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mercoledì 28 agosto 2024

‘Ius soli differito’

Ma io un ragazzino di 11 o 12 anni che è a scuola con i nostri figli e i nostri nipoti come lo devo chiamare, immigrato che è nato qui? Come lo chiamo, straniero?’, Pier Luigi Bersani

di Giovanni Pulvino

Foto da stranieriinitalia.it

Ogni anno nascono nel nostro Paese circa 50.000 bambini che non hanno la cittadinanza italiana. Dal 2006 ad oggi sono circa 1,2 milioni.

E sono più di 870 mila gli studenti e studentesse ‘stranieri/e’ che lo scorso anno hanno frequentato le nostre scuole. Bambine e bambini, ragazze e ragazzi che di fatto sono italiani, ma che per la legge non lo sono.

Questi ‘italiani’ possono acquisire la cittadinanza solo con la cosiddetta ‘naturalizzazione’ o come ha detto con ironia il sindaco di Ravenna, Michele De Pasquale, con lo ‘Ius soli differito’. Essi possono richiederla solo al compimento della maggiore età a condizione che abbiano dieci anni di residenza regolare ininterrotta. L’iter è complesso, costoso e richiede molto tempo. Non tutti riescono a completarlo.

Sono vent’anni che si tenta di riformare questa legge. 

Le ipotesi sono quattro.

Lo Ius soli prevede l’acquisizione automatica della cittadinanza per il solo fatto di essere nati sul territorio italiano. È il cosiddetto ‘diritto di suolo’ in vigore in tanti Paesi, ma non nel nostro, dove vige il principio del ‘ius sanguinis’ o ‘diritto di sangue’. Secondo questa normativa acquisiscono automaticamente la cittadinanza i figli ovunque essi siano nati che hanno almeno un genitore italiano.

Lo Ius soli temperato consente l’ottenimento della cittadinanza ai minori nati in Italia da genitori stranieri a condizione che almeno uno dei due abbia il permesso di soggiorno e risieda nel nostro Paese da un certo numero di anni.

Lo Ius scholae consente di acquisire la cittadinanza ai minori nati o arrivati nel nostro Paese prima del compimento dei 12 anni di età e che abbiamo frequentato, a seconda della diversa formulazione della legge, almeno 5 anni di scuola o 10 anni o il ciclo completo dell’obbligo.

Lo Ius Culturae è simile allo Ius scholae e lega la cittadinanza all’acquisizione dei riferimenti culturali attraverso la scuola e la partecipazione alla vita sociale. Occorre, cioè, ‘aver frequentato regolarmente per almeno cinque anni uno o più cicli presso istituti scolastici del sistema nazionale o percorsi di istruzione e formazione professionale triennali o quadriennali conclusi con la promozione’.

La proposta fatta nelle scorse settimane da Forza Italia non è nuova e richiede per i nati in Italia la conclusione dell’intero ciclo di istruzione obbligatoria, cioè dieci anni.

Il disegno di legge sarà presentato a settembre o ad ottobre, ma non è chiaro chi potrà riguardare e come potrà essere riconosciuta la cittadinanza.

Vedremo se sarà una proposta seria o se è solo polemica politica tra i partiti della maggioranza di Governo.

L'obiettivo è quello di racimolare qualche voto o, meglio, quello di non perdere qualche voto, quello di chi da sempre vede gli stranieri, soprattutto se sono di colore, con preoccupazione ed intolleranza.

sabato 22 giugno 2024

Apartheid Sud

Non chiamatela ‘Autonomia differenziata’, ma ‘Apartheid Sud’

di Giovanni Pulvino

I leghisti festeggiano alla Camera dei deputati l'approvazione
della Legge sull'Autonomia differenziata

L’approvazione del DDL sull’autonomia differenziata ha origine lontane. Per secoli il territorio che fino ad ieri chiamavamo Italia era un insieme di piccoli staterelli. L’Unità del paese risale al 1861. Già allora c’era un Sud arretrato e un Nord ricco e progredito. I tentativi di ridurre le differenze territoriali sono stati inutili. Per superare le diseguaglianze non c’è mai stata una vera volontà politica. A molti conveniva e continua a convenire tenere il Meridione sottosviluppato.

Poi nel 1984 nasce la Lega Autonomista Lombarda. Cinque anni dopo questa si trasforma in Lega Nord per l’Indipendenza della Padania. Primo obiettivo il federalismo fiscale. Nel 1994 Silvio Berlusconi per impedire alla Sinistra di andare al Governo mise insieme i secessionisti della Lega e gli statalisti di Alleanza nazionale. Oggi siamo arrivati al compimento di quel disegno politico. Dopo la scellerata riforma costituzionale del titolo quinto voluta dal Centrosinistra per limitare l’avanzata leghista, siamo arrivati alla disgregazione del Paese. Premierato, Autonomia differenziata e riforma della giustizia tengono insieme statalisti e secessionisti, post-fascisti e antifascisti della Lega e di Forza Italia, garantisti e giustizialisti, meridionalisti e indipendentisti padani.

