giovedì 29 aprile 2021

Governatore del West Virginia: ‘100 dollari per vaccinarsi’

‘100 dollari per vaccinarsi. È la proposta fatta dal governatore del West Virginia (Usa) per convincere i giovani americani a vaccinarsi, intanto nei paesi più poveri e non solo decine di migliaia di persone continuano a morire di Covid-19

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Foto da vocidallastrada.org

La diffusione del Covid-19 e la campagna di immunizzazione stanno accentuando le differenze tra i paesi ricchi e quelli poveri. Negli Stati Uniti d’America i cittadini sono pagati per vaccinarsi. In India le persone muoiono per strada ed il sistema sanitario è al collasso. Queste due notizie confermano quanto sia ingiusto il sistema economico e sociale che gli economisti chiamano Capitalismo.

Tutto ha un prezzo, anche la salute nostra ed altrui. Il fatto che i giovani americani siano restii a vaccinarsi è emblematico. Il benessere diffuso ci ha fatto perdere il senso della comunità. Sono gli effetti nefasti del consumismo. È la sublimazione dell’edonismo reaganiano.

Il governatore del West Virginia, Jim Justice, ha proposto di dare 100 dollari ad ogni giovane tra i 18 ed i 35 anni che si farà vaccinare. Non è che il primo dei tanti incentivi proposti negli Usa. Qualcuno dà un drink gratuito, le Università danno la possibilità agli studenti di vincere del denaro per comprare i libri o una borsa di studio, altre un alloggio gratuito per un anno accademico, e così via.

I sieri negli Stati Uniti d’America ci sono, ma una parte degli americani per vaccinarsi ha bisogno di un ‘spinta economica’. Tutto questo avviene mentre migliaia di indiani e non solo muoiono di Covid-19.

Nell’immediato le dosi non ci sono per tutti. Una immunizzazione di massa è comunque inevitabile e necessaria, ma prima vengono i paesi ricchi. Siamo in una situazione paradossale: chi ha la possibilità di vaccinarsi ha bisogno di un ‘incentivo’, chi invece vorrebbe farlo ‘senza se e senza ma’ non può, perché c’è penuria di siero.

Tutto ha un costo ed un prezzo. Tutto deve generare un profitto. È la logica del Capitalismo che ha prodotto e produce un mondo ingiusto e diseguale.

lunedì 19 aprile 2021

Super League? A noi bastava un super Santos bucato

Nasce la Super League, ossia una competizione destinata solo ad alcuni tra i club europei più ricchi e potenti e che ha come fine solo quello di aumentare gli incassi e tutelare le squadre fondatrici da eventuali défaillance sportive

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Il Grande Torino - (foto di @bolognari)

Sono dodici i club europei che hanno annunciato di aver raggiunto un accordo per costruire la Super League. I fondatori sono: il Milan, l’Inter, la Juventus, l’Arsenal, l’Atletico Madrid, il Real Madrid, il Chelsea, il Tottenham, il Manchester United, il Manchester City, il Liverpool ed il Barcellona. A questi club se ne aggiungeranno altri tre prima dell’inizio della competizione. Altri cinque cambieranno da stagione in stagione. In tutto saranno 20.

Non ci sono squadre della Germania, della Francia, dell’Olanda, del Portogallo, etc. Alcuni grandi giocatori ed allenatori hanno già detto che lasceranno i club che hanno aderito al nuovo torneo. Contro l’iniziativa si sono espresse la Uefa, l’Eca e la Fifa.

La nuova competizione è stata voluta fortemente dal presidente della Juventus Andrea Agnelli. Il suo è il ragionamento di un uomo che è nato ricco e che non accetta la possibilità che si possa essere bravi anche se non si dispone di risorse finanziarie illimitate. Chissà cosa avrebbe detto l’avvocato Gianni Agnelli e cosa ne pensano Silvio Berlusconi e Massimo Moratti.

