ECONOMIA

 

 

lunedì 18 giugno 2018

Siamo il Paese dei condoni fiscali, altro che flat tax

L’introduzione della flat tax, prevista dal ‘contratto di governo’ stipulato tra la Lega e il M5s, presuppone la cosiddetta pace fiscale che altro non è che l’ennesimo condono tributario

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Foto da cgiamestre.com
Negli ultimi 45 anni tra condoni, scudi, sanatorie e concordati fiscali, l’Erario ha incassato 131,8 miliardi di euro, a sostenerlo è l’Ufficio studi della Cgia di Mestre. I provvedimenti più importanti sono stati la sanatoria fiscale del 2003 (governo Berlusconi) che ha fruttato allo Stato un incasso di 34,1 miliardi di euro e quello valutario del 1973 (governo Rumor) che ha preceduto l’introduzione dell’Irpef ed ha fatto incassare al fisco 31,6 miliardi di euro. Poi ci sono state tra il 1982 ed il 1988 (governi di pentapartito) le sanatorie che hanno consentito entrate straordinarie per 18,4 miliardi di euro, mentre l’emersione di capitale dall’estero (misura adottata tra il 2015 e il 2017), ha consentito un gettito di 5,2 miliardi di euro.
Nonostante queste ripetute ‘agevolazioni’ nel 2015 l’imponibile sottratto al fisco è stato di 207,5 miliardi di euro ed ha prodotto circa 114 miliardi di euro di evasione fiscale. In media l’infedeltà tributaria è del 16,3%. Nel Mezzogiorno si evade il 22,2%, mentre nel Nord-est il 13,4%, nel Nord-ovest il 14,1% e nel Centro il 16,5%. Occorre precisare che questo dato del Sud non è dovuto solo alla scarsa fedeltà fiscale dei meridionali, ma è anche e soprattutto l’ennesima dimostrazione delle difficoltà economiche e sociali in cui vive gran parte della popolazione italiana. 
‘Premesso che l’applicazione di qualsiasi condono fiscale è, a nostro avviso, immorale ed eticamente inaccettabile – sottolinea il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia Paolo Zabeo – ha senso introdurlo solo quando è prevista una riforma che riscrive completamente il rapporto tra il fisco e il contribuente. Se, come pare di capire, il nuovo Governo è intenzionato ad avviare in tempi relativamente brevi la dual tax, l’introduzione della cosiddetta pace fiscale sarebbe giustificata, perché consentirebbe di azzerare una volta per tutte i contenziosi fiscali attualmente sul tavolo dei giudici tributari’.
‘Per semplificare i rapporti con il fisco e ridurre le possibilità di evasione– sostiene il Segretario della Cgia Renato Mason – occorre abbassare le tasse e ridurre il numero di adempimenti fiscali che, invece, rischiano di aumentare ancora. Non dobbiamo dimenticare che i più penalizzati da questa situazione sono le piccole e micro aziende che, a differenza delle realtà più grandi, non dispongono di una struttura amministrativa in grado di farsi carico autonomamente di tutte queste incombenze’.
Insomma, i contribuenti infedeli, soprattutto quelli che hanno adeguati mezzi finanziari e legali, sono avvantaggiati da un Erario che è incapace a far pagare le tasse e che per giunta è costretto, periodicamente, ad azzerare tutto, a danno della maggioranza dei contribuenti che invece sono fedeli ed onesti. 
Fonte: Cgia di Mestre

 

giovedì 31 maggio 2018

'La botte piena e la moglie ubriaca'

Solo il 5% del nostro debito pubblico è detenuto dai risparmiatori italiani, ma, poi, pretendiamo che siano gli altri a fidarsi di noi 

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Grafico rendimento Btp dal 2004 - (foto da websim.it)
Il 4 marzo scorso gli elettori hanno penalizzato le élite politiche ed istituzionali che hanno governato il Paese negli ultimi tre decenni. E’ stata una vera e propria 'rivolta' di quanti sono stati esclusi dai processi di modernizzazione e globalizzazione dell’economia. La sfiducia è arrivata a tal punto che gli elettori hanno abbandonato le forze politiche tradizionali per affidarsi a due formazioni populiste, vale a dire due movimenti che si dichiarano antisistema. In particolare esse accusano le istituzioni europee perché impedirebbero l’adozione di politiche espansive, cioè a dire continuare a fare spesa pubblica in ‘deficit spending’, che, detto in italiano, significa fare altro debito pubblico.
Andamento del rapporto debito/Pil dal 1861
Secondo gli ultimi dati esso ammonta ad oltre 2.300 miliardi di euro, oltre il 131% del Prodotto interno lordo. Oggi, ogni cittadino italiano, neonati compresi, è debitore di circa 37 mila euro. Se guardiamo la curva del debito pubblico in rapporto al Pil dal 1945 ad oggi possiamo notare come la crescita più rilevante sia avvenuta tra il 1985 ed il 1992 (governo di pentapartito, con Bettino Craxi presidente del Consiglio) e tra il 2008 e il 2011 (governo di Silvio Berlusconi). Occorre precisare che, in termini assoluti, esso è sempre cresciuto. Le responsabilità sullo sperpero, quindi, sono diffuse e non sono solo dei politici. E’, innanzitutto, un fatto culturale che riguarda tutti gli italiani. Manchiamo, cioè, di senso di responsabilità e spesso pretendiamo senza averne diritto.
I nostri creditori, che, per inciso, ogni anno incassano circa ottanta miliardi di euro d’interessi, circa il 4% del debito, sono soprattutto istituti bancari stranieri. Un terzo del debito pubblico (circa 770 miliardi di euro) è in mano a banche e investitori italiani, un altro terzo è in mano a banche e investitori stranieri, circa 340 miliardi di euro (il 15%) è nelle casse della Bce di Mario Draghi (Quantitative  Easing) e solo il 5% (circa 120 miliardi di euro) è in mano ai risparmiatori italiani.
Questo significa che i primi a non avere fiducia nelle nostre istituzioni politiche e finanziarie siamo noi italiani, ma nonostante ciò pretendiamo che siano gli altri a fidarsi di noi. Se non fosse un fatto così drammatico ci sarebbe da ridere, ma purtroppo non è così. Vogliamo ‘la botte piena e la moglie ubriaca’. Ed è proprio per questo che ci danno fastidio le regole delle comunità internazionali e che, di conseguenza, gli ‘altri’ continuino a guardarci con una certa diffidenza, ma come dargli torto.
Fonte: Ministero dell'Economia e delle Finanze

 

mercoledì 16 maggio 2018

Istat: l’occupazione torna ai livelli pre-crisi ma non per il Sud


I dati che emergono dal rapporto annuale 2018 pubblicato dall’Istat confermano la crescita dell’occupazione e del Pil, ma evidenziano anche il divario economico tra le diverse categorie sociali e tra le diverse aree del Paese

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Foto da istat.it
Nel 2017 gli occupati erano 23 milioni, 265 mila in più (+1,2%) rispetto al 2016. Il tasso di occupazione è salito al 58%, valore quasi uguale a quello massimo raggiunto nel 2008 (58,9%) anche se rimane inferiore di nove punti rispetto alla media europea. I disoccupati erano 2,9 milioni e il tasso di disoccupazione era all’11,2%, nel 2016 era all'11,7%. I nuovi posti di lavoro si concentrano soprattutto nelle regioni del Centro – Nord, dove sono tornati ai livelli pre-crisi, resta indietro il Sud. Nel Mezzogiorno il saldo occupazionale rispetto al 2008 è stato negativo per 310 mila unità, ossia -4,8%.
Migliorano i dati macroeconomici e quelli sul debito pubblico. Il Pil è cresciuto nel 2017 dell’1,5%. L’indebitamento netto è sceso dal 2,5% al 2,3% ed il rapporto debito Pil si è ridotto di due punti percentuali, al 131,8%.
L’Italia è, dopo il Giappone, il paese più vecchio al mondo. Ogni 170 anziani (persone over 65 anni) ci sono 100 giovani (tra 0 e 14 anni). L’aspettativa di vita è di 81 anni per i maschi e di 85 anni per le femmine. Le nascite sono in calo da nove anni, nel 2008 sono state 577 mila, nel 2017 464 mila. Per le donne l’età media per la nascita del primo figlio era di 26 anni nel 1980, nel 2016 è stata di 31 anni.
La popolazione totale è diminuita per il terzo anno consecutivo. Sono quasi 100 mila persone in meno rispetto all’anno precedente. Si stima che al 1° gennaio 2018 i residenti siano 60,5 milioni, il dato comprende gli stranieri che ammontano all’8,4% del totale, cioè sono 5,6 milioni di persone.
Quella fotografata dall’Istat è un’Italia a due velocità, un Paese vecchio dove continuano a crescere le disuguaglianze territoriali e sociali.

