Visualizzazione post con etichetta Centrosinistra. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Centrosinistra. Mostra tutti i post

venerdì 22 marzo 2024

Divisi si perde. E' matematico

Divisi si perde. È matematico. Le ambizioni personali sono legittime, ma senza un minimo di umiltà creare un’alternativa coesa alla Destra è impossibile

di Giovanni Pulvino

Giuseppe Conte

Il M5s sostiene con convinzione i candidati del cosiddetto ‘campo largo’ solo se questi sono grillini, come è avvenuto in Sardegna. Invece, nicchia se è un indipendente o un democratico, come è avvenuto in Abruzzo. O addirittura minaccia di andare da solo se il Pd non accetta le condizioni grilline, come potrebbe avvenire in Piemonte.

Il Movimento pretende dalle altre forze del Centrosinistra un sostegno incondizionato, ma non è altrettanto generoso con i suoi alleati, perché?

Cosa teme Giuseppe Conte? Il M5s non ha una base territoriale solida. Non solo. Il suo elettorato ha un orientamento ideale indistinto a detta degli stessi grillini. Non siamo né di Destra, né di Centro, né di Sinistra. Questo modus operandi funziona solo se si è da soli e se si è all’opposizione, ma quando si devono fare le scelte concrete o quando si deve aderire ad una coalizione inevitabilmente si perdono consensi.

Per il M5s, con Ely Schlein alla guida del Partito democratico, il pericolo di perdere ‘voti’ è concreto. Da qui i distinguo, le precisazioni, i veti al cosiddetto campo largo.

Divisi si perde. È matematico. Le ambizioni personali sono legittime, ma senza un minimo di umiltà creare un’alternativa coesa alla Destra è impossibile.

Matteo Salvini e Giorgia Meloni sono divisi su temi importanti come la guerra tra Russia ed Ucraina, sulle politiche europee, sulla coesione nazionale, eppure ad ogni elezione sono compatti, come mai?

Gli elettori progressisti non si accontentano di un patto elettorale, occorre altro. I contenuti ci sarebbero, quella che manca è la volontà politica.

Per superare i timori di una perdita di consensi occorre una visione strategica. La prospettiva deve essere quella del medio e lungo periodo. Ed è necessario mettere da parte le ambizioni personali. 

Ma i leader del Centrosinistra sapranno essere umili e lungimiranti? 

sabato 16 marzo 2024

Elezioni Basilicata: Lacerenza rinuncia

In Sardegna ha prevalso il centrosinistra con Todde, in Abruzzo la Destra con Marsilio, come mai?

di Giovanni Pulvino

Ely Schlein, Giuseppe Conte, Carlo Calenda,
Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni

Nelle elezioni amministrative il voto è spesso determinato da dinamiche locali. Di certo incide il sistema elettorale che è diverso per ogni regione. Decisive sono le candidature e come queste vengono individuate.

In Sardegna ha prevalso il Centrosinistra con Todde, in Abruzzo la Destra con Marsilio, come mai?

Nel primo caso il 'campo largo' era ‘ristretto’ a Pd, M5s e AVS ed ha vinto, nel secondo invece era sostenuto da tutte le forze politiche di opposizione ed ha perso, perché?

La Destra ad ogni elezione conferma i suoi voti anche se c’è un travaso da un partito all’altro. Prima prevaleva Forza Italia con Silvio Berlusconi, poi la Lega con Matteo Salvini ed ora Fratelli D’Italia con Giorgia Meloni, ma qualunque sia il leader restano sempre compatti quando si tratta di elezioni o di gestione del potere.

Il Centrosinistra invece ha un comportamento quasi ‘schizofrenico’. Le ultime due elezioni lo dimostrano. Quando il candidato è un grillino questi è sostenuto con convinzione dalle forze politiche, anche se non da tutte. Quando invece occorre sostenere un moderato o un indipendente come D’Amico una parte della coalizione e degli elettori non mostra lo stesso entusiasmo. Vengono a mancare una parte dei consensi dei grillini e quelli dei partitini del cosiddetto Centro (Azione e Italia Viva). Spesso queste forze politiche mettono veti sui nomi e sulle possibili coalizioni creando uno stato di confusione e scoramento tra gli elettori.

La prossima tornata elettorale che si terrà tra poche settimane in Basilicata per il Centrosinistra parte in salita. La leader del Partito democratico per evitare di rompere con il M5s ha dovuto dire sì ad un candidato che non ha mai fatto politica e che è praticamente sconosciuto agli elettori. Si tratta di Domenico Lecerenza medico oculista che lavora in Basilicata, ma è pugliese.

La candidatura è durata poche ore. Ecco cosa ha dichiarato dopo una notte di riflessione il medico lucano in mail inviata ad un quotidiano locale: ‘Dopo un'attenta riflessione voglio comunicare la mia rinuncia alla candidatura a Presidente della Regione Basilicata’.

L’indicazione voluta fortemente dal M5s non ha rinsaldato la coalizione, anzi ha creato ulteriori frizioni tra i partiti di opposizione e confusione tra gli elettori. 

Per il Centrosinistra è notte fonda.

