venerdì 8 ottobre 2021

Gli zii e le zie di Torremuzza (parte quarta)

Per una questione di privacy i nomi ed i soprannomi sono indicati con le iniziali. Chi li ha conosciuti o li conosce certamente capirà di chi si tratta

di Giovanni Pulvino


Nzusu - (foto di Giovanni Pulvino)

Sembrerà strano, ma pur essendo un Borgo marinaro c’era chi viveva in e di ‘campagna’

U zu C. era uno dei pochi torremuzzari che sapesse fare il ‘malocchio’. Gli bastava poggiare sopra la testa dell’infermo, si fa per dire, un piatto riempito di acqua macchiata con qualche goccia di olio e ripetere sottovoce qualche preghiera. Il rimedio era ‘miracoloso’, faceva passare il mal di testa o almeno così ci si illudeva che fosse. Lui, insieme a za N. di Nzusu, vivevano in ‘campagna’ che per noi era la parte alta della frazione. I loro figli, nostri coetanei, non li vedevamo quasi mai, anche quando si facevano iniziative collettive come quella del gruppo folcloristico. Una volta un nostro amico, sempre quello che mi faceva vincere le partite anche se giocavo da solo, si recò nella loro abitazione, non ricordo il perché, ma non importa. Fu morso dal cane che avevano addestrato per fare la guardia e che per questo era legato, ma non bastò per evitare l’aggressione. Non ci andò mai più.

Per una questione di sicurezza ne avevano sempre uno davanti casa. Per un certo periodo adottarono un pastore tedesco, stava davanti all’uscio, quando ti vedeva arrivare ti ‘osservava’ con diffidenza, non so quante volte ho rischiato di essere azzannato, ma per loro era innocuo.

'Noblesse oblige', ma non per noi, la loro indifferenza era anche la nostra

I fratelli F. erano i proprietari della Torre. Acquistarono la struttura insieme al latifondo dagli eredi del principe di Torremuzza diventato dopo l’unità d’Italia senatore del Regno. Erano i latifondisti del Borgo. Ogni tanto li vedevamo passare, ma non davano confidenza a nessuno o quasi. Si comportavano da ‘nobili’, almeno questa era la nostra impressione. Nonostante ciò, un nostro coetaneo si invaghi della figlia di uno di questi proprietari. Una volta eravamo in spiaggia e notai che non distoglieva mai lo sguardo in direzione della Torre. Non credo che successe mai ‘nulla’, la distanza tra i borgatari e i presunti ‘nobili’ era tanta. Fu un amore platonico, uno dei tanti.

Allora quel che c’era bastava

A za R. e suo marito non li vedevamo quasi mai. Vivevano anche loro di e in ‘campagna’. Una volta entrai nella loro casa, non so perché lo feci, era una dimora modesta, un unico ambiente, ma pulito ed accogliente come una reggia. La dignità e la serietà delle persone si misurano da queste piccole cose, il denaro conta, facilita la nostra breve esistenza, ma non è tutto.

La musica ed i balli sono una fonte infinita di ricordi, uno di questi è il Fox, ma non sono sicuro che sia questo il nome giusto

C’è stato un periodo in cui organizzavamo le serate del cenone nella sede dell’Associazione culturale di Torremuzza. In una di queste decidemmo di comprare dei piccoli regali per i membri più anziani. Spendemmo poche Lire, ma quel pensierino Li colse di sorpresa. Tra loro c’era u zu V.. Stava seduto a capotavola e, come tutti gli altri, stava trascorrendo un fine anno tra i più belli della sua vita. Raramente lo vedevi per le strade del Borgo, ma quando si organizzava un’attività di gruppo era sempre presente. Era bravo a ballare il Fox. Ovviamente ci insegnò le figure più significative. Quel ballo, poi, lo ripetemmo tante volte. Ed era uno di quelli messi in scena con il gruppo folcloristico. Imparavamo dalle persone più grandi.

La cultura di un popolo si trasmette così, oggi è solo memoria a perdere, come tutto

Nel 1970 non avevamo ancora la televisione, ma questo non ci impedì di vedere la semifinale dei mondiali del Messico. Eravamo in casa ru zu C. che allora abitava nel cortile Marina. La partita Italia - Germania federale fu trasmessa di sera tardi e, ad un certo punto, ci addormentammo. Rimangono solo alcune immagini scolorite,  ma sono lì e non vanno via, non per me almeno. Il gol del pareggio ad oltre due minuti dal termine dei tempi regolamentari del milanista Schnellinger con Gianni Rivera che abbraccia il palo in segno di disperazione e nel secondo tempo supplementare la rete decisiva del 4 a 3 che sembra un calcio di rigore in movimento realizzato dallo stesso campione del Milan sono impresse nella mia memoria. Quante emozioni quella sera e ogni volta che vediamo le repliche della partita considerata da molti come la più bella di tutti i tempi.  