Fonte: istat.it


venerdì 20 aprile 2018

Siamo tutti debitori ‘inconsapevoli’


Il debito pubblico dello Stato italiano continua a crescere sia in valori assoluti che in rapporto al Pil, ma a pagarne le conseguenze sono solo i lavoratori

di Pulvino Giovanni (@PulvinoGiovanni)

Foto da umbvrei.blogspot.com
Oggi, ogni italiano, neonati compresi, è debitore inconsapevole di circa 37 mila euro. L’importo è il risultato della divisione tra il numero di cittadini (circa 60 milioni) e l’ammontare del debito pubblico (circa 2.287 miliardi di euro). ‘L’accollo debitorio’ cosi calcolato non tiene conto del reddito o del patrimonio del singolo cittadino, non fa differenza, cioè, tra un benestante ed un disoccupato. Ed è evidente che un ipotetico rimborso per il ‘milionario’ costituirebbe una cifra irrisoria, mentre per il disoccupato sarebbe assai complicato adempiere all’obbligo che ne deriverebbe. Inoltre, è probabile che chi dispone di risorse finanziarie sia anche possessore di titoli di Stato (Bot, Cct, ecc.). In tal caso egli, in quanto creditore dell’Erario, percepisce una rendita finanziaria derivante dalla somma degli interessi e delle plusvalenze che su di essi maturano. E’ uno dei tanti paradossi italiani che consentono ad alcuni (ceti medio - alti) di approfittare di ogni situazione per arricchirsi ed ad altri (ceti medio - bassi) di pagarne le conseguenze.
Foto da agenziaradicale.it
Gli unici governi che dal 1945 ad oggi sono riusciti ad abbassare il debito, almeno in rapporto al Pil ed operando senza creare traumi finanziari e sociali, sono stati gli esecutivi di Romano Prodi e quello di Massino D’Alema. Tra il 1996 ed il 2001 il rapporto debito/Pil è sceso dal 120% al 101%. Quelle politiche economiche consentirono all’Italia di avere buoni tassi di crescita e di entrare nell’Euro, ma nelle elezioni regionali e, successivamente, in quelle politiche ad essere premiata è stata la coalizione di Centrodestra. La serietà ed il ‘buon governo’ non pagarono, ma questa non è una novità. Dal 2002 il debito è tornato a crescere. Anzi nel 2011 esso era fuori controllo ed il Paese, allora guidato da Silvio Berlusconi (che per questo fu costretto a dimettersi), era sull’orlo del default finanziario.
Negli ultimi diciotto anni i tentativi di risanamento hanno determinato tagli alla spesa pubblica (pensioni, sanità e scuola) ed incrementi delle entrate tributarie (Ici/Imu, Iva, ecc..), ma i deficit di bilancio sono cresciuti o sono rimasti pressoché invariati. L’introduzione dell’Ici, poi abolita dal governo di Silvio Berlusconi e, successivamente, reintrodotta dal governo di Mario Monti con la denominazione di Imu, non sono servite ad abbassare il debito, ma solo ad impedirne una crescita incontrollata. Le altre misure introdotte dai governi di ‘emergenza nazionale’ di Giuliano Amato (1992), Lamberto Dini (1993) e Mario Monti (2011) hanno riguardato le modalità di accesso e calcolo delle pensioni che hanno prodotto ingiustizie persino tra i pensionati.
A pagare il costo del ‘rigore finanziario’ sono stati soprattutto i lavoratori.Le statistiche pubblicate negli ultimi anni dai vari istituti di ricerca mostrano un aumento delle disuguaglianze tra le classi sociali e del divario economico tra il Centro – Nord ed il Sud del Paese. Anzi, i tentativi di risanamento dell’abnorme debito pubblico creato con decenni di politiche clientelari, con l’inefficienza della Pubblica Amministrazione e con una corruzione diffusa non solo non hanno intaccato i patrimoni dei ceti sociali più alti, ma sono stati occasioni per incrementare le loro ricchezze, mentre il debito pro-capite è di tutti, neonati compresi.


Fonti: Mef, Istat.it, italiaora.org


sabato 17 marzo 2018

Il 30% più ricco detiene circa il 75% del patrimonio netto


L’indagine pubblicata da Banca d’Italia sui bilanci 2016 delle famiglie italiane conferma la crescita delle disuguaglianze e del divario economico e sociale tra le diverse regioni del Paese

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Foto da bancaditalia.it
‘Il reddito equivalente medio- a prezzi costanti e corretto per confrontare tra loro nuclei familiari di diversa composizione - è cresciuto del 3,5%; si è interrotta la caduta, pressoché continua, avviatasi nel 2006 ma il reddito equivalente è ancora inferiore di 11 punti percentuali a quello registrato in quell'anno’. Questo è quanto si legge nel rapporto pubblicato dalla Banca d’Italia. Secondo l'indagine, l’indice Gini, che misura la disuguaglianza, è salito al 33,5% dal 33% del 2014 e 32% del 2006. La quota di persone che hanno un reddito equivalente inferiore del 60% rispetto a quello medio, cioè circa 830 euro, è salita al 23%, nel 2006 era del 19,6%. La novità è che la crescita percentuale più alta è stata registrata nel Nord del Paese. Dall’8,35% del 2006 essa è passata al 15% del 2016. Su questo incremento incidono per il 55% (nel 2006 era del 33,9%) i lavoratori di origine straniera. Nelle regioni del Centro la percentuale è salita al 12,3%, era al 9,7% nel 2006. Il maggior numero di persone che sono a rischio povertà vive soprattutto nel Mezzogiorno,qui la percentuale del 39,4% registrata nel 2016 è simile a quella del 2006, quando era del 39,5%. Le disuguaglianze sono evidenziate anche dal confronto della ricchezza posseduta tra le diverse categorie sociali.Secondo l’indagine il 30% più povero delle famiglie detiene in media 6.500 euro, cioè l’1% della ricchezza totale. Mentre il 30% più ricco detiene circa il 75% del patrimonio netto rilevato, in media essa è di 510.000 euro. Il 5% ha mediamente un patrimonio di 1,3 milioni di euro. In questi giorni opinionisti ed esperti delle vicende politiche italiane si stanno affannando a dare una spiegazione plausibile al risultato elettorale del 4 marzo scorso, ma basterebbe leggere questo rapporto per comprenderne il significato. Un Paese diviso in due, sia dal punto di vista geografico che da quello sociale. Ed è per questo che molti italiani, stanchi delle tante e ripetute promesse non mantenute, soprattutto da parte di chi dovrebbe difendere e tutelare la parte più debole della società italiana, hanno deciso di votare contro l’etablissement e le forze politiche tradizionali che li sostengono e rappresentano. 

Fonte: bancaditalia.it


mercoledì 6 dicembre 2017

Il 30% delle persone residenti in Italia è a rischio povertà o esclusione sociale


Con la ripresa economica cresce il reddito disponibile ed il potere d’acquisto delle famiglie, ma aumentano anche la disuguaglianza economica ed il rischio povertà o esclusione sociale 

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Foto da dire.it
I dati dell’indagine condotta dall’Istat sulle condizioni di vita, reddito e carico fiscale relativi al 2016 mostrano una ‘significativa’ crescita del reddito ‘associata ad un aumento della disuguaglianza economica’. Insomma i ricchi sono sempre più ricchi, mentre cresce il numero di coloro che vivono o rischiano di cadere in povertà. Il reddito netto medio annuo per famiglia è pari a 29.988 euro, circa 2.500 euro al mese, con un incremento percentuale del +1,8 in termini nominali e del +1,4 in termini di valore d’acquisto. Circa metà delle famiglie percepisce un reddito annuo di 24.522 euro, mentre nel Sud rimane, nonostante la crescita del +2,8%, a 20.557 euro, circa 1.713 euro mensili.
Matteo Renzi - (foto da agora24.it)
La crescita del reddito è diversa tra le categorie sociali.Per il 20% più ricco della popolazione l’incremento è maggiore, in particolare per i redditi derivanti da lavoro autonomo. Il rapporto ‘equivalente‘ tra quello percepito dal 20% della popolazione più ricca e il corrispondente più povero è aumentato da 5,8 a 6,3.L’Istat stima che il 30% delle persone residenti in Italia, vale a dire circa 18 milioni di individui, è a rischio povertà o esclusione sociale, percentuale in aumento rispetto al 2015 quando era pari al 28,7%. Nel Mezzogiorno la probabilità di cadere in una condizione d’indigenza e bisogno è del 46,9%, in crescita dal 46,4% del 2015, ed è in aumento anche nel Nord-ovest (21,0% da 18,5%) e nel Nord-est (17,1% da 15,9%), mentre è stabile nel Centro (25,1%). A rischio povertà o esclusione sociale sono soprattutto le famiglie numerose con cinque o più elementi (43,7%), la situazione peggiora anche per quelle con uno o due componenti. Quando si annunciano con enfasi i risultati positivi sull’incremento del Pil e dei posti di lavoro occorrerebbe ricordarsi anche di questi dati e del fatto che milioni d’italiani vivono in condizioni sociali difficili e che la ripresa economica anziché ridurre sta aumentando le disuguaglianze ed incrementando il divario economico e sociale tra il Centro-nord sempre più ricco ed il Sud sempre più povero ed assistito. I nostri politici invece di parlare di taglio delle tasse e di banche dovrebbero occuparsi di chi è disoccupato o vive con la pensione al minimo e fa fatica ad arrivare a fine a mese, mentre c’è chi continua ad arricchirsi e non sa che farsene del ‘superfluo’ che ha a disposizione.

Fonte: istat.it



giovedì 16 novembre 2017

Il rischio di cadere in povertà è triplo al Sud rispetto al resto del Paese ed in Sicilia e Campania sfiora il 40%.