Ancora una volta la Destra si compatta per mantenere e consolidare il suo potere. Giorgia Meloni ed i suoi alleati sono disposti a tutto, anche a sfasciare l'unità nazionale.

E cosa importa se i meridionali avranno meno sanità, meno istruzione, meno servizi pubblici, salari più bassi e meno opportunità di lavoro.

E cosa importa se aumenteranno le distanze e le diseguaglianze territoriali, se sarà l’apartheid del Sud

Non solo. È una legge che non solo spaccherà il paese, ma metterà a rischio la democrazia. Ma forse è proprio questo quello che vuole la Destra.

sabato 4 febbraio 2023

‘Lu saziu nun criri a lu diunu’

Per i governatori leghisti la ricchezza di cui dispongono i ‘padani’ non è ancora sufficiente, vogliono di più, vogliono la 'secessione' di fatto, senza modificare cioè la forma di Governo

di Giovanni Pulvino

Foto da @Misurelli77 (twitter.com)

Nel 2001 per volontà dell’allora governo di Centrosinistra guidato da Francesco Rutelli è stata introdotta un'importante riforma costituzionale. Con quel provvedimento l’autonomia legislativa delle Regioni è aumentata notevolmente. Non solo. L’articolo 116 consente ulteriori incrementi di ‘potere’. In questo caso sono necessari l’accordo del Governo ed una maggioranza assoluta in Parlamento che approvi il relativo Disegno di legge. Condizioni che oggi sono possibili.

Per raggiungere quest’obiettivo nel 2017 si è svolto in Lombardia ed in Veneto un referendum consultivo che ha ottenuto consensi ‘bulgari’. Ora il governo di Giorgia Meloni ha varato il Ddl che dà avvio all’iter di approvazione del provvedimento. Sarà una 'secessione' camuffata da ‘autonomia differenziata’ o una ‘presunta secessione’ per accontentare l’elettorato padano? Vedremo. Una cosa è certa: i principali scopi dei leghisti veneti e lombardi erano e sono i tributi che due tra le regioni più ricche d’Italia versano ogni anno allo Stato.

Il mezzo per raggiungere tale scopo è la riduzione dei fondi destinati alla cosiddetta 'sperequazione fiscale'. Il ragionamento dei fan di Albert De Giussan è semplice: io produco, io verso tributi allo Stato, io decido come quelle risorse devono essere utilizzate. Il tutto con buona pace degli articoli 2 e 53 della Costituzione italiana. Il primo sancisce la ‘solidarietà politica, economica e sociale’. Il secondo il principio della 'capacità contributiva'.

Lu saziu nun criri a lu diunu dice un proverbio siciliano. Chi vive nel benessere, dopo essersi arricchito utilizzando il Meridione come mercato di sbocco per i prodotti delle proprie imprese oggi come ieri vuole tutto, vuole ‘affamare’ il Sud.

Il Mezzogiorno è una terra dove le condizioni di povertà ed esclusione sociale di gran parte della popolazione non consentono di avere risorse finanziarie sufficienti per garantire i servizi pubblici essenziali. L’accusa di sprechi e di cattivo governo degli amministratori meridionali ripetuta con enfasi dai leghisti non sono sufficienti a spiegare il ritardo economico in cui versa da sempre una parte consistente del Sud. Tante volte nel corso dei secoli i tentativi di emancipazione delle classi sociali più povere sono state represse nel sangue, basta ricordare quelle fatte in Sicilia da Garibaldi nel 1860, la strage di Portella della Ginestra nel 1947 o il controllo del territorio operato dalla mafia con il consenso di una parte delle istituzioni pubbliche nazionali e locali.

Per tanti veneti e lombardi la richiesta di maggiore autonomia è solo un primo passo verso la ‘secessione’. L’Italia è ‘una e indivisibile’, sancisce l’articolo 5 della Costituzione. È quindi giuridicamente impossibile che l’eventuale ‘scissione’ possa avvenire pacificamente. Chi pensa diversamente si sbaglia. Tuttavia ad oggi questo pericolo non c'è, perché l’obiettivo dei padani ‘benestanti’ non è la ‘secessione istituzionale’, ma quella di fatto, cioè, come dicono i veneti, ‘gli schei’. Del resto, i confini rimarrebbero aperti com'è previsto dal trattato di Schengen, la moneta rimarrebbe l’Euro e le leggi di stabilità dovrebbero sottostare sempre al via libera di Bruxelles, allora che senso avrebbe la ‘secessione’? Nessuna, meglio l’autonomia differenziata' che suggella la supremazia economica e politica della parte più ricca del Paese. Al Sud rimarranno le briciole come sempre.

Del resto se dovesse venir meno il principio di solidarietà fiscale tra le regioni a chiedere la separazione dovrebbero essere i meridionali e non i leghisti veneti o lombardi. 