Tutto era in bianco e nero, nulla era dovuto, era poco ma tutto era più vero

Le prime trasmissioni televisive i torremuzzari le hanno viste in un locale che probabilmente era di un’associazione, ‘a pignone’, ma non sono sicuro che sia questo il nome giusto (quello corretto è Pia Unione). È un ricordo scolorito, molto. Una volta ci andammo con mio padre, ma non riesco a rammentare quale trasmissione vedemmo. 

Durò poco. Presto in tutte le case trovò posto un televisore, eravamo in pieno boom economico e la vita degli italiani, anche dei meridionali, cambiò. Non era più il tempo della ‘parsimonia’ contadina e marinara, ma era iniziato quello del consumismo, del superfluo e dello spreco.

In quel luogo aprì poco tempo dopo l’ufficio postale, uno dei due locali pubblici che i borgatari frequentavano, l’altro era ‘u tabacchinu’. Quest’ultimo fungeva anche da generi alimentari e da bar. A za R. e u zu V. lo gestivano anche a credito. Allora occorreva aspettare la paga mensile o settimanale anche per fare la spesa o per pagare il debito accumulato. D'estate lì compravamo il gelato. Una 'scaletta' (cremino) costava poche 'lire', aveva un sapore indefinibile, forse perché i nostri genitori non ci viziavano, era come il pranzo della domenica. Era un'abitudine settimanale, l'attesa accresceva il desiderio e il piacere di gustare lentamente il sapore della crema al latte ricoperta da un sottile strato di cioccolata. O semplicemente era un ghiacciolo, potevi scegliere il gusto che volevi, stando attento a godertelo prima che si sciogliesse. Oppure era un 'fortunello', metà biscotto e metà gelato. Il cornetto dell'Algida o il croccante dell'Eldorado vennero dopo, ma in un certo senso erano i gelati dei ricchi, perché costavano di più, ma a noi non importava, preferivamo sempre la 'scaletta', quella della nostra infanzia, degli anni perduti e del tempo andato, dei ricordi a perdere, come tutto.

Al posto della piazzetta che c'è davanti al tabacchino c’era una specie di viottolo in terra battuta. Prima di sbucare 'na Vanedra', girava ad angolo e c’era sempre il rischio di scivolare. Mi capitò di cadere, la suola degli zoccoli era di gomma dura e scivolare era quasi inevitabile, ma non mi feci nulla. Una volta su quello spiazzo assistetti ad una disputa ‘politica’ tra S. e G., durò poco ma fu molto accesa, allora si viveva di ideali e le opinioni erano inconciliabili. 

Chissà perché questo ricordo torna sempre ed altri invece no. La nostra mente è incomprensibile, non possiamo farci nulla, solo subire 

Una volta per comprare le sigarette lì, al tabacchino, si fermò un cantante famoso, fu semplice riconoscerlo, era Nicola di Bari. La voce si sparse subito. Per i pochi borgatari che accorsero nello spiazzo davanti all’entrata del tabacchino fu un momento di euforia e novità. 

Quante volte abbiamo cantato le sue canzoni e non solo, in quegli anni bastava una chitarra per fare gruppo. Quando andavo a Messina per gli esami universitari mi ritagliavo un momento per comprare uno spartito o le corde di ricambio. Lo percepivo come un impegno anche se nessuno mi obbligava. Per mesi ho strimpellato le tonalità del Re e del Sol fino a farmi venire i calli sui polpastrelli delle dita. Eravamo autodidatti, imparavamo in fretta. Lo facevamo per il desiderio di conoscenza e per acquisire competenze nuove. Nello stesso tempo ci serviva per socializzare. Per noi era una necessità ineludibile ed ineliminabile. Spesso suonavo da solo, ma ogni occasione era buona per condividere qualche canzone. In riva al mare, sulle panchine della piazzetta o quelle di via nazionale e in tutte le occasioni in cui c’era convivialità e voglia di cantare, bastava una chitarra e …  

'Questa di Marinella è la storia vera, che scivolò sul fiume a primavera, ma il vento che la vide così bella, dal fiume la portò sopra una stella' ...

Continua …


lunedì 4 ottobre 2021

La diaspora leghista non ci sarà

Non ci sarà nessuna diaspora leghista, non hanno principi da difendere, ma solo interessi economici da tutelare e proteggere

di Giovanni Pulvino

Luca Zaia, Matteo Salvini e Fìgiabìncarlo Giorgetti
(foto da affaritaliani.it)

Quando Matteo Salvini divenne il segretario della Lega il partito di Umberto Bossi era un movimento secessionista ed antimeridionale. Con il nuovo segretario è cambiato tutto o quasi.

Non più Roma ladrona, ma prima gli italiani. Non più Padania, ma nazionalismo e sovranismo. La giravolta è stata a 360 gradi, ma per tanti leghisti era ed è solo un mezzo, non il fine. Il loro cuore batte ancora per 'Albert de Giussan'.

A volte sembra che ci siano due partiti che convivono all’interno dello stesso movimento. Il voto sul Green pass è stato dirimente. Molti deputati e senatori del Carroccio hanno votato contro il Governo di cui fanno parte o non hanno partecipato alla seduta.

Come spesso succede nel nostro Paese quando si devono prendere decisioni importanti emergono i distinguo e le divisioni. I passaggi di casacca ed il trasformismo sono comportamenti praticati in tutti gli schieramenti politici. 