L’unico modo che hanno i meridionali per migliorare le loro condizioni economiche è emigrare, a sostenerlo è il rapporto Svimez 2017 sull’economia nel Mezzogiorno

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Roberto Maroni e Silvio Berlusconi - (foto da lettera43.it) 
Il saldo migratorio delle regioni del Sud continua ad essere negativo (-28 mila unità nel 2016), mentre nel Centro Nord nello stesso periodo è aumentato di 93.500 unità. In particolare la Sicilia ha perso 9.300 abitanti, la Campania 9.100, la Puglia 6.900. In forte aumento anche il fenomeno del ‘pendolarismo’. Nel Mezzogiorno ha interessato 208 mila persone, di cui 154 mila sono andate a vivere per lavoronel Centro-Nord o all’estero. Questo fenomeno spiega, almeno per un quarto, l’aumento dell’occupazione al Sud avvenuto nel 2016 (+101 mila unità). Negli ultimi quindici anni circa 200 mila giovani meridionali si sono laureati nelle università del Centro-Nord, causando una ‘perdita netta in termini finanziari del Sud di circa 30 miliardi’ (quasi due punti di Pil).
Fotot da conquistedellavoro.it
Nel 2016 ’10 meridionali su 100 risultano in condizioni di povertà assoluta’, mentre nel Centro Nord sono 6 su 100. Non solo, il rischio di cadere in povertà è triplo al Sudrispetto al resto del Paese e in Sicilia e in Campania sfiora il 40%.  Il prodotto medio per abitante è nel Sud il 56,1% di quello del Centro-Nord. Nel Trentino Alto Adige è di 38.745 euro pro capite, mentre in Calabria è stato di 16.848 euro, vale a dire il 56,52% in meno. L’indagine condotta da Svimez evidenzia anche ‘l’interdipendenza economica’ tra le regioni italiane. La domanda interna del Sud ‘attiva’ il 14% del Pil del Centro-Nord (in termini assoluti nel 2016 è stato 117 miliardi di euro). I flussi redistributivi fiscali verso le regioni meridionali sono diminuiti del 10%, sono passati cioè da oltre 55,5 miliardi di euro a 50. ‘Di questi 20 miliardi ritornano direttamente al Centro-Nord’, altri rimangono per sostenere un mercato che è ancora decisivo per tutto il Paese. Inoltre nel 2016 gli investimenti in opere pubbliche sono stati 286 euro pro capite al Centro-Nord, nel Mezzogiorno invece meno di 107 euro.Nel 1970 il rapporto era di 340,80 euro al Centro-Nord contro i 529 euro del Sud.Nell’ultimo cinquantennio la spesa per infrastrutture è crollata nelle regioni settentrionali del -2% l’anno, al Sud del -4,8% l’anno. Infine, il surplus di depositi dei meridionali finanzia le imprese del Centro-Nord.Nelle regioni settentrionali a fronte di depositi per 959 miliardi di euro di depositi gli impieghi sono stati 1.610 miliardi di euro. Con questi dati non si comprendono i recenti referendum consultivi che si sono svolti in Lombardia e Veneto per chiedere maggiore autonomia amministrativa e fiscale. Il Nord è ricco ed al Sud arrivano le briciole. Ed è paradossale che ha chiedere più risorse pubbliche siano due regioni del Nord Italia anziché quelle meridionali. 

Fonte: svimez.info



sabato 11 novembre 2017

Il tasso di occupazione nel Mezzogiorno rimane il più basso d’Europa


Il Mezzogiorno è uscito dalla recessione, ma la ripresa congiunturale non è sufficiente per affrontare le emergenze sociali, a sostenerlo è il rapporto Svimez 2017 sull’economia del Mezzogiorno

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Foto da svimez.info
Nel 2016 il Pil è cresciuto dell’1% nel Meridione e dello 0,8% nel resto d’Italia. Il prossimo anno il Pil crescerà nel Centro-Nord dell'1,6% e dell'1,3% al Sud. Nel 2018 le variazioni si attesteranno rispettivamente al +1,4% nel Centro-Nord e al +1,2% nel Meridione, mentre l’occupazione crescerà rispettivamente dello 0,8% e dello 0,7%. L’industria manifatturiera del Sud è cresciuta negli ultimi due anni del 7%, il doppio del resto del Paese (3%). Questi risultati sono dovuti, secondo Svimez, a due misure adottate dal Governo: le ZES (Zone economiche speciali) e le ‘clausole del 34%’ sugli investimenti ordinari. Tuttavia, il tasso di occupazione nel Mezzogiorno nonostante negli ultimi otto mesi siano stati incentivati oltre 90 mila rapporti di lavoro nell’ambito della misura ‘Occupazione Sud’ rimane il più basso d’Europa (-35%) e la crescita dell’1,7% (101 mila unità) registrata nel 2016 è dovuta 'a rapporti di lavoro a basso reddito e al cosiddetto part time involontario (+1,8%)'. Inoltre, mentre nelle regioni del centro e del settentrione i posti di lavoro persi con la crisi sono stati tutti recuperati(+48 mila nel 2016 rispetto al 2008), in quelle meridionali la perdita di occupazione è ancora oggi pari a -381 mila unità. In Sardegna e in Sicilia la situazione è ancora più grave, nelle due isole gli occupati continuano a calare. Rispetto al 2008 i posti di lavoro sono il 10,5% in meno in Calabria, -8,6% in Sicilia, -6,6% in Sardegna e Puglia, -6,3% in Molise, -5% in Abruzzo. Un po’ meglio sono, invece, i dati della Campania (-2,1%) e della Basilicata (-0.8%). Secondo l’Associazione per lo sviluppo nel Mezzogiorno nel Sud si assiste, a causa di un’occupazione di minore qualità e della riduzione d’orario, ad ‘un graduale dualismo generazionale’ e ad ‘un incremento dei lavoratori a bassa retribuzione’. Insomma, la ripresa economica non è sufficiente per affrontare le emergenze sociali ed il divario economico tra Centro-Nord e Sud Italia continua a crescere.

Fonte: svimez.info


sabato 23 settembre 2017

Al Nord si pagano più tasse, ma ad essere povero è il Sud dove è cresciuta anche la pressione tributaria


‘Il nostro sistema tributario grava maggiormente sulle regioni dove la concentrazione della ricchezza è più elevata’, a sostenerlo è Paolo Zabeo coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia di Mestre

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Foto da cigiamestre.com
Nel 2015 ogni residente della Lombardia, compresi i neonati, ha pagato in media al fisco 11.898 euro. Ad affermarlo è l’Ufficio studi della Cgia di Mestre. Nella graduatoria seguono gli abitanti del Trentino Alto Adige con 11.029 euro, gli emiliano - romagnoli con 18.810 euro, i laziali con 10.452 euro ed i liguri con 10.121 euro. Nello stesso periodo il gettito medio è stato di 5.703 euro in Campania, 5.610 euro in Sicilia e 5.436 euro in Calabria. L’84% del gettito (7.390 euro pro-capite) è stato incassato dallo Stato centrale, il 9,3% dalle Regioni (825 euro pro-capite) e il restante 6,7% dagli Enti locali (585 euro pro-capite). Secondo la Cgia nel 2017 la pressione fiscale dovrebbe attestarsi al 42,7%, in calo dello 0,4%. Pertanto dovrebbe proseguire il trend positivo iniziato dopo il record storico registrato nel biennio 2012/2013 (43,6%). A livello europeo siamo al 7° posto, 2,8 punti in più rispetto alla media europea (40,1%) e 1,6 punti superiore rispetto al dato dell’area euro (41,3%). ‘Negli ultimi tempi la pressione tributaria sui contribuenti del Mezzogiorno ha subito degli aumenti decisamente superiori al resto d’Italia'. A precisarlo è Il segretario della Cgia Renato Mason. Ed ancora: 'A seguito del disavanzo sanitario che ha contraddistinto in questi ultimi anni i bilanci di quasi tutte le Regioni meridionali, i Governatori di queste realtà sono stati costretti ad innalzare fino alla soglia massima sia l’aliquota dell’Irap sia quella dell’addizionale regionale Irpef con l’obbiettivo di riequilibrare il quadro finanziario’. ‘L’esito di quest’analisi – dichiara il coordinatore dell’Ufficio studi della CGIA Paolo Zabeo - dimostra come ci sia una correlazione tra le entrate fiscali versate, il reddito dichiarato e, in linea di massima, anche la qualità/quantità dei servizi erogati in un determinato territorio. Essendo basato sul criterio della progressività, il nostro sistema tributario grava maggiormente sulle regioni dove la concentrazione della ricchezza è più elevata e il numero di grandi aziende è maggiore, anche se i cittadini e le imprese di queste aree dispongono, nella stragrande maggioranza dei casi, di servizi pubblici migliori rispetto a quelli presenti in altre parti del Paese’.


venerdì 8 settembre 2017

CGIA: 'Negli ultimi otto anni è crollato il numero delle imprese artigiane'


Con la chiusura di 145.000 imprese artigiane e di 12.000 piccoli negozi di vicinato tra il 2009 ed il 2016 si sono persi circa 400.000 posti di lavoro. A sostenerlo è l’Ufficio studi della CGIA di Mestre

