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giovedì 16 gennaio 2020

Le ingiustizie del sistema pensionistico italiano

L’Art. 53 della Costituzione italiana stabilisce: ‘Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività’

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Forto da miowelfare.it
Il sistema previdenziale italiano sta accentuando le differenze reddituali tra le classi sociali e tra le aree territoriali del Paese. Il report sulla spesa pensionistica nel 2018 pubblicato dall’Istat evidenzia, tra gli altri, due dati. Il primo riguarda le differenze d’importo tra le indennità erogate, il secondo il divario territoriale per tipo di pensione e spesa complessiva sostenuta dallo Stato italiano.
‘Ad un quinto dei pensionati con indennità più alte va il 42,4% della spesa complessiva’, mentre ‘al 20% dei redditi pensionistici più bassi va poco più del 5% della spesa’. Il 36,3% dei pensionati riceve mensilmente meno di 1.000 euro lordi, il 12,2% non supera 500 euro. Un pensionato su quattro percepisce un reddito lordo da pensione sopra i 2000 euro. I pensionati sono circa 16 milioni (il 26,6% del totale della popolazione italiana), mentre i trattamenti di quiescenza sono poco meno di 23 milioni. La spesa totale nel 2018 è stata di 293 miliardi di euro (+2,2% rispetto al 2017), cioè circa il 16,6% del Pil. Di questi 265 miliardi di euro (91% del totale) sono stati utilizzati per erogare pensioni IVS, cioè per invalidità, vecchiaia e superstiti. Le pensioni assistenziali (invalidità civile, pensioni sociali e di guerra), sono circa 4,4 milioni e costano ogni anno circa 23,8 miliardi di euro. Ogni 606 pensionati ci sono 1000 persone occupate, nel 2000 erano 683.
A livello territoriale più del 50% della spesa complessiva è stata erogata ai residenti nel Nord del Paese, il 27,8% nel Mezzogiorno e il 21,1% nel Centro. Questo significa che a maggiori opportunità occupazionali corrispondono ‘indennità pensionistiche altrettanto adeguate. In questo modo l’articolo 53 della Costituzione non solo è stato disatteso, ma le continue riforme del sistema previdenziale hanno creato una vera e propria babele piena di ingiustizie per quanto riguarda l'età di quiescenza e gli importi erogati. C’è chi è andato in pensione con meno di 40 anni di età e chi invece ci andrà a settant’anni. Inoltre, con l’introduzione del sistema contributivo le disuguaglianze e le ingiustizie cresceranno anche nell’importo dell’indennità, in particolare tra chi ha avuto un lavoro stabile e ben retribuito e chi invece avrà svolto lavori precari o saltuari e spesso mal pagati. Questo creerà ulteriori diseguaglianze tra i pensionati e tra le diverse aree del Paese. Ed è anche per questo, sottolinea il rapporto dell’Istat, che le famiglie del Sud ‘presentano un’incidenza al rischio povertà ed esclusione sociale maggiore rispetto a chi risiede nelle regioni settentrionali’.

Fonte istat.it


giovedì 14 settembre 2017

La generazione tradita

Altro che i bamboccioni nati negli anni Ottanta, la generazione che ha avuto meno di quello che ha dato è quella dei baby boom degli anni Cinquanta e Sessanta 

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Anni Settanta - Manifestazione politica
(foto da it.wikipedia.org)
Tra la metà degli anni Cinquanta e la fine degli anni Sessanta c’è stato in Italia il boom economico che è coinciso con un notevole incremento demografico. Il picco c’è stato nel 1964 con oltre un milione di nuove nascite. L’incremento demografico, come sanno bene gli economisti, è una causa e, nello stesso tempo, una conseguenza dello sviluppo economico. Quegli anni sono stati caratterizzati dalla ricostruzione, dalle famiglie numerose, dalla diffusione degli elettrodomestici e delle utilitarie, dalle aule delle scuole elementari piene di bambini italiani, dagli adolescenti impegnati a conseguire un ‘pezzo di carta’ e dai giovani che, dopo aver fatto il servizio militare, hanno continuato gli studi per conseguire la laurea, unica condizione questa per poter accedere a ruoli sociali fino ad allora appannaggio solo della classi medio - alte.
Anni Settanta - Manifestazione femminista
(foto da milanoartexpo.com)
Una generazione combattiva che ha contribuito in modo determinante alla modernizzazione del Paese. Le lotte studentesche ed operaie degli anni Settanta hanno obbligato la classe dirigente di allora ad approvare importanti riforme come lo Statuto dei lavoratori, la legge sul divorzio, il nuovo diritto di famiglia, i decreti delegati sulla scuola, la scala mobile, ecc. Cambiamenti che hanno favorito il diffondersi di una condizione di benessere anche tra le classi medio - basse nonostante l’iperinflazione ed il terrorismo. Gli studenti, i contadini meridionali e gli operai delle fabbriche del Nord (in gran parte anch’essi del Sud) hanno cambiato l’Italia agricola e bigotta del secondo dopoguerra e, riducendo le distanze sociali tra le classi, hanno reso la società più giusta ed equa. Esaurita quella spinta ideale in politica e propulsiva nel sistema economico sono  iniziati i problemi. Il consumismo ha cristallizzato la società e le ingiustizie sono tornate ad aumentare. Per quelli che allora erano giovani sono iniziati gli anni delle incertezze e per molti di essi gli anni dei lavori precari. Il flusso migratorio dal Sud verso il Nord è tornato ad aumentare, ma stavolta i nuovi lavoratori non hanno le valige di cartone ma viaggiano in aereo e con il trolley. In gran parte sono laureati, in particolare sono insegnanti delle scuole superiori che pur di avere un’occupazione certa sono emigrati lasciando, nonostante siano in gran parte ultracinquantenni, famiglie ed amici. 
Anni Settanta - Manifestazione sindacale
(foto da lavocedinomas.org)
La condizione sociale delle classi meno abbienti è peggiorata con la crisi finanziaria ed economica iniziata nel 2007. Il rigore nei conti pubblici è stato una necessità ineludibile e la riforma del sistema pensionistico pur essendo ingiusta è stata inevitabile. L’obiettivo era ed è quello di rimediare ai privilegi concessi nei decenni precedenti. La legge Fornero ha allungato a sessantasei anni e sette mesi l’età minima per andare in pensione, una delle più alte in Europa. Con il passare degli anni questa soglia continuerà a crescere automaticamente. Inoltre, l’indennità sarà calcolata in base ai contributi versati in tutta la carriera lavorativa. In sostanza, in violazione dell’articolo 53 della Costituzione, quello sulla capacità contributiva, chi ha avuto un lavoro continuo ed un reddito adeguato percepirà una pensione altrettanto adeguata, chi invece avrà lavorato con discontinuità e con indennità misere continuerà a rimanere un ‘poveraccio’. Le distinzioni di classe non solo si accentueranno ma rimarranno fino all’ultimo giorno di vita. A pagare il conto della ‘cattiva politica’ degli anni Ottanta e Novanta e delle distorsioni del sistema capitalistico saranno soprattutto i baby boom che hanno fatto l’Italia moderna, quelli dello sviluppo economico, della lotta al terrorismo, delle buone riforme del sistema giuridico e sociale. Quelli che oggi stanno mantenendo in equilibrio il sistema previdenziale ma che in cambio avranno pensioni misere e per giunta ad un’età avanzata. Insomma, una generazione tradita ancora una volta per la sua generosità ed il suo impegno sociale.