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sabato 27 luglio 2019

I governatori leghisti vogliono tutto

Per i governatori leghisti la ricchezza di cui dispongono i ‘padani’ non è ancora sufficiente, vogliono di più, vogliono la secessione di fatto, senza modificare cioè la forma di Governo

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Attilio Fontana, Matteo Salvini e Luca Zaia
(foto da quotidiano.net)
La storia dovrebbe insegnarci a non ripetere gli errori compiuti nel passato, ma purtroppo non è così. Significativa è, a tale proposito, la polemica sollevata dai governatori leghisti sulle limitazioni all’autonomia differenziata proposte dal Governo. Una delle richieste più importanti dei presidenti della Lombardia e del Veneto è l’attribuzione della competenza in materia di infrastrutture. Come sanno bene gli economisti lo sviluppo economico di una regione non può prescindere da una efficiente rete stradale. Ebbene, la storia della costruzione, in alcuni casi della mancata costruzione, delle autostrade italiane evidenzia e spiega il motivo del crescente divario economico tra Nord e Sud Italia, che, adesso, i governatoti Luca Zaia e Attilio Fontana intendono accentuare con la cosiddetta ‘autonomia differenziata’. La rete autostradale italiana ha un’estensione di 6.943,2 km. Il primo tratto è stato inaugurato a Lainate il 21 settembre del 1924. L’autostrada dei laghi si snoda da Milano a Varese. Tre anni dopo è stata aperta la Milano-Bergamo. Nel 1928 nasce la società Autostrada Brescia-Verona-Vicenza-Padova. Negli anni Trenta vengono aperte la Firenze-Mare e l’autostrada Padova-Venezia e la Genova-Serravalle-Scrivia. Al Sud l’unica autostrada costruita in quegli anni è, la Napoli-Pompei, successivamente declassata a strada statale.
La rete autostradale italiana
(foto da wikipedia.org)
La prima programmazione nazionale di un piano di investimenti per costruire anche nel Mezzogiorno una rete viaria degna di questo nome è solo degli anni Sessanta. Nel 1955 la legge Romita stabilì che le autostrade si dovevano estendere in tutte le regioni italiane. I lavori iniziarono nel decennio successivo, ma essi spesso si sono protratti per tempi ‘biblici’ e con risultati a dir poco inadeguati.
Il primo tratto della Salerno-Reggio Calabria è stato aperto nel 1967, ma i lavori di completamento ed ammodernamento si sono conclusi solo alla fine del 2016. L’autostrada A20 Messina-Buonfornello (litorale tirrenico della Sicilia), iniziata nel 1969, è stata completata nel 2005. L’A19, inaugurata nel 1975, è l’unica autostrada che attraversa l’isola e congiunge Palermo con Catania. Oggi è fatiscente ed è interrotta in più punti. Il viadotto Himera crollato nel 2015 ancora non è stato ricostruito. L’autostrada A18 (Sicilia orientale) ancora non è stata completata. Nell’isola non c’è altro. Mentre, in Sardegna ci sono solo strade statali e provinciali. Invece, tra Milano e Bergamo ci sono due autostrade. Una di queste, la Brebemi, costruita dai privati con il sostegno pubblico, rischia il fallimento perché il numero di veicoli che vi transitano è insufficiente. La situazione è paradossale. In Lombardia delle autostrade non sanno che farsene, mentre in Sicilia come in altre regioni del Sud non ci sono o sono fatiscenti. Ecco, è questo quello che bisognerebbe dire ai governatori leghisti che vogliono tutto, anche quel poco che ancora lo Stato italiano investe nelle regioni meridionali, ma, evidentemente, per i padani la ricchezza di cui dispongono non è ancora sufficiente, vogliono di più, vogliono la secessione di fatto, senza cambiare cioè la forma di Governo.
Del resto, gli articoli 116 e 117 della Costituzione, modificati con una legge di riforma voluta ed approvata dal Centrosinistra nel 2001, glielo consentono. E non è un caso che a chiedere maggiore autonomia sono soprattutto le regioni guidate dalla Lega. I leghisti, nonostante la svolta sovranista, rimangono legati alle loro origini. Gli esponenti ‘verdi’, Matteo Salvini compreso, non dimenticano mai di attaccare sul risvolto della giacca la spilletta di 'Albert de Giussan', considerato dai militanti come il principale simbolo dell’indipendenza padana perduta.
Tutto legittimo. Quello che è incomprensibile è il consenso elettorale che tanti meridionali continuano a riconoscere a chi li considera di Serie B ed ora vuole mandarli in Serie D come è successo al Palermo Calcio di Maurizio Zamparini. Friulano doc, l'ex presidente dei Rosanero è sceso in Sicilia per dimostrare le sue capacità imprenditoriali. Invece, ha solo fatto danni e disastri come un 'siciliano qualsiasi', cose da non credere.