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Foto da pulvino.blogspot.com (free advertising)
Negli ultimi otto anni il numero complessivo delle imprese attive nell’artigianato è sceso da 1.463.318 a 1.322.640, le attività del commercio al dettaglio, invece, sono diminuite in misura più contenuta. Se nel 2009 erano 805.147, nel giugno di quest’anno si sono attestate a quota 793.102. Le categorie artigiane che hanno subito le contrazioni più importanti sono quelle degli autotrasportatori (-30%), dei falegnami (-27,7%), degli edili (-27,6%), dei produttori di vetro e ceramica (-22,1%). Mentre in controtendenza ci sono parrucchieri ed estetisti (+2,4%), gelaterie, pasticcerie e take away (+16,6%), designer (+44,8%), riparatori, manutentori e installatori di macchine (+58%).
Foto da lentepubblica.it
A livello territoriale le regioni più colpite sono quelle del Sud, dove la diminuzione è stata del 12,4%. In particolare in Sardegna è stata del -17,1%, in Abruzzo del -14,5%, in Sicilia del -13,5%, in Molise del -13,2%, in Basilicata del -13,1%. Le chiusure, nonostante l’uscita dalla recessione, sono continuate anche nel 2016 (-1,2%). ‘La crisi, il calo dei consumi, le tasse, la burocrazia, la mancanza di credito e l’impennata del costo degli affitti - sostiene il coordinatore dell’Ufficio studi della CGIA Paolo Zabeo - sono le principali cause che hanno costretto molti piccoli imprenditori ad abbassare definitivamente la saracinesca della propria bottega. Se, inoltre, teniamo conto che negli ultimi quindici anni le politiche commerciali della grande distribuzione si sono fatte sempre più mirate ed aggressive, per molti artigiani e piccoli negozianti non c’è stata via di scampo. L’unica soluzione è stata quella di gettare definitivamente la spugna’.
Per il rilancio dell’artigianato non sarà sufficiente l’uscita dalla crisi economica, ma sarà ‘necessario recuperare - rileva Renato Mason segretario della CGIA - la svalutazione culturale che ha subito in questi ultimi decenni il lavoro artigiano. Anche se bisogna evidenziare che attraverso le riforme della scuola avvenute in questi ultimi anni, il nuovo Testo unico sull’apprendistato del 2011 e le novità introdotte con il Jobs act, sono stati realizzati dei passi importanti verso la giusta direzione, ma tutto ciò non è stato ancora sufficiente per invertire la tendenza’.



sabato 2 settembre 2017

Il Sismabonus non è accessibile a tutti, ecco un esempio concreto


La legge di Stabilità 2017 ha previsto il bonus per la messa in sicurezza degli edifici, ma c’è chi può usufruirne e chi invece, più bisognoso, è escluso   

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Foto da cngeologi.it
Secondo i dati Istat relativi al 2015 in Italia vivono in uno stato di povertà assoluta 1 milione 582 mila famiglie, vale a dire 4,6 milioni di individui, il numero più alto dal 2005 ad oggi. Si tratta di disoccupati, precari, pensionati al minimo e lavoratori con nuclei famigliari numerosi che fanno fatica ad arrivare a fine mese. Nella maggior parte dei casi sono persone che vivono nel Sud dell’Italia, dove si registrano il maggior numero di costruzioni abusive. I costi che si devono sostenere per effettuare i lavori per la messa in sicurezza dell’abitazione di proprietà non sono una cosa da poco, almeno per alcune categorie di cittadini. La spesa oscilla tra i 300 ed i 700 euro al metro quadrato. Ed è evidente che gli edifici che hanno bisogno di questi lavori sono quelli più fatiscenti e/o costruiti nel secolo scorso. Chi è benestante di certo non vive in questi immobili. Le case da mettere a ‘posto’ sono soprattutto quelle della povera gente, che, probabilmente, ha ereditato la struttura o ha costruito in condizioni di necessità e che, per cultura o per furbizia, è stata 'poco attenta' al rispetto delle regole.
Foto da ancecatania.it
Per capire le difficoltà in cui si possono venire a trovare queste famiglie facciano un esempio concreto. Se ipotizziamo una spesa di 50mila euro la detrazione sarà di 35mila euro. Il credito si potrà detrarre dalle imposte con cinque rate annuali di pari importo. Nel nostro caso 7mila euro ciascuna. Chi vive con una pensione minima è un incapiente, cioè percepisce un reddito così basso che è esentato dal pagamento delle imposte dirette come l’Irpef per cui non potrà detrarre nulla. Per questi soggetti l’agevolazione non è fruibile a meno che essi non vivano in un condominio. In questi casi se l’assemblea dei proprietari decide di eseguire i lavori essi saranno obbligati a contribuire per la quota spettante indipendentemente dal fatto di disporre o meno delle risorse finanziare. Essi, tuttavia, potranno utilizzare la detrazione cedendola all’impresa che esegue i lavori. La procedura su come questo possa avvenire non è ancora chiara, sarà l’Agenzia delle entrate a dare le relative indicazioni.
Foto da avantionline.it
In tutte le ipotesi il nostro pensionato, ma potrebbe essere un disoccupato, un precario o un padre di famiglia con un reddito incapiente o medio basso, è comunque obbligato a far fronte al 30% o al 20% della spesa. Nel nostro esempio corrisponde a 15 mila euro, ma se il costruttore e l’ingegnere non sono disposti ad aspettare cinque anni per essere pagati dovrà affrontare l’intera spesa (50mila euro). Solo successivamente essa sarà restituita per il 70 o l’80% (35mila euro) dallo Stato come credito d’imposta, sempreché il contribuente disponga di un reddito adeguato. Nella nostra ipotesi il reddito annuo deve essere di almeno 36mila euro lordi, che corrispondono a circa 29mila euro netti l’anno. Secondo le ultime statistiche il reddito medio pro-capite nel Sud dell’Italia è di 17.984 euro, più basso di quello che abbiamo ipotizzato. Ora, se un padre di famiglia deve scegliere tra il garantire un’esistenza dignitosa ai suoi figli o investire le poche risorse di cui dispone per ristrutturare la propria casa, non c’è alcun dubbio su quale sarà la sua scelta. Insomma, il credito d’imposta per la messa in sicurezza degli edifici assomiglia molto al bonus degli 80 euro, c’è chi può usufruirne e chi invece, più bisognoso, è escluso. Ancora una volta quella che a prima vista può apparire come una buona legge in realtà realizza un’altra ingiustizia e, pertanto, finirà per allargare il divario economico tra le classi sociali benestanti e quelle più povere.




sabato 26 agosto 2017

Bonus fino all’85% della spesa sostenuta per l’adeguamento antisismico, ma finora sono in pochi ad averlo richiesto


Introdotto con la legge di stabilità 2017 il bonus è un importante strumento per mettere a norma gli edifici che si trovano nelle zone a rischio sismico, ecco come funziona e chi può usufruirne

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Foto da professionisti.it
L’agevolazione riguarda gli immobili per uso abitativo e quelli utilizzati per lo svolgimento di attività agricole, professionali e commerciali che si trovano nelle zone a rischio sismico 1, 2 e 3 (la tabella è disponibile sul sito dell’Agenzia delle entrate). La valutazione compresa in una scala che va da A (meno rischi) a G (più rischi) deve essere fatta da ingegneri e/o architetti che successivamente indicheranno i lavori da effettuare per la riduzione del rischio. Per gli edifici privati la percentuale di detrazione è del 70%, ma sale all’80% se il rischio si riduce di due classi. Per gli interventi sugli immobili condominiali la detrazione sale rispettivamente all’80% e all’85%. Le agevolazioni saranno riconosciute fino al 31 dicembre 2021 ed il bonus potrà essere detratto dalle imposte in cinque rate annuali di pari importo e non in 10 come avviene per le ristrutturazioni. La spesa massima detraibile è di 96mila euro e comprende anche i costi sostenuti per classificazione e la verifica sismica degli immobili. Anche gli incapienti potranno usufruire del credito d’imposta, ma solo se la ristrutturazione riguarda un condominio. Le relative modalità saranno indicate dall’Agenzia delle entrate.

Fonte: Agenzia delle entrate


giovedì 24 agosto 2017

Con l’affaire Neymar i ‘Signori del calcio’ faranno un mucchio di soldi


I 600 milioni di euro pagati dal Psg per il calciatore Neymar non devono sorprendere perché rientrano nei meccanismi tipici del sistema capitalistico 

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Neymar - (foto da lastampa.it)
In molti si sono meravigliati della cifra (600 milioni di euro, 222 vanno al Barcellona, il resto tra ingaggi annuali, bonus e commissioni al calciatore) spesa da Qatar Sports Investment per l’acquisto del campione brasiliano, ma non è certo una novità, anche in passato ci sono stati passaggi di calciatori da una squadra all’altra con cifre via via crescenti e ritenute sempre iperboliche. Nel 2001 il giovanissimo Gianluigi Buffon passò dal Parma calcio alla Juventus per 100 miliardi di lire, cioè 54,2 milioni di euro, mentre il club torinese cedette nella stessa stagione Zinédine Zidane al Real Madrid per 150 miliardi di lire, cioè 75,5 milioni di euro ed un anno fa Paul Pogba è passato al Manchester United per 110 milioni di euro. Non deve meravigliare neanche la proposta, trapelata in questi giorni, del Manchester City che sembra voglia spendere 300 milioni di euro solo per il cartellino di Lionel Messi. Questi trasferimenti milionari di calciatori sono sempre avvenuti perché le società ritengono così di accrescere le possibilità di vittoria e di conseguenza generare maggiori profitti.
Foto da forum.rojdirecta.es
I club ‘vincenti’ sono quasi sempre quelli che spendono di più. Di certo le società con maggiori disponibilità finanziarie hanno sempre acquistato i cartellini dei calciatori più bravi dalle squadre cosiddette di ‘provincia’. Insomma, anche nel calcio a dettare legge è il capitale. Chi è ricco o benestante dispone di risorse finanziarie che utilizza per generare altra ricchezza. L’accumulazione del capitale si realizza anche quando l’investimento è finanziato da soggetti terzi, come le banche. L’acquisto di Neymar, quindi, non è uno sfizio o una follia, ma un investimento fatto per generare profitti. Il calcio, oltre ad essere uno sport popolare, è una vera e propria industria ed oggi esso è diventato il simbolo del capitalismo moderno. Il problema è che l'accumulazione del capitale crea disuguaglianze ed ingiustizie. Quello che meraviglia non è solo il fatto che questo avvenga, è sempre stato così, ma l’indifferenza con cui si accettano le disparità e le iniquità che ne derivano. Si afferma cioè come giusto e legittimo il principio secondo cui esso sia frutto di capacità personali. Ora, ammesso e non concesso che sia così, chi erediterà milioni o miliardi di euro che meriti ha? La risposta è nessuno, ma nonostante questo acquisirà privilegi che rimarranno tali per 'sempre' o per diverse generazioni, diventeranno cioè ingiustizie e disuguaglianze difficili da estirpare.



