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giovedì 14 ottobre 2021

Le disuguaglianze non sono casuali

'Siete proprio come vi vogliono i padroni: servi, chiusi e sottomessi. Se il padrone conosce 1000 parole e tu ne conosci solo 100 sei destinato ad essere sempre servo', don Lorenzo Milani

di Giovanni Pulvino

Nelson Mandela - (foto da facebook.com)

I livelli di istruzione e partecipazione nel nostro Paese sono tra i più bassi in Europa. A certificarlo è l’Istat. I laureati in Italia sono il 20,1% della popolazione, mentre nel Vecchio continente sono il 32,8%. Ampie sono anche le differenze sul territorio nazionale. Nel Mezzogiorno sono il 16,2%, al Nord sono il 21,3% ed al Centro il 24,2%.

L’Istituto di statistica registra un’analoga distanza con la quota di popolazione che ha almeno un diploma. Nell’Unione europea a 27 sono il 79,0%, nel nostro Paese il 62,9%. Le disparità sono evidenti anche tra il Nord ed il Sud Italia. Nel Meridione solo il 38,5% di adulti ha il diploma di scuola superiore, mentre nel Nord e nel Centro sono circa il 45%. Nel 2020 i giovani che hanno abbandonato gli studi sono stati il 13,1%. Il maggior numero, cioè il 16,3%, è stato registrato nel Mezzogiorno, l’11,0% al Nord e 11,5% al Centro.

L’abbandono scolastico, sottolinea l’Istituto di ricerca, è maggiore tra gli studenti i cui genitori hanno conseguito solo la licenza media o che esercitano una professione non qualificata oppure non hanno un’occupazione stabile.

Il report dell’Istat è una ulteriore conferma dell’esistenza delle ingiustizie e delle disuguaglianze sia a livello continentale che sul territorio nazionale. I giovani meridionali come i loro padri non hanno le stesse opportunità formative e professionali dei loro coetanei del centro e del nord del Paese.

Il livello di istruzione ha anche implicazioni politiche e sociali. Per i populisti ed i sovranisti tanto più basso è il livello culturale dei cittadini tanto più facile sarà per loro ottenerne il consenso. La crescita culturale è indispensabile per il progresso civile di una comunità, ma questa non potrà esserci se non sarà accompagnata da una riduzione delle ingiustizie e delle disuguaglianze economiche e sociali.

Fonte istat.it

sabato 28 agosto 2021

Isis, solo odio e morte, ma perché?

Non sono i primi e non saranno gli ultimi. Sacrificare la propria esistenza per causare stragi e lutti fa parte del cammino dell’uomo. È inevitabile, ma che senso ha?

di Giovanni Pulvino

'Segui i tuoi sogni' - Opera di Bansky 
(foto da it.blastingnews.com)
La strage all’aeroporto di Kabul del 26 agosto è indicibile. Circa 200 morti e altrettanti feriti, ma perché? Erano uomini, donne e bambini che non facevano male a nessuno. La vita è una, non c’è una seconda volta, allora perché?

Sono decenni che i terroristi dell’Isis compiono attentati kamikaze con il solo scopo di uccidere persone innocenti. È una corsa a togliere la vita, ma qual è il loro scopo?

La fede religiosa è solo un pretesto, nessun Dio può volere la morte di un essere umano.

E nessun ideale politico può propugnare la morte del suo popolo. È una contraddizione in termini.

E non ci possono essere spiegazioni sociologiche o economiche. L’odio e la violenza sui civili inermi aumentano le ingiustizie anziché impedirle. Le disuguaglianze si riducono con la crescita culturale e civile di un popolo. 

Allora, perché? Non abbiamo una seconda alternativa, si nasce e si muore una volta sola. Cosa spinge questi uomini e queste donne a togliersi la vita per negarla ad altri? Quanto odio c’è nei loro cuori per dare la morte ad un bambino che pochi secondi prima di premere l’innesco esplosivo hai guardato negli occhi e magari gli hai fatto un sorriso?

Cos’hanno concluso? Nulla, se non aver causato dolore e sofferenza in chi resta, ma anch’esse sono memorie a termine, destinate ad avere una fine.

Non c’è e non ci può essere una motivazione. Togliere la vita non ha senso, mai. Non siamo indispensabili, il mondo andrà avanti anche senza di noi e malgrado noi. Allora perché uccidere?

Questi atti mostrano la precarietà della vita e l’irrazionalità dei nostri gesti, il cammino dell’uomo è incerto e breve, oltre non c’è nulla.