domenica 17 febbraio 2019

Si scrive autonomia regionale, ma si legge ‘secessione’

Quando Umberto Bossi fondò la Lega l’obiettivo si chiamava secessione, oggi lo stesso partito guidato da Matteo Salvini invoca l’autonomia, ma la sostanza è sempre la stessa: arricchire ancora di più il Nord

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Foto da economia.rai.it
I governatori delle Lombardia, del Veneto e dell’Emilia Romagna, le regioni più ricche d’Italia, hanno chiesto maggiore autonomia legislativa, vale a dire più poteri così come stabilisce il comma 3 dell’art. 116 della Costituzione italiana: ‘… Ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, concernenti le materie di cui al terzo comma dell'articolo 117 e le materie indicate dal secondo comma del medesimo articolo alle lettere l), limitatamente all'organizzazione della giustizia di pace, n) e s), possono essere attribuite ad altre Regioni, con legge dello Stato, su iniziativa della Regione interessata, sentiti gli enti locali, nel rispetto dei principi di cui all'articolo 119. La legge è approvata dalle Camere a maggioranza assoluta dei componenti, sulla base di intesa fra lo Stato e la Regione interessata’.
Le materie oggetto della possibile ‘autonomia’ sono tante, per introdurle basterà una legge ordinaria, cioè non sarà necessaria la modifica della Costituzione. In particolare, esse si riferiscono alla giustizia, all’istruzione, all’ambiente, all’ecosistema ed ai beni culturali (secondo comma dell’articolo 117). Mentre quelle del terzo comma dello stesso articolo riguardano la cosiddetta legislazione concorrente che stabilisce:’… alle Regioni spetta la potestà legislativa, salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservata alla legislazione dello Stato’. Essa riguarda ‘I rapporti con l’Ue, commercio con l'estero; tutela e sicurezza del lavoro; istruzione; professioni; ricerca scientifica e tecnologica; tutela della salute; alimentazione; ordinamento sportivo; protezione civile; governo del territorio; porti e aeroporti civili; grandi reti di trasporto e di navigazione; ordinamento della comunicazione; produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell'energia; previdenza complementare e integrativa; coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario; valorizzazione dei beni culturali e ambientali e promozione e organizzazione di attività culturali; casse di risparmio, casse rurali, aziende di credito a carattere regionale; enti di credito fondiario e agrario a carattere regionale’.
Se l’intesa diventerà legge, la disgregazione dello Stato nazionale sarà nei fatti, si scriverà autonomia, ma si leggerà ‘secessione’. Dopo che le tre regioni del Nord, che producono circa metà del Pil nazionale, hanno sottoscritto il 28 febbraio del 2018 accordi preliminari con il governo, anche le altre si stanno attivando. Piemonte, Liguria, Toscana, Marche e Umbria hanno conferito il mandato per avviare negoziati con il governo. Mentre la Campania, il Lazio, il Molise, la Puglia e la Calabria hanno mosso passi informali per l’autonomia. Non hanno fatto richieste l’Abruzzo e la Basilicata e, ovviamente, le regioni a statuto speciale, cioè Sicilia, Sardegna, Valle d’Aosta, Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige, nonché le province autonome di Bolzano e Trento.
L’obiettivo che perseguono i ‘Padani’ è, nello stesso tempo, politico ed economico. Dopo il perseguimento del decentramento amministrativo, realizzato con il cosiddetto federalismo fiscale, i governatori delle regioni del Nord ora vogliono di più, vogliono l’autonomia legislativa su materie fondamentali, vogliono il pieno controllo delle risorse fiscali che esse versano ogni anno allo Stato. E poco importa se il Sud, già abbandonato a se stesso, rischia di essere affondato definitivamente.
La botte piena e la moglie ubriaca’, è questo il fine ultimo, è la sublimazione del leghismo. E’ la secessione senza la secessione e, per certi aspetti, è qualcosa di più, è la fine dell’Unità del Paese senza cambiare la forma di Stato. Rimarremo formalmente tutti italiani, ma avremo cittadini di serie A e cittadini di serie B. E’ un processo che aumenta le diseguaglianze’, ha dichiarato il nuovo segretario della Cgil, Maurizio Landini. Ed ancora: ‘Se le bozze si trasformano in legge è come se si avesse tanti Stati all’interno di uno stesso Stato, e quindi è come se lo Stato non esistesse più’.  
Infine, non è inutile ricordare che la modifica degli articoli 116 e 117 della Costituzione italiana è stata voluta nel 2001 dal Centrosinistra. La lezione che se ne deduce è chiara: quando la Sinistra insegue le politiche della Destra (es. federalismo fiscale) i risultati sono disastrosi per il Paese, almeno per una parte di esso. Ma i dirigenti nazionali che hanno avallato quelle politiche avranno imparato qualcosa? I dubbi sono più che legittimi.