venerdì 18 agosto 2017

Cresce il Pil, ma il debito pubblico non scende e la disoccupazione è a livelli inaccettabili


Esprime soddisfazione il segretario del Pd, Matteo Renzi, ma la crescita economica e la riduzione del debito devono camminare di pari passo, altrimenti i sacrifici fatti sono inutili

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Mario Draghi - (foto da forexinfo.it)
Nel secondo trimestre del 2017 il Pil è cresciuto rispetto ai primi tre mesi dell’anno dello 0,4% e dell’1,5% rispetto allo stesso periodo del 2016. A comunicarlo è l’Istat nella stima preliminare del prodotto interno lordo. E’ il dato più alto degli ultimi sei anni. Nel primo trimestre del 2011 l’incremento fu del 2,1%.Il Pil italiano è stimato a 387.458 milioni, mentre nel 2008 era a 424,824 milioni, cioè è ancora inferiore del 6%. Senza considerare le differenze a livello territoriale, tutte le ultime statistiche evidenziano, infatti, un crescente divario tra Nord e Sud del paese. Su questi dati hanno espresso soddisfazione il presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, ed il segretario del Pd, Matteo Renzi.
Andamento % debito/Pil dal 1861 al 2015
(foto da umbrvei.blogspot.com)
I pochi che hanno avuto l’opportunità di studiare i concetti più elementari di economia politica (la materia è prevista solo nei programmi ministeriali degli istituti tecnici con l’indirizzo affari e marketing, cioè l’ex ragioneria) sanno cosa sono e come funzionano i cicli economici. Ad una fase di recessione segue sempre, dopo un certo periodo di tempo, la ripresa e lo sviluppo. Le ragioni possono essere diverse. Di certo influiscono le politiche economiche dei governi, ma, nel nostro caso, sembrano determinanti i fattori economici e finanziari di carattere internazionale. 
Foto da businessonline.it
Sulla ‘ripresina’ italiana incide di sicuro l’immissione di moneta sul mercato finanziario operata da Mario Draghi con il Quantitative easing. Fino a quando la Banca centrale europea continuerà con l’acquisto del debito sovrano (60 miliardi di euro al mese) non avremo grossi problemi sul debito pubblico e soprattutto con i tassi sugli interessi così bassi continueremo a pagare i nostri creditori con esborsi ‘accettabili’. La cifra è, comunque, ‘monstre’, nel 2016 il debito ci è costato 66,5 miliardi di euro, con una riduzione di 17 miliardi rispetto al 2012. Nonostante ciò il debito pubblico ha raggiunto nel mese di giugno la cifra record di 2.281,40 miliardi di euro, cioè il 132,6% del Pil. La logica ed il buonsenso vorrebbero l’attuazione di politiche 'parsimoniose' sulla spesa pubblica ed una graduale riduzione del debito. Come fece, per intenderci, il governo di Centrosinistra tra il 1996 ed il 2001. Ma tutto questo non sta avvenendo. Il debito non scende e la crescita è minima, tra le più basse in Europa. Un segnale veramente positivo sarebbe quello di una sostanziale riduzione della disoccupazione, in particolare quella dei giovani che vivono nel Sud del paese, ma anche in questo caso siamo lontani da un risultato soddisfacente. 


martedì 11 luglio 2017

L’1% delle famiglie possiede il 45% della ricchezza globale


Il rapporto pubblicato dal Boston Consulting Group sulla ricchezza finanziaria conferma la crescita delle disuguaglianze e del divario economico tra le classi sociali
di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)
Silvio Berlusconi e Flavio Briatore
(foto da notizie.virgilio.it)
Il numero di famiglie milionarie è cresciuto del 7%, a sostenerlo è la società di consulenza finanziaria BCG che ha pubblicato la 17esima edizione del report ‘Global Wealth 2017: Transforming the Client Experience’. Secondo il rapporto sono 18 milioni i nuclei familiari, cioè l’1% del totale, che posseggono il 45% della ricchezza globale. In Italia sono 307mila le famiglieche hanno investimenti in titoli di Stato, azioni, depositi e altri strumenti finanziari superiori ad un milione di dollari. L’1,2% delle famiglie possiede il 20,9% della ricchezza finanziaria, cioè 4.500 miliardi di dollari. Questa somma è destinata ad aumentare nei prossimi anni, nel 2021 il numero delle famiglie dovrebbe crescere fino a 433mila unità, con un percentuale che salirà all’1,6 e che possiederà una ricchezza del 23,9%, vale a dire quasi un quarto del totale.
Foto da fanpage.it
Insomma, cresce la concentrazione della ricchezza ed aumentano le disuguaglianze economiche e sociali.Nel mondo ci sono persone e famiglie che utilizzano per i loro bisogni solo una piccolissima parte della loro ricchezza ed altre che invece non posseggono nulla e che vivono con meno di un dollaro al giorno o addirittura muoiono di fame. Basterebbe impiegare il ‘superfluo’ della risorse finanziarie a disposizione dei super ricchi per consentire una vita dignitosa a miliardi di persone, invece si perpetuano le ingiustizie e le disuguaglianze.
In Italia sarebbe sufficiente un prelievo una tantum sui grandi patrimoni per risolvere i problemi di finanza pubblica che, negli ultimi anni, i vari governi di Centrosinistra si sono affannati a tenere sotto controllo, senza peraltro riuscirvi. Il debito pubblico continua a crescere ed oggi è di circa 2.200 miliardi di euro. Sarebbe sufficiente una piccola parte del ‘troppo’ che i nostri Peperoni posseggono per risanare il bilancio pubblico e consentire allo Stato politiche di investimenti che diano lavoro e dignità a chi oggi è disoccupato, precario o è un pensionato al minimo.
L’ingiustizia è anche nelle opportunità. Le possibilità di ascesa sociale non sono uguali per tutti, anzi oggi sono quasi del tutto inesistenti per i ceti meno abbienti. E’ assai probabile, infatti, che il figlio di un operaio diventi egli stesso un operaio o che il figlio di un disoccupato non riesca a trovare lavoro o diventi un precario, mentre il figlio di un magnate non si pone neanche il problema, l’unica sua preoccupazione è quella di spendere 'a piene mani' il patrimonio famigliare, ma per quanto possa sperperare sarà sempre una piccola parte del totale.


sabato 24 giugno 2017

Nel Mezzogiorno una persona su due è a rischio povertà

Negli ultimi otto anni il divario economico e sociale tra Nord e Sud Italia è aumentato, a sostenerlo è l’Ufficio studi della Cgia di Mestre 

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Foto da firstonline.it
L’analisi fatta dell’associazione degli artigiani e delle piccole imprese venete ha messo a confronto quattro indicatori: il Pil pro-capite, il tasso di occupazione, il tasso di disoccupazione e il rischio povertà o esclusione sociale.
La differenza di reddito pro-capite tra il Nord ed il Sud era, nel 2007, di 14.255 euro, nel 2015 il divario è aumentato a 14.905 euro, cioè è cresciuto di 650 euro. Nel Settentrione il reddito medio pro-capite è stato di 32.889 euro, al Sud di 17.984 euro. In Sicilia è diminuito del 2,3%, in Campania del 5,6% ed in Molise dell’11,2%.
Il divario del tasso di disoccupazione era, nel 2007, del 20,1%, nel 2016 è salito a 22,5% (+2,4%). Nella provincia autonoma di Bolzano la percentuale di occupati era del 72,7%, in Calabria è stata del 39,6%.
Il differenziale più evidente è quello relativo al tasso di disoccupazione.Nel 2007 era del 7,5%, nel 2016 è salito al 12% (+4,5%). I senza lavoro sono cresciuti del 9,2% in Sicilia e del 12% in Calabria.
Nel 2007 il rischio di povertà al Sud era del 42,7%, nel 2015 è aumentato al 46,4%. Un meridionale su due è in gravi difficoltà economiche. Anche al Nord è aumentato, dal 16 al 17,4%, ma il divario con il Meridione è cresciuto di due punti percentuali.
Foto da cgiamestre.com
“Il Mezzogiorno – dichiara il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia, Paolo Zabeo - ha delle potenzialità straordinarie ed è in grado di contribuire al rilancio dell’intera economia del Paese. Pensiamo solo al patrimonio culturale, alle bellezze paesaggistiche - naturali che contribuiscono a renderla una delle aree potenzialmente a più alta vocazione turistica d’Europa. Certo, bisogna tornare a investire per ammodernare questa parte del Paese che, purtroppo, presenta ancora oggi delle forti sacche di disagio sociale e di degrado ambientale che alimentano il potere e la presenza delle organizzazioni criminali di stampo mafioso’.
‘Il Sud si rilancia anche rendendo – sottolinea il Segretario della Cgia Renato Mason - più efficienti i servizi offerti dagli enti locali, in modo che siano sempre più centrali per il sostegno della crescita, perché migliorare i servizi vuol dire elevare il prodotto delle prestazioni pubbliche e quindi il contributo dell’attività amministrativa allo sviluppo del territorio in cui opera’.
L’analisi della Cgia è corretta, ma i suggerimenti indicati per superare il divario economico e sociale sono insufficienti. La condizione di sottosviluppo del Sud Italia è strutturale ed ha ragioni storiche precise, sottovalutarle con motivazione di carattere amministrativo o con il federalismo fiscale significa non affrontare il problema. I cittadini delle regioni meridionali hanno grandi responsabilità sul peggioramento delle condizioni economiche e sociali del Sud, ma maggiori sono quelle della classe dirigente nazionale. La ‘Questione meridionale’ non è stata risolta, anzi negli ultimi tre decenni si è aggravata perché è stata accantonata, ogni forma d’investimento pubblico al Sud è stato considerato dalle forze politiche e dalla classe dirigente uno spreco.
In queste settimane si parla dei contenuti su cui costruire un nuovo Centrosinistra. Lo studio pubblicato dalla Cgia è un ottimo punto di partenza ed è evidente che il tema della ‘Questione meridionale’ non può non stare al centro dell’analisi economica e sociale di una forza politica progressista. La prima battaglia che deve combattere un partito di Sinistra è la difesa dei diritti delle classi sociali più deboli e questi ancora oggi, nonostante siano passati oltre 150 anni dall’Unità d’Italia, sono soprattutto nel Sud del Paese.