Fonte REDNEWS

venerdì 7 ottobre 2022

Elezioni: una minoranza deciderà per tutti

La leader della Destra, Giorgia Meloni, si appresta a governare il Paese con il consenso di un elettore su sette, ma com'è possibile?

di Giovanni Pulvino

Seggi attribuiti nelle elezioni politiche del 25/09/2022 
(Foto da notizie.virgilio.it)

Nella 'prima Repubblica' quando alle urne si recava oltre l'ottanta per cento degli italiani per governare ed avere una maggioranza solida occorreva avere il consenso della metà più uno dei voti. 

Nella 'seconda Repubblica' invece basta avere la maggioranza relativa. Com'è possibile? 

All'inizio degli anni Novanta a seguito del referendum che ha abrogato il voto di preferenza fu introdotto il sistema elettorale maggioritario. Meccanismo modificato più volte nel vano tentativo di garantire governi stabili. 

Con le elezioni del 25 settembre scorso ci sono forze politiche che hanno ottenuto un numero di seggi simile a quello di altri schieramenti che hanno avuto un consenso elettorale inferiore.

La  Lega (8,7%) di Matteo Salvini pur avendo meno della metà dei voti del Pd (19,1%) ha ottenuto un numero di parlamentari quasi uguale. E' uno degli effetti paradossali del 'Rosatellum', la legge elettorale voluta da Matteo Renzi e che il Partito democratico e il M5s non hanno saputo o voluto cambiare quando avrebbero potuto farlo. 

Giorgia Meloni si considera la vincitrice delle elezioni con appena il 26% dei consensi. Se consideriamo tutti gli aventi diritto al voto la percentuale scende al 16,64% (26*64/100). La leader della Destra si appresta a governare il Paese con il consenso di un elettore su sette. La coalizione di Centrodestra ha ottenuto il 44,1% dei voti che, in valori assoluti, corrisponde ad un italiano su tre.

Una minoranza deciderà per tutti.

Chi dobbiamo ringraziare per questo capolavoro giuridico-istituzionale? Quando non si hanno radici solide e strategie di lungo periodo si finisce per cercare una scorciatoia. Il trasformismo diventa la regola ed il sistema elettorale uno strumento per ottenere consensi 'effimeri e momentanei', oltreché minoritari. 

I sotterfugi e le ‘furberie’ della classe dirigente che ha governato il Paese negli ultimi tre decenni hanno alimentato l’antipolitica, soprattutto quella legata ai valori della solidarietà e della giustizia sociale.

E' tempo di tornare agli ideali. 

Per farlo occorre essere umili e seri. Trent'anni di berlusconismo e di edonismo reaganiano rendono tutto più complicato, ma non c'è e non ci può essere un'altra strada, almeno per la Sinistra italiana.  

 


lunedì 4 ottobre 2021

La diaspora leghista non ci sarà

Non ci sarà nessuna diaspora leghista, non hanno principi da difendere, ma solo interessi economici da tutelare e proteggere

di Giovanni Pulvino

Luca Zaia, Matteo Salvini e Fìgiabìncarlo Giorgetti
(foto da affaritaliani.it)

Quando Matteo Salvini divenne il segretario della Lega il partito di Umberto Bossi era un movimento secessionista ed antimeridionale. Con il nuovo segretario è cambiato tutto o quasi.

Non più Roma ladrona, ma prima gli italiani. Non più Padania, ma nazionalismo e sovranismo. La giravolta è stata a 360 gradi, ma per tanti leghisti era ed è solo un mezzo, non il fine. Il loro cuore batte ancora per 'Albert de Giussan'.

A volte sembra che ci siano due partiti che convivono all’interno dello stesso movimento. Il voto sul Green pass è stato dirimente. Molti deputati e senatori del Carroccio hanno votato contro il Governo di cui fanno parte o non hanno partecipato alla seduta.

Come spesso succede nel nostro Paese quando si devono prendere decisioni importanti emergono i distinguo e le divisioni. I passaggi di casacca ed il trasformismo sono comportamenti praticati in tutti gli schieramenti politici. 

Lega e Fratelli d’Italia promettono di governare insieme, ma, intanto, i primi sono al governo, mentre i secondi stanno all’opposizione e sono pronti a criticare qualunque iniziativa dell’esecutivo di Mario Draghi

Dicono una cosa e poi fanno l’opposto. Nella propaganda politica sono per la famiglia ‘tradizionale’, ma poi sono i primi a trasgredire questo principio. Sono contrari al Ddl Zan e alla legalizzazione delle droghe leggere, ma poi si scopre che ci sono esponenti di primo piano che organizzano serate o incontri dove ogni eccesso è ammesso e praticato.

Sono governisti quando c’è da spendere, ma nello stesso tempo rimangono sovranisti e populisti. Fanno finta di dividersi, ma poi si ricompattano.

