lunedì 3 settembre 2018

La Lega Nord ed i 'furbetti' del finanziamento pubblico

‘Non esiste una moralità pubblica e una moralità privata. La moralità è una sola, perbacco, e vale per tutte le manifestazioni della vita. E chi approfitta della politica per guadagnare poltrone o prebende non è un politico. È un affarista, un disonesto’, Sandro Pertini

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Umberto Bossi, Matteo Salvini e Francesco Belsito
(foto da tg24.sky.it)
Il finanziamento pubblico a cui hanno diritto le forze politiche è legittimo e necessario, ma solo se è utilizzato per consentire a tutti di partecipare alla gestione della cosa pubblica. Ma come sempre ci sono i 'furbetti' che ne approfittano.
Questo fenomeno è trasversale, cioè riguarda tutti i partiti ed i gruppi presenti nel Parlamento nazionale e nei Consigli regionali, provinciali e comunali. I rappresentanti dei cittadini dovrebbero essere al servizio della collettività, invece, a volte, utilizzano l’incarico istituzionale per appropriarsi illecitamente di indennità e prebende di ogni genere a danno della casse erariali.
La vicenda della Lega Nord è emblematica. I vertici del Carroccio, allora guidato da Umberto Bossi, erano ‘consapevoli delle irregolarità dei rendiconti da loro sottoscritti e che dissimulavano la irregolarità di gestione’. Con questi presupposti sono state avviate dalla Procura di Genova e da quella di Roma le inchieste sulla frode da 49 milioni euro. 
L’indagine, battezzata ‘The family’ (nome riportato sulla cartellina di appunti conservata dall’allora tesoriere della Lega Nord Francesco Belsito), riguarda fatti avvenuti tra il 2008 ed il 2010. In quegli anni sarebbero state presentate in Parlamento rendicontazioni irregolari allo scopo di appropriarsi indebitamente di fondi pubblici. Per quei fatti il tribunale di Genova il 24 luglio del 2017 ha condannato in primo grado tra gli altri Umberto Bossi e l’ex tesoriere Francesco Belsito.
Le spese pazze sostenute indebitamente riguardano soprattutto la famiglia Bossi. Rinoplastica del figlio Sirio, multe dell’altro figlio Renzo (soprannominato ‘Trota’), spese di ristrutturazione della casa privata di Gemonio e cosi via.
Il 4 settembre del 2017 la Procura ‘otteneva dal Tribunale l’emissione di sequestro preventivo finalizzato alla confisca diretta nei confronti della Lega’ di una somma pari a 48 milioni 969mila 617 euro che corrispondono alla somma sottratta dai fondi pubblici destinati al partito. Ed è per questo che la sentenza emessa dalla Corte di Cassazione ha sancito che la Lega dovrà restituire 49 milioni di euro. In altre parole ogni erogazione a favore del partito del ministro dell'Interno potrà essere confiscata.
Su questa eventualità il sottosegretario alla presidenza del Consiglio e vice di Matteo Salvini, Giancarlo Giorgetti, ha dichiarato: ‘Avrebbe una conseguenza definitiva, la chiusura del partito, senza che quel processo sia finito. Se tutti i futuri proventi che arrivano alla Lega vengono sequestrati, è evidente a quel punto che il partito non può più esistere, perché non ha più soldi. E’ ovvio che se il 6 i giudici decidono cosi, noi siamo finiti’.
L’ipotesi, quindi, è concreta, ma i vertici della Lega hanno già la soluzione: cambiare nome. Quello che è certo è che i cittadini italiani non rivedranno i soldi. I ‘furbetti’ del finanziamento pubblico la faranno franca, ma stavolta ad usufruirne non saranno le élite dei partiti tradizionali, ma i rappresentati del cosiddetto ‘governo del cambiamento’. 

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