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martedì 20 luglio 2021

I poveri finanziano le pensioni dei ricchi

La relazione annuale del presidente dell’Inps certifica gli squilibri del sistema pensionistico e propone modifiche sostanziali

di Giovanni Pulvino 

Foto da inps.it

A parità di coefficienti di trasformazione e di età di pensionamento, i cittadini con le pensioni più basse e che vivono meno a lungo finanziano i cittadini con le pensioni più alte che vivono più a lungo’. Questo è quanto si legge nella relazione annuale del presidente dell’Inps Pasquale Tridico. Ed ancora: ‘E’ chiaramente auspicabile intervenire per attenuare le differenze attuariali. Ad esempio, modulando l’età di pensionamento, correggendo i coefficienti di trasformazione, individuando le condizioni di lavoro usuranti e/o gravose e riconoscendo i territori a maggior rischio ambientale’.

Il sistema pensionistico è un coacervo di ingiustizie. L’indennità di quiescenza è stata introdotta per garantire un reddito minimo a chi non è in grado di svolgere un‘attività lavorativa. Le pensioni d’oro non dovrebbero esistere e neanche le differenze di età o di emolumento, ma così non è.

I pensionati erano e sono un importante bacino elettorale. Molte agevolazioni sono state introdotte per carpirne il consenso. Le pensioni baby, quelle di anzianità, i prepensionamenti, la reversibilità e persino i vitalizi dei parlamentari sono solo alcuni esempi di questa babele. I ‘politicanti’ hanno creato un sistema squilibrato che ha determinato continui disavanzi di bilancio. Non si poteva andare avanti così, occorreva porvi rimedio.

Il sistema che abbiamo oggi è il frutto di questa esigenza.

Le numerose riforme approvate dal Parlamento a partire dagli anni Novanta hanno creato un sistema complicato e pieno di ingiustizie.

La prima riguarda l’età. Fino al 1993 si poteva maturare il diritto alla quiescenza prima di compiere cinquant’anni. Ci sono cittadini che hanno o stanno percependo la pensione da oltre 40 anni. Oggi alcuni vanno a sessant’anni, altri a sessantadue, altri ancora a 64, poi ci sono quelli che ci andranno oltre i 67 anni. In tanti non ci andranno mai, è una ingiustizia insopportabile.

La seconda iniquità riguarda l’ammontare dell’assegno. Si sa c’è un'enorme differenza tra il sistema retributivo e quello contributivo. Con il secondo l’assegno percepito dipende dai contributi versati. Ed è ovvio che ad essere favoriti sono coloro che nel corso della loro vita hanno avuto un lavoro stabile e ben retribuito, mentre chi ha avuto lavori precari o è stato spesso disoccupato, si ritroverà con una pensione da ‘fame’. Poveri durante l’età lavorative e ‘poveracci’ durante il periodo di quiescenza.

La relazione annuale del presidente dell’Inps certifica questa situazione e propone delle modifiche. E di certo queste non possono essere Quota 100 e neanche Quota 102 o 104. Il limite di età dovrebbe essere uguali per tutti. Come uguale o quasi dovrebbe essere l’indennità pensionistica. Non è accettabile che ci siano pensionati che incassano ogni mese decine di migliaia di euro ed altri che percepiscono poco più di 500 euro. L’articolo 53 della Costituzione sulla capacità contributiva è chiaro, ma è disatteso.

Per i nostri ‘politicanti’ non dovrebbe essere difficile approvare questo tipo di riforme, quando c’è da elargire e concedere sono sempre rapidissimi, mentre quando è necessario imporre sacrifici e rigore arrivano i governi tecnici, sostenuti quasi sempre, chissà perché, dalla Sinistra. 

Ma non accadrà nulla. Come dice il proverbio: ‘Chi ha avuto, ha avuto, e chi ha dato, ha dato’. Tanto a pagare per tutti sono sempre gli stessi.

Fonte inps.it

venerdì 18 gennaio 2019

Reddito di cittadinanza o ‘deportazione’ di poveri?