Prima i soldi, poi lo sport. Il potere nel Calcio non può essere dei 'poveri'. Solidarietà e meritocrazia sono parole obsolete per i grandi club di Spagna, Italia e Inghilterra. Solo chi ha più tifosi e risorse conta. La ridistribuzione equa degli introiti miliardari derivanti dai diritti televisivi è, per loro, un peso insopportabile. È la legge del più forte o, almeno, di chi si sente tale.

Lo sport come inclusività e solidarietà è, per questi ‘paperoni’, un valore superato. È l’addio al calcio dilettantistico ed a quello amatoriale, quello dei campetti di provincia o di periferia che praticavamo da adolescenti e che ci ha fatto amare questo gioco. Oggi contano solo i club dei più ricchi. Tutto il resto è ‘inutile’ e superfluo. È il passato.

Il paradosso è che si tratta di società che dispongono già di ingenti risorse finanziare. Club che continuano a spendere di più di quanto incassano e che, spesso, lo fanno a debito. Non solo. Esse hanno il supporto di grandi multinazionali pronte a coprire le ingenti perdite accumulate. 

L’avidità non ha limiti.

C’è un’altra stranezza. Alcuni di questi club sono di proprietà di miliardari stranieri. Il loro scopo è fare speculazioni finanziarie. Utilizzano lo sport per ottenere riconoscimenti e fama e per continuare ad accumulare ricchezza.

Ma tutto questo ai ricchi non basta.

La nuova Super League è la sublimazione del capitalismo e delle sue disuguaglianze. E non è un caso che a volerla siano pochi miliardari privilegiati che, tra l’altro, non hanno nessun merito sull’accumulazione spropositata della loro ricchezza. Ma forse è proprio questo che li spinge ad essere egoisti. Chi non ha mai vissuto nella privazione non può capire né tantomeno accettare i principi di solidarietà ed altruismo.

A noi bastava poco. La strada o il cortile erano il campo da gioco, due sassi i pali delle porte, un super Santos sgonfio o bucato era il pallone. Nient’altro. Era allegria e spensieratezza. Era poesia, era il gioco del calcio. Chi non ha vissuto l'adolescenza nei campetti di periferia non può capire.

Se lo sport perde la sua essenza, allora resteranno solo i soldi. Diventerà uno sport di élite, per pochi come il golf o il Polo.

Se la Super League sarà questo, allora sarà meglio passare ad altro.

giovedì 15 aprile 2021

‘Scusa Ciotti … la Fiorentina è passata in vantaggio …’

Ad un certo punto della radiocronaca irrompeva la voce rauca di Sandro Ciotti: ‘Scusa Ameri, scusa Ameri … la Pistoiese è passata in vantaggio ...

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Schedina del 17/09/1981
da vigevano24.it

La domenica pomeriggio era nostra abitudine seguire le partite di calcio alla radio. Ascoltavamo ‘Tutto il calcio minuto per minuto’. Bastava una radiolina ed era subito condivisione. Allora gli incontri si svolgevano in contemporanea. Alle ore 15.00, puntuale come un orologio svizzero, la sigla della trasmissione annunciava l’inizio delle partite. Dallo studio a coordinare gli interventi dei vari cronisti c’era la voce di Roberto Bortoluzzi.

Gentili ascoltatori buongiorno, stiamo per collegarci con san Siro per Milan-Perugia, con Torino per Torino-Napoli, con Ascoli per Ascoli-Internazionale, con Bergamo per Atalanta-Juventus e con Lecce per Lecce-Pescara. Ai microfoni sono i colleghi Enrico Ameri, Sandro Ciotti, Claudio Ferretti, Alfredo Provenzali ed Ezio Luzzi. Cominciamo con i primi tempi, la linea a Milano’.

Tra un collegamento e l’altro non mancavano i commenti, ma, di solito, si ascoltava senza parlare. Ognuno di noi poteva immaginare le azioni ed i gol descritti dai commentatori. Non c’erano vincoli alla nostra fantasia se non quelli delle parole usate con grande stile e competenza dai radiocronisti. Ci facevamo un film delle partite. Era come ascoltare una radio in bianco e nero. I nostri ‘replay’ erano pure essi senza colore. Le poche immagini televisive trasmesse in prima serata dalla Rai erano anch’esse in bianco e nero. Solo allora potevamo confrontare quanto avevamo immaginato con quanto era realmente accaduto qualche ora prima sui vari campi di calcio.

