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martedì 20 luglio 2021

I poveri finanziano le pensioni dei ricchi

La relazione annuale del presidente dell’Inps certifica gli squilibri del sistema pensionistico e propone modifiche sostanziali

di Giovanni Pulvino 

Foto da inps.it

‘A parità di coefficienti di trasformazione e di età di pensionamento, i cittadini con le pensioni più basse e che vivono meno a lungo finanziano i cittadini con le pensioni più alte che vivono più a lungo’. Questo è quanto si legge nella relazione annuale del presidente dell’Inps Pasquale Tridico. Ed ancora: ‘E’ chiaramente auspicabile intervenire per attenuare le differenze attuariali. Ad esempio, modulando l’età di pensionamento, correggendo i coefficienti di trasformazione, individuando le condizioni di lavoro usuranti e/o gravose e riconoscendo i territori a maggior rischio ambientale’.

Il sistema pensionistico è un coacervo di ingiustizie. L’indennità di quiescenza è stata introdotta per garantire un reddito minimo a chi non è in grado di svolgere un‘attività lavorativa. Le pensioni d’oro non dovrebbero esistere e neanche le differenze di età o di emolumento, ma così non è.

I pensionati erano e sono un importante bacino elettorale. Molte agevolazioni sono state introdotte per carpirne il consenso. Le pensioni baby, quelle di anzianità, i prepensionamenti, la reversibilità e persino i vitalizi dei parlamentari sono solo alcuni esempi di questa babele. I ‘politicanti’ hanno creato un sistema squilibrato che ha determinato continui disavanzi di bilancio. Non si poteva andare avanti così, occorreva porvi rimedio.

Il sistema che abbiamo oggi è il frutto di questa esigenza.

Le numerose riforme approvate dal Parlamento a partire dagli anni Novanta hanno creato un sistema complicato e pieno di ingiustizie.

La prima riguarda l’età. Fino al 1993 si poteva maturare il diritto alla quiescenza prima di compiere cinquant’anni. Ci sono cittadini che hanno o stanno percependo la pensione da oltre 40 anni. Oggi alcuni vanno a sessant’anni, altri a sessantadue, altri ancora a 64, poi ci sono quelli che ci andranno oltre i 67 anni. In tanti non ci andranno mai, è una ingiustizia insopportabile.

La seconda iniquità riguarda l’ammontare dell’assegno. Si sa c’è un'enorme differenza tra il sistema retributivo e quello contributivo. Con il secondo l’assegno percepito dipende dai contributi versati. Ed è ovvio che ad essere favoriti sono coloro che nel corso della loro vita hanno avuto un lavoro stabile e ben retribuito, mentre chi ha avuto lavori precari o è stato spesso disoccupato, si ritroverà con una pensione da ‘fame’. Poveri durante l’età lavorative e ‘poveracci’ durante il periodo di quiescenza.

La relazione annuale del presidente dell’Inps certifica questa situazione e propone delle modifiche. E di certo queste non possono essere Quota 100 e neanche Quota 102 o 104. Il limite di età dovrebbe essere uguali per tutti. Come uguale o quasi dovrebbe essere l’indennità pensionistica. Non è accettabile che ci siano pensionati che incassano ogni mese decine di migliaia di euro ed altri che percepiscono poco più di 500 euro. L’articolo 53 della Costituzione sulla capacità contributiva è chiaro, ma è disatteso.

Per i nostri ‘politicanti’ non dovrebbe essere difficile approvare questo tipo di riforme, quando c’è da elargire e concedere sono sempre rapidissimi, mentre quando è necessario imporre sacrifici e rigore arrivano i governi tecnici, sostenuti quasi sempre, chissà perché, dalla Sinistra. 

Ma non accadrà nulla. Come dice il proverbio: ‘Chi ha avuto, ha avuto, e chi ha dato, ha dato’. Tanto a pagare per tutti sono sempre gli stessi.