Lega e Fratelli d’Italia promettono di governare insieme, ma, intanto, i primi sono al governo, mentre i secondi stanno all’opposizione e sono pronti a criticare qualunque iniziativa dell’esecutivo di Mario Draghi. 

Dicono una cosa e poi fanno l’opposto. Nella propaganda politica sono per la famiglia ‘tradizionale’, ma poi sono i primi a trasgredire questo principio. Sono contrari al Ddl Zan e alla legalizzazione delle droghe leggere, ma poi si scopre che ci sono esponenti di primo piano che organizzano serate o incontri dove ogni eccesso è ammesso e praticato.

Sono governisti quando c’è da spendere, ma nello stesso tempo rimangono sovranisti e populisti. Fanno finta di dividersi, ma poi si ricompattano.

Non ci sono due anime leghiste e non c’è un partito di Giancarlo Giorgetti, di Luca Zaia, di Matteo Salvini o di chi chiunque altro. Non ci sarà nessuna diaspora leghista, non hanno principi da difendere, ma solo interessi economici da tutelare e proteggere.

sabato 2 ottobre 2021

In Prefettura ‘mi chiamavano San Lucano’

‘L’opera umana più bella è di essere utile al prossimo’. Sofocle (497 a.C. – 406 a.C.)

di Giovanni Pulvino

Foto da Twitter, @Lucrezi97533276

‘Quando parlano di associazione a delinquere dovevano mettere insieme a me anche il ministero degli Interni e la Prefettura di Reggio Calabria perché allora mi chiamavano <San Lucano> in Prefettura perché gli risolvevo i problemi degli sbarchi. Perché a Riace c'era un'organizzazione dell'accoglienza, c'erano le associazioni, le coop e alla fine lo Stato mi ripaga dicendo che ho fatto l'associazione. Allora se ho fatto l'associazione anche loro sono partecipi perché mi chiedevano numeri altissimi per un piccolo borgo ai quali dicevo sì per la mia missione. E lo Stato come mi ripaga? Dandomi 13 anni e 2 mesi’. A dirlo a lastampa.it è Domenico Lucano.

Il 24 marzo scorso Luca Traini che girava armato con l’intenzione di uccidere i migranti che avrebbe incontrato per strada è stato condannato per strage a 12 anni di reclusione. Per la giustizia italiana è più grave accogliere chi ha bisogno commettendo qualche illecito amministrativo, sempreché ci sia stato veramente, che il tentativo ripetuto di omicidio per odio razziale. Qualunque sia la motivazione della sentenza una cosa è certa: la Giustizia in Italia non funziona.

Mimmo Lucano è colpevole di aver usato illecitamente gli asini per la raccolta differenziata? Per aver favorito il matrimonio delle giovani donne immigrate con i vecchi del paesino calabro al solo scopo di evitarne l’espulsione? Tutti gli atti dell'ex sindaco di Riace erano diretti a salvare vite umane e a ridare dignità alla piccola comunità in continuo spopolamento. Dov’è il reato?

Un esempio di accoglienza per l’Europa, si diceva e si ripeteva. Invece per il Tribunale di Locri quello che è avvenuto nel piccolo paesino della provincia di Reggio Calabria è un crimine. Adoperarsi per salvare e dare dignità a chi fugge dal proprio paese con la speranza di una vita migliore è un illecito penale oltreché amministrativo.

'Trattare' con la Mafia non è illegale, mentre salvare vite è associazione a delinquere, ma che paese è il nostro? I successivi gradi di giudizio probabilmente cambieranno tutto, non sarebbe la prima volta che accade, ma intanto resta questa incredibile sentenza.

Non sappiamo se Mimmo Lucano ha commesso degli illeciti amministrativi e penali, di certo se lo ha fatto non è stato per arricchirsi o per un tornaconto personale. La sua unica ‘colpa’ è stata quella di essere stato utile al prossimo, nient’altro. 

Resta il fatto che la solidarietà degli amministratori e degli abitanti di questa piccola comunità meridionale è stata ritenuta un reato. Se è così, e siamo certi che è così, allora siamo in tanti ad aver commesso questo crimine. E siamo pronti a commetterlo ancora e poi ancora ed ancora, perché, lo sappiano tutti i procuratori ed i magistrati di questo Paese, non potremo cambiare mai la nostra predisposizione naturale alla solidarietà e all’amore per il prossimo. 

#iostoconmimmolucano.

Fonte lastampa.it

mercoledì 29 settembre 2021

‘Ingovernabilità’ alla tedesca

I tedeschi come gli italiani? Per noi l’ingovernabilità è uno stereotipo, ma ormai è diventata una prassi comune in tanti paesi, Germania compresa

di Giovanni Pulvino

Annalena Baerbock, Armin Laschet, Olaf Scholz, Jörg  
Meuthen, Angela Merkel, Susanne  Hennig-Wellsow 
Il risultato delle elezioni politiche tedesche evidenzia l’inadeguatezza del sistema elettorale. Per assicurare la ‘governabilità’ i partiti sempre più spesso sono costretti ad estenuanti mediazioni. Anche questa volta sarà così.

