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sabato 2 gennaio 2021

Il bastone e la carota, ma senza esagerare

Nelle ultime settimane Matteo Renzi ha minacciato più volte il disimpegno dalla maggioranza di Governo. Ed è per questo che spesso usa il metodo del bastone e della carota, ma senza esagerare

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Matteo Renzi e Giuseppe Conte

Per porre rimedio alle conseguenze economiche e sociali causate dalla pandemia del Covid-19 i 27 paesi membri dell’Unione europea hanno stanziato ingenti risorse che ogni singolo Stato potrà utilizzare per affrontare l’epidemia e per rilanciare l’economia. All’Italia spettano oltre 200 miliardi di euro, la maggior parte dei quali sono a fondo perduto. Insomma, i soldi ci sono, ora occorre spenderli. Ma come spesso succede è a questo punto che tutto si blocca o quasi. Perché?

Innanzitutto, ci sono i vincoli burocratici che non sono un capriccio del legislatore, ma la diretta conseguenza della dilagante corruzione e delle infiltrazioni mafiose in diversi settori della Pubblica amministrazione. Ad essi occorre aggiungere i limiti previsti dalla Commissione europea ed i controlli che essa effettuerà su come le risorse verranno utilizzate.

Poi ci sono le polemiche politiche. In particolare su come saranno spesi i finanziamenti. I quesiti a cui dare una risposta sono diversi. Concentrare i finanziamenti su alcuni settori produttivi o su alcune aree del Paese? Continuare ad incentivare le imprese private o tornare ad investire nel settore pubblico? Adottare politiche progressiste, liberiste o keynesiane? Le scelte da fare sono impegnative. Le fibrillazioni nella maggioranza di governo sono inevitabili.

Ogni partito della coalizione cerca di imporre le proprie idee. Si sa, quando c’è da spendere soldi tutti vogliono avere voce in capitolo, mentre quando ci sono sacrifici da imporre ai cittadini nessuno vuole assumerne le responsabilità. Tutto legittimo, ben inteso. Tuttavia, la minaccia di far dimettere le ministre di Italia Viva va al di là delle polemiche su come impostare il piano di investimenti del Recovery fund.

L’ultimatum dell’ex sindaco di Firenze è vero o è un bluff? Sta tirando la corda o fa sul serio? L’obiettivo del senatore fiorentino è certamente autoreferenziale. Nel senso che questo è un modo per essere al centro del dibattito politico. La forza del suo partito deriva dai numeri che ha in Parlamento, cioè dei deputati e dei senatori che è riuscito a far eleggere quando era segretario del Partito Democratico. Di certo è consapevole del fatto che un ritorno alle urne lo vedrebbe fortemente ridimensionato e, in tal caso, non potrebbe avere più un ruolo di primo piano. Quindi far cadere il Governo non è un obiettivo.

L’unico scopo è la visibilità politica. Differenziarsi dal governo ‘giallo-rosso’ senza cambiare maggioranza e soprattutto senza tornare alle urne. Ed è per questo che spesso usa il metodo del bastone e della carota, ma, ovviamente, senza esagerare.

martedì 21 luglio 2020

Ora siamo un po' più europei

‘L’Europa non è solo una questione geografica, ma la raffigurazione di una storia geniale che ha definito il mondo attuale, portando la cultura ovunque, propagando il fuoco di Prometeo e il volo di Dedalo negli altri continenti’, Pier Gariglio

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

I cosiddetti Paesi ‘frugali’, cioè Austria, Olanda, Svezia e Danimarca, alla fine hanno ceduto. L’Europa stanzierà 750 miliardi di euro per far fronte alla crisi causata dal Coronavirus. Di questi 390 miliardi sono a fondo perduto. Il 27,87%, cioè 209 miliardi, andrà al nostro Paese, 82 miliardi sono contributi, mentre i restanti 127 miliardi sono prestiti ad un tasso agevolato, quindi convenienti per il nostro Erario.
Per la prima volta l’Unione europea destina risorse che sono a carico del bilancio comunitario. È un fatto storico. Un passo decisivo verso gli Stati Uniti d’Europa. Abbiamo un mercato comune, una moneta unica, una Banca centrale europea, la libera circolazione di persone e cose, piani di aiuto per i Paesi in difficoltà, la cittadinanza europea, un Parlamento ed un Governo comune, ed ora anche debiti condivisi. Si, l’Europa c’è.
Ci sono volute guerre e violenze inaudite perpetrate per secoli da un popolo su un altro, ma ormai abbiamo compreso. La direzione intrapresa nel lontano 1957 è quella giusta. Condivisione e solidarietà, nella convinzione che le differenze arricchiscono.
Si, continuiamo ad essere italiani, francesi, tedeschi, olandesi, spagnoli, slavi, ma siamo anche e soprattutto europei. Una collettività fondata su una cultura millenaria. Dove nessuno è lasciato da solo e dove la vita di ciascuno è al centro di un progetto politico e sociale condiviso. Oggi possiamo essere fieri di questa grande comunità e di quanti hanno combattuto per raggiungere questo risultato.

lunedì 20 luglio 2020

E se i ‘Frugali’ avessero ragione?