Fonte inps.it

martedì 31 marzo 2020

Bonus una tantum di 600 euro al via, ecco come richiederlo

Da oggi è possibile presentare le domande per usufruire del bonus una tantum di 600 euro, ecco come richiederlo

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Foto da inps.it
La domanda si potrà fare online accedendo al portale dell’Inps utilizzando le relative credenziali, cioè il Pin oppure lo Spid, la Carta di identità elettronica e la Carta dei sevizi, oltre al Contact center. Chi non si è già attrezzato può utilizzare un Pin semplificato rilasciato dall’Istituto.
I soggetti beneficiari del bonus una tantum di 600 euro sono i lavoratori autonomi, i liberi professionisti, i collaboratori coordinati e continuativi (che hanno una partita Iva attiva almeno dal 23 febbraio 2020), i lavoratori stagionali e quelli dello spettacolo. L’indennità è prevista anche per i lavoratori stagionali del turismo e degli stabilimenti termali che abbiano perso involontariamente il rapporto di lavoro tra il 1° gennaio 2019 e il 17 marzo 2020 e che non abbiamo altri rapporti di lavoro dipendente.
L’importo erogato non contribuisce alla formazione del reddito e non è prevista nessuna contribuzione figurativa. I beneficiari non devono essere titolari di pensioni e non devono essere iscritti ad altre forme previdenziali obbligatorie. Tuttavia, esso è cumulabile con l’indennità di disoccupazione per i Co.Co.Co. e con la Naspi (l’assegno ordinario di disoccupazione) incassata dai lavoratori stagionali e dello spettacolo.
Il Governo ha già detto che il bonus verrà prorogato ed aumentato a 800 euro, ma saranno introdotti criteri di selettività per evitare che l’indennità vada a chi non ne ha bisogno.

Fonte inps.it

martedì 18 giugno 2019

I poveri sono circa 5 milioni, ma le richieste per il Rdc sono circa un milione, com’è possibile?

I dati sul numero di poveri stimati dall’Istat per il 2018 sono in netto contrasto con le domande presentate per il Reddito di cittadinanza, com'è possibile? Ecco tre possibili spiegazioni

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Foto da istat.it
L'Istat stima che le famiglie in povertà assoluta sono oltre 1,8 milioni, cioè il 7% del totale che corrisponde a circa cinque milioni di individui (8,4% del totale). Non ci sono secondo l’Istituto di statistica ‘variazioni significative rispetto al 2017’. Le famiglie in condizioni di povertà assoluta sono soprattutto nel Mezzogiorno. Nel Sud l’incidenza è del 9,6% e del 10,8% nelle Isole. Nel Nord-ovest, invece, è del 6,1% e nel Nord-est e nel Centro del 5,3%. Anche se la maggior parte dei nuclei familiari risiedono nel Nord (45,7% rispetto al 31,7% del Sud), sottolinea l’Istat, il maggior numero di famiglie povere si trova nel Meridione (45,1% rispetto al 39,3% del Nord e del 15,6% del Centro). L’Istituto stima poco più di tre milioni di famiglie in condizioni di povertà relativa, cioè l’11,8% del totale che corrisponde a circa 9 milioni di individui. Il fenomeno nel 2018 si è aggravato nel Nord, dove è passato dal 5,9% del 2017 al 6,6% del 2018, mentre nel Mezzogiorno l’Istituto di statistica stima un leggero miglioramento, dal 24,7% del 2017 al 22,1% del 2018. In particolare, nel Sud è passato dal 24,1% al 22,3% e nelle Isole dal 25,9% al 21,6%. La regione con la maggiore incidenza di poveri è la Calabria (30,60%), seguita dalla Campania (24,90%) e dalla Sicilia (22,50%).
Questi dati, che confermano la gravità della situazione italiana ed in particolare il divario tra Nord e Sud, sono in netto contrasto con le richieste per il Reddito di cittadinanza. Ad aprile esse erano, secondo l’Inps, 1.016.977. Il maggior numero di domande è stato presentato in Campania (172.175), seguita dalla Sicilia (161.383). Nel Lazio sono state 93.048, in Puglia 90.008 e in Lombardia 90.296. Mentre il minor numero di richieste è stato registrato in Valle d’Aosta (1.333), seguita dal Trentino (3.695) e dal Molise (6.388).
Di fronte a questa situazione i nostri governanti dovrebbero chiedersi: com’è possibile che a fronte di circa 5 milioni individui che vivono in povertà assoluta e ad altri 9 milioni che sono a rischio di esclusione sociale le richieste del Rdc siano poco più di un milione? Ad oggi nessuna riflessione è stata fatta, ma forse è chiedere troppo in un’epoca di selfie e fakenews.
Ecco tre possibili spiegazioni, ma di sicuro c’è ne sono tante altre. La prima è che tra gli indigenti ci sono tanti finti poveri e, di conseguenza, altrettanti piccoli evasori fiscali. La seconda ipotesi è che tanti indigenti pur di racimolare il minimo indispensabile per sopravvivere sono disposti a lavorare ‘a nero’ o, se si tratta di imprenditori o professionisti a non dichiarare tutto il ricavato delle loro micro-attività. Oppure il meccanismo di accesso al Rdc è così stringente che in tanti hanno rinunciato per l’esiguità dell’importo erogato o non hanno potuto fare la domanda. Tra questi ultimi di certo ci sono la gran parte del milione e mezzo di poveri stranieri stimato dall’Istat. Insomma, con il Rdc milioni di poveri rimarranno poveri, nonostante le esultanti affermazioni del vicepremier Luigi Di Maio.