giovedì 22 giugno 2017


Fuga di lavoratori all’estero, ma in gran parte sono laureati del Sud Italia

Dal 2008 al 2015 oltre 500mila italiani si sono trasferiti all’estero, a sostenerlo è il rapporto: ‘Il lavoro dove c’è’, realizzato dall’Osservatorio Statistico dei Consulenti del Lavoro

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Foto da corriereUniv.it
I lavoratori italiani che, dall’inizio della crisi economica, hanno deciso di emigrare si sono trasferiti soprattutto in Germania, Regno Unito e Francia.  Nello stesso periodo circa 300mila stranieri residenti in Italia, non trovando lavoro, hanno deciso ritornare nei loro paesi, in particolare il fenomeno riguarda gli immigrati provenienti dalla Romania.
Il flusso migratorio è diverso a seconda della zona geografica ed è un fenomeno che si sta verificando anche all’interno del territorio nazionale. Dal 2008 al 2015 oltre 380mila meridionali si sono trasferiti in una regione del Centro o del Nord Italia. Si tratta nella maggior parte dei casi di lavoratori qualificati. E’ bene ricordare che in questa indagine non sono inclusi i docenti, soprattutto meridionali, assunti nel 2015 ed in molti, trasferiti al settentrione con la mobilità predisposta dal ministero della Pubblica Istruzione nell’agosto del 2016.
Logo Rapporto - (foto da consulentidellavoro.it)
Inoltre, più di un occupato su dieci lavora in una provincia diversa da quella di residenza. Questa condizione incide molto sullo ‘stipendio, la soddisfazione dei lavoratori e la qualità della vita’. Dal rapporto emerge che Milano ‘per le brevi distanze, le occasioni di lavoro e i servizi di trasporto è l’epicentro degli spostamenti interprovinciali in Italia’.
Il fenomeno dei flussi è la diretta conseguenza dei livelli occupazionali che, come hanno rilevato diverse indagini statistiche, sono molto diversi tra le province del Nord e del Sud del Paese. Se, ad esempio, il tasso di occupazione nella provincia di Reggio Calabria è del 37%, in quella di Bolzano è del 72%.
Insomma, molti italiani emigrano all’estero, ma a farlo sono soprattutto i lavoratori meridionali, e questa non è una novità.

sabato 17 giugno 2017


I più ricchi esercitano a Milano


I lavoratori autonomi con il reddito medio più alto svolgono la loro attività professionale nel Nord Italia, a sostenerlo è un'indagine condotta dall'Ufficio studi della Cgia di Mestre
di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

(forto da cgiamestre.com)
Rispetto al 2013 il reddito medio è aumentato di 2.600 euro. L'incremento più alto ha riguardato soprattutto i liberi professionisti della Lombardia (3.577 euro). Secondo lo studio i lavoratori autonomi con il reddito medio più alto esercitano nel Nord Italia, in particolare a Milano (38.140 euro). Nella graduatoria seguono i liberi professionisti di Bolzano (con 35.294 euro), di Lecco (con 33.897 euro) di Bologna (con 33.584 euro), di Como (con 32.294 euro) e di Monza (32.897 euro).
La prima città meridionale è Bari che si trova al 64esimo posto della graduatoria con una media di 22.752 euro, seguita da Palermo con 22.684 euro, vale a dire oltre un terzo in meno rispetto alle città del Nord Italia. In fondo alla classifica ci sono i lavoratori autonomi della Calabria con un reddito medio due volte e mezzo in meno rispetto ai loro colleghi del capoluogo lombardo. In particolare i professionisti di Vibo Valentia hanno dichiarato 15.479 euro, di Crotone 15.645 euro e di Cosenza 16.318 euro.
(foto da today.it)
'Sebbene i dati riferiti al reddito medio siano abbastanza positivi - dichiara il coordinatore dell'Ufficio studi Paolo Zabeo - non dobbiamo dimenticare che la crisi ha fortemente polarizzato il mondo degli autonomi, condizionando questi risultati'. Ed ancora: 'Questa situazione, inoltre, ha divaricato la disparità territoriale: in particolare modo tra il Nord ed il Sud del Paese'.
I dati della Cgia dimostrano ancora una volta come l'Italia sia divisa in due: da un lato ci sono il Centro ed il Nord 'ricchi', dall'altro un Sud 'povero' ed abbandonato a se stesso. Anziché occuparsi di legge elettorale, riforme costituzionali, child adption, ecc., la classe dirigente nazionale dovrebbe preoccuparsi di chi non ha lavoro o ne ha uno precario, di chi non arriva a fine mese, di chi non riesce ad accedere al Servizio sanitario nazionale, di chi vive in condizioni di povertà assoluta o di disagio sociale. Ma forse non interessa perché questi problemi sono soprattutto al Sud. 'Cristo si è fermato ad Eboli' scriveva Carlo Levi nel 1945, e, purtroppo, è ancora così. E nessuno si illuda, questa condizione di sottosviluppo continuerà ancora, almeno fino a quando i meridionali non si 'adopereranno' per emanciparsi dalla condizione di sudditanza morale e culturale in cui vivono da sempre.

 

sabato 8 aprile 2017

L’insopportabile demagogia della Corte dei Conti sul cuneo fiscale


Ridurre il cuneo fiscale ed il debito pubblico, a sostenerlo è la magistrature contabile, ma non spiega come questo debba avvenire ed a spesa di chi

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Foto da ansa.it
Nel Rapporto 2017 sulla finanza pubblica la Corte dei Conti afferma che il cuneo fiscale in Italia è ‘di ben 10 punti’ superiore a quello che si registra mediamente in Europa. Il 49% della busta paga viene trattenuto ‘a titolo di contributi e di imposte’. I magistrati della Corte denunciano l’esigenza di ridurre la pressione fiscale in quanto ‘un’esposizione tributaria tanto marcata non aiuta il contrasto all’economia sommersa e alla lotta all’evasione’.
‘L’andamento dell’economia italiana – sottolinea la Corte – sembra aver segnato un’inversione di marcia verso un’espansione meno fragile e più qualitativa’. Nello stesso tempo si ribadisce che il risanamento finanziario è, per il nostro Paese, ‘più faticoso anche se necessario considerato il maggior livello del debito. Occorre quindi – secondo il Rapporto – porre il debito su un sentiero discendente, non troppo ripido ma costante, procedendo speditamente alle azioni di riforme strutturali per sostenere la crescita e migliorare, anche sotto questo profilo, le condizioni di sostenibilità della finanza pubblica’.
L'incipit de 'Il Gattopardo'
(foto da wikipedia.org)
Sono decenni che si discute del cuneo fiscale e della necessità di ridurlo, ma si evita di dire con quali risorse finanziarie questo debba avvenire. La Corte dei Conti sottolinea anche la necessità di ridurre il debito pubblico, ma non dice come, perché? Le misure da prendere sarebbero impopolari e di conseguenza nessuno ne parla, nessuno ne indica i relativi provvedimenti. Per diminuire il cuneo fiscale ed il debito pubblico occorre ridistribuire la ricchezza oppure tagliare la spesa pubblica, vale a dire meno pensioni, meno scuola pubblica, meno assistenza sanitaria, meno sprechi e regalie a cominciare dai privilegi e dagli stipendi d’oro degli stessi magistrati della Corte dei Conti.
Quello che si legge nel Rapporto è, quindi, l’ennesima enunciazione demagogica di chi afferma cosa è opportuno fare, ma non spiega i sacrifici che sono necessari per realizzare quell’obiettivo. Allora è meglio non dirlo oppure far finta di ‘cambiare tutto per non cambiare niente’ come scriveva nel 1958 Giuseppe Tomasi di Lampedusa ne ‘Il Gattopardo’.

