sabato 4 febbraio 2023

‘Lu saziu nun criri a lu diunu’

Per i governatori leghisti la ricchezza di cui dispongono i ‘padani’ non è ancora sufficiente, vogliono di più, vogliono la 'secessione' di fatto, senza modificare cioè la forma di Governo

di Giovanni Pulvino

Foto da @Misurelli77 (twitter.com)

Nel 2001 per volontà dell’allora governo di Centrosinistra guidato da Francesco Rutelli è stata introdotta un'importante riforma costituzionale. Con quel provvedimento l’autonomia legislativa delle Regioni è aumentata notevolmente. Non solo. L’articolo 116 consente ulteriori incrementi di ‘potere’. In questo caso sono necessari l’accordo del Governo ed una maggioranza assoluta in Parlamento che approvi il relativo Disegno di legge. Condizioni che oggi sono possibili.

Per raggiungere quest’obiettivo nel 2017 si è svolto in Lombardia ed in Veneto un referendum consultivo che ha ottenuto consensi ‘bulgari’. Ora il governo di Giorgia Meloni ha varato il Ddl che dà avvio all’iter di approvazione del provvedimento. Sarà una 'secessione' camuffata da ‘autonomia differenziata’ o una ‘presunta secessione’ per accontentare l’elettorato padano? Vedremo. Una cosa è certa: i principali scopi dei leghisti veneti e lombardi erano e sono i tributi che due tra le regioni più ricche d’Italia versano ogni anno allo Stato.

Il mezzo per raggiungere tale scopo è la riduzione dei fondi destinati alla cosiddetta 'sperequazione fiscale'. Il ragionamento dei fan di Albert De Giussan è semplice: io produco, io verso tributi allo Stato, io decido come quelle risorse devono essere utilizzate. Il tutto con buona pace degli articoli 2 e 53 della Costituzione italiana. Il primo sancisce la ‘solidarietà politica, economica e sociale’. Il secondo il principio della 'capacità contributiva'.

Lu saziu nun criri a lu diunu dice un proverbio siciliano. Chi vive nel benessere, dopo essersi arricchito utilizzando il Meridione come mercato di sbocco per i prodotti delle proprie imprese oggi come ieri vuole tutto, vuole ‘affamare’ il Sud.

Il Mezzogiorno è una terra dove le condizioni di povertà ed esclusione sociale di gran parte della popolazione non consentono di avere risorse finanziarie sufficienti per garantire i servizi pubblici essenziali. L’accusa di sprechi e di cattivo governo degli amministratori meridionali ripetuta con enfasi dai leghisti non sono sufficienti a spiegare il ritardo economico in cui versa da sempre una parte consistente del Sud. Tante volte nel corso dei secoli i tentativi di emancipazione delle classi sociali più povere sono state represse nel sangue, basta ricordare quelle fatte in Sicilia da Garibaldi nel 1860, la strage di Portella della Ginestra nel 1947 o il controllo del territorio operato dalla mafia con il consenso di una parte delle istituzioni pubbliche nazionali e locali.

Per tanti veneti e lombardi la richiesta di maggiore autonomia è solo un primo passo verso la ‘secessione’. L’Italia è ‘una e indivisibile’, sancisce l’articolo 5 della Costituzione. È quindi giuridicamente impossibile che l’eventuale ‘scissione’ possa avvenire pacificamente. Chi pensa diversamente si sbaglia. Tuttavia ad oggi questo pericolo non c'è, perché l’obiettivo dei padani ‘benestanti’ non è la ‘secessione istituzionale’, ma quella di fatto, cioè, come dicono i veneti, ‘gli schei’. Del resto, i confini rimarrebbero aperti com'è previsto dal trattato di Schengen, la moneta rimarrebbe l’Euro e le leggi di stabilità dovrebbero sottostare sempre al via libera di Bruxelles, allora che senso avrebbe la ‘secessione’? Nessuna, meglio l’autonomia differenziata' che suggella la supremazia economica e politica della parte più ricca del Paese. Al Sud rimarranno le briciole come sempre.

Del resto se dovesse venir meno il principio di solidarietà fiscale tra le regioni a chiedere la separazione dovrebbero essere i meridionali e non i leghisti veneti o lombardi. 

Fonte REDNEWS

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