sabato 7 novembre 2015

‘Vitti ‘na crozza’ non è una canzone allegra

Sara Favarò nel suo libro ‘La messa negata, storia di Vitti ‘na crozza’ sostiene che la popolare canzone siciliana sia legata al mondo delle zolfatare e all’insensibilità della Chiesa cattolica 

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

‘Vitti ‘na crozza supra nu cannuni, fui curiusu e ci vosi spiari, idda m’arrispunnìu cu gran duluri, murivi senza toccu ri campani’.
Non c’è siciliano che non abbia intonato questa strofa almeno una volta ritenendola un canto d’amore, invece non è così. 'Vitti ‘na crozza' non è una canzone allegra, a sostenerlo nel suo libro ‘La messa negata, storia di Vitti ‘na crozza’ è Sara Favarò. La più celebre delle canzoni popolari siciliane narrerebbe una storia triste, legata al mondo delle zolfatare e alla scarsa ‘sensibilità’ mostrata dalla Chiesa cattolica per quanti perdevano la vita nelle miniere. 
Protagonista della canzone è ‘na crozza’, ossia un teschio che invoca degna sepoltura senza ottenerla e ‘u cannuni’ su cui sarebbe poggiato non è un pezzo di artiglieria bensì l’alterazione di ‘cantuni’, ossia l’ingresso della zolfatara.
Sara Favarò
“Pochi sanno che sono strofe drammatiche, che riportano al mondo delle zolfatare e ai minatori che morendo dentro le viscere della terra non erano degni di ricevere l’ultima benedizione in Chiesa”, sostiene la scrittrice siciliana. Fino agli anni Quaranta, la Chiesa cattolica negava la messa da morto per quanti perdevano la vita nelle miniere.
Tutto cambiò nel 1944 per opera di un sacerdote di Lercara Friddi, monsignore Aglialoro, che, a seguito della morte di undici minatori, decise di interrompere la tradizione e di dire messa scendendo giù nella cava per dare degna sepoltura a quanti non potevano essere esumati.
Al di là delle interpretazioni sul testo 'Vitti ’na crozza' racconta la ‘sicilianità’ che si manifesta nella rassegnazione di chi sa di non potersi riscattare e nello stesso tempo sa di essere legato ad una terra che opprime ma da cui è impossibile staccarsi, un cordone ombelicale che ti affama e ti inorgoglisce, che insieme è vita e morte come per i minatori sepolti vivi senza neanche un ‘tocco di campane’.