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venerdì 18 gennaio 2019

Reddito di cittadinanza o ‘deportazione’ di poveri?

Emigrare o rinunciare al Reddito di cittadinanza? È questo il dilemma di fronta al quale potrebbero trovarsi migliaia di poveri del Sud, così come avvenne nel 2015 ai docenti precari storici della scuola 

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Luigi Di Maio, Giuseppe Conte e Matteo Salvini
(foto da governo.it)
La riforma sulla #buonascuola, resa urgente dalla sentenza della Corte di giustizia europea ed approvata dal Parlamento nel 2015, ha consentito al ministero della Pubblica Istruzione di stabilizzare decine di migliaia di precari storici della scuola. Quel piano straordinario di assunzioni prevedeva la mobilità nazionale, ma non per tutti i neoassunti. Essa dava la precedenza agli idonei (non vincitori) al concorso del 2012 e che, pur non avendo mai insegnato, sono stati inseriti negli organici delle scuole della loro provincia di residenza. In altre parole, i giovani insegnanti sono rimasti 'sotto casa', mentre i precari storici, spesso ultracinquantenni, sono stati ‘deportati’ in tutta Italia con la procedura della chiamata diretta dei Dirigenti scolastici. Questo spiega perché quel governo e quella maggioranza parlamentare abbiano perso il consenso elettorale della maggior parte dei dipendenti della scuola. Nella stessa situazione si potranno trovare i percettori del reddito di cittadinanza. Il decreto approvato dal Cdm prevede infatti che i poveri che avranno diritto all’indennità prevista dalla nuova normativa perderanno l’assegno se rifiuteranno tre proposte di lavoro, la prima entro 100 chilometri, la seconda entro 250 chilometri e la terza su tutto il territorio nazionale. Accettare la ‘deportazione’ o rinunciare al Rdc, sarà questo il dilemma di fronte al quale si potrebbero trovare i poveri, così come successe a migliaia di docenti nel 2015. 
Tabella da governo.it
Nello stesso tempo, con la cosiddetta quota cento oltre 750 mila lavoratori, soprattutto del Nord Italia, andranno in pensione anticipatamente rispetto a quanto previsto dalla legge Fornero. Le imprese dove questi lavoratori sono impiegati avranno difficoltà a sostituirli sia perché nella maggior parte dei casi si tratta di addetti qualificati, sia perché con il calo demografico degli ultimi decenni i giovani disponibili a svolgere quel tipo di attività sono pochi o, comunque, in numero non sufficiente. La conseguenza logica di questa situazione sarà che a ricoprire quei posti di lavoro saranno gli immigrati o i poveri ‘deportati’ dal Sud che porteranno in dote alle imprese la parte del Rdc non ancora percepito (la durata prevista dal Decreto è di 18 mesi). E’ la quadratura del cerchio. Insomma, Luigi Di Maio e Matteo Salvini come Matteo Renzi nel 2015. Vogliono prendere ‘due picconi con una  fava’, vale a dire assistere con un reddito minimo i poveri del Sud, ma nello stesso tempo li si vuole ‘costringere’ ad emigrare al Nord per prendere i posti lasciati vacanti dai neo pensionati o a fare lavori precari e mal retribuiti. Ovviamente non riguarderà tutti i beneficari del Rdc, ma solo coloro che sono disposti a lavorare, gli altri, i 'furbi', ne approfitteranno finchè la legge glielo permetterà. 
Un altro paradosso della nuova normativa è che i 4 mila 'navigator' che verranno assunti entro il primo aprile con contratti precari dovranno adoperarsi per trovare un lavoro stabile a 5 milioni di poveri. Ed è ovvio che nel Meridione questi posti di lavoro non ci sono e, poiché non spunteranno neanche nei prossimi anni, ai poveri del Sud non resterà che emigrare forzatamente o tornare nell'indigenza.