E non è una questione di potere. Piuttosto è paura. Incutere terrore per non mettersi in discussione. Per non vedere i propri limiti e le proprie frustrazioni. 

Come sono tristi questi uomini e queste donne che si autodistruggono. Sono esistenze a perdere, nient’altro. Uccidono perché sono incapaci di vivere. Odiano le donne perché non sanno amarle. Tolgono la vita ai loro figli perché non hanno un futuro su cui credere.

Eppure, fanno parte della storia dell’uomo. Non sono i primi e non saranno gli ultimi. Sacrificare la propria esistenza per causare stragi e lutti fa parte del nostro cammino. È inevitabile.

Sono solo odio e morte, ma sono destinati a passare, come tutto come tutti, allora perché?

 

lunedì 20 gennaio 2020

I ricchi sono sempre più ricchi

‘La ricchezza globale rimane concentrata al vertice della piramide distributiva’, a dirlo è il rapporto pubblicato da Oxfam Italia

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Foto da oxfamitalia.org
‘L’1% più ricco deteneva a metà del 2019 più del doppio della ricchezza netta posseduta da 6,9 miliardi di persone’. Questo è quanto afferma il rapporto Time to care pubblicato da Oxfam Italia. Ed ancora, ‘2.253 persone detenevano più ricchezza di 4,6 miliardi di persone’, cioè circa il 60% della popolazione globale. ‘Il patrimonio di 22 persone più facoltose è superiore alla ricchezza di tutte le donne africane’.
In Italia, l’1% più ricco ‘superava quanto detenuto dal 70% più povero’. Il 10% possedeva ‘oltre 6 volte la ricchezza del 50% più povero’. Il 20% più ricco detiene il 69,8% della ricchezza nazionale netta, mentre il 60% più povero detiene il 13,3%.
L’ascensore sociale è fermo. ‘I ricchi sono figli di ricchi ed i poveri figli di poveri’. Un terzo dei figli di genitori più poveri è destinato a rimanere tale, mentre il 58% di quelli i cui genitori appartengono al 40% più ricco manterrà la posizione di privilegio. 
Il lavoro è sempre più precario e mal retribuito. Oltre il 30% dei giovani occupati guadagna meno di 800 euro lordi al mese. Il 13% è working poor. Nel mondo ‘il 46% di persone vive con meno di 5,50 dollari al giorno’.
Il 42% delle donne non può lavorare perché deve farsi carico della cura di familiari. Le donne spesso sono sottopagate e con orari di lavoro irregolari. A livello globale impiegano ‘12,5 miliardi di ore di lavoro non retribuito al giorno’.
Insomma, il Rapporto conferma ancora una volta che abbiamo creato un mondo fatto di ingiustizie, dove milioni di persone vivono in povertà, mentre le diseguaglianze sociali ed economiche anziché diminuire crescono, ma questa non è una novità.


sabato 22 dicembre 2018

Vittorio Sgarbi, pensionato a sua insaputa

‘I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria’, art. 38 della Costituzione italiana 


di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)


Vittorio Sgarbi - (Foto dal profilo facebook)

‘La pensione è un’obbligazione che consiste in una rendita vitalizia o temporanea corrisposta ad una persona in base ad un rapporto giuridico con l’ente o la società che è obbligata a corrispondere per la tutela del rischio di longevità o di altri rischi (invalidità, inabilità, superstiti, ecc.)’. Essa è stata istituita verso la fine dell’Ottocento per garantire una vita dignitosa a chi non era più in grado di lavorare. Ma, negli ultimi cinquant’anni, è diventata un coacervo di ingiustizie e, in alcuni casi, è un modo per accrescere l’arricchimento personale.

Il primo intervento legislativo che in Europa ha introdotto il sistema pensionistico è del 1889 su iniziativa del cancelliere tedesco Otto Von Bismarck. Negli Usa il ‘primo assegno‘ per quiescenza è stato pagato solo ‘il 1 giugno del 1940 a Ida May Fuller’. Nel 1898, nasce in Italia la ‘fondazione della Cassa nazionale di previdenza per l’invalidità e la vecchiaia degli operai’. L’iscrizione diventerà obbligatoria solo nel 1919. Nel 1933 l’Istituto prenderà il nome di Inps. La prima pensione sociale è stata erogata nel 1969.

Da allora è stato un susseguirsi di norme emanate per favorire l’accesso alla pensione. La legge più eclatante è stata quella relativa alle cosiddette pensioni baby che consentivano di andare in quiescenza dopo solo 14 anni, sei mesi ed un giorno di lavoro. Le riforme introdotte a partire dagli anni ’90 sono state approvate, invece, per ridurre la spesa pensionistica e per eliminare le storture esistenti, ma esse hanno finito per crearne di nuove. 

