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giovedì 13 ottobre 2022

Il discorso di Liliana Segre

Accorato discorso di apertura della XIX legislatura fatto dalla senatrice a vita Liliana Segre, ecco i passaggi più significativi

di Giovanni Pulvino

Liliana Segre 

'Oggi sono particolarmente emozionata di fronte al ruolo che in questa giornata la sorte mi riserva. In questo mese di ottobre, nel quale cade il centenario della marcia su Roma, che dette inizio alla dittatura fascista, tocca proprio a me assumere momentaneamente la Presidenza di questo tempio della democrazia che è il Senato della Repubblica. Il valore simbolico di questa circostanza casuale si amplifica nella mia mente, perché - vedete - ai miei tempi la scuola iniziava in ottobre ed è impossibile, per me, non provare una specie di vertigine ricordando che quella stessa bambina che in un giorno come questo del 1938, sconsolata e smarrita, fu costretta dalle leggi razziste a lasciare vuoto il suo banco della scuola elementare. E oggi si trova, per uno strano destino, addirittura sul banco più prestigioso del Senato....

Le elezioni del 25 settembre hanno visto - come è giusto che sia - una vivace competizione tra i diversi schieramenti che hanno presentato al Paese programmi alternativi e visioni spesso contrapposte. Il popolo ha deciso: è l'essenza della democrazia. La maggioranza uscita dalle urne ha il diritto-dovere di governare; le minoranze hanno il compito altrettanto fondamentale di fare opposizione. Comune a tutti deve essere l'imperativo di preservare le istituzioni della Repubblica, che sono di tutti, che non sono proprietà di nessuno, che devono operare nell'interesse del Paese e devono garantire tutte le parti....

In Italia il principale ancoraggio attorno al quale deve manifestarsi l'unità del nostro popolo è la Costituzione repubblicana che - come dice Piero Calamandrei - è non un pezzo di carta, ma il testamento di 100.000 morti caduti nella lunga lotta per la libertà; una lotta che non inizia nel settembre del 1943, ma che vede idealmente come capofila Giacomo Matteotti ...

Il pensiero corre inevitabilmente all'articolo 3, nel quale i Padri e le Madri costituenti non si accontentarono di bandire quelle discriminazioni basate su sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche, condizioni personali e sociali, che erano state l'essenza dell'ancien regime. Essi vollero anche lasciare un compito perpetuo alla Repubblica: «rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese». Non è poesia e non è utopia. È la stella polare che dovrebbe guidarci tutti, anche se abbiamo programmi diversi per seguirla: rimuovere gli ostacoli....

Il 25 aprile, Festa della liberazione, il 1° maggio, Festa del lavoro, il 2 giugno, Festa della Repubblica .... date che scandiscono un patto tra le generazioni, tra memoria e futuro, grande potrebbe essere il valore dell'esempio, di gesti nuovi e magari inattesi.

Dalle istituzioni democratiche deve venire il segnale chiaro che nessuno verrà lasciato solo, prima che la paura e la rabbia possano raggiungere livelli di guardia e tracimare.

Senatrici e senatori, cari colleghi, buon lavoro'.

Fonte senato.it



domenica 8 dicembre 2019

Liliana Segre: ‘il 48 per cento parla di quello che non sa’

'Il 48 per cento non c'era quando c'era l'uomo forte al potere quindi parla di quello che non sa', questo il commento di Liliana Segre al report pubblicato dal Censis

di Pulvino Giovanni (@PulvinoGiovanni)