Fonti: istat.it e inps.it


domenica 7 gennaio 2018

Il Reddito di inclusione creerà disuguaglianze anche tra i poveri

Sono 75.885 le domande presentate per usufruire del Reddito di inclusione, oltre sei su dieci sono istanze inoltrate dei cittadini residenti nelle regioni del Sud 

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Foto da sinistrainrete.info
Il Rei è una misura a sostegno delle famiglie più povere e riguarda i nuclei con minori, disabili, donne in gravidanza a quattro mesi dal parto e over 55 disoccupati. L’importo può variare da un minimo di 187 euro fino ad un massimo di 485 euro mensili (5.824,80 l’anno). Possono usufruirne le famiglie che hanno un Isee inferiore ai 6.000 euro ed un patrimonio (esclusa la prima casa) non superiore a 20.000 euro ed un valore mobiliare non superiore a 6.000 euro. Il 64,7% delle domande presentate dall’inizio di dicembre ad oggi proviene dalle regioni del Mezzogiorno, il 35,3% da quelle del Centro-Nord. Questo significa che oltre sei richieste su dieci provengono da cittadini del meridione. Il maggior numero di domande sono state trasmesse dalla Campania con 16.686 (22%), dalla Sicilia con 16.366 (21,4%) e dalla Calabria con 10.606 (14,0%). Questi dati comunicati dall’Inps non sorprendono, anzi sono un’ulteriore dimostrazione della condizione di povertà in cui vive una parte consistente della popolazione del Sud dell’Italia. Inoltre, la ripresa economica sottolineata con tanta enfasi dal presidente del Consiglio e dai principali esponenti del Partito democratico è così limitata che anziché ridurre le distanze sociali li sta incrementando sia a livello territoriale che tra le diverse categorie.
Foto da possibile.com
Secondo il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, le famiglie che dovrebbero beneficiare della misura sono circa settecentomila, dovrebbe interessare cioè ‘1,8 milioni di persone’ con la prospettiva di arrivare a luglio a circa ‘2,5 milioni di persone’. La cifra stanziata dal governo è di 1,7 miliardi, destinati a crescere fino a 2 miliardi l’anno, questo significa che in media saranno erogati circa 200 euro mensili. Per Tito Boeri è una somma insufficiente. ‘La soglia di povertà nelle grandi città del Nord – ha rilevato il presidente dell’Inps - è superiore agli 800 euro a persona, mentre quella nazionale è attorno ai 600 e che i poveri in Italia si stimano attorno ai 4,5 milioni’. Insomma, l’importo che sarà accreditato non solo non sarà adeguato per garantire una vita dignitosa a chi otterrà il contributo, ma esso non riguarderà tutti i poveri. Sembra un paradosso, ma il provvedimento creerà disuguaglianze anche tra gli indigenti. L’ingiustizia è ancora più odiosa se confrontiamo la condizione economica dei più bisognosi con quella di chi percepisce redditi e pensioni d’oro. In ogni caso queste forme di assistenza sono un’umiliazione ed una limitazione delle libertà per chi dovrà avvalersene. La povertà e l’esclusione sociale non si combattono con l’assistenzialismo, ma creando le condizioni che permettano a tutti di esercitare il diritto al lavoro sancito dall’articolo 4 della Costituzione italiana che, è bene ricordarlo, è entrata in vigore settant’anni fa.

Fonte: inps.it

sabato 8 luglio 2017

Voucher o libretto di famiglia?