Oggi, la spesa complessiva per garantire le pensioni agli italiani ammonta a circa 270 miliardi di euro l’anno, vale a dire il 15% del Pil. Per gli uomini l’età minima per andare in quiescenza è di 66 anni e sette mesi. La pensione sociale è di circa 448 euro al mese che sale a circa 542 euro per coloro che hanno versato almeno 25 anni di contributi. Poi ci sono coloro che, invece, godono di un’indennità previdenziale ‘d’oro’, che va dai 5.000 ai 90.000 euro al mese.

E’ un sistema iniquo che nessuno riesce a riequilibrare. Di pochi giorni fa la notizia, passata quasi sotto silenzio, del pensionamento di Vittorio Sgarbi (66 anni). L’assurdità sta nel fatto che il deputato di Forza Italia e Sindaco di Sutri è in aspettativa dal 1985. La maggior parte dei suoi contributi previdenziali sono ‘figurativi’, cioè non versati, anche se valgono ai fini pensionistici. Ora percepirà un’indennità di quiescenza tra i 2.500 ed i 3.500 euro al mese. Sgarbi, che è stato condannato per assenteismo dal suo ufficio alla Sovrintendenza di Venezia, ha dichiarato al ilfattoquotidiano.it: ‘Ero sempre in aspettativa gratuita, non mi pagavano’. Ed ancora: ‘In effetti è incredibile. Primo: non l’ho chiesto, me l’hanno comunicato. Secondo: vado in pensione con la legge Fornero, ovvero le regole più severe per limite anagrafico’.

Il nostro è il Paese dove chi fa il furbo è premiato ed il sistema previdenziale è l’emblema delle ingiustizie. Con l'introduzione del calcolo contributivo e la prossima reintroduzione  delle pensioni di anzianità (quota 100), che consentiranno a tanti ma non a tutti di anticipare l’età pensionabile, le differenze e le iniquità tra i pensionati cresceranno.

Continueremo così ad avere pensionati con un’indennità di mezzo milione di euro lordi l’anno, pensionati baby (sono circa 800 mila coloro che percepiscono l’indennità da oltre 40 anni), pensionati con circa 448 euro al mese, pensioni di reversibilità anche a chi non ne ha bisogno, pensionati con due o più assegni previdenziali al mese, pensionati d’oro e pensionati che la pensione non la vedranno mai perché l’aspettativa di vita è una media ed è una probabilità statistica, e che, pertanto, questo è certo, non tutti arriveranno a 66 anni e sette mesi e comunque godranno dell’assegno di quiescenza per un periodo di anni inferiore rispetto a coloro che oggi sono in pensione.  

 

Fonte wikipedia.org

lunedì 22 gennaio 2018

‘La disuguaglianza … risolta dai bambini’

‘Lan, vietnamita, ogni giorno cuce centinaia di scarpe, ma non può comprarle a suo figlio, che vede una volta all’anno’

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Crescono le ingiustizie e le disuguaglianze, a sostenerlo è il rapporto ‘Ricompensare il lavoro, non la ricchezza’ pubblicato da Oxfam Italia. Nel 2017 ‘l’82% dell’incremento di ricchezza globale è finita nelle casseforti dell’1% della popolazione più ricca, mentre la metà più povera, ossia 3,7 miliardi di persone, non ha avuto nulla. Ogni due giorni nasce un nuovo miliardario, ma a farne le spese sono i più poveri’.


Il 20% più ricco della popolazione italiana deteneva a metà del 2017 il 66% della ricchezza nazionale. Nel periodo che va dal 2006 al 2016 il reddito disponibile lordo degli italiani più poveri è diminuito del 23,1%. L’incremento di ricchezza di azionisti e manager corrisponde ad un peggioramento dei salari e delle condizioni dei lavoratori.
I motivi delle crescenti disuguaglianze sono, secondo Oxfam, ‘la riduzione del costo del lavoro e dei diritti dei lavoratori, l’esternalizzazione lungo le filiere globali, la massimizzazione ad ogni costo degli utili d’impresa’. A pagare il nostro benessere sono i più poveri. Una di queste è ‘Lan, vietnamita, ogni giorno cuce centinaia di scarpe, ma non può comprarle a suo figlio, che vede una volta all’anno’.
Le proposte indicate nel rapporto per ridurre le differenze sono una ‘maggiore equità sociale, mettere un tetto agli stipendi dei top manager, proteggere i diritti dei lavoratori, aumentare la spesa pubblica ed adottare una maggiore progressività fiscale’.