Il presidente Sergio Mattarella e la senatrice Liliana Segre
(foto da wikipedia.org)
Secondo il Centro studi del Censis sono otto milioni gli italiani convinti che la democrazia liberale sarà presto superata e sarà sostituita da un regime autoritario. Non solo, ma quasi metà dei nostri concittadini vorrebbe ‘un uomo forte al potere’. Un ‘Capo’ che non debba preoccuparsi del Parlamento e delle elezioni. Il commento della senatrice a vita, Liliana Segre, ai risultati di questa indagine è stato perentorio: ‘il 48 per cento non c'era quando c'era l'uomo forte al potere quindi parla di quello che non sa’. A non credere più nella Democrazia sono soprattutto gli operai (58%) ed i disoccupati (55%), valori più bassi si registrano, invece, tra i manager ed i quadri (34%), imprenditori e lavoratori autonomi (42%). I cittadini che vogliono l’uomo forte sono  gli operai (67%), i soggetti poco istruiti (62%) e le persone con redditi bassi (56,4%). Dallo studio emerge, inoltre, che solo il 19% degli italiani si occupa frequentemente di politica, mentre il 76% non ha fiducia nei partiti, la percentuale arriva fino all’81% tra gli operai e all’89% tra i disoccupati.  
Il dato è, per certi aspetti, sorprendente, ma non deve stupire il fatto che la mancanza di fiducia nelle istituzioni democratiche si stia ampliando tra coloro che appartengono alle classi sociali più disagiate. Con l’incremento delle disuguaglianze è cresciuto anche il rancore verso le classi dirigenti che hanno dimenticato il loro compito principale: fare gli interessi di tutti i cittadini, in particolare dei ceti sociali più deboli.
L’auspicio ad avere un uomo solo al comando esprime il disagio economico e sociale di una parte rilevante della popolazione. Farsi carico di quei bisogni e di quel malessere dovrebbe essere compito della Sinistra, ma oggi essa non è più percepita come una forza al fianco dei lavoratori e dei ceti più deboli. Impedire un ritorno a logiche nazionalistiche, particolarmente pericolose per il nostro sistema democratico, è un impegno irrinunciabile per tutte le forze progressiste del Paese, ma occorre agire ora, tra poco potrebbe essere troppo tardi.

Fonte censis.it


sabato 2 novembre 2019

La famiglia tradizionale secondo i leader della Destra

Propugnano la famiglia tradizionale, ma nella loro vita quotidiana i leader della Destra si comportano come un ‘comunista’ qualsiasi

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Silvio Berlusconi
(foto da wikipedia.org)
Il 30 ottobre scorso il Senato ha approvato con 151 voti la mozione della senatrice a vita, Liliana Segre, per creare una Commissione contro il razzismo e l’antisemitismo. La Lega, FdI e FI hanno deciso di astenersi. La leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, per giustificare la decisone del suo partito ha detto alla Senatrice a vita che ‘si sono astenuti perché noi difendiamo la famiglia’. Ora cosa c’entri la famiglia con una Commissione parlamentare che si deve occupare di razzismo e di odio è difficile da comprendere. La motivazione è ancora più paradossale se consideriamo il fatto che i leader del Centrodestra nella loro vita quotidiana non rispettano il principio dell’indissolubilità del vincolo matrimoniale e dei valori della famiglia tradizionale. Le biografie dei tre esponenti della Destra italiana non ammettono equivoci. 
Giorgia Meloni è legata all’autore televisivo Andrea Giambruno, con il quale ha avuto una figlia nel 2016.
Matteo Salvini si è spostato nel 2003 con la giornalista Federica Leluzzi. Quello stesso anno è diventato padre. Dopo aver divorziato ha convissuto con l’avvocato Giulia Martinelli dalla quale nel 2012 ha avuto una figlia. All’inizio del 2015 ha iniziato una relazione con la conduttrice televisiva Elisa Isoardi. Dall’aprile 2019 è fidanzato ufficialmente con Francesca Verdini, figlia del noto esponente politico forzista, Denis.
Ancora più complessa è la vicenda privata di Silvio Berlusconi. Contrae matrimonio nel 1965 con Carla Elvira Lucia Dall’Oglio dalla quale ha avuto due figli. Nel 1980 intraprende una relazione extraconiugale con l’attrice Veronica Lario. Regolarizza quel rapporto con il matrimonio civile celebrato nel 1990, quando dalla relazione erano già nati tre figli. Questo secondo matrimonio finisce nel 2002, dopo lo scandalo delle ‘cene eleganti’ organizzate ad Arcore dal leader di Forza Italia. Dal 2012 è fidanzato con la showgirl Francesca Pascale, tra i due ci sono 49 anni di differenza. 
Ognuno di noi può gestire la sua vita come meglio crede. I rapporti iniziano, magari finiscono, altri cominciano, non c’è nulla di straordinario o di illegittimo. Quello che è incomprensibile e paradossale è dire una cosa e farne un’altra. Propugnano la famiglia tradizionale declamandola continuamente come un valore fondamentale del popolo italiano, ma poi i leader della Destra agiscono come un ‘comunista’ qualsiasi. 
In tal modo le regole ed i principi valgono solo per gli altri, soprattutto per gli avversari politici. Per Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Silvio Berlusconi non è importante rispettarli, ma solo affermarli con l’intento di ottenere consensi tra coloro che sono più sensibile ai quei valori. E se qualcuno lo fa notare, pazienza.