Fonte governo.it

domenica 14 gennaio 2018

I bulli e la #malascuola

Gli atti di violenza subite negli ultimi mesi dai docenti rappresentano il fallimento della scuola italiana e dei politici che negli ultimi decenni hanno tentato, inutilmente, di riformarla

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)


Salvo Busà l'insegnante malmenato ad Avola e la ministra
Valeria Fedeli - (foto da secoloditalia.it)
‘Invito il ragazzo a chiudere una finestra prima di andare in palestra per gli esercizi. E lui mi manda a quel paese, senza chiuderla. Insisto e alzo la voce. La risposta è il lancio di un libro. Un lancio contro di me. Il libro finisce per terra. Lo prendo e lo poggio su un banco. Rimprovero ancora quell’insolente che afferra il telefonino. Mezz’ora dopo l’arrivo di padre e madre...’. Questa è la dichiarazione rilasciata al quotidiano la Repubblica dal professore di Educazione fisica di Avola picchiato pochi giorni fa dai genitori di un suo alunno. La dinamica della vicenda non è nuova. Negli ultimi anni sempre più spesso gli insegnanti delle scuole medie e soprattutto di quelle superiori sono stati oggetto di atti di violenza da parte dei genitori dei loro alunni.
Foto da news.leonardo.it
Una volta la figura del docente era ‘vista’ con rispetto, oggi una parte sempre più numerosa di ragazzi non solo non si impegna nello studio ma si comporta in modo ‘aggressivo’ nei confronti dei compagni ed in alcuni casi anche degli insegnanti. E, quel che è peggio, questi atteggiamenti da ‘bulli’ trovano, spesso, la copertura e talvolta il sostegno delle famiglie che, anziché fare autocritica e richiamare i figli a tenere un comportamento ‘civile’, li difendono accusando i docenti di incapacità o, come in questo caso, di essere la causa scatenante del fatto. Negli ultimi due decenni sono state approvate diverse riforme della scuola, ma nessuna ha tenuto conto del clima d’intimidazione di cui spesso sono vittime i professori. Gli obiettivi degli ultimi governi sono stati quelli di tagliare le risorse finanziarie (riforma Gelmini) o di adeguare la scuola alle esigenze produttive e di mercato delle imprese (#buonascuola con l’alternanza scuola/lavoro). Inoltre, sono stati modificati i programmi ministeriali, ma non sono state incrementate le ore d’insegnamento delle discipline giuridiche ed economiche che, è bene ricordarlo, non sono previste nei licei (fanno eccezione quelli con indirizzo psichico - pedagogico, cioè gli ex istituti magistrali ed il biennio degli istituti tecnici e professionali). 
Foto da tg24com.mediaset.it
Oltre a ciò, l’aumento del numero minimo di alunni per formare le classi (le cosiddette classi pollaio) ha spinto gli istituti ad una spietata concorrenza e ad evitare, nei limiti del possibile, le bocciature o gli abbandoni. Per non parlare delle iscrizioni ‘fasulle’. Situazioni di cui sono consapevoli i ragazzi e le loro famiglie. Il risultato è stato un crollo dei livelli di apprendimento e la crescita di comportamenti 'scorretti' da parte degli alunni. In questo clima di sfiducia gli insegnanti, che spesso sono impegnati in inutili corsi di formazione o nella realizzazione di progetti (che hanno come scopo anche quello di incentivare gli stipendi dei presidi), sono senza difese, sono costretti, cioè, a subire le angherie dei ‘bulli’ ed i ‘richiami’ dei dirigenti che non intendono intervenire con provvedimenti disciplinari o con bocciature proprio per non perdere alunni e cattedre o comunque per non assumersi responsabilità dirette con le famiglie. Non devono stupire quindi i crescenti atti di vandalismo. La scelta fatta dall'èlite politica sull’istruzione pubblica è evidente. Si vogliono buoni consumatori, anziché buoni cittadini. L’obiettivo è un ritorno al modello d’istruzione degli anni Sessanta, quando c’erano due tipi scuola pubblica, una di eccellenza per i benestanti ed un’altra di base per i ceti medio - bassi. Ed il risultato finale di questo processo sarà quello di incrementare, ancora una volta, l’individualismo e l’ingiustizia anziché il progresso civile e culturale di tutta la società.