‘Per l’Italia solo prestiti, niente contributi a fondo perduto. In futuro deve imparare a fare da sola’, questa è l’opinione sul Recovery Fund del premier olandese Mark Rutte

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Un momento della riunione del Consiglio europeo
(foto da unionesarda.it)
I cosiddetti paesi ‘Frugali’, cioè Austria, Olanda, Svezia e Danimarca, si oppongono al Recovery fund. Ammettono l’urgenza di un intervento da parte dell’Unione europea per i problemi causati dal Covid19, ma non si fidano dei Paesi del sud Europa ed in particolare dell’Italia. I problemi in discussione al Consiglio europeo sono: quanto deve essere l’ammontare complessivo del finanziamento? deve essere a fondo perduto (Recovery fund) o un prestito (Mes)? come e chi ne deciderà l’utilizzo e, soprattutto, chi dovrà controllare sull’operato dei singoli Stati?
La diffidenza verso il nostro Paese non è di oggi, ma risale, almeno, agli anni Ottanta, quando il debito pubblico raddoppiò nel giro di un decennio. Nel 1992 eravamo sull’orlo del fallimento. Molti risparmiatori ricordano ancora oggi il prelievo forzoso del sei per mille operato sui conto correnti delle banche italiane. Quell’anno, con il Trattato di Maastricht, ci impegnammo a ridurre il rapporto debito/Pil dal 120% al 60%. Gli unici governi che riuscirono a diminuire tale relazione (fino al 100%) furono quello di Romano Prodi e, poi, dopo l’uscita dalla maggioranza di Rifondazione comunista, quelli di Massimo D’Alema e di Giuliano Amato. Nel 2011 la situazione debitoria era così grave che Silvio Berlusconi dovette dimettersi da presidente del Consiglio. I tagli del successivo Esecutivo di Mario Monti servirono a mettere una 'pezza' ai buchi di bilancio, ma non cambiarono di molto il rapporto del debito con il Pil, che intanto era giunto ad oltre il 135%. In più ci impegnammo al pareggio di bilancio con una riforma costituzionale (art.81 Cost.) approvata rapidamente ed a larghissima maggioranza. Non solo non abbiamo mantenuto quella ed altre promesse fatte, ma abbiamo continuato a fare deficit, soprattutto con il Governo gialloverde. Quota 100 e il Reddito di cittadinanza ci costano quasi 15 miliardi di euro ogni anno. Ora, intendiamo accollare il nuovo debito causato dalla crisi economica e sanitaria al bilancio comunitario. Da qui la diffidenza di diversi paesi dell'Unione europea.
Perché i ‘Frugali’ dovrebbero fidarsi di noi? Facciamo promesse che regolarmente non manteniamo. Siamo un Paese ricco, con risorse umane e ambientali che solo poche altre nazioni hanno, eppure siamo inaffidabili nell’utilizzo delle risorse collettive, perché? Il problema è, di certo, culturale. La colpa è sempre di quello che c’era prima ed ora dell’Euro e dell’Europa. Continuiamo a scaricare sugli altri i nostri errori. Nulla è gratis e non dobbiamo aspettare sempre di giungere al limite del baratro per comprenderlo. Ora è tempo di crescere e di iniziare ad assumerci le nostre responsabilità.


mercoledì 15 luglio 2020

I 37 miliardi del Mes ci farebbero risparmiare circa 400 milioni di euro all’anno

Il problema non è se richiedere i finanziamenti del Mes o aspettare il Recovery fund, ma la serietà e la competenza con cui queste risorse saranno utilizzate