venerdì 26 gennaio 2018

Liliana Segre: ‘Il mio numero 75190 non si cancella, è dentro di me ...’ (dall’arrivo nel campo di Auschwitz alla liberazione)

‘Dopo aver abitato nella città artificiale del male assoluto è ancora possibile vivere, amare, sentirsi umani e – cosa più incredibile – liberi dalla tentazione di odiare per sempre’, Liliana Segre

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Liliana Segre con il padre Alberto - (foto da wikipedia.org)
Vivevamo in una promiscuità assoluta, dormivamo in cinque o sei in un ripiano di quei tavolacci a castello … Era un brulicare degli insetti più schifosi che ci venivano addosso e s’infilavano tra le cuciture dei vestiti. La sporcizia regnava nel lager. Dormivamo vestite, sia per il freddo sia perché le nostre compagne più vecchie e più furbe ci avrebbero rubato i vestiti che erano preziosa merce di scambio’.
‘Dopo l’appello che durava a lungo nella neve - un’ora, due ore - … uscivamo in fila dal campo al suono dell’orchestra che accompagnava, sinistra, anche le esecuzioni. E con una marcia forzata arrivavamo alla fabbrica Union … Gli industriali tedeschi hanno beneficiato per anni di manodopera non pagata … I nostri datori di lavoro potevano contare su un ricambio continuo: quando una di noi cadeva a terra, sfinita, e non si rialzava più, arrivava subito un’altra ragazza-nulla a rimpiazzarla. E’ così all’infinito … La maggior parte … sono morte a causa dei lavori più tremendi: scavare buche conficcando la vanga nella terra ghiacciata, mentre un altro gruppo le richiudeva subito dopo; caricare un camion di pietre mentre un altro gruppo le scaricava nello stesso punto. Lavori persecutori, ideati affinché gli stück, i pezzi, durassero il meno possibile’.
Il libro 'Sopravvissuta ad Auschwitz'
I Musulmünner -  ‘… erano prigionieri, sia uomini che donne, la cui mente giungeva a un punto di non ritorno e loro si lasciavano morire. Sceglievano di non mangiare neanche quel pochissimo che ci veniva dato, sul quale invece noi ci gettavamo come pazze. Si sbottonavano la divisa quando nevicava e camminavano per il campo, non ordinati come invece stavamo noi – incolonnate, ubbidienti per sopravvivere: vai al lavoro, torna dal lavoro, vai alla doccia, vai alla baracca, esci dalla baracca, resta in riga e sull’attenti per l’appello – ma non potendo più avere freni inibitori, vagavano finché non cadevano a terra. Quando non morivano di morte naturale o di freddo, a finirli era il calcio del fucile di qualcuno che decideva di mettere fine a quello strazio. Era l’ultimo gradino contrapposto ai Kapos: tra il Kapos e il Musulmann c’era un’infinità di sistemi di sopravvivenza intermedi. C’era il furbo, che faceva piccoli affari nel campo; quello che si rendeva servile con l’aguzzino, magari sapeva il tedesco e si trasformava in un servo delle SS … Eravamo isole di dolore e di disperazione che non vivevano nei pensieri di nessuno’.