Fonte senato.it

giovedì 16 novembre 2017

Il rischio di cadere in povertà è triplo al Sud rispetto al resto del Paese ed in Sicilia e Campania sfiora il 40%

L’unico modo che hanno i meridionali per migliorare le loro condizioni economiche è emigrare, a sostenerlo è il rapporto Svimez 2017 sull’economia nel Mezzogiorno

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Roberto Maroni e Silvio Berlusconi - (foto da lettera43.it) 
Il saldo migratorio delle regioni del Sud continua ad essere negativo (-28 mila unità nel 2016), mentre nel Centro Nord nello stesso periodo è aumentato di 93.500 unità. In particolare la Sicilia ha perso 9.300 abitanti, la Campania 9.100, la Puglia 6.900. In forte aumento anche il fenomeno del ‘pendolarismo’. Nel Mezzogiorno ha interessato 208 mila persone, di cui 154 mila sono andate a vivere per lavoro nel Centro-Nord o all’estero. Questo fenomeno spiega, almeno per un quarto, l’aumento dell’occupazione al Sud avvenuto nel 2016 (+101 mila unità). Negli ultimi quindici anni circa 200 mila giovani meridionali si sono laureati nelle università del Centro-Nord, causando una ‘perdita netta in termini finanziari del Sud di circa 30 miliardi’ (quasi due punti di Pil).
Fotot da conquistedellavoro.it
Nel 2016 ’10 meridionali su 100 risultano in condizioni di povertà assoluta’, mentre nel Centro Nord sono 6 su 100. Non solo, il rischio di cadere in povertà è triplo al Sud rispetto al resto del Paese ed in Sicilia e Campania sfiora il 40%.  Il prodotto medio per abitante è nel Sud il 56,1% di quello del Centro-Nord. Nel Trentino Alto Adige è di 38.745 euro pro capite, mentre in Calabria è di 16.848 euro, vale a dire il 56,52% in meno. L’indagine condotta da Svimez evidenzia anche ‘l’interdipendenza economica’ tra le regioni italiane. La domanda interna del Sud ‘attiva’ il 14% del Pil del Centro-Nord (in termini assoluti nel 2016 è stato di 117 miliardi di euro). I flussi redistributivi fiscali verso le regioni meridionali sono diminuiti del 10%, sono passati cioè da oltre 55,5 miliardi di euro a 50. ‘Di questi 20 miliardi ritornano direttamente al Centro-Nord’, altri rimangono per sostenere un mercato che è ancora decisivo per tutto il Paese. Inoltre nel 2016 gli investimenti in opere pubbliche sono stati 286 euro pro capite al Centro-Nord, nel Mezzogiorno invece meno di 107 euro. Nel 1970 il rapporto era di 340,80 euro al Centro-Nord contro i 529 euro del Sud. Nell’ultimo cinquantennio la spesa per infrastrutture è crollata nelle regioni settentrionali del -2% l’anno, al Sud del -4,8% l’anno. Infine, il surplus di depositi dei meridionali finanzia le imprese del Centro-Nord. Nelle regioni settentrionali a fronte di depositi per 959 miliardi di euro gli impieghi sono stati 1.610 miliardi di euro. Con questi dati non si comprendono i recenti referendum consultivi che si sono svolti in Lombardia e Veneto per chiedere maggiore autonomia amministrativa e fiscale. Il Nord è ricco ed al Sud arrivano le briciole. Ed è paradossale che ha chiedere più risorse pubbliche siano due regioni del Nord Italia anziché quelle meridionali. 

Fonte: svimez.info