Stando così le cose creare un'alternativa credibile da opporre alla Destra è assai difficile. Il compito che si è proposto di portare avanti Ely Schlein non solo è ingrato, ma è anche al limite dell'impossibile. 


sabato 2 luglio 2022

Ecco perché il Centrosinistra è tornato a vincere

Le elezioni amministrative del 12 giugno scorso ed il successivo ballottaggio del 26 hanno riportato il Centrosinistra alla vittoria. Non accadeva da tempo, come mai?

di Giovanni Pulvino

Matteo Renzi, Matteo Salvini e Luigi Di Maio

Premesso che si è trattato di elezioni locali che hanno coinvolto un numero limitato di elettori, che c’è stata un’alta percentuale di astensionismo e che il Centrodestra si è presentato spesso diviso, è comunque evidente la vittoria del Centrosinistra, almeno per il suo significato politico.

Dalla caduta del muro di Berlino con la fine della cosiddetta ‘Prima Repubblica’ e la nascita del berlusconismo non contano più i programmi e le ideologie, ma il carisma del leader. Una forma di populismo non nuova, ma che alla fine del secolo scorso è tornata ad essere dominante sulla scena politica. Ed ancora oggi è così, ma qualcosa sta cambiando.

La sua base economica è il consumismo. Promettere è la parola chiave. La coerenza non è necessaria. Contano l’immagine e la pubblicità. I comizi politici si fanno in tv o sui social, le interviste con il giornalista amico o, comunque, accondiscendente. Il confronto si fa solo se i sondaggi ci danno in svantaggio. Ed è fondamentale avere la proprietà delle televisioni e dei mass media o determinarne la direzione. Questo succedeva con Silvio Berlusconi, poi sono arrivati i suoi ‘emuli’: Matteo Renzi, Matteo Salvini e Luigi Di Maio. Nati presenzialisti, hanno fondato la loro linea politica sui personalismi, sulle promesse e sulle repentine ‘giravolte’ di opinioni ed obiettivi. Passare dalla Sinistra alla Destra è, per loro, del tutto naturale. Cambiare linea politica è una questione di tempi e di convenienze. Se cadono restano comunque in piedi. I leader non perdono mai, casomai è responsabilità del partito, della tv, degli avversari interni ed esterni, del complotto giudiziario. Ora ci sta provando Giorgia Meloni, che, a differenza degli altri, ha due scheletri nell’armadio: il suo background politico e soprattutto i suoi compagni di viaggio. 

Premesso tutto questo, la mini vittoria del Centrosinistra alle ultime lezioni amministrative rappresenta un cambio di direzione?

Il carisma del leader non sembra bastare più, occorre anche un  gioco di squadra. In fondo è sempre stato così. Specie in un sistema tripolare come quello italiano. I problemi nascono quando ci si divide, quando non si è umili, quando non si fa gruppo, quando il leader non è ‘autorevole ‘ e, comunque, riconosciuto come tale.

Enrico Letta, segretario del Partito democratico, sembra una figura grigia, poco presenzialista, ma forse è propria questa la sua forza. L’apparire ‘debole’ stimola le iniziative e l'importanza del gruppo o come si diceva una volta del partito.

Il Centrosinistra è riuscito ad espugnare Verona perché ha dato spazio a chi vive il territorio e lo fa senza interesse o ‘brama’ di potere. Forse è troppo presto per dirlo, ma i risultati delle ultime elezioni amministrative sono il segno di un cambiamento, di un ritorno alle idee, ai valori, alle comunità. 

sabato 5 febbraio 2022

Perché la Destra non riesce ad eleggere il PdR?

Nessun esponente politico della Destra sembra adatto a ricoprire la carica di presidente della Repubblica, perché?

di Giovanni Pulvino

Giovanni Leone e Sandro Pertini - (foto da it.wikipedia.org)
I principali esponenti della Destra italiana hanno ripetuto in questi giorni che un esponente del loro schieramento può ricoprire la carica di presidente della Repubblica come e meglio di un candidato del Centrosinistra. Insomma, ogni esclusione ideologica sarebbe pretestuosa. Nelle ultime elezioni, Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Silvio Berlusconi erano certi di farcela, ma ancora una volta è prevalso un esponente del Centrosinistra, perché?

Se guardiamo i presidenti eletti dal dopoguerra ad oggi è facile constatare che quelli più popolari appartengono all’area progressista. Tra questi Sandro Pertini, Carlo Azelio Ciampi ed ora Sergio Mattarella. Invece, i più discussi sono stati i democristiani ‘di destra’, come Antonio Segni, coinvolto nelle vicende del cosiddetto Piano Solo, Francesco Cossiga, che non ha fatto altro che attaccare e criticare i parlamentari che lo hanno eletto e soprattutto Giovanni Leone, dimessosi per le vicende legate allo scandalo Lockheed.

Il capo dello Stato deve rappresentare l’unità nazionale, sancisce l’articolo 87 della Costituzione. Deve avere cioè un alto senso del bene comune e soprattutto deve possedere una moralità al di sopra della media. Ed ancora. Deve essere rigoroso nei comportamenti, ma non deve essere autoritario. Deve saper ascoltare e decidere senza condizionamenti ideologici o di parte.

Nell’area politica cosiddetta 'moderata' e 'liberale' mancano personalità che abbiano queste caratteristiche e che, nello stesso tempo, siano inclusive ed altruiste, che sappiano rappresentare tutti, ma proprio tutti.

Per loro eleggere la massima carica dello Stato è sempre stato difficile ma lo è ancora di più se non hanno i numeri per farlo da soli. E quando ci sono riusciti quasi sempre hanno eletto leader scomodi o di parte.

Allora, se non si riesce ad eleggere un Presidente 'superpartes', è meglio forzare il dettato costituzionale e riconfermare quello uscente.