La selezione - '... le Kapos ci chiudevano nelle baracche a gruppi, cinquanta - sessanta per volta. Poi ci portavano nel locale delle docce – quelle vere – nude - … e qui dovevamo sfilare una dietro l’altra attraversando una grande sala per uscire dall’altra parte. Sulla porta in fondo alla sala sedeva il piccolo tribunale di vita e di morte: un medico e due SS. Noi, nude col nostro corpo e nient’altro, dovevamo presentarci a questa giuria. …. Donne nude, scheletriche, che venivano esaminate davanti, dietro, in bocca, da uomini in divisa che spesso ordinavano: voltati di nuovo che non ti ho vista bene. Una femminilità annullata, completamente violata. Bestie al mercato, che venivano osservate, e quando una non andava più bene ci pensavano il gas e il crematorio a cancellarla dal mondo’.
Janine - … era francese, aveva ventidue o ventitre anni, occhi azzurri, voce dolce, ricciolini biondi e corti, appena ricresciuti dopo la rasatura.  Andata al gas ad Auschwitz in un giorno del 1944. Pensiamola un momento, perché nessuno, tranne me e gli aguzzini, conosce la fine che ha fatto Janine …
27 gennaio 1945 - La marcia della morte - ‘Si svolgeva nel buio: camminavamo quasi sempre di notte perché i nazisti non volevano far vedere neanche ai civili tedeschi le sembianze di queste migliaia di persone schiavizzate e annientate, che si spostavano a nord, sempre più a nord, man mano che i russi si avvicinavano … una lunga fila di disperati, che si buttavano come pazzi sugli immondezzai alle porte della città. Addentavamo ossa già spolpate, bucce piene di terra, torsoli marci, letamai dell’immondizia dei tedeschi … Cammina, cammina, altrimenti muori … Cammina non cadere altrimenti ti uccidono. La vita è fatta così: se cadi qualcuno ti calpesta e ti uccide moralmente: bisogna sempre avere la coscienza che siamo fortissimi e che ce la faremo … Eravamo alla fine, ci rendevamo conto che, se non ci avessero ucciso i nostri aguzzini, saremmo comunque morte nel giro di una decina di giorni’.
1° maggio 1945 - La fuga degli aguzzini e la liberazione - ‘Li guardavamo sbalorditi: cosa fanno?. Si mettono in mutande le SS vicino a noi si spogliano, si rivestono da civili e tornano a essere signori qualsiasi, quelli della banalità del male (come scrisse Hannah Arendt, non erano né perversi né sadici, bensì erano, e sono tuttora, terribilmente normali) … Il comandante di quell’ultimo campo, crudele assassino, camminava vicino a me – non ho mai capito il suo nome, era un uomo alto ed elegante – si spogliò, rimase in mutande, si rivesti da civile. Tornava a casa dai suoi bambini e da sua moglie. Certamente non si accorgeva della mia presenza perché io ero una stück, un pezzo. Quando butto la pistola ai miei piedi, con tutto l’odio che avevo dentro pensai per un istante: adesso mi chino, prendo la pistola e in questa confusione assoluta lo ammazzo. Mi ero nutrita a lungo solo di malvagità e di vendetta. Pensai che sparargli fosse l’azione giusta nel momento giusto, il giusto finale di quella storia di cui ero stata protagonista e testimone. Ma fu un attimo … Non avrei mai potuto raccogliere la pistola e sparare al comandante di Malchow. Io avevo sempre scelto la vita. Quando si fa questa scelta non si può togliere la vita a nessuno. E’ da quel momento sono stata libera’.
  
