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lunedì 24 maggio 2021

Mario Draghi dice no alla 'tassa sui ricchi’

Mario Draghi boccia la proposta del segretario del Partito democratico di tassare le successioni dei grandi patrimoni

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Mario Draghi e Enrico Letta
(foto da theitaliantimes.it)

L’iniziativa del segretario del Partito democratico non è una novità. Non si tratta di una nuova imposizione fiscale, ma di reintrodurne una che era stata cancellata dal governo di Silvio Berlusconi.

Un'imposta del 20% sulle successione oltre i 5 milioni di euro per finanziare progetti per l’occupazione dei giovani. Questa è in sintesi la sua proposta. Il presupposto di Enrico Letta è semplice. Molti neodiplomati o neolaureati fanno fatica a trovare lavoro e spesso sono costretti ad emigrare o peggio ancora a non trovare una occupazione stabile.

Lo Stato deve invertire questa tendenza. Occorre dare un'opportunità di impiego a chi intende restare nel nostro paese. Ecco alcune proposte concrete. Portare l’obbligo scolastico a 18 anni. Finanziare gli studi universitari a chi non può permetterselo. Investire nella ricerca e nelle startup. E così via.  

Tutto questo ha un costo e, secondo il segretario democratico, non può e non deve essere coperto ricorrendo ad altro debito pubblico. Finirebbe per gravare sul futuro dei giovani che si vogliono aiutare. Una tassazione sulle successione dei ‘ricchì’ sarebbe la soluzione. Non solo. Sarebbe anche giusta da un punto di vista etico. Le eredità milionarie servono a garantire un privilegio. Ad accrescere cioè disuguaglianze ed ingiustizie. Sarebbero, inoltre, la principale causa delle migrazioni di giovani verso città e paesi che invece sono felici di accogliere italiani capaci e preparati che nel nostro paese non trovano lavoro.

La proposta di Enrico Letta è una goccia in un oceano di ingiustizie, eppure Mario Draghi ha detto di no. Che non è il momento di chiedere ma di dare. Strano modo di ragionare quello del presidente del Consiglio. Di cosa ha bisogno uno che ha ereditato un patrimonio milionario o addirittura miliardario?

Gli oltre 43 mila euro di debito pubblico che gravano su ogni italiano non fanno nessuna differenza tra il disoccupato ed il ricco, quello è un ‘fardello’ uguale per tutti, non distingue cioè tra il benestante ed il povero, tra l’anziano ed il giovane, è una ‘montagna’ che pesa indifferentemente su tutti, neonati compresi.

Oggi è un debito sostenibile perché i tassi di interesse che dobbiamo pagare ogni anno sono ‘insignificanti’, si fa per dire, ma quando questi torneranno a crescere chi dovrà sopportarne le conseguenze? Non c’è bisogno di essere un indovino per capire che saranno soprattutto i giovani, in particolare quelli che hanno un lavoro precario e malpagato, ma per il nostro premier non è il momento di chiedere ma di dare.

Quando c’è da prendere siamo tutti uguali, quando c’è da pagare emergono le differenze. Tutto, ovviamente, senza se e senza ma.

lunedì 23 luglio 2018

Il deputato assenteista del M5S

A chi non piacerebbe fare il deputato per quattro giorni al mese, guadagnare 15.000 euro e passare il resto del tempo in barca a vela? 