Quando si è giovani è bello sognare, non costa nulla, un futuro c’è sempre, poi, più tardi, capisci che così non è. I domani diventano sempre di meno e ti rendi conto che presto non ci saranno più neanche quelli.

Le parole giungevano estemporanee dall’etere, si sapeva che venivano da lontano, ma erano diventate familiari. Erano un appuntamento domenicale a cui nessuno di noi poteva mancare. Durante la settimana c’erano anche le partite della Coppa delle Coppe, della Coppa Uefa o della Coppa dei Campioni, ma si svolgevano di sera e la condivisione non era possibile. Avevano un altro sapore ed un altro colore, sapevano di solitudine e malinconia anche se ti 'immergevi' in una dimensione internazionale. La domenica pomeriggio invece ovunque ci fosse qualcuno con la radio accesa si formava un campanello intento ad ascoltare. Stavamo seduti a Sant’Antonino, sul muretto di piazza Marina, in piedi nel cortiletto della scuola elementare o davanti al tabacchino.

Scusa Ciotti … la Fiorentina è passata in vantaggio…’

Uno, ics o due? Nel quadratino della schedina si poteva indicare solo uno dei tre risultati possibili delle tredici partite da pronosticare. Lo facevamo praticamente tutti. Due colonne erano il minimo. Il sistema, invece, ci consentiva di giocare le triple e le doppie. Costava di più, pertanto eravamo costretti a condividere la spesa per giocarlo, era un altro modo di essere comunità. Pochi di noi avevano le disponibilità finanziare o l’intenzione di spendere tanti soldi per giocare da soli.

Ed ora un breve riepilogo dai campi … Roma 1 - Lecce 2, Juventus 3 - Catania 1, … in serie C la Carrarese è passata in vantaggio sulla Cremonese…’

Una volta mancammo un tredici milionario per un nulla. Altre volte facemmo undici o dodici, quel poco che ci fruttarono lo utilizzammo per le schedine successive. Il difficile era combinare i risultati più probabili con le ‘sorprese’, cioè quelli delle partite ‘scontate’ con quelli inverosimili. Spesso capitava di indovinare i primi e non i secondi o viceversa. E poi c’erano gli incontri di Serie C ed a volte di Serie D. Erano squadre sconosciute, il pronostico era difficile da fare. Non tutti erano d’accordo con le triple o le doppie da inserire o con i pronostici da fare, ma si fidavano sempre di chi faceva il sistema o la schedina. Non ho mai capito a cosa fosse dovuta tanta fiducia, ma c’era e ci sarebbe stata sempre. Questo bastava ed incentivava a fare meglio.

Linea a Napoli fino al termine, i colleghi possono interrompere solo per i risultati finali’ ….

Spesso i gol arrivavano in zona cesarini ed erano quelli che decidevano le sorti della schedina. Allo scadere del novantesimo minuto il recupero non era indicato dalla lavagna luminosa, solo l’arbitro sapeva quanto doveva durare. Al termine delle partite restava sempre un po' di delusione, ma non importava. Quello che contava era che alle tre della domenica successiva saremmo stati di nuovo tutti lì a tifare ed a sperare in un gol o in un interruzione da Milano o dal Cibali di Catania che ci raccontasse la buona notizia. E se questo non fosse avvenuto pazienza, ci saremmo rifatti la volta dopo.

‘Bene gentili ascoltatori abbiamo terminato, vi ricordiamo che su Radio 2 andrà in onda la seconda parte di ‘Domenica sport’, assistenza tecnica di ….

