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mercoledì 15 luglio 2020

I 37 miliardi del Mes ci farebbero risparmiare circa 400 milioni di euro all’anno

Il problema non è se richiedere i finanziamenti del Mes o aspettare il Recovery fund, ma la serietà e la competenza con cui queste risorse saranno utilizzate

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Foto da europarl.europa.eu
La Commissione europea prevede per il nostro Paese un calo del Pil nel 2020 dell’11,2%. Nella zona Euro scenderà, invece, dell’8,7%. Le situazione è peggiore di quanto stimato solo due mesi fa. Il settore produttivo più colpito dalla pandemia provocata dal Coronavirus è quello turistico. Inoltre, stentano a ripartire gli investimenti delle imprese. Nello stesso tempo aumenta il debito pubblico sia in termini assoluti che in rapporto al Pil. Quest’ultimo potrebbe arrivare ad oltre il 160%. Il Governo per porre rimedio a questo disastro sta allentando i vincoli posti dal legislatore per combattere la corruzione e le mafie, ma fino a dove potrà spingersi?
L’Unione Europea consapevole della gravità della situazione ha reso più agevole la possibilità di ricorrere al Mes (Meccanismo economico di stabilità) ed ha predisposto il Recovery fund. Il primo è disponibile immediatamente, ma deve essere richiesto da ogni singolo Stato. Non sono previsti particolari vincoli di bilancio se utilizzato per potenziare il sistema sanitario. Il tasso di interesse è dello 0,13%. Questo ci permetterebbe un risparmio annuo di circa 109 milioni di euro ogni 10 miliardi di prestito richiesto. I 37 miliardi di euro del Mes che possiamo ottenere andrebbero a sostituire Bot e Btp già emessi o da emettere che ci costano molto di più. Possiamo risparmiare circa 400 milioni di euro di interessi all’anno, allora perché rinunciare?
Il secondo finanziamento Ue, invece, non è immediatamente disponibile perché occorre convincere della sua necessità i Paesi europei a guida sovranista che sono contrari ad accollarsi i debiti di altri Stati. Il Recovery fund è, infatti, a carico del bilancio comunitario. Per essi sono previsti precisi vincoli su cosa e su come i finanziamenti verranno utilizzati. Allora: Mes o Recovery fund? Forse conviene il primo, proprio perché è un prestito che deve essere restituito. Mentre il secondo essendo un finanziamento a fondo perduto sarà gravato da vincoli più stringenti.
Nulla è gratis. I Paesi che otterranno i finanziamenti dovranno farlo nel rispetto delle regole che saranno imposte dalla Commissione europea e/o dal Consiglio europeo. Nonostante ciò, non si può e non si deve sprecare quest’opportunità di crescita economica e di redistribuzione della ricchezza, proprio quello che non hanno saputo fare i Governi che hanno guidato il nostro Paese negli ultimi due decenni. 
Intanto, viene da scrivere: Mes o Recovery fund? Meno male che l’Europa c’é. Cosa sarebbe successo al nostro Paese se non ci fosse stata l’Unione Europea o se ai vertici della Commissione ci fossero stati gli amici sovranisti di Giorgia Meloni e di Matteo Salvini?



martedì 14 aprile 2020

MES o Eurobond? Ecco le differenze

Che cos'è il MES? Cosa sono gli Eurobond? Perché quasi tutte le forze politiche sono contrarie al MES? Ecco una possibile spiegazione 

