino, camminava vicino a me – non ho mai capito il suo nome, era un uomo alto ed elegante – si spogliò, rimase in mutande, si rivesti da civile. Tornava a casa dai suoi bambini e da sua moglie. Certamente non si accorgeva della mia presenza perché io ero una stück, un pezzo. Quando butto la pistola ai miei piedi, con tutto l’odio che avevo dentro pensai per un istante: adesso mi chino, prendo la pistola e in questa confusione assoluta lo ammazzo. Mi ero nutrita a lungo solo di malvagità e di vendetta. Pensai che sparargli fosse l’azione giusta nel momento giusto, il giusto finale di quella storia di cui ero stata protagonista e testimone. Ma fu un attimo … Non avrei mai potuto raccogliere la pistola e sparare al comandante di Malchow. Io avevo sempre scelto la vita. Quando si fa questa scelta non si può togliere la vita a nessuno. E’ da quel momento sono stata libera’.
  
Fonte: Sopravvissuta ad Auschwitz di Emanuela Zuccalà e wikipedia.org

giovedì 26 gennaio 2017

‘Il numero non era, ormai, che il nostro unico nome, io divenni il n. 75181’

‘Il dottor Mengele era l’anima nera del lager, un sadico crudele e spietato, che si divertiva a torturare migliaia di vittime con i suoi tenebrosi ‘esperimenti’

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)


Auschwitz - (foto da wikipedia.org)
Nel dicembre del 1943 Sofia Schafranov, medico di origine russa, fu arrestata a Sondalo in provincia di Sondrio. Dopo alcuni giorni di prigionia trascorsi a San Vittore fu deportata ad Auschwitz insieme ad altri 1200 ebrei italiani. Ecco alcuni brani tratti da I campi della morte’ che narrano il suo calvario durato due anni, fino alla liberazione avvenuta il 15 maggio del 1945.
Il Revier. ‘Io e Bianca Marpurgo fummo destinate al Revier o lazzaretto di Birkenau… Quelle ammalate non erano che dei cadaveri viventi, quando erano viventi; degli esseri in cui non vi era più nulla di umano, all’infuori di un disperato sconforto dipinto sui volti macilenti ed esangui ….. Erano tutte giovani donne dai diciotto ai venticinque anni, ma non avevano più età; erano tutte coperte di ascessi, di ulcere, di eczemi purulenti, prodotti dalla scabbia; la loro pelle era una sola crosta ……. Altre presentavano in varie parti della persona, soprattutto nelle gambe, morsicature paurose; erano state azzannate dai feroci cani di scorta, mentre, recandosi al lavoro, cadevano a terra estenuate. Di queste infelici ne arrivavano al reparto da dieci a venti al giorno. Almeno trenta disgraziate giacevano già morte sulle cuccette e accanto ai cadaveri giacevano quelle che ancora erano in vita.
Stazione di Milano - Binario 21
(foto da michele-ciani.com)
La macellaia. ‘Ed io ho visto come, con i mezzi di cui disponeva, ella curava le sue ammalate. Tagliava gli ascessi con un semplice coltello da cucina, operando come una macellaia, sotto gli urli disperati delle pazienti. Ma si era abituata anche lei a questa specie di assassinio premeditato’.
Le selezioni. ‘Per sfoltire il Revier, di quando in quando, solitamente ogni settimana o dieci giorni, si procedeva alle ‘selezioni’. I medici tedeschi passavano rapidamente in rassegna le ammalate e, talvolta basandosi sui rapporti delle dottoresse, più spesso al loro proprio giudizio, facevano piazza pulita condannando le incurabili alla cremazione’.
Copertina del libro - (foto da paolinestore.it)
‘Il dottor Mengele, sui trentacinque anni, biondo anche lui, alto, robusto, di bella presenza, ma con nel volto ben pasciuto e nello sguardo sfuggente qualcosa di repulsivo. Quando egli parlava, non guardava mai in faccia i suoi interlocutori, quasi temesse che nei suoi occhi si potessero leggere chissà quali mostruosi segreti. Era l’anima nera del lager, un sadico crudele e spietato , che si divertiva a torturare migliaia di vittime con i suoi tenebrosi ‘esperimenti’. Sembrava che fosse specializzato, soprattutto, in ricerche scientifiche sui gemelli ….  Per noi, il dottor Mengele era un orco. Quando egli giungeva nel Block, io e le mie colleghe c’impalavamo sugli attenti e abbassavamo riverenti il capo alle sue contumelie. … le selezioni  a cui egli presiedeva erano spietate …'.
‘Alle camere di asfissia erano addetti dei deportati che eseguivano la macabra incombenza non certamente per loro volontà, tanto più che il loro ufficio durava soltanto due mesi durante i quali erano tenuti segregati, per poi finire essi pure in quelle stesse camere ed essere sostituiti da altri operatori, perché il segreto di quelle camere e di quelle torture non  trapelasse ….. Veniva simulata una doccia alle vittime, per quanto queste sapessero, ormai, di che genere di doccia si trattasse, si fornivano perfino un asciugamano e un pezzo di sapone; dopo di che, erano fatte denudare e venivano cacciate in basse camere di cemento, ermeticamente chiuse: venticinque o trenta persone per camera. Al soffitto erano applicati dei rubinetti, da dove, invece di acqua, era irrorato del gas tossico. Spesso, l’irrorazione era scarsa e l’azione del gas non era abbastanza efficace, cosicché le vittime venivano gettate nei forni ancora vive’. La liberazione. ‘Non si vedevano più che poche tedesche, ed erano diventate tutte, improvvisamente, gentili e servizievoli. C’erano delle volte in cui ero perfino la ‘signora dottoressa’. Poi, un bel giorno, scomparvero esse pure. Era il 15 maggio. Vi sono delle date che restano impresse in eterno nella memoria. A Milano, nessuno dimenticherà mai la data del 25 aprile; io non dimenticherò mai quella del 15 maggio. Né dimenticherò quell’istante in cui alcune donna irruppero nel Block, in cui io mi trovavo, e ci annunziarono, piangendo, che erano arrivati gli americani. .... Eravamo salve; anzi, eravamo salvi: perché non c’erano più campo maschile e campo femminile: c’era una sola moltitudine in festa, che benediva la libertà riconquistata, che ritrovava la propria dignità umana, che invocava – e invoca ancora – giustizia e vendetta’.

Fonte I campi della morte di Alberto Cavaliere (paolinestore.it)