Non ci sono due anime leghiste e non c’è un partito di Giancarlo Giorgetti, di Luca Zaia, di Matteo Salvini o di chi chiunque altro. Non ci sarà nessuna diaspora leghista, non hanno principi da difendere, ma solo interessi economici da tutelare e proteggere.

martedì 19 maggio 2020

L’assessore leghista all’Identità siciliana inneggiava alle SS di Hitler

È il giornalista Alberto Samonà il nuovo assessore ai Beni culturali e all’Identità siciliana. La delega apparteneva al compianto Sebastiano Tusa, deceduto un anno fa nell’incidente aereo di Addis Abeba in Etiopia

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Matteo Salvini e Alberto Samonà - (foto da indelebiliweb.it)
E’ la giusta sintesi della militanza politica e della competenza professionale’, ha dichiarato all’Ansa il presidente della regione Sicilia, Nello Musumeci. Intellettuale e scrittore, il nuovo assessore, Alberto Samonà, è il direttore del sito giornalistico online ilSicilia.it. Il suo percorso politico è stato ‘tortuoso’. Negli anni Ottanta è stato dirigente del Fronte della Gioventù. Successivamente ha fondato a Palermo il Circolo politico-culturale Julius Evola. Nel 2018 si è presentato alle ‘parlamentarie’ del Movimento 5 Stelle, ma è stato escluso dalla lista. Nel settembre dello stesso anno è stato nominato responsabile per il Dipartimento cultura della Lega Salvini Premier. Pochi giorni fa la designazione in quota Lega ad assessore ai Beni culturali e all’Identità siciliana.
Incalzato da Claudio Fava a dire pubblicamente se è iscritto ad una loggia massonica, come prevede il regolamento della regione Sicilia per tutti i deputati ed assessori anche se non eletti, Alberto Samonà ha dichiarato: ‘Si sono stato iscritto alla massoneria. Ma adesso non lo sono più da tempo’.
Di ieri la notizia pubblicata dal Fatto quotidiano di una raccolta di poesie pubblicata nel 2001 in cui il nuovo assessore inneggia alle SS di Hitler: ‘Guerrieri della luce generati da padre antico e dalla madre terra’. Era una citazione si è giustificato l’esponente politico della Lega.
Insomma, il nuovo assessore all’Identità siciliana è, al di là delle sue competenze, un ex militante del Fronte della Gioventù, un mancato senatore grillino, un leghista, un ex massone ed un cantore delle squadre della morte naziste, ma perché il governatore della Sicilia lo ha voluto nella sua Giunta?
Di certo ci sono affinità culturali ed ideologiche, ma ci sono anche ragioni politiche ed amministrative. Ora la giunta Musumeci potrà contare sul sostegno senza se e senza ma della Lega di Matteo Salvini. Il partito che ha come simbolo l’eroe indipendentista, Alberto da Giussano, ora governa i ‘terroni’. Solo nella terra di Pirandello e di Sciascia poteva accadere un paradosso simile. E chissà cosa avrebbe pensato e detto Andrea Camilleri di un leghista custode della cultura e dell’identità siciliana.



sabato 11 aprile 2020

MES o non MES? È solo opportunismo politico

A presentare il Disegno di legge per la ratifica del MES è stato il governo Berlusconi, mentre l'approvazione definitiva in Parlamento è arrivata durante il successivo governo di Mario Monti

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Governo Berlusconi IV, in carica fino al 16 novembre 2011
 (foto da it.wikipedia.org)
Il 3 agosto del 2011 il Consiglio dei ministri del Governo di Centrodestra, il quarto presieduto da Silvio Berlusconi, approvò il ‘Ddl per la ratifica della decisione del Consiglio Europeo 2011/199/Ue, che modifica l’articolo 136 del Trattato sul funzionamento della Ue relativamente a un meccanismo di stabilità (Esm – European Stability Mechanism) nei Paesi in cui la moneta è l’euro. Obiettivo della decisione è far sì che tutti gli Stati dell’Eurozona possano istituire, se necessario, un meccanismo che renderà possibile affrontare situazioni di rischio per la stabilità finanziaria dell’intera area Euro’.
Quel Disegno di legge fu poi ratificato in via definitiva dal Parlamento il 19 luglio 2012 con il sostegno di tutte le forze politiche, compresi Pdl (Centrodestra) e Pd, unico gruppo ad opporsi fu quello della Lega.
Quando l’accordo di modifica del trattato europeo fu firmato dal governo di Silvio Berlusconi, Giorgia Meloni era ministro della Gioventù e l’Esecutivo era sostenuto dal Pdl e dalla Lega, mentre la successiva approvazione del Parlamento è avvenuta quando al Governo c’era Mario Monti, che aveva la fiducia del Pdl, del Pd e di quasi tutte le forze politiche con la sola opposizione della Lega.
Per capirci, nel 2011 i leghisti erano d’accordo con l’istituzione del MES, ma poi, nel 2012, usciti dal Governo, non lo votarono, mentre Giorgia Meloni approvò il Ddl in Consiglio dei Ministri, ma era assente quando fu ratificato dal Parlamento. La leader di FdI sostenne e partecipò anche all’approvazione della legge Fornero, che oggi invece combatte con fervore.
L’incongruenza dei due esponenti sovranisti è evidente. L’opportunismo politico contraddistingue il loro percorso politico. Per i due leader la coerenza e il senso delle istituzioni sono secondari rispetto agli interessi di partito, ma anche questa non è una novità.