Lunedì prossimo l’Inps attiverà la procedura per i nuovi contratti a prestazione occasionale e per i cosiddetti libretti di famiglia che sostituiranno i vecchi voucher, ma per la Cgil ad essere cambiato è solo il nome 

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Foto da quifinanza.it
Il Governo per impedire l’abuso dei voucher e soprattutto per evitare il referendum abrogativo proposto dalla Cgil li ha aboliti sostituendoli con il cosiddetto libretto di famiglia e con i nuovi contratti a prestazione occasionale, ma, realmente, quanto sono nuovi questi strumenti e quanto invece sono un semplice maquillage? Per capire meglio vediamo quali sono le principali novità.
Il libretto di famiglia è destinato alle persone fisiche ‘non nell’esercizio di un’impresa o di una libera professione’ e potrà essere utilizzato per retribuire i piccoli lavori domestici, l’assistenza domiciliare a bambini, persone anziane o ammalate o affette da disabilità e per l’insegnamento privato supplementare. All’inizio del 2018 saranno inclusi anche i servizi di baby sitting. Il compenso sarà corrisposto tramite un titolo simile ai voucher. L’importo di 10 euro l’ora comprenderà 8 euro di compenso al lavoratore, 1,65 euro di contributi Inps, 0,25 centesimi per l’assicurazione all’Inail e 0,10 centesimi di oneri gestionali.
Foto da lavoroediritti.com
Il contratto di prestazione occasionale riguarda invece la pubblica amministrazione, i liberi professionisti, le imprese, le associazioni ed altri enti di natura privata. Il datore di lavoro dovrà registrare se stesso ed il lavoratore, versare a titolo di anticipo quanto dovuto con il modello F24 o altra modalità di pagamento elettronico e comunicare l’avvenuta prestazione. A pagare il lavoratore, il quindicesimo giorno del mese successivo allo svolgimento della prestazione, provvederà l’Inps accreditando la somma netta sul conto corrente del lavoratore, sulla sua carta di credito o tramite bonifico domiciliato presso tutti gli uffici della Poste Italiane.
Il compenso minimo giornaliero non potrà essere inferiore a trentasei euro che corrispondono a quattro ore di lavoro. Per eventuali ore aggiuntive l’indennità non potrà essere inferiore a 9 euro l’ora, a cui si aggiungono 2,97 euro di contributi Inps, 0,32 centesimi per l'assicurazione all’Inail e l’1% come oneri di gestione.
Il tetto annuo per ciascun lavoratore, anche cumulando più datori di lavoro, è di 5.000 euro che si riducono a 2.500 euro se il prestatore lavora per lo stesso utilizzatore. Un altro limite è quello orario, infatti, la durata annua massima è di 280 ore. Inoltre, i lavoratori hanno diritto al riposo giornaliero e settimanale secondo quanto previsto in generale dall’ordinamento. I compensi non sono soggetti a tassazione Irpef e non incidono sullo stato di disoccupazione o inoccupazione. Nel settore agricolo possono essere utilizzati solo i titolari di pensione di vecchiaia o d’invalidità, i giovani con meno di 25 anni, i disoccupati o i percettori di reddito di inclusione o di altra prestazione di sostegno al reddito.

martedì 4 luglio 2017

Boeri: ‘Chiudere le porte agli immigrati ci costerebbe 38 miliardi’

‘I lavoratori che arrivano in Italia bilanciano in parte il calo delle nascite’, a sostenerlo è il presidente dell’Inps Tito Boeri nella ‘Relazione Annuale’ presentata stamane a Montecitorio  