Finite le partite ed in attesa delle immagini televisive era tempo dei commenti. Tutti esperti, si sa. In fondo il calcio è un gioco semplice ed è democratico, chiunque poteva dire la sua ed era comunque un giudizio valido. I tifosi eravamo tutti sullo stesso piano, le squadre un po' meno, lì contavano i soldi. Ancora oggi è così, anzi oggi lo è ancora di più. E non ci importava e non ci importa che il Sud anche nello sport era ed è un passo indietro rispetto al resto del Paese. La passione per il calcio non ci faceva e non ci fa ‘vedere’ questa discriminazione economica e sportiva. Lo davamo e lo diamo per scontato, ma, a pensarci bene, era ed è una grande ingiustizia.

Intanto, un’altra domenica pomeriggio era trascorsa. Altra memoria a perdere era nata, inutile ed effimera come tutto, come sempre.

sabato 10 aprile 2021

I 'furbetti' del vaccino

Oltre due milioni di italiani hanno ricevuto una dose del vaccino senza essere nelle liste di priorità, com’è stato possibile?

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Foto da governo.it

Solo il 38,78% degli over 80 ha ricevuto la seconda dose del vaccino, mentre al 68,21% è stata somministrata solo la prima. Il 2,48% degli italiani tra i 70 ed i 79 anni è stato vaccinato, mentre il 19,89% ha ricevuto la prima dose. È un ritardo inaccettabile. A chi sono andati parte dei vaccini disponibili?

Il report del commissario per l’emergenza è chiaro: sono oltre due milioni gli italiani che hanno ricevuto una dose del siero sotto la voce ‘altro’. Più del 20% dei dodici milioni di vaccini disponibili è stato somministrato a soggetti non rientranti nelle liste di priorità.

Con che coscienza uno salta la lista e si fa vaccinare? Ha detto con enfasi il commissario Figliuolo. Concetto ribadito successivamente anche dal Presidente del Consiglio, Mario Draghi.

Questo fenomeno è particolarmente evidente in alcune regioni. In Sicilia, in Calabria, in Puglia, in Valle d’Aosta e in Toscana questi presunti ‘abusi’ hanno sfiorato il 30% del totale. Dirigenti, avvocati, professori universitari, presunti sanitari, guide turistiche dei parchi e persino sacerdoti e seminaristi hanno ricevuto la prima dose di vaccino, mentre decine di migliaia di ultraottantenni sono ancora in attesa.

Come è stato possibile tutto questo?

Siamo il paese dei furbetti, questo si sa. Il precedente governo guidato da Giuseppe Conte è stato accusato di non aver saputo accelerare sulle somministrazioni. Ebbene il cambio di passo auspicato con il nuovo esecutivo di unità nazionale di Mario Draghi finora non si è visto. Certo i vaccini a disposizione non sono sufficienti, ma c’è anche altro.

Ogni regione va per conto suo. La legislazione concorrente introdotta con la riforma costituzionale del 2001 è alla base di questo disastro. Chi decide sulla Sanità? Il sistema introdotto con l’articolo 117 della Costituzione funziona così. Il ministero della Sanità stabilisce le direttive nazionali, ma poi ad attuarle sono gli enti locali. Le indicazione spesso vengono interpretate diversamente da regione a regione. Stando così le cose per i 'furbetti' dei vaccini è facile trovare un cavillo o una norma che gli consente di saltare la fila.

Tutto questo è possibile soprattutto perché le autorità locali lo hanno consentito e favorito. Poi come al solito esse scaricano la responsabilità delle loro decisioni sul Governo e sul ministro della Salute.

Ma anche questo non sorprende.

venerdì 9 aprile 2021

Renzi e i 'renziani' del Pd

Matteo Renzi è uscito dal Partito democratico, ma continua a condizionarne le scelte e la linea politica

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Andrea Marcucci e Simona Malpezzi
(foto da zazoom.it)

Il ritorno di Enrico Letta alla guida del Partito democratico è già pieno di ostacoli. La nomina di due donne come capogruppo al Senato della Repubblica e alla Camera dei deputati è stata più ostica del previsto. La ragione è politica. Sono state elette due democratiche che sono molto vicine all’ex segretario. Andrea Marcucci, grande amico di Matteo Renzi, ha fatto un passo indietro, ma solo per una 'renziana' doc: la senatrice Simona Malpezzi.