Emigrare o rinunciare al Reddito di cittadinanza? È questo il dilemma di fronta al quale potrebbero trovarsi migliaia di poveri del Sud, così come avvenne nel 2015 ai docenti precari storici della scuola 

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Luigi Di Maio, Giuseppe Conte e Matteo Salvini
(foto da governo.it)
La riforma sulla #buonascuola, resa urgente dalla sentenza della Corte di giustizia europea ed approvata dal Parlamento nel 2015, ha consentito al ministero della Pubblica Istruzione di stabilizzare decine di migliaia di precari storici della scuola. Quel piano straordinario di assunzioni prevedeva la mobilità nazionale, ma non per tutti i neoassunti. Essa dava la precedenza agli idonei (non vincitori) al concorso del 2012 e che, pur non avendo mai insegnato, sono stati inseriti negli organici delle scuole della loro provincia di residenza. In altre parole, i giovani insegnanti sono rimasti 'sotto casa', mentre i precari storici, spesso ultracinquantenni, sono stati ‘deportati’ in tutta Italia con la procedura della chiamata diretta dei Dirigenti scolastici. Questo spiega perché quel governo e quella maggioranza parlamentare abbiano perso il consenso elettorale della maggior parte dei dipendenti della scuola. Nella stessa situazione si potranno trovare i percettori del reddito di cittadinanza. Il decreto approvato dal Cdm prevede infatti che i poveri che avranno diritto all’indennità prevista dalla nuova normativa perderanno l’assegno se rifiuteranno tre proposte di lavoro, la prima entro 100 chilometri, la seconda entro 250 chilometri e la terza su tutto il territorio nazionale. Accettare la ‘deportazione’ o rinunciare al Rdc, sarà questo il dilemma di fronte al quale si potrebbero trovare i poveri, così come successe a migliaia di docenti nel 2015. 
Tabella da governo.it
Nello stesso tempo, con la cosiddetta quota cento oltre 750 mila lavoratori, soprattutto del Nord Italia, andranno in pensione anticipatamente rispetto a quanto previsto dalla legge Fornero. Le imprese dove questi lavoratori sono impiegati avranno difficoltà a sostituirli sia perché nella maggior parte dei casi si tratta di addetti qualificati, sia perché con il calo demografico degli ultimi decenni i giovani disponibili a svolgere quel tipo di attività sono pochi o, comunque, in numero non sufficiente. La conseguenza logica di questa situazione sarà che a ricoprire quei posti di lavoro saranno gli immigrati o i poveri ‘deportati’ dal Sud che porteranno in dote alle imprese la parte del Rdc non ancora percepito (la durata prevista dal Decreto è di 18 mesi). E’ la quadratura del cerchio. Insomma, Luigi Di Maio e Matteo Salvini come Matteo Renzi nel 2015. Vogliono prendere ‘due picconi con una  fava’, vale a dire assistere con un reddito minimo i poveri del Sud, ma nello stesso tempo li si vuole ‘costringere’ ad emigrare al Nord per prendere i posti lasciati vacanti dai neo pensionati o a fare lavori precari e mal retribuiti. Ovviamente non riguarderà tutti i beneficari del Rdc, ma solo coloro che sono disposti a lavorare, gli altri, i 'furbi', ne approfitteranno finchè la legge glielo permetterà. 
Un altro paradosso della nuova normativa è che i 4 mila 'navigator' che verranno assunti entro il primo aprile con contratti precari dovranno adoperarsi per trovare un lavoro stabile a 5 milioni di poveri. Ed è ovvio che nel Meridione questi posti di lavoro non ci sono e, poiché non spunteranno neanche nei prossimi anni, ai poveri del Sud non resterà che emigrare forzatamente o tornare nell'indigenza.

Fonte governo.it

sabato 22 dicembre 2018

Vittorio Sgarbi, pensionato a sua insaputa

‘I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria’, art. 38 della Costituzione italiana 


di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)


Vittorio Sgarbi - (Foto dal profilo facebook)

‘La pensione è un’obbligazione che consiste in una rendita vitalizia o temporanea corrisposta ad una persona in base ad un rapporto giuridico con l’ente o la società che è obbligata a corrispondere per la tutela del rischio di longevità o di altri rischi (invalidità, inabilità, superstiti, ecc.)’. Essa è stata istituita verso la fine dell’Ottocento per garantire una vita dignitosa a chi non era più in grado di lavorare. Ma, negli ultimi cinquant’anni, è diventata un coacervo di ingiustizie e, in alcuni casi, è un modo per accrescere l’arricchimento personale.