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Tito Boeri - (foto da lapresse.it)
‘Chiudere le porte ci costerebbe 38 miliardi per i prossimi 22 anni’. Si avrebbero, infatti, trentacinque miliardi in meno di uscite, ma nello stesso tempo settantatre in meno di entrate. Insomma, gli immigrati non solo non ci rubano il lavoro, ma producono ricchezza e pagano tasse e contributi indispensabili per mantenere l’attuale sistema di previdenza sociale. ‘I lavoratori che arrivano in Italia – sottolinea Boeri - sono sempre più giovani, la quota degli under 25 è passata dal 27,5% del 1996 al 35% del 2015, e pertanto si tratta di 150.000 contribuenti in più l’anno, che bilanciano in parte il calo delle nascite’.
Barcone di immigrati - (foto da tg24.sky.it)
Con le ultime riforme la copertura degli ammortizzatori sociali è aumentata, ma la strada per garantire una vita dignitosa ai più deboli è ancora lunga. ‘Manca in Italia – sostiene il presidente dell’Inps – uno strumento universalistico per chi non ce la fa comunque a trovare lavoro al termine della durata massima dei sussidi di disoccupazione e, più in generale, per tutti coloro che finiscono in condizioni di indigenza’.
Nella relazione si evidenzia anche un uso distorto della Cig. Delle 350mila imprese che hanno usufruito della Cassa integrazione durante la crisi 2008 – 2016 hanno utilizzato questo strumento per più di un anno e un quinto di esse per cinque anni. ‘Difficile pensare – rileva Boeri – che si tratti di problemi temporanei, indubbio che siamo di fronte a un sussidio prolungato che riduce in modo continuativo il costo del lavoro di alcune imprese. Tutto questo ci dice che utilizziamo per periodi molto lunghi strumenti concepiti per affrontare crisi temporanee’.
Infine Boeri, oltre a rivendicare la gestione virtuosa dell’Istituto: ’Nel 2016 è costata 3.660 milioni di euro contro i 4.531 del 2012, all’indomani dell’incorporazione di Inpdap ed Enpals’ e poiché delle 440 prestazioni erogate dall’Istituto solo 150 di natura pensionistica, propone di cambiare nome all’Ente in: ‘Istituto nazionale della protezione sociale’.

lunedì 19 settembre 2016

Inps: nei primi sette mesi del 2016 calano le assunzioni stabili

I dati sui nuovi rapporti di lavoro nel settore privato pubblicati dall’osservatorio sul precariato dell’Inps evidenziano una diminuzione del 9,1% dei nuovi contratti a tempo indeterminato 

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Foto da rainews.it
Le assunzioni nel periodo gennaio-luglio 2016 sono state 3.428.000, con una riduzione rispetto allo stesso periodo del 2015 di 383.000 unità (-10%). La diminuzione più consistente riguarda i contratti stabili (-9,1%), mentre quelli a tempo determinato si sono ridotti del 6,9%. Il ricorso ai voucher (buoni per il lavoro accessorio dal valore nominale di 10 euro) è aumentato del 36,2% rispetto al +73% di un anno prima.
La differenza tra assunzioni e cessazioni del periodo (+805.000) rimane positiva rispetto al 2014 (+703.000), ma è inferiore rispetto al 2015 (+938.000). Su base annua il saldo complessivo a luglio 2016 è positivo ed è pari a +488.000, per quelli a tempo indeterminato è pari a +541.000.
Foto da economia.ilmessaggero.it
Nei primi sette mesi del 2016 sono stati stipulati 972.946 contratti a tempo indeterminato (comprese le trasformazioni di contratti a termine e di apprendistato) a fronte di 896.622 cessazioni di contratti stabili, con un saldo positivo per 76.324 unità. Il dato è peggiore dell'83,5% rispetto a quello dello stesso periodo del 2015, ma anche del dato riferito al 2014 quando non c'erano sgravi ed il saldo sui rapporti a tempo indeterminato era positivo per 129.163 unità.
Il calo, secondo l’Istituto previdenziale, è dovuto ‘al forte incremento delle assunzioni a tempo indeterminato registrato nel 2015, anno in cui potevano beneficiare dell'abbattimento integrale dei contributi previdenziali a carico del datore di lavoro per un periodo di tre anni. Analoghe considerazioni possono essere sviluppate per la contrazione del flusso di trasformazioni a tempo indeterminato (-36,2%)'.

martedì 13 settembre 2016

Tito Boeri: ‘Il problema è l’equità, non la sostenibilità’

Il presidente dell’Inps in un’intervista rilasciata alla trasmissione di Raitre Presadiretta ha ribadito che il problema del sistema pensionistico italiano è l’equità

