lunedì 19 aprile 2021

Super League? A noi bastava un super Santos bucato

Nasce la Super League, ossia una competizione destinata solo ad alcuni tra i club europei più ricchi e potenti e che ha come fine solo quello di aumentare gli incassi e tutelare le squadre fondatrici da eventuali défaillance sportive

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Il Grande Torino - (foto di @bolognari)

Sono dodici i club europei che hanno annunciato di aver raggiunto un accordo per costruire la Super League. I fondatori sono: il Milan, l’Inter, la Juventus, l’Arsenal, l’Atletico Madrid, il Real Madrid, il Chelsea, il Tottenham, il Manchester United, il Manchester City, il Liverpool ed il Barcellona. A questi club se ne aggiungeranno altri tre prima dell’inizio della competizione. Altri cinque cambieranno da stagione in stagione. In tutto saranno 20.

Non ci sono squadre della Germania, della Francia, dell’Olanda, del Portogallo, etc. Alcuni grandi giocatori ed allenatori hanno già detto che lasceranno i club che hanno aderito al nuovo torneo. Contro l’iniziativa si sono espresse la Uefa, l’Eca e la Fifa.

La nuova competizione è stata voluta fortemente dal presidente della Juventus Andrea Agnelli. Il suo è il ragionamento di un uomo che è nato ricco e che non accetta la possibilità che si possa essere bravi anche se non si dispone di risorse finanziarie illimitate. Chissà cosa avrebbe detto l’avvocato Gianni Agnelli e cosa ne pensano Silvio Berlusconi e Massimo Moratti.

Prima i soldi, poi lo sport. Il potere nel Calcio non può essere dei 'poveri'. Solidarietà e meritocrazia sono parole obsolete per i grandi club di Spagna, Italia e Inghilterra. Solo chi ha più tifosi e risorse conta. La ridistribuzione equa degli introiti miliardari derivanti dai diritti televisivi è, per loro, un peso insopportabile. È la legge del più forte o, almeno, di chi si sente tale.

Lo sport come inclusività e solidarietà è, per questi ‘paperoni’, un valore superato. È l’addio al calcio dilettantistico ed a quello amatoriale, quello dei campetti di provincia o di periferia che praticavamo da adolescenti e che ci ha fatto amare questo gioco. Oggi contano solo i club dei più ricchi. Tutto il resto è ‘inutile’ e superfluo. È il passato.

Il paradosso è che si tratta di società che dispongono già di ingenti risorse finanziare. Club che continuano a spendere di più di quanto incassano e che, spesso, lo fanno a debito. Non solo. Esse hanno il supporto di grandi multinazionali pronte a coprire le ingenti perdite accumulate. 

L’avidità non ha limiti.

C’è un’altra stranezza. Alcuni di questi club sono di proprietà di miliardari stranieri. Il loro scopo è fare speculazioni finanziarie. Utilizzano lo sport per ottenere riconoscimenti e fama e per continuare ad accumulare ricchezza.

Ma tutto questo ai ricchi non basta.

La nuova Super League è la sublimazione del capitalismo e delle sue disuguaglianze. E non è un caso che a volerla siano pochi miliardari privilegiati che, tra l’altro, non hanno nessun merito sull’accumulazione spropositata della loro ricchezza. Ma forse è proprio questo che li spinge ad essere egoisti. Chi non ha mai vissuto nella privazione non può capire né tantomeno accettare i principi di solidarietà ed altruismo.

A noi bastava poco. La strada o il cortile erano il campo da gioco, due sassi i pali delle porte, un super Santos sgonfio o bucato era il pallone. Nient’altro. Era allegria e spensieratezza. Era poesia, era il gioco del calcio. Chi non ha vissuto l'adolescenza nei campetti di periferia non può capire.

Se lo sport perde la sua essenza, allora resteranno solo i soldi. Diventerà uno sport di élite, per pochi come il golf o il Polo.

Se la Super League sarà questo, allora sarà meglio passare ad altro.

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