Il leader della Spd (Centrosinistra) Olaf Scholz  ha dichiarato di essere il vincitore e che, pertanto, spetta al suo partito la leadership del nuovo Governo. Finora la governabilità è stata assicurata con la ‘Grande coalition’ tra Spd e Cdu/Csu e con Angela Merkel cancelliera.

Dalle urne è uscito un Bundestag frammentato. Il Centrodestra potrà contare su 196 seggi (24,1%), i Liberali su 92 (11,5%), la Destra di Afd su 83 (10,3%), i Grüne su 118 (14,8%), la Die Linke su 39 (5%) e la Spd, primo partito, su 206 (25,7%).

Ago della bilancia saranno i Verdi. Per formare un governo di centrosinistra saranno necessari anche i voti dei Liberali o della Sinistra, sempreché per quest’ultima sia confermato il superamento dello sbarramento (5%).

Per avere la maggioranza occorrono i voti di almeno 355 deputati.

Stando ai numeri le ipotesi possibili sono tre. La più probabile è una coalizione Giallo (Liberali), Verde e Rossa che disporrebbe di 416 deputati. Possibile è anche la riedizione con un nuovo cancelliere della ‘Grande coalition’ tra Spd e Cdu/Csu che potrebbe contare su 402 voti. Maggioranza analoga (406 voti) avrebbe anche un governo di Centrodestra con Cdu/Csu, Liberali e Verdi.

Infine, non è da escludere, anche se è assai improbabile, una coalizione Spd, Grüne e Die Linke che disporrebbe di 363 seggi.

Il sistema elettorale della Germania non assicura la governabilità. I compromessi per la formazione del Governo saranno inevitabili e non è la prima volta che accade.

Dunque, i tedeschi come gli italiani? Per noi l’ingovernabilità è uno stereotipo, ma ormai è una prassi comune in tanti altri paesi.

È la crisi delle Democrazie? Di certo la mediazione politica tra governati e governanti assicurata finora dei grandi partiti fa fatica a raccogliere tutti i conflitti e le istanze sociali.  

Gli elettori sembrano seguire le 'mode' e le formazioni politiche hanno perso la visione di lungo periodo. Le ideologie sono state sostituite da un sistema politico 'liquido'. L’estemporaneità delle coalizioni è un fatto consolidato. E non è solo una questione di sistema elettorale. Il primo partito ha ottenuto i consensi di un tedesco su quattro. Rappresenta cioè una minoranza tra altre minoranze. Governare non sarà facile.

In questa situazione tentare di ridurre le ingiustizie e le disuguaglianze sarà impossibile o quasi.


sabato 25 settembre 2021

Salvatore Borsellino: ‘Mio fratello è morto per niente’

‘La trattativa c’è stata’, ma secondo la sentenza di secondo grado ‘non costituisce reato’, Salvatore Borsellino

di Giovanni Pulvino

Paolo e Salvatore Borsellino
‘Aspetto di leggere le motivazioni, tuttavia la sentenza, con la condanna di Bagarella e Cinà, conferma che la trattativa c’è stata, l’assoluzione di Mori e De Donno vuol dire che quella trattativa non costituisce reato. È l’ipotesi peggiore che potessi immaginare perché sull’altare di quella trattativa è stata sacrificata la vita di Paolo Borsellino. Questo significa che mio fratello è morto per niente’. Questo è quanto ha dichiarato ad Adnkronos Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, ucciso dalla Mafia nel 1992.

La strage di Capaci che provocò la morte di Giovanni Falcone, di sua moglie Francesca Morvillo e degli uomini della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonino Montinaro diede inizio agli attentati degli anni Novanta. Fu la risposta violenta della Mafia alla sentenza di condanna del maxiprocesso.

Paolo Borsellino sapeva di essere nel mirino. Nei giorni e nelle settimane che seguirono successero alcuni fatti che ancora oggi non sono stati spiegati. La sentenza di appello conferma che ci fu una ‘trattativa’, ma per i giudici ‘non costituisce reato’.

Non sappiamo se il magistrato era a conoscenza di quei contatti, anche se tanti piccoli episodi ci fanno ritenere che ne era consapevole. Di certo era preoccupato e già presagiva quello che sarebbe successo da lì a pochi giorni. Nelle ultime interviste era evidente il suo disagio. Perché aveva tanta fretta di essere sentito dalla procura di Caltanissetta? Non lo sapremo mai, ma è assai probabile che fosse venuto a conoscenza della ‘trattiva’ o di qualcosa di simile. Cosa c’era scritto nell’agenda rossa scomparsa dopo l’attentato di via D‘Amelio?

La sentenza di appello sulla 'trattativa' è una sconfitta della lotta alla Mafia, ma è anche e soprattutto l’ennesimo fallimento della magistratura inquirente e giudicante italiana. Processi infiniti che alla fine non decidono o che rinviano ad un grado di giudizio successivo, anch’esso non definitivo. I familiari delle vittime non avranno giustizia e noi italiani non conosceremo mai la verità sulle stragi di Mafia del 1992  e del 1993.