domenica 25 agosto 2019

Zingaretti e Di Maio costretti a dialogare

Il leader del M5s non voleva la crisi di governo e quello del Pd voleva le elezioni anticipate, ora sono costretti ad accordarsi o, quantomeno, a dialogare loro malgrado

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Luigi Di Maio e Nicola Zingaretti
La crisi del governo ‘Pentaleghista’ voluta dal segretario della Lega sta evidenziando tutte le contraddizioni del nostro sistema politico. L’intenzione di Matteo Salvini era quella di andare subito ad elezioni anticipate. Il raddoppio dei parlamentari ed i ‘pieni poteri’ erano e sono i suoi obiettivi. Quello che non ha considerato è che la nostra è una Repubblica parlamentare. L’articolo 88 della Costituzione stabilisce: ‘Il Presidente della Repubblica può, sentiti i loro Presidenti, sciogliere le Camere o anche una sola di esse. Non può esercitare tale facoltà negli ultimi sei mesi del suo mandato, salvo che essi coincidano in tutto o in parte con gli ultimi sei mesi della legislatura’. Ovviamente il Capo dello Stato prima di emanare il relativo decreto deve verificare se c’è una maggioranza parlamentare in grado di dare la ‘fiducia‘ al Governo. I desideri dei leghisti non sono legge, almeno fino a quando il loro leader non acquisirà ‘i pieni poteri’.
Ora che il ‘capo’ delle Lega si è reso conto di aver fatto il passo più lungo della gamba sta facendo marcia indietro ed è disposto a riprendere il dialogo con il M5s ed a concedere la leadership dell’Esecutivo a Luigi Di Maio, almeno così sembra. Insomma, Matteo Salvini è passato da leader indiscusso del governo ‘Pentaleghista’, alla richiesta di ‘pieni poteri’, alla marcia indietro, il tutto in pochi giorni, alla faccia della coerenza politica.
Matteo Renzi, senatore del Pd, non è da meno. È passato dai popcorn al Governo istituzionale, dal mai con il M5s ad un'intesa a qualunque costo. Il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, non controllando i suoi gruppi parlamentari, è costretto a seguire le indicazioni dell’ex sindaco di Firenze. Il presidente della regione Lazio avrebbe voluto prima un passaggio elettorale, invece ora è obbligato a questa difficile trattativa.
Luigi Di Maio, a sua volta, non vuole le elezioni, ma è riluttante ad un Esecutivo con il Pd. Un ritorno con la Lega è il suo pensiero fisso, nonostante la crisi di Governo voluta inopinatamente dal leader leghista.
Nicola Zingarerti e Luigi Di Maio sono costretti ad accordarsi o, quantomeno, a dialogare. Nessuno dei due segretari di partito vuole un governo ‘giallorosso’, almeno in questa fase politica. Sono obbligati a confrontarsi per volontà altrui, a loro insaputa, e non sono sicuri di fare la cosa giusta. Da qui i paletti che impediscono un accordo rapido e di legislatura. Riuscirà il presidente Sergio Mattarella ad evitare le elezioni anticipate ed a convincere i leader a fare un passo avanti o, nel caso di nuova intesa tra Lega e M5s, un passo indietro? 'La paura fa novanta', ma un’intesa a tutti i costi non è detto che sia la soluzione migliore, almeno per gli italiani.


sabato 27 luglio 2019

I governatori leghisti vogliono tutto

Per i governatori leghisti la ricchezza di cui dispongono i ‘padani’ non è ancora sufficiente, vogliono di più, vogliono la secessione di fatto, senza modificare cioè la forma di Governo