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

I Paesi membri del MES
(foto da it.wikipedia.org)
Si cominciò a discutere della necessità di un dispositivo di stabilità finanziaria dell’Eurozona già nel 2010. L'Ue, a seguito della grave crisi del 2008 e della tempesta finanziaria che stava colpendo i Paesi dell’Europa, ha predisposto un meccanismo di stabilita finanziaria. I contenuti del trattato furono definiti dal Consiglio Europeo del 25 marzo 2011, a rappresentare l’Italia c’era il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. L’accordo, entrato in vigore nel luglio del 2012, prevede il finanziamento dei Paesi in difficoltà finanziarie che ne fanno richiesta. Stabilire il fabbisogno finanziario di quel Paese e le condizioni per la sua erogazione è, poi, l’organo plenario del MES.
I principali Stati che finanziano il Fondo sono la Germania (27,14%), la Francia (20%), l’Italia (17%), la Spagna (11,90%), i Paesi Bassi (5,72%) e, a seguire con quote inferiori al 5%, gli altri Paesi dell’Eurozona. Il MES è in grado di erogare finanziamenti per circa 700 miliardi di euro.
L’Italia ad oggi non ha fatto nessuna richiesta, ma ha ottenuto che il Meccanismo di stabilità finanziaria sia concesso senza condizioni se utilizzato per l’emergenza del Covid 19. La differenza con gli Eurobond sta nel fatto che con il MES il debito contratto è a carico del Paese che lo richiede, mentre con i primi è a carico di tutti i Paesi dell’UE. Inoltre, fino ad oggi per garantire il rimborso del prestito gli Stati che ottenevano il finanziamento erano obbligati ad adottare ‘pesanti’ misure fiscali e monetarie. 
E' una procedura di buon senso, ma per chi è abituato a fare debiti senza preoccuparsi di onorarli è una condizione inaccettabile. Certo, le politiche di rigore nel bilancio pubblico comportano sacrifici e nel breve periodo un calo del Pil e problemi per l’occupazione, ma il debito sovrano fino a quando può continuare a crescere? Come si può impedire il default? Di certo, noi italiani se continuiamo a sperperare risorse pubbliche, non potremo evitarlo. Allora il dilemma è: MES o Eurobond?
L’alternativa che propongono i sovranisti è la svalutazione monetaria, cioè stampare moneta. I primi effetti di questa politica sarebbero l’inflazione ed un aumento dello spread. L'impoverimento del Paese sarebbe inevitabile e riguarderebbe soprattutto i lavoratori, cioè tutti coloro che vivono con un reddito fisso. Crescerebbero, quindi, le disuguaglianze sociali e le ingiustizie. Sarebbe anche la fine dell’UE, i Paesi del nord Europa non lo permetterebbero. Allora, è meglio fare qualche sacrificio fino a quando siamo in tempo o dobbiamo continuare a spendere a debito, MES o Eurobond che sia?



sabato 29 luglio 2017

La Francia nazionalizza Stx, ma non erano 'vietate' dall’UE?

Il presidente della Francia Emmanuel Macron ha deciso di nazionalizzare, nel silenzio assordante dell’UE, i cantieri di Stx, bloccando così gli accordi che il suo predecessore François Hollande aveva stipulato con Fincantieri 

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Emmanuel Macron - (foto da formiche.it)
La vicenda dell’azienda di Saint Nazaire è solo l’ultimo episodio di una lunga serie d’intrecci finanziari e politici tra le due sponde delle Alpi. Nel 2000 la Fiat abbandonò il settore ferroviario cedendo Fiat Ferroviaria ad Alstom. Nel febbraio del 2006 il tentativo di scalata della Bnl da parte di Unipol fallì miseramente. Chi non ricorda la telefonata in cui Piero Fassino, allora segretario dei Democratici di sinistra, inopinatamente esultò per l’avvenuta acquisizione? Non se ne fece nulla, furono i francesi di Bnp Paribas ad acquisire la banca guidata da Luigi Abete. Nel 2007, a seguito della fusione tra Banca Intesa e Sanpaolo Imi, la nuova banca, Intesa Sanpaolo, ha dovuto cedere per motivi di antitrust il controllo di Cariparma e Banca Popolare FriulAdria a Credit Agricole. Nello stesso anno Groupama ha acquisito il 100% di Nuova Tirrena e, di recente, Amundi ha acquistato da Unicredit la società di risparmio gestito Pioneer. Stessa sorte hanno subito i marchi del lusso e dell’alimentare italiano. Eridania Italia società leader nel settore dello zucchero è finita in mano francesi. La grande distribuzione come Carrefour, Castorama, Auchan e Leroy-Merlin sono state acquisite da aziende d’Oltralpe. La Parmalat è passata a Lactalis. E così via, l’elenco è lungo.
Tweet di Paolo Gentiloni - (foto da contropiano.org)
Poi ci sono stati i tentativi falliti. Nel 2008 Air France-Klm aveva accettato la proposta dell’allora ministro del Tesoro, Tommaso Padoa-Schioppa, di acquisire l’Alitalia offrendo un investimento di un miliardo di euro, l’accollo di tutti i debiti per un altro miliardo e mezzo di euro e l’impegno a mantenere l’autonomia organizzativa della compagnia aerea. Tutto questo non bastò al nuovo presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, che, in nome dell’italianità, azzerò l’accordo e fece stanziare al Parlamento, appena eletto, 800 milioni di euro per far decollare la ‘cordata di imprenditori italiani’ chiamata a rilevare il pacchetto azionario della compagnia di bandiera. Quella mancata cessione è costata allo Stato italiano almeno 4,5 miliardi di euro ed, oggi a distanza di quasi dieci anni e dopo alterne vicende, l’azienda è di nuovo sull’orlo del fallimento. Ancora in corso è, invece, la vicenda Vivendi-Telecom-Mediaset, con i ripetuti tentativi di Vincent Bollorè di acquisire il controllo delle due aziende italiane. Il ministro Calenda a proposito di Telecom ha dichiarato: ‘Non la nazionalizziamo, non si risponde alle fesserie con le fesserie’.
Foto da webnews.it
Quando, invece, sono state le aziende italiane a tentare di acquisire i gioielli francesi sono scattati subito i distinguo e le difese del governo d’Oltralpe. Basta citare i tentativi di acquisizione falliti  da parte di Enel e Mediaset (La Cinq).
Quello che stupisce in questa vicenda di Stx è, oltre all’idiosincrasia dei cugini per le acquisizioni italiane, il silenzio assordante dell’Europa. Pronta a richiamare l’Italia se interviene per proteggere le proprie aziende (Banca Montepaschi, Alitalia), è silente se a farlo sono i cugini francesi, perché? L’asse franco-tedesco è positivo per il Vecchio Continente se consente di fare passi in avanti nel processo d’integrazione politica dell’Europa, ma diventa deleterio se questo avviene a danno degli altri paesi e l’Italia, di certo, non può stare a guardare passivamente.


