venerdì 28 luglio 2017

Dieci meridionali su cento vivono in condizioni di povertà assoluta

Le anticipazioni sul Rapporto Svimez 2017 segnalano un rischio povertà in Campania, Calabria e Sicilia triplo rispetto al resto del Paese

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Foto da orizzonte48.blogspot.com
Nel 2016 il Prodotto interno lordo nelle regioni meridionali è cresciuto dell’1%, in misura superiore rispetto al Centro-Nord (+0,8%), tuttavia, segnala lo Svimez, con questi ritmi il Mezzogiorno tornerà ai livelli pre-crisi solamente nel 2028, vale a dire dieci anni dopo al resto del Paese. Tra il 2001 ed il 2016 il Pil è diminuito al Sud del -7,2%, mentre è cresciuto nell’aria Ue a 28 del 23,2%. Il divario tornerà a crescere nei prossimi due anni, nel 2017 il Pil dovrebbe aumentare dell’1,1% al Sud e dell’1,4% nel Centro-Nord, mentre nel 2018 si prevede un aumento dello 0,9% al Sud e dell’1,2% al Centro-Nord. Lo scorso anno gli occupati sono cresciuti nel Mezzogiorno di 101mila unità, ma restano inferiori di 308mila unità rispetto al 2008 e circa dieci meridionali su cento vivono in condizioni di povertà assoluta.
Foto da quotidianodelsud.it
Negli ultimi quindici anni la popolazione del Sud è diminuita di 393mila unità, mentre nel Nord è aumentata di 274mila unità. Nello stesso periodo sono emigrati dal Mezzogiorno 1,7 milioni di persone, i rientri sono stati circa un milione, con una perdita netta di 716mila persone, di questi il 72,4% sono giovani con meno di 34 anni e 198mila sono laureati.
Le ragioni di questo divario economico e sociale sono indicate nel Rapporto: bassi salari, scarsa produttività, carente competitività e una limitata accumulazione della ricchezza. Inoltre, nel 2016 la spesa pubblica in conto capitale nel Sud ha toccato il punto più basso della sua storia, pari a tredici miliardi di euro, cioè lo 0,8% del Pil.
Per lo Svimez occorre flessibilità nel bilancio statale per rilanciare gli investimenti pubblici e porre il Mediterraneo al centro delle politiche nazionali. Il problema è lo sviluppo economico per il quale il Mezzogiorno non deve essere visto come un peso, ma come un’opportunità di crescita. Negli ultimi anni diversi interventi sono stati fatti dal Governo, ma, rileva lo Svimez, solo le ZES (Zone Economiche Speciali), attraendo investimenti esterni nell’area, possono favorire lo sviluppo del tessuto produttivo meridionale e ridurre il divario economico e sociale tra le diverse aree del Paese.