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Attilio Fontana, Matteo Salvini e Luca Zaia
(foto da quotidiano.net)
La storia dovrebbe insegnarci a non ripetere gli errori compiuti nel passato, ma purtroppo non è così. Significativa è, a tale proposito, la polemica sollevata dai governatori leghisti sulle limitazioni all’autonomia differenziata proposte dal Governo. Una delle richieste più importanti dei presidenti della Lombardia e del Veneto è l’attribuzione della competenza in materia di infrastrutture. Come sanno bene gli economisti lo sviluppo economico di una regione non può prescindere da una efficiente rete stradale. Ebbene, la storia della costruzione, in alcuni casi della mancata costruzione, delle autostrade italiane evidenzia e spiega il motivo del crescente divario economico tra Nord e Sud Italia, che, adesso, i governatoti Luca Zaia e Attilio Fontana intendono accentuare con la cosiddetta ‘autonomia differenziata’. La rete autostradale italiana ha un’estensione di 6.943,2 km. Il primo tratto è stato inaugurato a Lainate il 21 settembre del 1924. L’autostrada dei laghi si snoda da Milano a Varese. Tre anni dopo è stata aperta la Milano-Bergamo. Nel 1928 nasce la società Autostrada Brescia-Verona-Vicenza-Padova. Negli anni Trenta vengono aperte la Firenze-Mare e l’autostrada Padova-Venezia e la Genova-Serravalle-Scrivia. Al Sud l’unica autostrada costruita in quegli anni è, la Napoli-Pompei, successivamente declassata a strada statale.
La rete autostradale italiana
(foto da wikipedia.org)
La prima programmazione nazionale di un piano di investimenti per costruire anche nel Mezzogiorno una rete viaria degna di questo nome è solo degli anni Sessanta. Nel 1955 la legge Romita stabilì che le autostrade si dovevano estendere in tutte le regioni italiane. I lavori iniziarono nel decennio successivo, ma essi spesso si sono protratti per tempi ‘biblici’ e con risultati a dir poco inadeguati.
Il primo tratto della Salerno-Reggio Calabria è stato aperto nel 1967, ma i lavori di completamento ed ammodernamento si sono conclusi solo alla fine del 2016. L’autostrada A20 Messina-Buonfornello (litorale tirrenico della Sicilia), iniziata nel 1969, è stata completata nel 2005. L’A19, inaugurata nel 1975, è l’unica autostrada che attraversa l’isola e congiunge Palermo con Catania. Oggi è fatiscente ed è interrotta in più punti. Il viadotto Himera crollato nel 2015 ancora non è stato ricostruito. L’autostrada A18 (Sicilia orientale) ancora non è stata completata. Nell’isola non c’è altro. Mentre, in Sardegna ci sono solo strade statali e provinciali. Invece, tra Milano e Bergamo ci sono due autostrade. Una di queste, la Brebemi, costruita dai privati con il sostegno pubblico, rischia il fallimento perché il numero di veicoli che vi transitano è insufficiente. La situazione è paradossale. In Lombardia delle autostrade non sanno che farsene, mentre in Sicilia come in altre regioni del Sud non ci sono o sono fatiscenti. Ecco, è questo quello che bisognerebbe dire ai governatori leghisti che vogliono tutto, anche quel poco che ancora lo Stato italiano investe nelle regioni meridionali, ma, evidentemente, per i padani la ricchezza di cui dispongono non è ancora sufficiente, vogliono di più, vogliono la secessione di fatto, senza cambiare cioè la forma di Governo.
Del resto, gli articoli 116 e 117 della Costituzione, modificati con una legge di riforma voluta ed approvata dal Centrosinistra nel 2001, glielo consentono. E non è un caso che a chiedere maggiore autonomia sono soprattutto le regioni guidate dalla Lega. I leghisti, nonostante la svolta sovranista, rimangono legati alle loro origini. Gli esponenti ‘verdi’, Matteo Salvini compreso, non dimenticano mai di attaccare sul risvolto della giacca la spilletta di 'Albert de Giussan', considerato dai militanti come il principale simbolo dell’indipendenza padana perduta.
Tutto legittimo. Quello che è incomprensibile è il consenso elettorale che tanti meridionali continuano a riconoscere a chi li considera di Serie B ed ora vuole mandarli in Serie D come è successo al Palermo Calcio di Maurizio Zamparini. Friulano doc, l'ex presidente dei Rosanero è sceso in Sicilia per dimostrare le sue capacità imprenditoriali. Invece, ha solo fatto danni e disastri come un 'siciliano qualsiasi', cose da non credere.


domenica 17 febbraio 2019

Si scrive autonomia regionale, ma si legge ‘secessione’

Quando Umberto Bossi fondò la Lega l’obiettivo si chiamava secessione, oggi lo stesso partito guidato da Matteo Salvini invoca l’autonomia, ma la sostanza è sempre la stessa: arricchire ancora di più il Nord