E chi ripagherà gli imputati che sono stati assolti dei danni morali ed economici dovuti ai processi a cui sono stati sottoposti? Il sistema giudiziario italiano non funziona. E non è una questione di modalità del procedimento giudiziario o di sanzioni previste dal Codice penale. No, è solo la mancanza di professionalità di tanti procuratori e giudici. Non sappiamo prenderci le nostre responsabilità, preferiamo quasi sempre delegare a qualcun altro. Anche i magistrati fanno lo stesso, annullano le sentenze se c’è qualche dubbio o se le ‘formalità’ procedurali non sono state rispettate alla lettera. L’interpretazione dei fatti varia da un soggetto giudicante rispetto a quello precedente, tutto a scapito della verità come in questo caso.

La 'trattativa c’è stata', ma per i giudici di secondo grado 'non è un reato'. Amen.

Fonte adnkronos.com

 

sabato 18 settembre 2021

Il Green Pass non è un obbligo vaccinale

Il Green Pass non impone un obbligo vaccinale, ma ha come scopo quello di salvaguardare la salute di coloro che si sono immunizzati o che non possono vaccinarsi

di Giovanni Pulvino

Foto da salute.gov.it

L’Italia è uno dei primi paesi europei ad aver esteso l'obbligatorietà del Green Pass. Tutti i lavoratori pubblici e privati dovranno munirsi del Certificato verde che attesta l’avvenuta somministrazione di almeno una dose del vaccino anti-Covid o di un tampone con esito negativo (validità di 72 per quelli molecolari) o di essere guariti recentemente dalla malattia.

La misura entrerà in vigore il 15 ottobre. Per i trasgressori sono previste sanzioni pecuniarie che vanno da un minimo di 600 ad un massimo di 1.500 euro. È prevista anche la sospensione dello stipendio dopo cinque giorni di assenza ingiustificata. Il lavoratore non potrà essere licenziato. Per il datore di lavoro che non effettuerà i controlli la multa va da 400 a 1.000 euro.

Il costo del tampone non sarà a carico del Servizio Sanitario Nazionale come avevano chiesto i sindacati. Fino alla fine dell’anno essi saranno gratuiti per chi non si può vaccinare, mentre per i minorenni il costo sarà di 8 euro e per i maggiorenni di 15 euro.

Il Green Pass non è un obbligo vaccinale e non lede la libertà personale. Con questo provvedimento il Governo cerca di convincere gli indecisi ad immunizzarsi. Proteggere chi già si è vaccinato o per ragione di salute non può farlo è un obbligo costituzionale.

I No vax sono ancora tanti. Gli italiani oltre i 12 anni che ancora non hanno ricevuto la prima dose del siero sono circa 9,4 milioni.

Con l’arrivo dell’autunno e del rientro a scuola si rischia una nuova ondata pandemica. 

I dati della campagna vaccinale confermano l’importanza delle somministrazioni. Oggi quasi tutti coloro che sono in terapia intensiva sono soggetti non vaccinati, ma questo non basta a convincere gli indecisi. Secondo l’Istituto Superiore di Sanità tra gli immunizzati ci sono –77% di contagi, -93% di ricoverati e –96% di decessi.

Con il Green Pass il Governo intende evitare altri lockdown o l’obbligo vaccinale. Quest’ultimo, pur essendo legittimo, è di difficile applicazione. Occorre continuare con l’opera di persuasione, soprattutto per coloro che sono costretti a spostarsi. 

Nessuna imposizione quindi, ma opera di convincimento e fiducia nel popolo italiano. Questa è stata ed è la linea politica seguita durante tutta la pandemia dal ministro della Salute, Roberto Speranza, e dal governo di Giuseppe Conte ed ora da quello di Mario Draghi.

Con le nuove misure il nostro Paese è ancora una volta un passo avanti rispetto ad altri paesi. E, va detto, in questa difficile fase pandemica la maggioranza degli italiani ha tenuto un comportamento rispettoso delle regole che, come si sa, sono fondamentali per la convivenza civile e per la tutela dei soggetti più deboli.

I problemi ed i rapporti umani si possono affrontare in due modi: il primo pensando sempre e solo a sé stessi, il secondo, invece, agendo nell’interesse comune. Per fortuna questo Governo e le autorità sanitarie stanno agendo solo nell’interesse collettivo, ma anche questo non sorprende.

Fonte salute.gov.it

domenica 12 settembre 2021

Scuola: la Dad non è uno strumento da depennare

Riapre la scuola e come ogni anno si moltiplicano le dichiarazione di politici ed opinionisti. In particolare, essi ribadiscono l’impegno a non tornare più alla Dad, come se si trattasse del ‘male assoluto‘ per l’istruzione pubblica italiana

di Giovanni Pulvino 

La Didattica a distanza
Foto da corriereetrusco.it
è stata uno strumento fondamentale per continuare a fare formazione anche quando tutto era in lockdown a causa della pandemia dovuta al Covid-19. I dipendenti della scuola hanno continuato a lavorare con impegno e dedizione. I ragazzi hanno dovuto svolgere più attività di quando erano in classe. Eppure, c’è chi continua a sostenere che la Dad sia stata un disastro, perché?