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Tito Boeri - (foto da gossip.libero.it)
‘Il problema vero che abbiamo oggi in Italia è quello dell'equità e non quello della sostenibilità finanziaria del nostro sistema pensionistico’. Questo è quanto ha dichiarato il presidente dell’Inps Tito Boeri alla trasmissione di Raitre Presadiretta.
Ed ancora: ‘Ci sono delle persone che oggi hanno dei trattamenti pensionistici, o hanno dei vitalizi, come nel caso dei politici, che sono del tutto ingiustificati alla luce dei contributi che hanno versato in passato. Abbiamo concesso per tanti anni questo trattamento privilegiato a queste persone. Per chi ha degli importi molto elevati di prestazioni,  non è il caso di chiedere loro un contributo che potrebbe in qualche modo rendere, alleggerire i conti previdenziali? Ci permetterebbe di fare qualche operazione di redistribuzione, per esempio andare ad aiutare quelle persone che sono in quella fascia di età prima della pensione che sono in condizione di povertà, oppure potremmo concedere maggiore flessibilità in uscita verso il sistema pensionistico. Ecco sono tutte operazioni che si possono fare in quest’ambito. Legare contributi e prestazioni, questo è il vero problema di fondo’.
Roberto Iacona - (foto da presadiretta.rai.it)
Ad incidere sui conti dell’Istituto sono anche le truffe. Nel solo 2015 sono stati scoperti 30mila posizioni di falsi lavoratori. Con il nuovo sistema, introdotto con l’arrivo di Tito Boeri, gli illeciti vengono scoperti in tempo reale. ‘Viene fuori – ha spiegato il presidente dell’Inps - una cifra di 150 milioni di prestazioni che noi avremmo erogato indebitamente, quindi sprecando delle risorse pubbliche. L'Inps eroga - ha aggiunto Boeri - delle prestazioni per conto dello Stato. Quindi fin quando lo Stato italiano non dovesse fallire, poniamo pure che l'Inps fallisse, e non fallirà vi assicuro, però ci sarà sempre lo Stato italiano. Se c'è qualcosa di cui le persone si devono preoccupare non sono i conti dell'Inps ma sono i conti dello Stato italiano, il debito pubblico’.

giovedì 7 aprile 2016

Tito Boeri e la battaglia ‘persa’ contro i privilegi previdenziali

Gli ultimi dati pubblicati dall’Inps sulle pensioni liquidate prima del 1980 evidenziano un sistema previdenziale squilibrato a cui Tito Boeri, attuale presidente dell’Ente, sta tentando, inutilmente, di porre rimedio

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Tito Boeri
In Italia ci sono oltre 474.000 pensioni liquidate prima del 1980, ci sono cioè cittadini che percepiscono l’indennità da oltre 36 anni. Il dato comunicato dall’Inps riguarda gli assegni di vecchiaia, compresi quelli di anzianità, e ai superstiti del settore privato. Non contiene le pensioni d’invalidità civile, quelle sociali ed i trattamenti degli ex dipendenti pubblici.
Gli assegni corrisposti per invalidità previdenziale sono 439.718 (44,5 l’età di decorrenza), per le pensioni sociali 24.308 (33 anni l’età media alla decorrenza) e 96.973 per le pensioni agli invalidi civili (23,21 anni l’età alla decorrenza). Non sono comprese in questi dati le cosiddette ‘pensioni baby’ del pubblico impiego, di coloro, cioè, che sono usciti dal lavoro prima del 1992 con almeno 14 anni, sei mesi e un giorno di contributi se donne sposate con figli.
Nel settore privato le pensioni di vecchiaia con decorrenza antecedente al 1986 sono oltre 800.000, mentre quelle ai superstiti sono 527.000. L’età media era rispettivamente di 55 anni per le donne e di 60 per gli uomini. Nel 2015, invece, le pensioni liquidate per anzianità sono state 238.400 con un’età media alla decorrenza di 62,55 anni, mentre per quelle ai superstiti sono state 173.378 con un’età media alla decorrenza di 73,89 anni.
Di fronte a questi dati è intervenuto il presidente dell’Inps, Tito Boeri, che ha dichiarato: ‘Siccome son state fatte delle concessioni eccessive in passato e queste concessioni eccessive oggi pesano sulle spalle dei contribuenti credo che sarebbe opportuno andare per importi elevati a chiedere un contributo di solidarietà per i più giovani e anche per rendere più facile a livello europeo questa uscita flessibile’.
La risposta del ministro del lavoro, Giuliano Poletti non si è fatta attendere:’ Il contributo di solidarietà oggi sulle pensioni alte c’è già, dovrà essere valutato se confermarlo in quella maniera o diversamente, ma non credo che ci sia nulla allo studio. Vedremo cosa fare sulla flessibilità’.
Insomma, la battaglia intrapresa da Tito Boeri sembra ‘persa’ in partenza, come tutte quelle combattute in Italia quando si toccano i privilegi della ‘Casta’ o di quei cittadini che in passato hanno potuto usufruire di diritti che oggi sono finanziariamente insostenibili. 