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Foto da economia.rai.it
I governatori delle Lombardia, del Veneto e dell’Emilia Romagna, le regioni più ricche d’Italia, hanno chiesto maggiore autonomia legislativa, vale a dire più poteri così come stabilisce il comma 3 dell’art. 116 della Costituzione italiana: ‘… Ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, concernenti le materie di cui al terzo comma dell'articolo 117 e le materie indicate dal secondo comma del medesimo articolo alle lettere l), limitatamente all'organizzazione della giustizia di pace, n) e s), possono essere attribuite ad altre Regioni, con legge dello Stato, su iniziativa della Regione interessata, sentiti gli enti locali, nel rispetto dei principi di cui all'articolo 119. La legge è approvata dalle Camere a maggioranza assoluta dei componenti, sulla base di intesa fra lo Stato e la Regione interessata’.
Le materie oggetto della possibile ‘autonomia’ sono tante, per introdurle basterà una legge ordinaria, cioè non sarà necessaria la modifica della Costituzione. In particolare, esse si riferiscono alla giustizia, all’istruzione, all’ambiente, all’ecosistema ed ai beni culturali (secondo comma dell’articolo 117). Mentre quelle del terzo comma dello stesso articolo riguardano la cosiddetta legislazione concorrente che stabilisce:’… alle Regioni spetta la potestà legislativa, salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservata alla legislazione dello Stato’. Essa riguarda ‘I rapporti con l’Ue, commercio con l'estero; tutela e sicurezza del lavoro; istruzione; professioni; ricerca scientifica e tecnologica; tutela della salute; alimentazione; ordinamento sportivo; protezione civile; governo del territorio; porti e aeroporti civili; grandi reti di trasporto e di navigazione; ordinamento della comunicazione; produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell'energia; previdenza complementare e integrativa; coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario; valorizzazione dei beni culturali e ambientali e promozione e organizzazione di attività culturali; casse di risparmio, casse rurali, aziende di credito a carattere regionale; enti di credito fondiario e agrario a carattere regionale’.
Se l’intesa diventerà legge, la disgregazione dello Stato nazionale sarà nei fatti, si scriverà autonomia, ma si leggerà ‘secessione’. Dopo che le tre regioni del Nord, che producono circa metà del Pil nazionale, hanno sottoscritto il 28 febbraio del 2018 accordi preliminari con il governo, anche le altre si stanno attivando. Piemonte, Liguria, Toscana, Marche e Umbria hanno conferito il mandato per avviare negoziati con il governo. Mentre la Campania, il Lazio, il Molise, la Puglia e la Calabria hanno mosso passi informali per l’autonomia. Non hanno fatto richieste l’Abruzzo e la Basilicata e, ovviamente, le regioni a statuto speciale, cioè Sicilia, Sardegna, Valle d’Aosta, Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige, nonché le province autonome di Bolzano e Trento.
L’obiettivo che perseguono i ‘Padani’ è, nello stesso tempo, politico ed economico. Dopo il perseguimento del decentramento amministrativo, realizzato con il cosiddetto federalismo fiscale, i governatori delle regioni del Nord ora vogliono di più, vogliono l’autonomia legislativa su materie fondamentali, vogliono il pieno controllo delle risorse fiscali che esse versano ogni anno allo Stato. E poco importa se il Sud, già abbandonato a se stesso, rischia di essere affondato definitivamente.
La botte piena e la moglie ubriaca’, è questo il fine ultimo, è la sublimazione del leghismo. E’ la secessione senza la secessione e, per certi aspetti, è qualcosa di più, è la fine dell’Unità del Paese senza cambiare la forma di Stato. Rimarremo formalmente tutti italiani, ma avremo cittadini di serie A e cittadini di serie B. E’ un processo che aumenta le diseguaglianze’, ha dichiarato il nuovo segretario della Cgil, Maurizio Landini. Ed ancora: ‘Se le bozze si trasformano in legge è come se si avesse tanti Stati all’interno di uno stesso Stato, e quindi è come se lo Stato non esistesse più’.  
Infine, non è inutile ricordare che la modifica degli articoli 116 e 117 della Costituzione italiana è stata voluta nel 2001 dal Centrosinistra. La lezione che se ne deduce è chiara: quando la Sinistra insegue le politiche della Destra (es. federalismo fiscale) i risultati sono disastrosi per il Paese, almeno per una parte di esso. Ma i dirigenti nazionali che hanno avallato quelle politiche avranno imparato qualcosa? I dubbi sono più che legittimi.

Fonte senato.it

domenica 3 febbraio 2019

Governo Conte o governo Salvini?

Il Presidente del Consiglio dei Ministri dirige la politica generale del Governo e ne è responsabile. Mantiene l'unità di indirizzo politico ed amministrativo, promuovendo e coordinando l'attività dei Ministri’, art. 95 della Costituzione italiana

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni) 
 