È il giudizio di chi non è mai entrato in un'aula e non ha mai fatto un’ora di lezione. Con la Didattica a distanza docenti ed allievi hanno dovuto acquisire abilità informatiche che in presenza non avrebbero mai assimilato. Lo smart working è oggi una competenza consolidata per insegnanti, collaboratori e studenti. 

L’utilizzo delle piattaforme e la condivisione di file e programmi in cloud sono entrati nell’utilizzo quotidiano e sono uno strumento didattico fondamentale non più accantonabile. La comunicazione di conoscenze e programmi è diventata immediata ed ha reso l’attività formativa più semplice ed efficace.

Ansia e stress tipici del lavoro degli insegnanti si sono ridotti notevolmente, tutto a vantaggio della didattica e del lavoro svolto con gli alunni. Non solo. I docenti pendolari hanno eliminato i costi ed i tempi di trasporto necessari per recarsi sui luoghi di lavoro. Non tutti sanno che i dipendenti della scuola non residenti sono costretti a spostarsi con i propri mezzi ed a spese proprie. Gli impegni lavorativi spesso iniziano alle otto del mattino e finisco nel tardo pomeriggio o di sera. Tanti docenti lavorano contemporaneamente in più scuole che si trovano in località diverse da quella di titolarità. Per loro non è previsto nessun incentivo o indennità, come avviene invece per tanti dipendenti pubblici che per ragioni di lavoro sono costretti a sposarsi.

I lavoratori della scuola dopo due anni di pandemia hanno acquisito tecniche informatiche  che sono di grande importanza per il futuro del Paese.

La Dad si è dimostrata uno strumento formativo efficace. Chi dice il contrario lo fa per interesse o peggio per ignoranza. Le scuole sono un luogo di acquisizione di conoscenze e abilità, non un posto sicuro dove parcheggiare i ragazzi durante la giornata.

Ci sono molte attività didattiche in presenza che si svolgono online o comunque con l’uso dei mezzi informatici. Perché non continuare a farlo anche in smart working? Strumento questo che permette anche la condivisone del lavoro e la sua elaborazione in contemporanea con decine di alunni o docenti, attività che non è possibile realizzare con la stessa efficacia e rapidità in presenza.

Allora, perché rinunciare alla Dad? Perché non continuare a sfruttare le competenze acquisite?

sabato 11 settembre 2021

Gli zii e le zie di Torremuzza (parte terza)

Per una questione di privacy i nomi ed i soprannomi sono indicati con le iniziali. Chi li ha conosciuti o li conosce certamente capirà di chi si tratta

di Giovanni Pulvino

Torremuzza, l'arco centrale del ponte della ferrovia

Il super Santos bucato o sgonfio a noi bastava.

Quante partite a tennis o qualcosa di simile abbiamo fatto sotto i ponti della ferrovia, da un lato il mare dall’altro le case del Borgo, in mezzo noi al riparo dal sole o dalla pioggia. Lì giocavamo spensierati con un pallone di plastica che per noi era tutto, non avevamo bisogno d’altro.

Piazza Marina era ancora in terra battuta e, nonostante le pietre e la polvere, ci giocavamo sempre, sembrava un campo di calcetto. Nella parte alta c’era pure una fontanella, lì vicino caddi e mi spaccai la testa, non fu l'unica volta che successe. Un giorno ero con la bici, vidi un pezzetto di legno o qualcosa del genere, pensai, è un rialzo perfetto per fare impennare la ruota davanti, ma esagerai e finì per terra. Per fortuna quelle botte sulla nuca non mi provocarono molti danni, almeno così ricordo. Quegli episodi si limitarono ad un pò di paura e qualche goccia di sangue. Non fu così tanti anni dopo.

Il tempo passa, gli ambienti si modificano, ma i pensieri restano, non puoi evitarli, stanno lì che aspettano, inesorabili anche se non vuoi

Avevamo l’abitudine di fare le partite nella parte alta di piazza Marina. Era stata pavimentata da poco, si sentiva ancora ‘l’odore’ delle mattonelle, non c’era una crepa o un avvallamento. Era adatta per correre con la bici, noi ne avevamo una, ma bastava per tutti. 

Un dolce pensiero torna sempre

E' l'immagine di un'amica, nostra coetanea. Spesso La vedevo girare con la sua graziella tra i ponti e lo spiazzo davanti alle case, non correva, pedalava leggera, scivolava inconsapevole negli anni più belli della sua esistenza, probabilmente ha goduto di quei momenti, di quell'adolescenza che non tornerà più, mai più. Chissà se anche Lei ricorda quella felicità e quella spensieratezza che ora restano 'fissate' per sempre nella mia memoria.