Per comprendere le ragioni di questo paradosso occorre risalire ai giorni che precedettero la presentazione delle liste per le elezioni politiche del 2018.

Allora alla guida del Pd c’era l'ex sindaco di Firenze. Come si sa le liste elettorali sono predisposte dai partiti, in particolare dalle segreterie. Con l’attuale sistema elettorale si possono inserire le candidature dei ‘propri amici’ nei collegi 'blindati' e quelle degli avversari in quelli dove l’elezione è improbabile.

Con le liste bloccate del ‘Rosatellum’ è stato semplice per l'ex segretario del Pd inserire i ‘propri’ sostenitori nelle liste e nelle circoscrizioni dove era assai probabile ottenere il seggio. Tutto a danno delle altre correnti, in particolare di quella di ‘Sinistra’.

Il Pd ha perso le elezioni del 2018, ma Matteo Renzi ha vinto lo stesso. Nonostante la scissione di Italia Viva la gran parte dei senatori e dei deputati democratici che oggi siedono in Parlamento appartengono alla sua corrente. Molti di questi costituiscono il gruppo di maggioranza relativa del Pd. Si tratta dei cosiddetti riformisti. Sono guidati da Andrea Marcucci e Luca Lotti. Insomma, l’ex sindaco di Firenze oltre ad essere il segretario di IV, può influenzare le scelte dei democratici attraverso la sua corrente all’interno del Partito democratico.

Sembra un stramberia, ma così non è. Mentre il senatore di Rignano va in giro per il mondo a fare conferenze, i 'suoi' parlamentari fanno il lavoro ‘sporco’. All’inizio della legislatura hanno inserito esponenti della loro corrente nei posti di rilievo del Pd. Nel 2019 hanno ‘costretto’ l'ex segretario ed il suo gruppo parlamentare a dare vita al Giuseppe Conte 2 e nel 2021 al governo di Mario Draghi. Ora hanno imposto anche i capigruppo.

Probabilmente Nicola Zingaretti si è dimesso proprio perché non è riuscito ad impedire queste dinamiche interne. Enrico Letta dovrà affrontare lo stesso problema: riuscirà a liberare il Pd dai 'renziani'? La risposta è no. Per farlo dovrà aspettare il 2023, quando ci saranno le elezioni politiche. Nel frattempo, il maggior partito del centrosinistra dovrà abbozzare ed evitare che al danno segua la beffa, quella dell’estinzione.

sabato 3 aprile 2021

Elica delocalizza, la storia si ripete ancora una volta

‘Prima gli italiani’ ripetono spesso i leader della Destra, ma per incrementare i profitti delle loro aziende sono i primi ad andare all’estero

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Protesta degli operai della società Elica
(Foto da operaicontro.it)

Dopo aver usufruito della Cig la società Elica dell’ex senatore di Forza Italia Francesco Casoli delocalizzerà in Polonia. Già dieci anni fa la proprietà della società di Fabriano aveva proceduto ad una ristrutturazione riducendo la forza lavoro da 1000 addetti a circa 600. Quei sacrifici non portarono a nuovi investimenti come era stato promesso.

Ora la delocalizzazione. Per evitare i licenziamenti gli operai avevano deciso di ridursi l’orario di lavoro e di rinunciare ad una parte del salario, ma tutto questo non è bastato. La società leader nella produzione di cappe da cucina ha deciso di spostare circa il 70% dell’attività in Polonia. E' l'ennesima beffa per i lavoratori. Dei 560 addetti, 400 saranno licenziati.

Il piano di ristrutturazione prevede il taglio della produzione di bassa gamma. Sarà chiuso lo stabilimento di Cerreto d’Esi. Le linee saranno spostate a Jelcz-Laskowice. Mentre l’attività di gamma alta rimarrà nello stabilimento di Mergo.

I lavoratori hanno chiesto un incontro urgente con il ministro dello Sviluppo Economico Giancarlo Giorgetti. Ma i sindacati e gli esponenti di Sinistra italiana denunciano l’assenza di iniziative da parte del dicastero guidato dall’esponente leghista. Una situazione di inerzia sulle vertenze industriali come questa non si era mai verificata nel nostro paese, sottolineano.