Il primo intervento legislativo che in Europa ha introdotto il sistema pensionistico è del 1889 su iniziativa del cancelliere tedesco Otto Von Bismarck. Negli Usa il ‘primo assegno‘ per quiescenza è stato pagato solo ‘il 1 giugno del 1940 a Ida May Fuller’. Nel 1898, nasce in Italia la ‘fondazione della Cassa nazionale di previdenza per l’invalidità e la vecchiaia degli operai’. L’iscrizione diventerà obbligatoria solo nel 1919. Nel 1933 l’Istituto prenderà il nome di Inps. La prima pensione sociale è stata erogata nel 1969.

Da allora è stato un susseguirsi di norme emanate per favorire l’accesso alla pensione. La legge più eclatante è stata quella relativa alle cosiddette pensioni baby che consentivano di andare in quiescenza dopo solo 14 anni, sei mesi ed un giorno di lavoro. Le riforme introdotte a partire dagli anni ’90 sono state approvate, invece, per ridurre la spesa pensionistica e per eliminare le storture esistenti, ma esse hanno finito per crearne di nuove. 

Oggi, la spesa complessiva per garantire le pensioni agli italiani ammonta a circa 270 miliardi di euro l’anno, vale a dire il 15% del Pil. Per gli uomini l’età minima per andare in quiescenza è di 66 anni e sette mesi. La pensione sociale è di circa 448 euro al mese che sale a circa 542 euro per coloro che hanno versato almeno 25 anni di contributi. Poi ci sono coloro che, invece, godono di un’indennità previdenziale ‘d’oro’, che va dai 5.000 ai 90.000 euro al mese.

E’ un sistema iniquo che nessuno riesce a riequilibrare. Di pochi giorni fa la notizia, passata quasi sotto silenzio, del pensionamento di Vittorio Sgarbi (66 anni). L’assurdità sta nel fatto che il deputato di Forza Italia e Sindaco di Sutri è in aspettativa dal 1985. La maggior parte dei suoi contributi previdenziali sono ‘figurativi’, cioè non versati, anche se valgono ai fini pensionistici. Ora percepirà un’indennità di quiescenza tra i 2.500 ed i 3.500 euro al mese. Sgarbi, che è stato condannato per assenteismo dal suo ufficio alla Sovrintendenza di Venezia, ha dichiarato al ilfattoquotidiano.it: ‘Ero sempre in aspettativa gratuita, non mi pagavano’. Ed ancora: ‘In effetti è incredibile. Primo: non l’ho chiesto, me l’hanno comunicato. Secondo: vado in pensione con la legge Fornero, ovvero le regole più severe per limite anagrafico’.

Il nostro è il Paese dove chi fa il furbo è premiato ed il sistema previdenziale è l’emblema delle ingiustizie. Con l'introduzione del calcolo contributivo e la prossima reintroduzione  delle pensioni di anzianità (quota 100), che consentiranno a tanti ma non a tutti di anticipare l’età pensionabile, le differenze e le iniquità tra i pensionati cresceranno.

Continueremo così ad avere pensionati con un’indennità di mezzo milione di euro lordi l’anno, pensionati baby (sono circa 800 mila coloro che percepiscono l’indennità da oltre 40 anni), pensionati con circa 448 euro al mese, pensioni di reversibilità anche a chi non ne ha bisogno, pensionati con due o più assegni previdenziali al mese, pensionati d’oro e pensionati che la pensione non la vedranno mai perché l’aspettativa di vita è una media ed è una probabilità statistica, e che, pertanto, questo è certo, non tutti arriveranno a 66 anni e sette mesi e comunque godranno dell’assegno di quiescenza per un periodo di anni inferiore rispetto a coloro che oggi sono in pensione.  

 

Fonte wikipedia.org