Ed era perfetto per giocare a calcetto, allora non c'erano macchine

Le porte erano delimitate da due pietre. Le linee laterali erano il marciapiede che divideva la parte alta da quella bassa della piazza e quello che correva lungo gli ingressi delle case. L’uscio di una di queste veniva aperto ‘apposta’ ogni volta che iniziavamo una partita. Era la casetta da za P.. Di solito stava seduta, in compagnie delle sorelle a za C. e za A., di fronte al forno per fare il pane che c’era all’inizio della piazza e che tutti quelli che abitavano in quella parte del Borgo usavano a turno. Una specie di bene ad uso comune. Allora era possibile anche questo.

Nella porta accanto a quella da za P. ci abitava a za V.. Anche Lei non gradiva molto la nostra presenza, ma i suoi sguardi di rimprovero erano bonari, in fondo, in fondo Le faceva piacere vederci giocare vicino all’uscio di casa sua.

Ancora oggi non capisco il perché di quel comportamento, eravamo bambini buoni che rincorrevano un pallone di plastica, subivamo quell’astio senza reagire, era rispetto ed educazione.

Quando iniziavamo a giocare a za P. si alzava e quasi di corsa andava ad aprire la porta di casa. Il suo intento era quello di sequestrarci il super Santos nel caso in cui questo fosse entrato nella sua abitazione. Difficilmente questo avveniva, eppure quella zia non sopportava che giocassimo su quel lato della piazza. Alla fine, decidemmo di spostarci nella parte bassa.

Ci sono ricordi sbiaditi che vorresti cancellare, ma anch’essi ritornano sempre senza volere 

Le illusioni ed i sogni adolescenziali andarono via quel giorno

Qui il rettangolo era più piccolo ed era delimitato dai ponti della ferrovia, ci giocammo fino a quando non fui vittima di due gravi infortuni. Causai e mi causai un enorme dolore, ma quando si è giovani non si è cauti e non si pensa alle conseguenze degli atti che si compiono. Oltre ai sacrifici che già dovevano sopportare gliene arrecai un altro. Non c’era nulla di male nel desiderio di giocare a pallone, ma a volte anche i gesti più innocenti segnano la nostra vita e quella degli altri. Per anni salì i gradini, anche quelli bassi, con il timore di cadere e di farmi male di nuovo. Poi ricominciai a giocare, ma, nonostante facessi attenzione, ho rischiato tante volte un altro infortunio grave. 

Ricordo con precisone quell’anno perché il professore di Educazione fisica, allora si chiamava così, mi fece fare il salto in alto con il gesso all’avanbraccio sinistro, erano gli esami di terza Media.

Una volta, durante l’anno scolastico, lo stesso insegnante ci propose una corsa di resistenza. Ben presto rimanemmo in due. Il mio compagno, ad un giro dalla fine, mi propose di tagliare il traguardo insieme. Accettai. Quando arrivammo all’ultima curva tentò di distanziarmi tradendo il nostro piccolo patto, ma ero più forte e più bravo, lo passai di nuovo prima dell’arrivo. In seguito, non mostrai rancore per quel gesto, a cosa sarebbe servito?

La gentilezza e la tolleranza sono sempre importanti, anche quando ritieni di avere ragione o pensi di aver subito un torto

Lo stesso compagno, anche lui gemello, ma quante differenze di carattere e di ideali tra noi, era bravissimo nella pallavolo. Quando qualche settimana dopo partecipammo alle gare dei giochi della Gioventù che si svolserò a Messina il professore per impedirci di vincere ed andare alle finali a Roma lo tolse di squadre facendoci perdere.

Continua …

domenica 5 settembre 2021

Il Sud ed il PNRR

Per ridurre il divario tra il Nord ed il Sud del Paese le risorse stanziate dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza devono avere come priorità il Meridione

di Giovanni Pulvino

PIL: peso percentuale del Sud rispetto al totale Italia
 Elaborazioni USC su dati Istat -(foto da confcommercio.it)

Secondo l’Ufficio studi della Confcommercio negli ultimi 25 anni il Mezzogiorno ha subito una riduzione 'progressiva del Prodotto interno lordo'. Le cause sono diverse: il calo demografico, l’eccesso di burocrazia, l'illegalità diffusa, le carenze infrastrutturali e la minore qualità del capitale umano. Tutto questo ha ampliato ulteriormente gli squilibri territoriali nel nostro Paese.

Tra il 1995 ed il 2020 la quota di ricchezza prodotta al Sud sul totale dell’Italia è passata dal 24% al 22%. Il reddito delle famiglie meridionali è stato mediamente la metà di quello percepito nel resto del Paese. Il Pil pro capite nel 2020 è stato nel Mezzogiorno pari a 18.200 euro, mentre nel Nord-Ovest è stato di 34.300 euro e nel Nord-Est 32.900 euro. 

Questo divario emerge anche dall’analisi del mercato del lavoro. Tra il 1995 ed il 2019 la crescita dell’occupazione è stata ‘4 volte inferiore alla media nazionale, 4,1% contro il 16,4%’.

Lo studio della Confcommercio non aggiunge nulla di nuovo a quanto già si sapeva sugli squilibri territoriali all’interno del nostro Paese. La Questione meridionale non è più al centro del dibattito politico da tanti anni.

Il PNRR potrebbe essere un’opportunità. Il Piano prevede per il Sud investimenti per circa 82 miliardi di euro.