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Andrea Mura - (foto dal profilo facebook)
Il 4 marzo scorso molti italiani hanno dato il loro consenso al M5S nella convinzione che i nuovi parlamentari avrebbero intrapreso una strenua lotta alla povertà ed ai privilegi di deputati, senatori, portaborse e boiardi di Stato. Ad oggi l’unico provvedimento di rilievo è stato il taglio dei vitalizi a 1.338 deputati, altri 67 non saranno ricalcolati (in tutto sono 1.445). E’ bene precisare che queste rendite erano state abolite dal precedente governo e che l’atto approvato pochi giorni fa per volontà del presidente della Camera dei deputati, Roberto Fico, ha solo ridotto l’indennità a chi già percepisce questo assegno e la cui decurtazione è condizionata all’esito dei ricorsi.
Per il resto siamo ancora alle buone intenzioni. Anzi in qualche caso stiamo assistendo alle stesse ‘malefatte’ dei governi precedenti. Pochi giorni fa Assia Montanino 26 anni, grillina di lungo corso e corregionale del leader del Movimento è stata assunta al ministero da Luigi Di Maio. Percepirà 70.000 euro l’anno. 'Illazioni inaccettabili, ho diritto a due stipendi. Mi sono guadagnata stima lavorando sodo', ha dichiarato la neoassunta. Alla faccia di chi perde tempo nello studio e si prodiga a fare concorsi pubblici anziché iscriversi ad un partito o ad un movimento politico come si chiamano ora.
‘Io assenteista? No deputato-testimonial. Non devo scaldare i banchi, io do visibilità alle battaglie ecologiche, alla Camera quattro giorni al mese e poi la vela’. Non è uno scherzo è quanto ha dichiarato a La Nuova Sardegna il neo deputato del M5S, Andrea Mura. Lo Stato italiano gli paga 15.000 euro al mese, ma invece di lavorare va in barca e lo rivendica senza vergognarsi. In Parlamento ha il record di assenze, oltre il 96% dall’inizio della legislatura. Il dato si riferisce alle votazioni elettroniche precisa OpenParlamento, cioè 8 volte su 220 votazioni.
Il deputato grillino, velista dal 2011, ha aggiunto: ‘Io l’ho detto fin dall’inizio, anche in campagna elettorale, che il mio ruolo, più che quello di parlamentare, sarebbe stato quello di testimonial a difesa degli oceani. D’altronde ci sono un sacco di parlamentari che vanno alla Camera e passano il loro tempo a farsi i selfie in aula. Io no, ho altro da fare".
Non sorprende che ci siano parlamentari ‘particolarmente’ assenteisti. Niccolò Ghedini, senatore ed avvocato di Silvio Berlusconi, nella passata legislatura praticamente non è mai andato in Parlamento (0,85% di presenze a Palazzo Madama). Quello che meraviglia di questa notizia è che ad essere dichiaratamente assenteista è un grillino e che il Movimento paladino della lotta ai privilegi era a conoscenza di questa situazione, ma nonostante ciò ha consentito la sua elezione. Insomma, siamo alle solite, altro che 'governo del cambiamento'. 

Fonti: lanuovasardegna.it, OpenParlamento

giovedì 7 aprile 2016

Tito Boeri e la battaglia ‘persa’ contro i privilegi previdenziali

Gli ultimi dati pubblicati dall’Inps sulle pensioni liquidate prima del 1980 evidenziano un sistema previdenziale squilibrato a cui Tito Boeri, attuale presidente dell’Ente, sta tentando, inutilmente, di porre rimedio

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Tito Boeri
In Italia ci sono oltre 474.000 pensioni liquidate prima del 1980, ci sono cioè cittadini che percepiscono l’indennità da oltre 36 anni. Il dato comunicato dall’Inps riguarda gli assegni di vecchiaia, compresi quelli di anzianità, e ai superstiti del settore privato. Non contiene le pensioni d’invalidità civile, quelle sociali ed i trattamenti degli ex dipendenti pubblici.
Gli assegni corrisposti per invalidità previdenziale sono 439.718 (44,5 l’età di decorrenza), per le pensioni sociali 24.308 (33 anni l’età media alla decorrenza) e 96.973 per le pensioni agli invalidi civili (23,21 anni l’età alla decorrenza). Non sono comprese in questi dati le cosiddette ‘pensioni baby’ del pubblico impiego, di coloro, cioè, che sono usciti dal lavoro prima del 1992 con almeno 14 anni, sei mesi e un giorno di contributi se donne sposate con figli.
Nel settore privato le pensioni di vecchiaia con decorrenza antecedente al 1986 sono oltre 800.000, mentre quelle ai superstiti sono 527.000. L’età media era rispettivamente di 55 anni per le donne e di 60 per gli uomini. Nel 2015, invece, le pensioni liquidate per anzianità sono state 238.400 con un’età media alla decorrenza di 62,55 anni, mentre per quelle ai superstiti sono state 173.378 con un’età media alla decorrenza di 73,89 anni.
Di fronte a questi dati è intervenuto il presidente dell’Inps, Tito Boeri, che ha dichiarato: ‘Siccome son state fatte delle concessioni eccessive in passato e queste concessioni eccessive oggi pesano sulle spalle dei contribuenti credo che sarebbe opportuno andare per importi elevati a chiedere un contributo di solidarietà per i più giovani e anche per rendere più facile a livello europeo questa uscita flessibile’.
La risposta del ministro del lavoro, Giuliano Poletti non si è fatta attendere:’ Il contributo di solidarietà oggi sulle pensioni alte c’è già, dovrà essere valutato se confermarlo in quella maniera o diversamente, ma non credo che ci sia nulla allo studio. Vedremo cosa fare sulla flessibilità’.
Insomma, la battaglia intrapresa da Tito Boeri sembra ‘persa’ in partenza, come tutte quelle combattute in Italia quando si toccano i privilegi della ‘Casta’ o di quei cittadini che in passato hanno potuto usufruire di diritti che oggi sono finanziariamente insostenibili.