La storia si ripete. Il rischio della desertificazione industriale di gran parte del territorio è evidente. La motivazione è sempre la stessa: incrementare i profitti e non importa se a pagarne le conseguenze sono i lavoratori e le loro famiglie. Ormai è ‘macelleria sociale’. Il post Covid-19 potrebbe causare decine di migliaia di licenziamenti. I prossimi mesi saranno molto difficili per molte famiglie italiane.

'È una sconfitta della politica e degli imprenditori italiani. È la sconfessione dell’efficacia del Decreto Dignità introdotto dal governo Penta-leghista e, voluto, in particolare da Luigi Di Maio. Ed è la dimostrazione dell’inutilità delle politiche di incentivi statali alle imprese private. I finanziamenti e le agevolazioni concesse per garantire i posti di lavoro non bastano, occorrono politiche industriali e piani di investimento pubblico nel medio-lungo periodo. Fino a quando la logica sarà solo quella del profitto, le delocalizzazioni continueranno, specie nel Sud Italia, ed a pagarne le conseguenze saranno sempre e solo i lavoratori'.

Fonte: REDNEWS

martedì 30 marzo 2021

Medici ‘No vax’: sospensione, trasferimento o licenziamento?

Medici ‘No vax’: non facciamo l’errore di penalizzare ancora una volta chi si comporta in modo corretto e serio ed opera per il bene comune, premiare i furbi non è mai una buona cosa

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Foto da primadituttomantova.it

A Brindisi 400 sanitari ‘No vax’, a Lecce altri 200, a Fiano Romano, cittadina a nord di Roma, un’operatrice che non ha voluto immunizzarsi ha contagiato due colleghi ed ha scatenato un focolaio nella struttura Rsa dove lavora. Dei 27 positivi al Coronavirus nessuno ad oggi è in condizioni gravi, in molti avevano già fatto il vaccino. Ora si teme per coloro che ancora non sono stati immunizzati

L’articolo 32 della Costituzione sancisce: ‘La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività... Nessuno può essere obbligato ad un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge’. La questione è: tutelare la salute e l’interesse collettivo o garantire il diritto individuale dei medici e dei sanitari 'No vax'? Deve prevalere cioè l’interesse pubblico o quello privato? Nel 2017 la Consulta stabili ‘non irragionevole’ limitare la libera autodeterminazione per la ‘tutela degli altri beni costituzionali’, tra questi c'è, ovviamente, la salute dei cittadini.

Un medico non può e non deve mettere in pericolo la vita di un suo paziente. Prima di iniziare la professione i sanitari si impegnano a ‘…perseguire la difesa della vita, la tutela della salute fisica e psichica dell'uomo e il sollievo della sofferenza, …. di non compiere mai atti idonei a provocare deliberatamente la morte di una persona …’.

Ognuno di noi ogni giorno deve decidere se vivere pensando solo al proprio ego o nella consapevolezza che l’esistenza altrui è altrettanto importate quanto la nostra. Le convinzioni personali non devono intralciare o condizionare il nostro operato quando questo incide nella sfera sociale altrui. Per i sanitari non ci possono essere mezze misure. Chi non accetta questi principi etici e deontologici non può svolgere la professione di medico o di infermiere.

Non solo. Chi ci garantisce che sia solo un problema di tutela della salute? Nulla esclude che essa sia una strategia volta ad ottenere il trasferimento per svolgere un’altra mansione, magari meno gravosa o una sospensione retribuita.

Non facciamo l’errore di penalizzare chi si comporta in modo corretto e serio ed opera per il bene comune. Premiare i furbi non è mai una buona cosa.

Fonte wikipedia.org

venerdì 26 marzo 2021

‘Ma voi siete comunisti?’, per noi la risposta era ovvia

Ma voi siete comunisti?’. La domanda ci parse strana e superflua nello stesso tempo, per noi la risposta era ovvia: Noi siamo figli di un operaio e di una casalinga, cos’altro possiamo essere se non questo?’