Giuseppe Conte e Matteo Salvini -  (foto da repubblica.it)
Dopo nove mesi dalla formazione del governo ‘pentaleghista’ è possibile fare il ‘tagliando’ sull’operato dell’Esecutivo. A tale proposito analizziamo come si sono comportati i due partiti di governo nell’elaborazione e nell’approvazione dei principali provvedimenti legislativi e chi, tra il M5s e la Lega, abbia, in questi mesi, caratterizzato ed egemonizzato la politica dell’Esecutivo.
Il tema principale su cui si sono confrontati i due partiti è quello relativo al fenomeno migratorio. Ed è evidente che i porti chiusi, l’ostracismo verso le Ong ed i continui attacchi all’Europa sono obiettivi politici della Lega a cui i grillini si sono ‘adeguati’. Non solo, ma di fronte alla richiesta di autorizzazione a procedere contro il ministro dell’Interno per la vicenda della nave ‘Diciotti’, e dopo la giravolta del ministro Salvini, i grillini, dapprima favorevoli, ora si accingono a fare un passo indietro, l’ennesimo.
La richiesta del ministro degli Interni di bloccare la Sea Watch dopo lo sbarco di poche decine di migranti nel porto di Catania è stata ‘eseguita’ dal Ministro delle infrastrutture e dei trasporti che è competente in materia, Danilo Toninelli. Il fermo è stato giustificato con motivi amministrativi, un cavillo in perfetto stile azzeccagarbugli. E’ bene ricordare che la nave battente bandiera olandese è l’ultima rimasta a navigare nel Mediterraneo con il solo scopo di soccorrere i migranti in difficoltà.
Altro esempio delle giravolte grilline è l’approvazione del cosiddetto decreto sicurezza’. Il provvedimento ha abolito i permessi umanitari, ha dato avvio agli sgomberi dei centri di accoglienza ed ha ridotto i finanziamenti degli Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati), strumenti questi ultimi che si sono dimostrati utilissimi per l’integrazione dei richiedenti asilo. La vicenda Riace e l’ostracismo di Matteo Salvini verso il sindaco Domenico Lucano è, da questo punto di vista, emblematica.
Anche nel provvedimento simbolo del M5s, il Reddito di cittadinanza, la Lega ha imposto dei paletti che ad una lettura attenta sono funzionali allo sviluppo economico del Nord. Negli anni Sessanta e Settanta milioni di contadini meridionali sono emigrati nel cosiddetto triangolo industriale (Genova, Milano e Torino) per formare la manodopera indispensabile alla produzione industriale di quell’area. Allo stesso modo, migliaia di 'poveri' del Sud potrebbero essere costretti ad emigrare per sostituire i lavoratori delle fabbriche del Nord-Est che andranno in pensione con Quota 100.
I condoni, come si sa, sono un ‘mantra’ della Destra, ma anche il ‘governo del cambiamento’ sta procedendo, nonostante i proclami elettorali dei grillini, con lo stralcio di milioni di cartelle esattoriali e con la sanatoria edilizia nell’isola di Ischia.
Il provvedimento sulle pensioni (Quota 100), voluto soprattutto dalla Lega, riguarda chi è entrato nel mondo del lavoro da giovane (non laureati) e chi ha svolto un lavoro a tempo indeterminato. Ed è altrettanto evidente che ad usufruirne saranno soprattutto i lavoratori del Nord Italia.
Sulle grandi opere l’allineamento grillino è evidente. Ancora non sappiamo se anche la Tav verrà realizzata, quello che è certo è che molte delle opere osteggiate durante la campagna elettorale dal M5s, come Tap, Triv, Ilva, Terzo valico, ect., si faranno.
Sull’ordine pubblico il ministro degli Interni non ammette obiezioni. Il leader leghista si mostra ‘decisionista’ con quelli che ritiene siano i suoi avversari politici come i Centri sociali ed è ‘buonista’ con gli ‘amici’ come Casa Pound. Inoltre, sui social si è vantato di usare le ‘ruspe’ per lo sgombero dei campi rom o per lo smantellamento dei centri per i migranti, ma nulla fa e nulla dice sull’occupazione abusiva di un immobile del Comune di Roma da parte degli attivisti neofascisti, che come si sa sono amici di Salvini e della Lega.
La Flat tax al 15% (ridotta al 5% per i primi cinque anni di attività) per i titolari di partita Iva che nell'anno precedente hanno avuto ricavi o compensi fino a 65 mila euro è una misura voluta dalla Lega e favorisce i piccoli imprenditori ed i pensionati che continuano a svolgere un'attività professionale. E' evidente che si tratta, nella maggior parte dei casi, di imprese e di lavoratori autonomi che operano nelle regioni settentrionali.
Significativo, infine, è anche quello che il ‘contratto’ di governo non prevede. Tra tutti la mancanza di investimenti al Sud. Il governo del cambiamento non cambia rotta, prosegue, cioè, con le politiche assistenzialiste dei precedenti Esecutivi, ma questa non è una novità soprattutto per gli esponenti della Lega.
Insomma, il vice premier Matteo Salvini si comporta come se fosse lui il Presidente del Consiglio. Detta la linea di politica interna, quella estera, impone paletti sui provvedimenti economici e su quelli sulla sicurezza. A Luigi Di Maio non resta che adeguarsi se vuole mantenere le poltrone su cui è seduto (Leader M5s, vice premier e Ministro), mentre al ‘premier’ Giuseppe Conte non spetta altro che un ruolo marginale e limitarsi a rappresentare e moderare la linea politica decisa dalla Lega e dal suo leader.