venerdì 7 settembre 2018

L’otto settembre 1943 ebbe inizio la lotta per la Liberazione dall’occupazione nazifascista

‘Volevo combattere il fascismo. Soprattutto dopo la morte di mio padre, non sapevo che farmene delle parole e basta. Ma quasi tutti i vecchi liberali erano emigrati all'estero, e quelli rimasti in Italia non volevano affrontare l'attività illegale. I comunisti erano i soli a combattere’, Giorgio Amendola

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)


‘Il Governo italiano, riconosciuta l’impossibilità a continuare l’impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze armate anglo-americane. La richiesta è stata accolta. Conseguentemente, ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza’. Con questo messaggio radiofonico diffuso l’otto settembre del 1943 il generale Badoglio comunica l’armistizio dell’Italia con le forze anglo-americane.
Quel giorno ebbe inizio il Secondo Risorgimento italiano. I movimenti politici democratici che si opponevano al nazifascismo diedero avvio alla lotta di Liberazione. Comunisti, azionisti, monarchici, socialisti, cattolici, liberali, repubblicani e anarchici si organizzarono nel CLN, il Comitato di Liberazione Nazionale.
Fu guerra patriottica, ma anche insurrezione popolare spontanea, guerra civile tra fascisti e antifascisti, guerra di classe e soprattutto lotta per la liberazione del suolo italiano dall’occupazione nazifascista. In 100 mila, tra partigiani e civili, persero la vita. Dal loro sacrificio è nata la Repubblica italiana fondata sui principi di libertà, giustizia, uguaglianza e solidarietà.
Ma gli ideali della Resistenza, sanciti solennemente nella nostra Costituzione, non sono dati per sempre ed è nostro compito ribadirli e riaffermarli ogni giorno, senza se e senza ma, così come fecero quegli eroi 75 anni fa.


lunedì 3 settembre 2018

La Lega Nord ed i 'furbetti' del finanziamento pubblico

‘Non esiste una moralità pubblica e una moralità privata. La moralità è una sola, perbacco, e vale per tutte le manifestazioni della vita. E chi approfitta della politica per guadagnare poltrone o prebende non è un politico. È un affarista, un disonesto’, Sandro Pertini

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Umberto Bossi, Matteo Salvini e Francesco Belsito
(foto da tg24.sky.it)
Il finanziamento pubblico a cui hanno diritto le forze politiche è legittimo e necessario, ma solo se è utilizzato per consentire a tutti di partecipare alla gestione della cosa pubblica. Ma come sempre ci sono i 'furbetti' che ne approfittano.
Questo fenomeno è trasversale, cioè riguarda tutti i partiti ed i gruppi presenti nel Parlamento nazionale e nei Consigli regionali, provinciali e comunali. I rappresentanti dei cittadini dovrebbero essere al servizio della collettività, invece, a volte, utilizzano l’incarico istituzionale per appropriarsi illecitamente di indennità e prebende di ogni genere a danno della casse erariali.
La vicenda della Lega Nord è emblematica. I vertici del Carroccio, allora guidato da Umberto Bossi, erano ‘consapevoli delle irregolarità dei rendiconti da loro sottoscritti e che dissimulavano la irregolarità di gestione’. Con questi presupposti sono state avviate dalla Procura di Genova e da quella di Roma le inchieste sulla frode da 49 milioni euro. 
L’indagine, battezzata ‘The family’ (nome riportato sulla cartellina di appunti conservata dall’allora tesoriere della Lega Nord Francesco Belsito), riguarda fatti avvenuti tra il 2008 ed il 2010. In quegli anni sarebbero state presentate in Parlamento rendicontazioni irregolari allo scopo di appropriarsi indebitamente di fondi pubblici. Per quei fatti il tribunale di Genova il 24 luglio del 2017 ha condannato in primo grado tra gli altri Umberto Bossi e l’ex tesoriere Francesco Belsito.
Le spese pazze sostenute indebitamente riguardano soprattutto la famiglia Bossi. Rinoplastica del figlio Sirio, multe dell’altro figlio Renzo (soprannominato ‘Trota’), spese di ristrutturazione della casa privata di Gemonio e cosi via.
Il 4 settembre del 2017 la Procura ‘otteneva dal Tribunale l’emissione di sequestro preventivo finalizzato alla confisca diretta nei confronti della Lega’ di una somma pari a 48 milioni 969mila 617 euro che corrispondono alla somma sottratta dai fondi pubblici destinati al partito. Ed è per questo che la sentenza emessa dalla Corte di Cassazione ha sancito che la Lega dovrà restituire 49 milioni di euro. In altre parole ogni erogazione a favore del partito del ministro dell'Interno potrà essere confiscata.
Su questa eventualità il sottosegretario alla presidenza del Consiglio e vice di Matteo Salvini, Giancarlo Giorgetti, ha dichiarato: ‘Avrebbe una conseguenza definitiva, la chiusura del partito, senza che quel processo sia finito. Se tutti i futuri proventi che arrivano alla Lega vengono sequestrati, è evidente a quel punto che il partito non può più esistere, perché non ha più soldi. E’ ovvio che se il 6 i giudici decidono cosi, noi siamo finiti’.
L’ipotesi, quindi, è concreta, ma i vertici della Lega hanno già la soluzione: cambiare nome. Quello che è certo è che i cittadini italiani non rivedranno i soldi. I ‘furbetti’ del finanziamento pubblico la faranno franca, ma stavolta ad usufruirne non saranno le élite dei partiti tradizionali, ma i rappresentati del cosiddetto ‘governo del cambiamento’. 