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Tessere del PCI 1983 e 1985 
(Foto di Giovanni Pulvino)

Non avevamo scelta, non era solo una questione di condizione sociale, era piuttosto una predisposizione caratteriale. Per indole non potevamo che stare dalla parte dei lavoratori. Con chi, cioè, doveva svolgere due o tre occupazioni per mantenere la famiglia e per garantire un futuro decoroso ai propri figli. Per tanti ancora oggi è così, ma la scelta ‘ideale’ non è più la stessa, chissà perché.

Quando si è ‘giovani’ non si pensa alla fine del mese, tutto ci sembra dovuto. Solo dopo, quando giungono i giorni più difficili ci si rende conto di quanti sacrifici siano stati fatti per garantirci un’adolescenza serena.

Per tanti padri e madri di famiglia, allora, l’unica soddisfazione era il ‘pezzo di carta’. Gli occhi quel giorno nell'aula magna dell'Università erano lucidi, era la loro piccola/grande ricompensa ai tanti sacrifici fatti, nient’altro.

Nulla avviene per caso. Il bisogno di conoscenza era tutto o quasi. Era una necessità ‘fisica’ che si è mantenuta nel tempo. Fino ad oggi, fino alla fine. Non era un atto egoistico. Capire e comprendere per condividere quanto appreso e per accrescere il bene comune. Lo scopo era questo.

È il Dna che ci fa andare in una direzione piuttosto che in un’altra? È la cultura acquisita? È l’ambiente sociale di provenienza? Chissà, ma che importa. Di certo è una opzione individuale. Ogni giorno ognuno di noi deve decidere da che parte stare. Lo si fa anche inconsciamente, quasi senza volere, ma è inevitabile.

Per noi e per tanti altri la scelta era ovvia, era una condizione di vita. Ed era una inevitabile conseguenza del nostro modo di intendere la ‘comunità’.

Ancora oggi è così, al di là dei nomi e delle etichette.

Ognuno può agire nel solo interesse personale, rimanendo intrappolato nel proprio ego, oppure può operare nell’interesse comune, nella consapevolezza che il bene altrui è anche il nostro. Noi sentivamo quest'ultima esigenza, era la nostra ‘diversità’.

Il senso di giustizia e del dovere era innato. Non era solo una questione ideologica o di condizione sociale, era una predisposizione ‘genetica’.

Dare a tutti le stesse opportunità senza dover sottostare alla volontà altrui, senza dover chiedere per ottenere un diritto. Liberi di decidere e di dire di no. Con l’impegno di non lasciare indietro chi non riesce ad essere autonomo. La vita è una ed il tempo scorre uguale per tutti. Troppo spesso lo dimentichiamo. Un'esistenza trascorsa senza mai dire di no, senza egoismi. Intelligenze fuori dal comune, ma senza presunzione o prosopopea ed un impegno continuo messi a disposizione di tutti. Ecco questo eravamo e siamo, almeno fino a quando resteremo nella memoria di coloro che abbiamo incontrato nella nostra strada.

La risposta a quella domanda ancora oggi è la stessa: ‘cos’altro possiamo essere se non questo?’

venerdì 19 marzo 2021

'Perché il nome di mio figlio non lo dicono mai?'

‘A ricordare e riveder le stelle’ è lo slogano scelto da Libera per la ventiseiesima edizione della Giornata della Memoria e dell'Impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Foto da libera.it

‘La donna prese le mani di don Luigi Ciotti e gli disse: sono la mamma di Antonino Montinaro, il caposcorta di Giovanni Falcone. Perché il nome di mio figlio non lo dicono mai? È morto come gli altri’. Era il 21 marzo e quell’esortazione non poteva rimanere inascoltata. La Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie nasce così, dal dolore di una mamma che aveva perso il figlio nella strage di Capaci.