martedì 16 febbraio 2016

Inps: nel 2015 sono stati creati 606.000 nuovi posti di lavoro

Lo scorso anno il saldo tra assunzioni e licenziamenti è stato positivo per 606mila unità, a sostenerlo è il rapporto pubblicato dall’Osservatorio sul precariato dell’Inps 

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Nel 2015 il numero complessivo di assunzioni nel settore privato è stato di 5.408.804, in crescita dell’11% sul 2014 e del 15% sul 2013. Le nuove attivazioni sono state oltre 2,4 milioni, quelle che beneficiano dell’esonero contributivo sono state 1,4 milioni, cioè il 61% del totale e sono il doppio rispetto al 2014.
A livello territoriale gli incrementi più significativi sono stati nel Nord del paese con un incremento delle assunzioni a tempo indeterminato del 13,2%, mentre nel Centro sono cresciute del 12,3%, al Sud del 7,7% e nelle Isole del 4,0%.
L’aumento è stato determinato principalmente dai contratti a tempo indeterminato, cresciuti di 764mila unità rispetto al 2014, con un incremento del 47%. Stabili, invece, i contratti a tempo determinato, mentre le assunzioni in apprendistato sono diminuite del 20%.
I contratti a tutele crescenti introdotti con il Jobs act hanno beneficiato degli sgravi contributivi di 8.060 euro annui previsti nella Legge di stabilità. Al loro aumento hanno concorso, infatti, sia le nuove assunzioni che le trasformazioni di contratti già preesistenti (+50% per i contratti a tempo determinato e +23% per quelli in apprendistato). Diminuite invece di 158mila unità le altre tipologie di contratti (tempo determinato, intermittente, apprendistato e somministrazione).
Soddisfazione per i dati pubblicati dall'Inps ha espresso il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, che ha twittato: ‘+764mila contratti stabili nel primo anno di #jobsact. Amici gufi, siete ancora sicuri che non funzioni?’.

martedì 19 gennaio 2016

Inps: aumentano i contratti fissi, record di voucher in Sicilia

Nei primi undici mesi del 2015 si registrano oltre 2,1 milioni di assunzioni a tempo indeterminato, mentre le cessazioni sono state 1,525 milioni, boom di voucher in Sicilia

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Secondo i dati comunicati dall’Osservatorio sul precariato dell’Inps tra gennaio e novembre 2015 il numero complessivo di assunzioni nel settore privato è stato di +444.409, cioè il +9,7%. A crescere son stati innanzitutto i contratti a tempo indeterminato (+37%), mentre quelli a termine sono aumentati dell’1,5%, sono invece diminuite le assunzioni in apprendistato (-44.314, cioè -20%). Le trasformazioni dei contratti a termine con quelli a tempo interminato sono state 469.351, con un aumento, rispetto al 2014, del 25,7%.
A livello territoriale i cambiamenti più rilevanti sono avvenuti nelle regioni del Nord, in particolare in Friuli Venezia Giulia, Veneto e Lombardia.
La variazione netta, cioè il saldo tra assunzioni e cessazioni, ha fatto registrare un miglioramento significativo, con un incremento di 365mila unità. A crescere sono stati i contratti a tempo indeterminato, (oltre 450mila in più) mentre sono diminuiti quelli in apprendistato ed a termine.
L’esonero contributivo ha inciso sul totale dei nuovi rapporti di lavoro a tempo interminato. Sulle nuove assunzioni, che sono state 1.640.630 e le trasformazioni 388.454, esso è stato richiesto per 1.159mila rapporti di lavoro, di cui 889mila sono nuove assunzioni e 269mila sono trasformazioni.
L’Osservatorio ha rilevato anche il notevole incremento dei cosiddetti ‘voucher’. Si tratta di strumenti che consentono ai datori di lavoro di regolarizzare il lavoro di tipo accessorio, cioè il lavoro occasionale. I ‘buoni lavoro’ venduti nei primi undici mesi del 2015 sono stati 102.421.084. Rispetto allo stesso periodo del 2014, l’incremento medio nazionale è stato del 67,5% (61.129.111), la regione che ha fatto registrare l’aumento maggiore è stata la Sicilia con il 97,4%, seguita dalla Liguria (+85,6%), dall’Abruzzo (+83,1%) e dalla Puglia (+83%).