venerdì 6 gennaio 2017

Vibo Valentia, tasso di occupazione al 35,8%, mentre a Bolzano è al 71,4%


Il Report pubblicato dalla Fondazione dei consulenti del lavoro conferma l’enorme divario economico che c’è tra il Nord e il Sud Italia

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Foto da zoom24.it
Bolzano è la provincia italiana con il tasso di occupazione più alto (71,4%), mentre Vibo Valentia è quella con la percentuale più bassa (35,8%). A sostenerlo è il Report pubblicato dalla Fondazione studi dei consulenti del lavoro che ha elaborato i dati Istat sul 2015. Crotone registra il più alto tasso di disoccupazione in generale (32,2%), quasi il triplo della media nazionale, mentre è Cosenza la città con il più alto tasso di disoccupazione giovanile femminile (84,4%). Nelle grandi città – sottolineano i consulenti – il tasso di occupazione degli stranieri (66,6%) è in media, nei 13 grandi comuni considerati, superiore di 9 punti rispetto a quello degli italiani (57,4%). Il divario più alto è a Napoli, dove si registra un tasso di occupazione degli stranieri del 58,3%, di ventiquattro punti superiore a quello degli italiani nel comune (34,8%). I dati sugli immigrati non devono meravigliare. Gli stranieri per rimanere legalmente in Italia devono avere un lavoro formalmente regolare ed è per questo che sono disposti a svolgere qualunque mansione pur di avere un contratto di lavoro. Inoltre, il Report è un’ulteriore conferma dell’enorme distanza economica che c’è tra le diverse aree del Paese. Un Sud sempre più in difficoltà, mentre al Settentrione si vive, nonostante la stagnazione, nel benessere. Ma questo divario non è certo una novità.

venerdì 30 dicembre 2016

6,5 milioni d’italiani ‘sognano’ un lavoro, ma intanto Almaviva licenzia 1.666 dipendenti


Mentre milioni di lavoratori vorrebbero un posto di lavoro, i dipendenti di Almaviva della sede di Roma riceveranno, nei prossimi giorni, le lettere di licenziamento

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)


Foto da tg24.sky.it
‘Sommando ai disoccupati le forze di lavoro potenziali, ammontano a 6,5 milioni le persone che vorrebbero lavorare’. Questo è quanto sostiene l’Istat nell’Annuario 2016 che riporta i dati sul mercato del lavoro nel 2015. La forza lavoro disponibile è, quindi, molto più numerosa dei disoccupati iscritti nelle liste di collocamento e comprende tutti coloro che ‘sognano’ un'occupazione ma vi rinunciano perché sanno che non riusciranno ad ottenerla.
Foto da tgcom24.mediaset.it
E’ di ieri la notizia che conferma la chiusura del call center Almaviva Contact di Roma. L’ultimo tentativo di riapertura della trattativa presso il Ministero dello Sviluppo Economico è fallito. 1.666 dipendenti riceveranno, nei prossimi giorni, le lettere di licenziamento. L’accordo siglato dai lavoratori della sede di Napoli è stato rifiutato da quelli di Roma. I dipendenti campani di Almaviva hanno ottenuto altri tre mesi di cassa integrazione, tempo utile, si spera almeno, per raggiungere un accordo che ha come primo obiettivo quello di evitare altri licenziamenti.
Resta il fatto che le aziende italiane, nonostante le agevolazioni fiscali garantite negli ultimi due decenni dal Governo, continuano a delocalizzare ed il caso di Almaviva è solo l’ultimo di una lunga serie. Milioni di lavoratori attendono con ansia il 2017 ed altri 1.666 si aggiungeranno ai tanti che un lavoro lo ‘sognano’. Fino a quando prevarrà il principio del profitto su quello del lavoro e non si adotteranno politiche economiche di redistribuzione della ricchezza, sarà impossibile  superare il dramma della disoccupazione. Questa regola purtroppo non è una novità del 2016, ecco cosa scrisse, a proposito dei senza lavoro, John Lennon nel 1969:  ‘Il lavoro è vita e senza quello esiste solo paura e insicurezza’.

martedì 6 dicembre 2016

Istat: nel 2015 sono aumentate la povertà e la distanza reddituale tra ricchi e poveri


Le stime pubblicate dall’Istat sulla povertà nel 2015 ed i livelli di reddito delle famiglie italiane nel 2014, evidenziano il crescente divario tra ricchi e poveri e tra Nord e Sud del Paese

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Foto da dazabeonews.it
Secondo le stime dell’Istatgli italiani che sono a rischio di povertà (19,9%), grave deprivazione materiale (11,5%) o bassa intensità di lavoro (11,7%) sono il 28,7%. Il dato è sostanzialmente stabile rispetto al 2014 (28,3%), anche se è aumentato il rischio povertà, passato dal 19,4% al 19,9%. A livello territoriale la situazione più grave è nel Mezzogiorno. Le persone coinvolte nel Sud sono salite dal 45,6% al 46,4%. La quota è in aumento anche al Centro (dal 22,1% al 24%), mentre al Nord si registra un calo sia pure minimo (dal 17,9% al 17,4%).
da avantionline.it
Le persone più a rischio (43,7%) sono nelle famiglie con cinque o più componenti. Nel 2014 il reddito medio annuo per nucleo famigliare è rimasto sostanzialmente stabile rispetto al 2013 (29.472 euro ossia 2.546 euro mensili). Metà delle famiglie ha percepito un reddito netto non superiore a 24.190 euro (2.016 euro mensili), la media scende a 20.000 euro (circa 1.667 euro mensili) al Sud. Secondo le stime dell’Istat il 20% delle famiglie ha percepito il 37,3% del reddito totale, mentre il 20% più povero solo il 7,7%. Inoltre dal 2009 al 2014 il reddito in termini reali è calato di più per le famiglie meno abbienti, ampliando così la distanza tra le famiglie più ricche, il cui reddito è passato dal 4,6 a 4,9 volte quello delle più povere.

lunedì 17 ottobre 2016

In Italia 4,6 milioni di poveri, al Sud gli italiani indigenti superano gli stranieri


Nel Mezzogiorno gli italiani che, nel 2015, si sono rivolti ai centri di ascolto della Caritas sono stati il 66,6 %, il doppio degli stranieri. Si è invertito anche il vecchio modello di povertà, oggi i più indigenti non sono gli anziani ma i giovani

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)


Foto da tuttosu.virgilio.it
Le persone costrette a lasciare le proprie case a cause di guerre, conflitti e persecuzioni sono state, nel 2015, oltre 65 milioni. In Europa il numero di profughi giunti via mare è stato quattro volte superiore a quello dell’anno precedente. I migranti sbarcati nelle nostre coste lo scorso anno sono stati 153.842. Le persone che hanno fatto domanda di asilo sono state 83.970. Di fronte a questa situazione la politica europea risulta ‘frammentata’ ed ‘inadeguata’. A sostenerlo è la Caritas nel suo ‘Rapporto 2016 su povertà ed esclusione sociale in Italia e alle porte dell’Europa’.
Foto da caritas.it
Secondo i dati Istat in Italia vivono in uno stato di povertà assoluta 1 milione 582 mila famiglie, vale a dire 4,6 milioni di individui, il numero più alto dal 2005 ad oggi. La condizione di povertà assoluta è quella di chi non riesce ad accedere ai beni e servizi necessari per una vita dignitosa. In questa situazione si trovano soprattutto le famiglie che vivono nel Mezzogiorno e quelle con due o più figli minori o nuclei familiari stranieri e quelli in cui il capofamiglia è in cerca di un’occupazione. Inoltre, oggi la povertà assoluta è inversamente proporzionale all’età, aumenta cioè al diminuire di quest’ultima. Penalizza soprattutto i giovani in cerca di prima occupazione. Il Rapporto cita anche i dati raccolti presso i Centri di Ascolto della Caritas o collegate con esse. Il peso degli stranieri continua ad essere maggioritario (57,2%), ma nel Mezzogiorno la percentuale di italiani è stata, nel 2015, del 66,6%. Al Nord la media delle persone ascoltate è stata del 34,8%, al Centro del 36,2%. L’indagine della Caritas si conclude con una serie di proposte. Tra queste un piano pluriennale di contrasto alla povertà e di politiche tese a contrastare la disoccupazione, soprattutto giovanile, ed ancora, l'attivazione di politiche inclusive e di accoglienza dei migranti e l'apertura di canali legali di ingresso nell’UE. 
‘La cifra totale di 4,6 milioni di poveri, più che raddoppiata rispetto all’inizio della crisi, 8 anni fa, non è compatibile con i doveri di un Paese tra i più sviluppati al mondo’. Così la presidente della Camera Laura Boldrini, nel messaggio per la Giornata contro la povertà. ‘La povertà è come una macchia scura che si allarga nella società italiana e resta ancora senza risposta la diffusa domanda di un reddito di dignità’, malgrado varie proposte di legge. ‘Mi auguro – conclude Laura Boldrini - che Governo e Parlamento trovino la strada’.

venerdì 14 ottobre 2016

Non ci può essere crescita economica senza ridurre le disuguaglianze


Eugenio Scalfari in un editoriale su repubblica.it sostiene la necessità della ‘patrimoniale’ perché essa ‘attenua le diseguaglianze ed incita occupazione e consumi’  