Fonte: oxfamitalia.org



lunedì 18 dicembre 2017

Vitalizi e pensioni d’oro, simboli di ingiustizie e disuguaglianze

Il sistema capitalistico favorisce lo sviluppo economico, ma comporta anche privilegi ed iniquità, ne sono due esempi i vitalizi e le pensioni d’oro 

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Ex parlamentari che percepiscono il vitalizio
(foto da espresso.repubblica.it)
Le disuguaglianze tra le categorie sociali stanno crescendo per la diseguale distribuzione del reddito, ma anche per le modalità di erogazione e calcolo delle indennità  previdenziali. La mancata approvazione da parte del Parlamento della legge che intendeva limitare l’ammontare dei vitalizi degli ex parlamentari è un esempio di come il sistema non sappia autoregolarsi per correggere le iniquità. Ci sono ex deputati ed ex senatori che godono da decenni di indennità per oltre 5 mila euro netti al mese, mentre ci sono persone che sono costrette a vivere con pensioni di circa 500 euro al mese. Per non parlare dei futuri pensionati che andranno in quiescenza a quasi 70 anni e con indennità irrisorie. Inoltre, migliaia di ex dipendenti pubblici o ex manager di aziende private incassano ogni mese pensioni d’oro di oltre 10 mila euro. Il record spetta all’ex dirigente della Telecom, Mauro Sentinelli, che percepisce 91.337 euro al mese.
Mauro Sentinelli, ex manager Telecom, percepisce una pensione
d'oro di 91.337 euro al mese - (foto da ilsole24ore.com)
Eppure, per rendere il sistema più ‘giusto’, basterebbero poche e semplici regole. Innanzitutto mettere un limite alle indennità previdenziali. Inoltre, se un soggetto continua a lavorare ed ha un reddito adeguato perché deve percepire anche la pensione? Ci sono tanti lavoratori delle istituzioni, della politica, della televisione, dei giornali, etc... che continuano a svolgere la loro attività anche se sono in età avanzata e che, nonostante non abbiano bisogno di un sostegno economico, percepiscono, oltre alle indennità da lavoro, una o più pensioni. E’ una grande ingiustizia se confrontiamo queste situazioni con quelle di chi vive in condizioni di povertà assoluta, in Italia essi sono, secondo l’Istat, oltre quattro milioni e 598 mila individui. Non si tratterebbe di impedire, a chi vuole, di continuare a lavorare, ma di evitare che la pensione o le pensioni percepite diventino uno strumento di arricchimento, mentre quelle stesse risorse pubbliche potrebbero essere utilizzate per garantire una vita dignitosa a chi non lavora più o non può lavorare. La redistribuzione della ricchezza non è solo un  atto ‘etico’, ma anche una necessità del sistema economico. Se si vogliono evitare le crisi economiche occorre ridurre le disuguaglianze e le ingiustizie, ma questo ai nostri politici ed alla nostra classe dirigente interessa poco.

Fonti: espresso.repubblica.it e ilsole24ore.com

giovedì 24 agosto 2017

Con l’affaire Neymar i ‘Signori del calcio’ faranno un mucchio di soldi

I 600 milioni di euro pagati dal Psg per il calciatore Neymar non devono sorprendere perché rientrano nei meccanismi tipici del sistema capitalistico 