lunedì 27 agosto 2018

Renzi, Di Maio e Salvini, i professionisti dell’antipolitica

Matteo Renzi, Luigi Di Maio e Matteo Salvini sono i protagonisti dell’antipolitica italiana. I tre leader, pur appartenendo a partiti con radici ideologiche diverse, hanno numerosi tratti caratteriali e politici in comune: sono populisti, egocentrici e presenzialisti

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni) 


Matteo Renzi, Matteo Salvini e Luigi Di Maio 
Le storie personali e politiche di Matteo Renzi, Luigi Di Maio e Matteo Salvini evidenziano una naturale propensione al protagonismo e all’esibizionismo. Non hanno mai lavorato o quasi. Dicono di combattere la vecchia politica, ma loro stessi sono dei veri e propri professionisti della politica, anzi dell’antipolitica.
La voglia di emergere del ministro dell’Interno e Vicepremier Matteo Salvini matura fin da giovanissimo. Partecipa, ad appena 12 anni, alla trasmissione di Canale 5 ‘Doppio slalom’ condotto da Corrado Tedeschi e nel 1993 a 20 anni a ‘Il pranzo è servito’ presentato da Davide Mengacci su Rete 4.
Inizia l’attività politica frequentando il centro sociale Leoncavallo di Milano. Nel 1990 si iscrive alla Lega Nord di Umberto Bossi, aveva 17 anni e faceva parte dei ‘comunisti padani’. 
Ricopre numerose cariche elettive. E’ stato consigliere nel comune di Milano (1993 e nel 2006), parlamentare europeo per 12 anni (dal 2004 al 2018), eletto alla Camera dei deputati per due mandati (2008 e 2013) vi ha rinunciato per mantenere il seggio al parlamento europeo, il 4 marzo scorso è stato eletto senatore.
Nel 2012 diventa segretario della Lega lombarda, l’anno dopo assume la carica di segretario della Lega Nord. Nel 2014 propone una consultazione referendaria in Lombardia per chiedere l’indipendenza della regione dalla Repubblica Italiana. Poi la svolta nazional-popolare. Stringe l’alleanza con il Front National di Marine Le Pen. Fonda ‘Noi con Salvini’, lista leghista creata per ottenere consensi elettorali nel Centro e Sud Italia. L’anno dopo organizza una manifestazione insieme a Fratelli d’Italia e Casa Pound. Da comunista padano e propugnatore della secessione a leader nazional-populista, Matteo Salvini ha realizzato in pochi mesi una vera e propria metamorfosi kafkiana.
Anche Matteo Renzi manifesta le sue ambizioni da giovanissimo. Nel 1994, all’età di 19 anni, partecipa alla ‘Ruota della fortuna’, vincendo 48,3 milioni di lire (circa 24 mila euro). Figlio di democristiani, si laurea in Giurisprudenza nel 1999. ‘Lavora’ per la CHIL Srl, società di marketing di proprietà della famiglia.
Inizia l’attività politica negli anni del Liceo. E’ un democristiano doc ed ha una naturale repulsione per i partiti e le idee della Sinistra italiana. Nel 1994 contribuisce ai Comitati per l’Italia, nati per sostenere Romano Prodi. Nel 1996 si iscrive al Partito Popolare Italiano. Nel 2001 confluisce nella Margherita. Nel 2004 è eletto presidente della Provincia di Firenze nelle file del Centrosinistra. Nel 2009 è eletto sindaco di Firenze.
Nel 2010 lancia insieme a Giuseppe Civati, l’dea della cosiddetta rottamazione’ che lo porterà alla segreteria del Pd (2013/2017) e alla Presidenza del Consiglio (2014/2016). Nel 2018 è eletto senatore, ma dopo l’ennesima sconfitta elettorale, l’ultima di una lunga serie iniziata nel 2015, si dimette da segretario del Pd. Oggi medita un nuovo ritorno ai vertici del Partito democratico.
Luigi Di Maio, figlio di un dirigente del Movimento Sociale Italiano e successivamente di Alleanza Nazionale, ha fatto una carriera fulminante, una specie di Speedy Gonzales della politica italiana. E' giovane ed è un 'volto nuovo', ma nei modi e nei contenuti ricorda i vecchi politici democristiani, quelli della corrente dorotea che negli Sessanta e Settanta dettavano la linea politica del partito.
Si iscrive all’Università di Napoli Federico II, prima ad Ingegneria, poi passa a Giurisprudenza, ma senza completare gli studi. Pubblicista, ha ‘lavorato’ per un breve periodo come webmaster e come steward allo stadio San Paolo.
Nel 2007 aderisce alle iniziative di Beppe Grillo (Meetup di Pomigliano). Nel 2010 non riesce ad essere eletto nel consiglio comunale di Pomigliano (ottiene 59 voti), ma, nel 2013, con 189 preferenze alle ‘parlamentarie’ del M5s viene candidato edeletto alla Camera dei deputati. A ventisette anni assume la carica di Vicepresidente dalla Camera dei deputati. Alle elezioni del 2018 è il candidato premier del M5s, ed è rieletto deputato. Oggi è Vicepresidente del Consiglio e Ministro del lavoro, delle politiche sociali e dello sviluppo economico. 
Nella Prima Repubblica la politica era intesa e praticata come un servizio pubblico, oggi è un mezzo per fare carriera ed i professionisti dell'antipolitica lo sanno benissimo.