È il minimo che il Governo poteva prevedere. Il punto dirimente comunque non sono le risorse, ma come esse saranno utilizzate.

Il primo obiettivo dovrà essere quello di sviluppare il turismo che già oggi è la principale risorse del Mezzogiorno. Ma come? Innanzitutto, le infrastrutture. Le strade e le autostrade sono fatiscenti. L’alta velocità è in molte regioni del Sud ancora nella fase di progettazione. Tutto questo doveva già essere, ma, comunque, anche se sarà realizzato non sarà sufficiente per ridurre gli squilibri territoriali e sociali esistenti.

Il Meridione deve essere al centro delle scelte del PNRR. Turismo, poli tecnologici, salvaguardia dell’ambiente, risorse energetiche e beni culturali devono svilupparsi insieme e devono rappresentare un'opportunità di lavoro e crescita economica per tutto il Paese.

E' una questione di volontà politica, ma, se guardiamo alla storia dell’Italia, i dubbi sulla sua realizzazione sono tanti e tutti legittimi. 

Fonte confcommercio.it

mercoledì 1 settembre 2021

Forza Italia è destinata a rimanere ‘orfana’

È da tempo che Silvio Berlusconi tenta di designare un suo successore alla guida di Forza Italia e del Centrodestra. L’ultimo tentativo, subito naufragato, è stato quello del presidente del Coni, Giovanni Malagò

di Giovanni Pulvino

Silvio Berlusconi, Angelino Alfano, Gianfranco
Fini, Stefano Parisi e Giovanni Toti

Era il 22 aprile del 2010 quando durante la direzione nazionale del Popolo della Libertà ci fu un duro scontro tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini. Il primo gridò: ’Gianfranco se vuoi fare politica dimetti (Fini era presidente della Camera), vieni a farla nel Partito’. Dalla platea si alzò il secondo che rispose: ’Altrimenti che fai? Mi cacci’.

Il tentativo dell’ex leader di Alleanza Nazionale di diventare l’erede di Silvio Berlusconi finì così, con un’inutile invettiva.

Nel 2011 fu la volta di Angelino Alfano. Quell’anno il fondatore di Mediaset fu costretto a dimettersi da presidente del Consiglio e da Forza Italia. Alla guida del partito fu chiamato proprio Angelino Alfano. Quell’esperimento durò appena un anno. Silvio Berlusconi lo liquidò con una dichiarazione sprezzante:’ Alfano è bravo, gli vogliono tutti bene, però gli manca il quid’.

Ad un certo punto la candidata ideale a succedere a Silvio Berlusconi sembrò essere la figlia Marina. Era il 2013. Ma, dopo diversi tentennamenti, all'interesse politico prevalse quello economico delle aziende di famiglia. Nel 1994 Silvio Berlusconi è ‘sceso in campo' per garantire un futuro a Mediaset. E tra la politica e le aziende ha  scelto sempre queste ultime.

Nel 2016 toccò a Stefano Parisi. Manager ed uomo di Confindustria, sembrava essere l'uomo giusto, ma subì due cocenti sconfitte elettorali. La prima a sindaco di Milano e la seconda a governatore del Lazio. ‘Parisi cerca di avere un ruolo nel Centrodestra, ma avendo questa situazione di contrasto con Salvini credo che questo ruolo non possa averlo", dichiarò Silvio Berlusconi.

Nel 2020 Giovanni Toti per conquistare la leadership del partito propose le primarie. Insieme con Mara Carfagna era stato nominato coordinatore di Forza Italia, ma a prendere le decisioni era sempre Berlusconi che, infatti, blocco tutto. Nel 2021 il governatore della Liguria ed il sindaco di Venezia Luigi Brugnaro hanno fondato un altro partitino: ‘Coraggio Italia’.

Pochi giorni fa l'ex Cavaliere ha incontrato il presidente del Coni, Giovanni Malagò, per designarlo a capo di Forza Italia. Tutto inutile.

L’idea del partito unico del Centrodestra, ribadita più volte nelle ultime settimane da Silvio Berlusconi e da Matteo Salvini, ha un solo scopo: bloccare l'ascesa politica di Giorgia Meloni. Nella sostanza è un’altra bocciatura.

I ‘delfini’ sono ancora tanti, ma trovare un erede è praticamente impossibile.

Per affinità caratteriali e politiche l’unico che potrebbe ricoprire quel ruolo è Matteo Renzi, ma è un’ipotesi impraticabile. L’elettore moderato, ha più volte sottolineato il leader forzista, non capirebbe e comunque non voterebbe mai un ex segretario del Partito democratico.

Forza Italia è destinata a rimanere ‘orfana’. Per come è nata e per come è strutturata non può avere un ‘Capo’ che non sia Silvio Berlusconi.

È la logica del leaderismo e del sovranismo. Della politica autoreferenziale e mediatica, degli interessi personali e del profitto, dell’individualismo senza se e senza ma.

La Destra, prima o poi, si darà un nuovo leader, ma, questo è certo, non potrà essere designato da Silvio Berlusconi.