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Neymar - (foto da lastampa.it)
In molti si sono meravigliati della cifra (600 milioni di euro, 222 vanno al Barcellona, il resto tra ingaggi annuali, bonus e commissioni al calciatore) spesa da Qatar Sports Investment per l’acquisto del campione brasiliano, ma non è certo una novità, anche in passato ci sono stati passaggi di calciatori da una squadra all’altra con cifre via via crescenti e ritenute sempre iperboliche. Nel 2001 il giovanissimo Gianluigi Buffon passò dal Parma calcio alla Juventus per 100 miliardi di lire, cioè 54,2 milioni di euro, mentre il club torinese cedette nella stessa stagione Zinédine Zidane al Real Madrid per 150 miliardi di lire, cioè 75,5 milioni di euro ed un anno fa Paul Pogba è passato al Manchester United per 110 milioni di euro. Non deve meravigliare neanche la proposta, trapelata in questi giorni, del Manchester City che sembra voglia spendere 300 milioni di euro solo per il cartellino di Lionel Messi. Questi trasferimenti milionari di calciatori sono sempre avvenuti perché le società ritengono così di accrescere le possibilità di vittoria e di conseguenza generare maggiori profitti.
Foto da forum.rojdirecta.es
I club ‘vincenti’ sono quasi sempre quelli che spendono di più. Di certo le società con maggiori disponibilità finanziarie hanno sempre acquistato i cartellini dei calciatori più bravi dalle squadre cosiddette di ‘provincia’. Insomma, anche nel calcio a dettare legge è il capitale. Chi è ricco o benestante dispone di risorse finanziarie che utilizza per generare altra ricchezza. L’accumulazione del capitale si realizza anche quando l’investimento è finanziato da soggetti terzi, come le banche. L’acquisto di Neymar, quindi, non è uno sfizio o una follia, ma un investimento fatto per generare profitti. Il calcio, oltre ad essere uno sport popolare, è una vera e propria industria ed oggi esso è diventato il simbolo del capitalismo moderno. Il problema è che l'accumulazione del capitale crea disuguaglianze ed ingiustizie. Quello che meraviglia non è solo il fatto che questo avvenga, è sempre stato così, ma l’indifferenza con cui si accettano le disparità e le iniquità che ne derivano. Si afferma cioè come giusto e legittimo il principio secondo cui esso sia frutto di capacità personali. Ora, ammesso e non concesso che sia così, chi erediterà milioni o miliardi di euro che meriti ha? La risposta è nessuno, ma nonostante questo acquisirà privilegi che rimarranno tali per 'sempre' o per diverse generazioni, diventeranno cioè ingiustizie e disuguaglianze difficili da estirpare.

martedì 11 luglio 2017

L’1% delle famiglie possiede il 45% della ricchezza globale

Il rapporto pubblicato dal Boston Consulting Group sulla ricchezza finanziaria conferma la crescita delle disuguaglianze e del divario economico tra le classi sociali
di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)
Silvio Berlusconi e Flavio Briatore
(foto da notizie.virgilio.it)
Il numero di famiglie milionarie è cresciuto del 7%, a sostenerlo è la società di consulenza finanziaria BCG che ha pubblicato la 17esima edizione del report ‘Global Wealth 2017: Transforming the Client Experience’. Secondo il rapporto sono 18 milioni i nuclei familiari, cioè l’1% del totale, che posseggono il 45% della ricchezza globale. In Italia sono 307mila le famiglie che hanno investimenti in titoli di Stato, azioni, depositi e altri strumenti finanziari superiori ad un milione di dollari. L’1,2% delle famiglie possiede il 20,9% della ricchezza finanziaria, cioè 4.500 miliardi di dollari. Questa somma è destinata ad aumentare nei prossimi anni, nel 2021 il numero delle famiglie dovrebbe crescere fino a 433mila unità, con un percentuale che salirà all’1,6 e che possiederà una ricchezza del 23,9%, vale a dire quasi un quarto del totale.
Foto da fanpage.it
Insomma, cresce la concentrazione della ricchezza ed aumentano le disuguaglianze economiche e sociali. Nel mondo ci sono persone e famiglie che utilizzano per i loro bisogni solo una piccolissima parte della loro ricchezza ed altre che invece non posseggono nulla e che vivono con meno di un dollaro al giorno o addirittura muoiono di fame. Basterebbe impiegare il ‘superfluo’ della risorse finanziarie a disposizione dei super ricchi per consentire una vita dignitosa a miliardi di persone, invece si perpetuano le ingiustizie e le disuguaglianze.
In Italia sarebbe sufficiente un prelievo una tantum sui grandi patrimoni per risolvere i problemi di finanza pubblica che, negli ultimi anni, i vari governi di Centrosinistra si sono affannati a tenere sotto controllo, senza peraltro riuscirvi. Il debito pubblico continua a crescere ed oggi è di circa 2.200 miliardi di euro. Sarebbe sufficiente una piccola parte del ‘troppo’ che i nostri Peperoni posseggono per risanare il bilancio pubblico e consentire allo Stato politiche di investimenti che diano lavoro e dignità a chi oggi è disoccupato, precario o è un pensionato al minimo.
L’ingiustizia è anche nelle opportunità. Le possibilità di ascesa sociale non sono uguali per tutti, anzi oggi sono quasi del tutto inesistenti per i ceti meno abbienti. E’ assai probabile, infatti, che il figlio di un operaio diventi egli stesso un operaio o che il figlio di un disoccupato non riesca a trovare lavoro o diventi un precario, mentre il figlio di un magnate non si pone neanche il problema, l’unica sua preoccupazione è quella di spendere 'a piene mani' il patrimonio famigliare, ma per quanto possa sperperare sarà sempre una piccola parte del totale.