Fonte: Sopravvissuta ad Auschwitz di Emanuela Zuccalà e wikipedia.org

giovedì 25 gennaio 2018

Liliana Segre: ‘Il mio numero 75190 non si cancella: è dentro di me …’ (dalle leggi razziali del 1938 all’arrivo nel campo di Auschwitz)

‘Nelle notti terse scelsi una piccola stella nel cielo, e mi identificai con lei. Io non ero ad Auschwitz: mi ero fusa con quella stellina e pensavo: io sono quella stellina. Finché brillerà nel cielo io non morirò, e finché resterò viva io, lei continuerà a brillare. Ma non era vero … ’, Liliana Segre

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Liliana Segre, pochi giorni prima dell'arresto
(foto da corriere.it)
‘Ho ascoltato Liliana Segre una sera di qualche anno fa. Mi colpì subito il suo modo pacato e oggettivo di parlare di argomenti tremendi … Mi colpì anche la sua assenza di odio, il suo amore per la vita, la sua capacità di cogliere segni di vita anche in luoghi di morte’, così scrive il Cardinale Carlo Maria Martini nella presentazione del libro ‘Sopravvissuta ad Auschwitz’. Ecco alcuni brani che raccontano le vicende tragiche di una delle ultime testimoni della Shoah che pochi giorni fa è stata nominata senatrice a vita dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.
13 settembre 1938 – Viene emanato il provvedimento per la difesa della razza nella scuola fascista. ‘Alle scuole di qualsiasi ordine e grado, ai cui studi sia riconosciuto effetto legale, non potranno essere iscritti alunni di razza ebraica … E’ la prima di una serie di leggi che spogliano gli ebrei di ogni diritto civile e politico: è vietato loro studiare, insegnare, sposarsi con persone di razza ariana, possedere immobili e aziende … lavorare nella pubblica amministrazione, nelle banche e nelle assicurazioni, prestare servizio militare … Ero una bambina milanese come tante altre, di famiglia ebraica laica e agnostica: non avevo ricevuto nessun insegnamento religioso in casa. …. Non avevo mai sentito parlare di ebraismo quando, una sera di fine estate, mi sentii dire dai miei famigliari che non avrei più potuto andare a scuola ... Perché? Cos’ho fatto di male?, chiesi, e intanto mi sentivo colpevole, colpevole di una colpa che mi restava sconosciuta’.
Il libro 'Sopravvissuta ad Auschwitz'
8 settembre 1943 - ‘Quando i tedeschi divennero padroni dell’Italia del Nord e nacque la Repubblica di Salò, alle leggi razziali fasciste, già severe ed umilianti, si sovrapposero quelle di Norimberga. Per la prima volta sentivamo quell’espressione: soluzione finale … Mio padre decise che io sarei andata via di casa ... Amici eroici, di quelli con la A maiuscola … persone semplici … le leggi di Norimberga, per chi nascondesse un ebreo, prevedevano la fucilazione immediata. Eppure queste due famiglie si occuparono di me, tennero nascosta la ragazzina ebrea con i documenti falsi’.
7 dicembre 1943 - Il tentativo di fuga in Svizzera - ‘... al comando di polizia, dopo una lunga attesa - senza dirci una parola, senza darci un bicchiere d’acqua né un pezzo di pane  – l’ufficiale di turno ci condannò a morte. Ci trattò con disprezzo estremo, disse che eravamo degli imbroglioni, che la Svizzera era piccola e non c’era posto per noi. Ci rimandava indietro. Cosa faceva quell’uomo? Non potevo crederci. … Mi buttai per terra abbracciandogli le gambe, lo supplicavo in ginocchio … Ci rimandava indietro sulla montagna, più o meno là dove eravamo scesi.