La prima edizione si svolse a Roma il 21 marzo del 1996. Da allora ogni anno, in una città diversa, in quel giorno vengono letti i nomi ed i cognomi delle vittime innocenti delle mafie. ‘E’ un momento di riflessione, approfondimento e di incontro, di relazioni vive e di testimonianze attorno ai familiari’, si legge nella presentazione della ventiseiesima edizione.

L’emergenza dovuta alla pandemia non ha fermato le iniziative. La campagna di sensibilizzazione sta continuando attraverso i social e con l’attivismo sul territorio.

‘A ricordare e riveder le stelle’ è lo slogan scelto per il 20 ed il 21 marzo 2021. Il senso è chiaro. Tornare a coloro che hanno perso la vita a causa delle mafie e per esprimere, attraverso la memoria, ‘l’impegno nell’oggi e nel domani’. E nello stesso tempo, citando l’ultimo verso dell’Inferno della Divina Commedia di Dante Alighieri, si intende auspicare l’uscita dalla pandemia dopo un anno di isolamento e di distanziamento.

Combattere le mafie – dichiara il presidente di Libera don Luigi Ciotti – vuol dire anche nutrirsi di una cultura che sappia essere strumento di denuncia e di crescita civile. Le organizzazioni criminali hanno da sempre stretto un accordo con l’ignoranza e la superficialità. Le immagini in movimento rappresentano un linguaggio universale a disposizione del nostro impegno democratico. È un dovere del mondo della scuola educare gli studenti alle nuove forme di comunicazione’. 

Fonte: libera.it

martedì 16 marzo 2021

Le vaccinazioni non si possono fermare

Trombosi venosa cerebrale, è questa la causa dei decessi che si sono verificati negli ultimi giorni. Il timore è che siano dovuti al vaccino AstraZeneca 

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Foto da toscana-notizie.it

Nel nostro Paese gli eventi tromboembolici sono 166 al giorno, circa 60mila all’anno. Quelli dovuti alla patologia della trombosi venosa cerebrale sono compresi tra 2 a 5 casi su un milione di persone all’anno. Quindi sono piuttosto rari.

Non esistono ad oggi prove che certificano una relazione diretta tra l’inoculazione del siero del colosso farmaceutico anglo-svedese e gli eventi gravi sulla salute verificatisi nell’ultima settimana e che hanno portato alla sospensione delle somministrazioni in diversi paesi europei. Sarà l’Ema (Agenzia europea per i medicinali) a stabilire se c’è una correlazione oppure no.

Secondo il Paul Ehrlich Institute (PEI) della Germania, che corrisponde al nostro Istituto Superiore di Sanità, ci sarebbe un aumento ‘notevole’ di una forma rara di trombosi venosa cerebrale in concomitanza con la somministrazione del siero di AstraZeneca. Da qui lo stop alla somministrazione del vaccino.

Le segnalazioni di effetti collaterali gravi sono numerose. Nel nostro Paese per Pfizer sono state 1.700, per AstraZeneca sono state 79, ma le somministrazioni con quest’ultimo siero sono state minori.

In Germania sono stati segnalati 7 casi di trombosi venosa cerebrale, di cui tre deceduti, su 1,5 milioni di vaccinati. In Gran Bretagna, ci sarebbe stati 3 casi su oltre 11 milioni di persone vaccinate. Nel Regno Unito quelle dovute ad AstraZeneca in tutto sono state 39, di cui 14 per trombosi, 13 per embolia polmonare e 13 per trombocitopenia (mancanza di piastrine). Mentre per Pfizer sono state 36 di cui 8 per trombosi venosa profonda, 15 per embolia polmonare e 13 per trombocitopenia.

I vaccini come tutti i farmaci possono provocare effetti collaterali. Non esiste e non potrà mai esistere un medicinale che non produca una qualche conseguenza non voluta. Il punto allora è: siamo disposti ad accettare i rischi sia pure limitati oppure vogliamo tenerci il Covid-19 che continua a fare migliaia di vittime ogni giorno?

La risposta è ovvia. AstraZeneca, Pfizer/Biontech, o qualunque altro vaccino, non importa, le somministrazioni non si possono fermare.