sabato 25 giugno 2016

La Brexit è una grande opportunità per la nascita degli Stati Uniti d’Europa

La decisione presa dagli elettori inglesi di uscire dall’UE potrebbe essere l’occasione giusta per accelerare l’integrazione tra i 19 Stati dell’Eurozona e per la nascita degli Stati Uniti d’Europa 

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Winston Churchill (foto da wikipedia.org) 
Nel 1952 Winston Churchill disse: ’L’Inghilterra ha due sole strade o diventa la cinquantesima stella della bandiera americana oppure sceglie l’Europa e provvede a costruire la nascita insieme a tutti gli altri Stati del continente’. Con il voto a favore della Brexit i sudditi di sua maestà Elisabetta II hanno deciso di restare da soli con il rischio della disgregazione interna (Scozia e Irlanda del Nord hanno votato per il Remain), in balia della globalizzazione, con una probabile fase di recessione e che l’Europa tratterà come un piccolo mercato di libero scambio, nulla di più. 
In un’intervista rilasciata oggi a Repubblica.it Gregorio De Felice, capo economista di Intesa Sanpaolo, ha dichiarato: ‘Per il futuro dobbiamo guardare alle capacità di reazione della politica europea. Se la sberla inglese avvierà un processo di adeguamento della costruzione europea maggiormente orientata alla crescita, gli effetti finali di Brexit potrebbero essere paradossalmente positivi’. Ed ancora: ‘Il fallimento di Lehman Brothers portò ad una recessione mondiale. Qui siamo di fronte ad uno choc importante che implicherà una fase recessiva per il Regno Unito ma con effetti limitati per l'Eurozona’.
Foto da trend-online.com
Il 52% degli elettori inglesi non ha tenuto conto quanto di positivo è avvenuto nel Vecchio Continente negli ultimi 60 anni. Il mercato economico unico, la Banca Centrale europea, la libera circolazione delle merci e delle persone, un ministro degli esteri comune, un governo comune, sia pure con tanti limiti, una legislazione che tende sempre più ad uniformarsi, l’Euro, il salvataggio degli Stati nazionali (Grecia, Islanda, Portogallo, Spagna e Italia). Ed ancora, dopo secoli di guerre ed odi, la pace ed il dialogo tra i singoli Stati che hanno prodotto sviluppo e benessere e la possibilità, restando uniti, di essere protagonisti nel mondo globalizzato ed interdipendente.
Dal 1992 con la stipulazione del trattato di Maastricht oltre ad essere italiani, francesi, tedeschi, olandesi, spagnoli, ecc., siamo diventati cittadini europei e la delusione dei giovani inglesi, che in massa hanno votato per il Remain, lo dimostra.
La Gran Bretagna è stata per troppi anni una ‘palla al piede’ per un’ulteriore integrazione tra gli Stati membri dell’UE. Oggi è il tempo di fare un passo avanti, l’integrazione istituzionale è urgente ed inevitabile. Tutto dipenderà dalla volontà politica dei principali leader europei: Angela Merkel, François Hollande e Matteo Renzi. Essa dovrebbe avvenire tra i 19 Stati che hanno aderito alla moneta comune, l’Euro, e dovrebbe portare alla nascita di un governo dell’Europa che traghetti l’Ue negli Stati Uniti d’Europa.
La Brexit nell’immediato sta avendo un impatto negativo sul sistema finanziario ma nel medio periodo potrebbe essere una grande opportunità d’integrazione politica ed istituzionale per gli Stati del Vecchio Continente e per i loro cittadini.