Fonte: repubblica.it

mercoledì 28 giugno 2017

Neoassunti nel 2015, oggi perdenti posto, è questo l’ennesimo danno prodotto dalla #buonascuola di Matteo Renzi

Da potenziatori, a tappabuchi, a perdenti posto, è questa l’incredibile parabola dei docenti precari storici assunti due anni fa con la legge sulla riforma della scuola 

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Matteo Renzi - (foto da lucamussari.it)
I precari storici sono i docenti che hanno superato il concorso indetto dal ministero della Pubblica Istruzione nel 1990. Da allora non fanno altro che girovagare da una scuola all’altra, cambiando continuamente alunni, colleghi e dirigenti scolastici. Le varie riforme dell’istruzione pubblica non hanno saputo o voluto affrontare il problema delle supplenze annuali, almeno fino al 2015, quando con la legge 107 il governo di Matteo Renzi, sotto la spada di Damocle della Corte di giustizia europea, ha attuato il piano di assunzione straordinario. Con questa procedura sono stati immessi in ruolo come potenziatori della formazione i docenti precari storici inseriti nelle Gae e insieme a loro, anche coloro che, nonostante fossero inseriti nella graduatoria, non aveva mai insegnato. La legge ha previsto anche una mobilità di massa senza precedenti. Quest’ultima, avvenuta nell’agosto scorso, anziché tenere conto del servizio pre - ruolo degli insegnanti, ormai ultracinquantenni, ha premiato i neolaureati risultati idonei al concorso del 2012, dandogli così la possibilità di rimanere in provincia e ‘deportando’ gli altri, più anziani e con più servizio, in tutta Italia con la cosiddetta chiamata diretta dei dirigenti scolastici adottata, peraltro, solo per loro.
Foto da lapoesiaelospirito.wordpress.com
Quel contratto che doveva durare tre anni oggi è carta straccia e gli insegnanti di potenziamento non esistono più, o per meglio dire, quel ruolo non è più di esclusiva spettanza dei precari storici, ma, a discrezione del dirigente, di tutti i docenti che così ne possono usufruire per salvaguardare il loro posto sotto casa. Insomma, dopo un anno a fare i tappabuchi, a fare cioè le sostituzioni giornaliere nelle varie classi anziché incrementare l’offerta formativa come stabiliva la legge 107, gli insegnanti abilitati 25 anni fa si sono visti scavalcare nelle graduatorie prima dai neoassunti del concorso del 2012, ed ora, nell’incarico, dagli stessi docenti di ruolo. Non solo, in tanti, in questo inizio d’estate 2017, essendo ultimi nelle graduatorie d’istituto, sono perdenti posto.
Insomma, la Scuola italiana di una parte dei precari neoassunti nel 2015 non sa che farsene e continua a spostarli da un istituto all’altro. Utilizzati per i compiti più complicati e difficili e nelle sedi più disagiate, sono visti con sufficienza, sono malpagati e, nello stesso tempo, nessuno li vuole nella propria scuola. Persiste per questi docenti, nonostante l’assunzione a tempo indeterminato, una condizione di precarietà lavorativa e reddituale. Non tutti sanno che un insegnante neoassunto percepisce 1400 euro al mese (bonus di 80 euro compreso), a cui occorre sottrarre tutte le spese fatte dai docenti per spostarsi o soggiornare nella località dove si trova la scuola. E’ bene precisare che la quasi totalità di questi insegnanti sono meridionali che, considerate le scarse opportunità di lavoro che ci sono al Sud, non sono docenti per vocazione ma per necessità e che, nonostante tutto, continuano a sperare di poter tornare ‘a casa’. Di certo avevano ragione i colleghi che, nel 2015, non hanno voluto aderire al piano di assunzione straordinaria previsto della legge 107. Quei docenti hanno preferito rimanere precari per poter decidere se accettare o rifiutare un incarico annuale o breve ed evitare, così, la ‘deportazione’, possibilità che è preclusa ai neoassunti a cui non resta che sperare in un’altra riforma della scuola per poter tornare a fare i docenti e non gironzolare da una città all’altra e da un istituto all’altro per fare, spesso, i 'badanti' a chi non ha nessuna voglia di studiare.