Il carcere di Varese - A tredici anni entrai da sola nel carcere femminile di Varese, separata da mio papà. Piangevo: ero una bambina … La Gestapo convocava di continuo gli uomini ebrei per sottoporli a interrogatori spietati: li picchiavano e li torturavano per sapere dov’erano i nostri soldi e per stanare i nostri amici e parenti che si erano nascosti … Mio papà tornava dall’interrogatorio, ci abbracciavamo, io capivo confusamente che non si doveva parlare perché ogni parola era una pietra. Eravamo due infelici che si stringevano al cuore l’una con l’altro, in un alternarsi di disperazione e speranza. Ma eravamo ancora insieme’.
30 Gennaio 1944 - La deportazione -  ‘Più di 6.000 ebrei italiani furono deportati ad Auschwitz. Siamo tornati in 363. In tempi così difficili come quelli, il sentimento di pietà verso un proprio simile, colpevole solo di essere nato, è un dono … e così furono i detenuti di San Vittore; sporchi, affacciati fuori dalle loro celle su quella balconata, che con benedizioni, con addii, con arrivederci, ci buttavano giù una piccola cosa qualunque, un’arancia, un paio di guanti, una sciarpa di lana, un pezzettino di cioccolato. Era oro liquido che scendeva su di noi: era la pietà. Ci gridavano: Vi vogliamo bene, fatevi coraggio. Non avete fatto niente di male’.
Il viaggio verso Auschwitz - ‘… per sei giorni questa umanità viveva stipata nel vagone con le sue miserie, con i suoi bisogni fisici, con i suoi odori di sudore, di urina, di paura. I ragazzi devono sapere, e quando si passa in una stazione qualsiasi e si vedono i vitelli o i maiali portasti al mattatoio, penso sempre che io sono stata uno di quei vitelli, uno di quei maiali, che nelle stazioni implorano acqua e nessuno gliela dà. Io lo so come ci si sente oltre i finestrini schermati dei treni merci. E il treno va, e si vedono passare stazioni e paesi stranieri … Non c’era più nulla da dire. Era il silenzio delle ultime cose, quando si è soli con la propria coscienza e la sensazione che stiamo tutti per morire. Quando stai per morire non puoi che tacere. La tua vita precedente ti passa come un film dentro la testa, e in te pulsa solo il bisogno di comunicare con gli occhi, alle persone che ami, un messaggio di addio in mezzo al quale ogni parola sarebbe di troppo’.
6 febbraio 1944 - il nostro treno si fermò ad Auschwitz, e il silenzio che aveva paralizzato l’ultima parte del nostro viaggio si sovrappose il rumore osceno degli assassini che aprivano le porte dei vagoni … Ci fu la selezione dell’arrivo … eravamo in 605 sul convoglio … fummo scelti per la vita in 128: 31 donne e 97 uomini. Gli altri si allontanarono sui camion e ai nostri occhi disorientati erano loro i fortunati, che non erano costretti a camminare in mezzo a quel freddo tremendo, dopo quel viaggio massacrante, e chissà verso dove’ (quella fu l'ultima volta che Liliana vide il padre che morì il successivo 27 aprile).
‘Il mio numero 75190 non si cancella: è dentro di me … Io sono il numero 75190. I nazisti volevano annullare l’identità delle migliaia di persone che non venivano mandate dalla stazione direttamente al gas, che dovevano rimanere vive finché potevamo lavorare, ma senza più il diritto all’identità. Diventavamo stücke, pezzi. La parola donna non esisteva più … Vestite a righe, il braccio gonfio, uscimmo nella neve con gli zoccoli spaiati ai piedi … La vedete quella ciminiera là in fondo la fiamma accesa? E’ un crematorio: ci bruciano le persone dopo averle uccise con il gas. Per questo qui ad Auschwitz sentirete quest’odore dolciastro.: è la carne che brucia. Per questo qui ad Auschwitz la neve è grigia: c’è la cenere, nel vento di Auschwitz … Non vedrete mai più quelli che avete lasciato alla stazione: sono già passati per il camino. Sono cenere nel vento di Auschwitz’.

Fonte: Sopravvissuta ad Auschwitz di Emanuela Zuccalà e wikipedia.org