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Foto da europarl.europa.eu
La Commissione europea prevede per il nostro Paese un calo del Pil nel 2020 dell’11,2%. Nella zona Euro scenderà, invece, dell’8,7%. Le situazione è peggiore di quanto stimato solo due mesi fa. Il settore produttivo più colpito dalla pandemia provocata dal Coronavirus è quello turistico. Inoltre, stentano a ripartire gli investimenti delle imprese. Nello stesso tempo aumenta il debito pubblico sia in termini assoluti che in rapporto al Pil. Quest’ultimo potrebbe arrivare ad oltre il 160%. Il Governo per porre rimedio a questo disastro sta allentando i vincoli posti dal legislatore per combattere la corruzione e le mafie, ma fino a dove potrà spingersi?
L’Unione Europea consapevole della gravità della situazione ha reso più agevole la possibilità di ricorrere al Mes (Meccanismo economico di stabilità) ed ha predisposto il Recovery fund. Il primo è disponibile immediatamente, ma deve essere richiesto da ogni singolo Stato. Non sono previsti particolari vincoli di bilancio se utilizzato per potenziare il sistema sanitario. Il tasso di interesse è dello 0,13%. Questo ci permetterebbe un risparmio annuo di circa 109 milioni di euro ogni 10 miliardi di prestito richiesto. I 37 miliardi di euro del Mes che possiamo ottenere andrebbero a sostituire Bot e Btp già emessi o da emettere che ci costano molto di più. Possiamo risparmiare circa 400 milioni di euro di interessi all’anno, allora perché rinunciare?
Il secondo finanziamento Ue, invece, non è immediatamente disponibile perché occorre convincere della sua necessità i Paesi europei a guida sovranista che sono contrari ad accollarsi i debiti di altri Stati. Il Recovery fund è, infatti, a carico del bilancio comunitario. Per essi sono previsti precisi vincoli su cosa e su come i finanziamenti verranno utilizzati. Allora: Mes o Recovery fund? Forse conviene il primo, proprio perché è un prestito che deve essere restituito. Mentre il secondo essendo un finanziamento a fondo perduto sarà gravato da vincoli più stringenti.
Nulla è gratis. I Paesi che otterranno i finanziamenti dovranno farlo nel rispetto delle regole che saranno imposte dalla Commissione europea e/o dal Consiglio europeo. Nonostante ciò, non si può e non si deve sprecare quest’opportunità di crescita economica e di redistribuzione della ricchezza, proprio quello che non hanno saputo fare i Governi che hanno guidato il nostro Paese negli ultimi due decenni. 
Intanto, viene da scrivere: Mes o Recovery fund? Meno male che l’Europa c’é. Cosa sarebbe successo al nostro Paese se non ci fosse stata l’Unione Europea o se ai vertici della Commissione ci fossero stati gli amici sovranisti di Giorgia Meloni e di Matteo Salvini?



sabato 16 maggio 2020

Chi pagherà i costi economici e finanziari causati dal Coronavirus?

Il Governo per evitare il conflitto sociale sta erogando decine di miliardi di euro a cittadini ed imprese in difficoltà, ma cosa succederà quando dovremo fare i conti con i costi della pandemia? Chi pagherà?     

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Foto da occhionotizie.it
Secondo gli specialisti la battaglia contro il Covid 19 non è stata vinta ed un ritorno alla normalità non potrà avvenire prima di uno o due anni. Questo sarebbe infatti il tempo necessario per raggiungere l’immunità di gregge. Qualcuno è ancora più pessimista. Ritiene che il Coronavirus resterà tra noi per lungo tempo, come è avvenuto con l’Hiv. Con l’arrivo della ‘bella stagione’ la pandemia ridurrà i suoi effetti, ma molti temono una rapida e pericolosa ripartenza nel prossimo autunno. Una nuova crisi sanitaria è quindi una eventualità che potrebbe verificarsi. 
Il Governo sta erogando decine di miliardi di euro a cittadini ed imprese in difficoltà. Sono provvedimenti inevitabili. Ma tutto questo ha un costo finanziario. Il Prodotto interno lordo potrebbe calare del 10%. Si tratta, nei fatti, di un impoverimento generalizzato che determinerà un calo preoccupante delle entrate tributarie. In questa situazione il rapporto tra il debito ed il Pil potrebbe superare abbondantemente il 150%. All’inizio del 2020 era circa il 135%. Con il Trattato di Maastricht del 1992 ci eravamo impegnati a ridurlo al 60% del Pil (allora era al 120%). Insomma, per evitare il conflitto sociale ci stiamo indebitando ulteriormente ed in modo abnorme. In futuro, sapremo sostenere questo fardello? E soprattutto i mercati finanziari ed i risparmiatori fino a quando saranno disposti a darci fiducia e non avranno timore a comprare in nostri titoli di Stato? 
L’unico strumento finanziario che potrebbe evitarci il peso di questi ulteriori debiti è il cosiddetto ‘Recovery fund’. Esso, infatti, non graverebbero sui singoli bilanci statali, ma su quello dell’Unione europea. Sarebbe il passaggio decisivo verso gli Stati Uniti d’Europa, ma i Paesi membri, Italia in primis, saranno disposti a rinunciare ad una parte consistente della loro sovranità nazionale? 
Intanto, stando così le cose, in autunno rischieremo un doppio tsunami: quello sanitario e quello economico. Finora il Governo ha evitato il conflitto sociale. Ma cosa succederà quando dovremo fare i conti con i costi della pandemia? Chi pagherà per il disavanzo di bilancio? E soprattutto, reggerà il sistema democratico o ci affideremo ancora una volta a l’uomo della ‘Provvidenza’?