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Eugenio Scalfari - (Foto da huffintonpost.it)
La crescita economica è determinata dall’incremento dei consumi e degli investimenti. I primi crescono aumentando le retribuzioni più basse o creando nuovi posti di lavoro. Questi ultimi dipendono dagli investimenti sia pubblici che privati. Lo Stato e gli enti locali possono farlo solo incrementando le entrate tributarie oppure il debito pubblico. Ovviamente il presupposto indispensabile per attuare politiche di ‘deficit spending’ è un debito sovrano sostenibile, eccessivi ed ulteriori disavanzi del bilancio sarebbero pericolosi e potrebbero provocare il default com’è avvenuto in Grecia, in Argentina, ecc.. 
Foto da wallstreetitalia.com
Dal 2011 in Italia l’unica alternativa ‘pubblica’ praticabile per favorire la crescita economica è la redistribuzione della ricchezza.L’ipotesi, non nuova, è stata formulata da Eugenio Scalfari in un suo editoriale su repubblica.it. Il ragionamento del giornalista romano è semplice ed è il seguente: sulle buste paga dei lavoratori gravano contributi previdenziali per il 9,19% e sui datori di lavoro per il 23,81%. L’ammontare totale del cosiddetto cuneo fiscale è di circa 300 miliardi di euro l’anno. Secondo Scalfari occorre ridurre questo prelievo di almeno il 30%, vale a dire di circa 80 miliardi che lo Stato dovrebbe fiscalizzare sui redditi superiori a 120 mila euro annui. Una sorta di patrimoniale che ‘attenua le diseguaglianze e incita occupazioni e consumi’.
Vignetta da documentazione.info
Poichè lo Stato italiano è obbligato a limitare la spesa pubblica (sia perché non può incrementare il suo debito sovrano, sia perché le sue politiche economiche spesso sono inefficienti o di natura assistenziale) non resta che incentivare gli investimenti dei privati. Con la globalizzazione molte imprese hanno delocalizzato all’estero, hanno cioè trasferito la produzione nei Paesi dove la pressione fiscale è minore e il costo del lavoro è più conveniente. Secondo Scalfari per indurre le aziende private ad investire, creare lavoro ed incrementare i consumi è indispensabile ridurre le tasse sul lavoro.L’argomentazione è logica, ma resta un dubbio: basterà la riduzione del cuneo fiscale per indurre le imprese italiane e straniere ad incrementare gli investimenti nel nostro Paese?
Inoltre, in questo ragionamento non c’è nessun riferimento alla Questione meridionaleLa disoccupazione ed il sottosviluppo non sono in tutto il Paese, ma solo nelle regioni del Sud. Tornare ad investire nel Meridione non sarebbe proprio una cattiva idea. E’ solo una questione di scelte politiche e pertanto, se si vuole una ‘vera’ crescita Pil, è necessario che l’annosa questione delle disuguaglianze economiche tra le diverse aree del Paese torni al centro del dibattito politico.

giovedì 6 ottobre 2016

Pil: il Sud cresce la metà del Nord


Nel 2016 il Pil crescerà dell’0,8%, ma continuerà ad aumentare il divario economico tra le regioni del Mezzogiorno e quelle Settentrionali 

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Foto da economia.rai.it
Quest’anno il Pil crescerà dello 0,8%, a dirlo è l’ultimo rapporto del Fondo Monetario. Siamo negli ultimi posti della classifica tra i paesi industrializzati e sotto la media Ue (+1,7%). Tuttavia, al netto della spesa delle famiglie e della Pubblica amministrazione, l’Italia, a sorpresa, va meglio della stessa Germania. A livello territoriale la situazione è più complessa. Il Mezzogiorno cresce la metà del Nord. In alto nella classifica c’è l’Emilia Romagna (+1,1%), seguita dalla Lombardia (+1%), mentre la Calabria e la Sardegna fanno registrare un +0,3%. 
La crescita è a macchia di leopardo e riguarda soprattutto i distretti industriali. Tra i settori che nel secondo trimestre del 2016 hanno fatto registrare il maggior incremento ci sono le ceramiche in Emilia, la termomeccanica a Padova e Verona, ma anche qualche realtà del Sud come le conserve in Campania e l’elettromeccanica nel barese. In taluni casi l’andamento è migliore di quello della Germania. Eppure il Pil italiano non cresce come quello tedesco, perché? La differenza è determinata dai consumi delle famiglie e della Pa che nel nostro Paese è calata, dalla fine del 2014, dello 0,5%, mentre in Germania è cresciuta del 5,4%. Negli ultimi tre anni l'incremento del Pil italiano è stato, al netto della Pa, dell’1,3%, vale a dire uno 0,1% in meno rispetto a quello tedesco.

domenica 2 ottobre 2016

Assegno di ricollocazione fino a 5000 euro, a novembre parte la sperimentazione


Il progetto riguarderà quasi 20 mila disoccupati che saranno estratti a sorte tra coloro che avranno percepito la Naspi da almeno 4 mesi 

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Vignetta da jobyourlife.com
Il progetto riguarderà tutti i senza lavoro e rappresenterà la prima esperienza di politiche attive nel mercato del lavoro in Italia. Lo Stato non si limiterà a garantire l’assegno di disoccupazione per un certo numero di mesi (Naspi), ma fornirà ai disoccupati anche strumenti utili a ritrovare il lavoro. L’ammontare dell’assegno dipenderà da quanto sarà ‘difficile’ ricollocare il lavoratore. La cifra minima sarà di mille euro, ma potrà salire fino a 5000 euro per coloro che avranno minori possibilità di reinserimento. L’importo dipenderà dal tipo di qualifica del lavoratore (esempio operaio o ingegnere), dalla sua residenza (Sud o Nord), ecc. L’indennità consisterà in un buono da spendere per ottenere uno o più servizi.
Foto da ilpotafoglio.info
Il disoccupato potrà rivolgersi ad un centro per l’impiego o ad un’agenzia privata. L’ente pubblico o privato assegnerà a ciascun lavoratore un tutor che, dopo aver individuato la sua qualifica professionale e le sue competenze, lo guiderà nella compilazione del curriculum e nel fissare colloqui di lavoro.
Nella fase di sperimentazione l’assegno spetterà a circa 20 mila disoccupati che avranno percepito la Naspi da almeno 4 mesi. L’obiettivo sarà quello di testare il modello e di apportarvi se necessario eventuali modifiche. Essa sarà preceduta dall’introduzione del nuovo portale dell’Anpal (Agenzia per le politiche attive del lavoro) che sostituirà l’attuale ‘clicca lavoro’. Quest’ultima fase dovrebbe essere attivata nel mese di novembre.
I lavoratori prescelti dovranno accedere in un’area riservata del sito ed iscriversi. Così potranno vedere a quanto ammonterà l’assegno e decidere come e dove spenderlo. Tuttavia, nessuno sarà obbligato a rispondere ed incassare l’indennità ma, in tal caso, si perderà la possibilità di ottenere un lavoro e si vedrà decurtata la Naspi.

lunedì 19 settembre 2016

Inps: nei primi sette mesi del 2016 calano le assunzioni stabili


I dati sui nuovi rapporti di lavoro nel settore privato pubblicati dall’osservatorio sul precariato dell’Inps evidenziano una diminuzione del 9,1% dei nuovi contratti a tempo indeterminato 

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Foto da rainews.it
Le assunzioni nel periodo gennaio-luglio 2016 sono state 3.428.000, con una riduzione rispetto allo stesso periodo del 2015 di 383.000 unità (-10%). La diminuzione più consistente riguarda i contratti stabili (-9,1%), mentre quelli a tempo determinato si sono ridotti del 6,9%. Il ricorso ai voucher (buoni per il lavoro accessorio dal valore nominale di 10 euro) è aumentato del 36,2% rispetto al +73% di un anno prima.
La differenza tra assunzioni e cessazioni del periodo (+805.000) rimane positiva rispetto al 2014 (+703.000), ma è inferiore rispetto al 2015 (+938.000). Su base annua il saldo complessivo a luglio 2016 è positivo ed è pari a +488.000, per quelli a tempo indeterminato è pari a +541.000.
Foto da economia.ilmessaggero.it
Nei primi sette mesi del 2016 sono stati stipulati 972.946 contratti a tempo indeterminato (comprese le trasformazioni di contratti a termine e di apprendistato) a fronte di 896.622 cessazioni di contratti stabili, con un saldo positivo per 76.324 unità. Il dato è peggiore dell'83,5% rispetto a quello dello stesso periodo del 2015, ma anche del dato riferito al 2014 quando non c'erano sgravi ed il saldo sui rapporti a tempo indeterminato era positivo per 129.163 unità.
Il calo, secondo l’Istituto previdenziale, è dovuto ‘al forte incremento delle assunzioni a tempo indeterminato registrato nel 2015, anno in cui potevano beneficiare dell'abbattimento integrale dei contributi previdenziali a carico del datore di lavoro per un periodo di tre anni. Analoghe considerazioni possono essere sviluppate per la contrazione del flusso di trasformazioni a tempo indeterminato (-36,2%)'.

lunedì 15 agosto 2016

Un dipendente deve lavorare 1.227 anni per eguagliare i compensi annuali del top manager


Negli ultimi due decenni la differenza tra le indennità percepite dai dirigenti rispetto a quella dei loro dipendenti è aumentata a dismisura 

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Foto da corriere.it
Secondo l’annuario di R&S Mediobanca nel 2015 i top manager di cinquanta aziende pubbliche e private italiane hanno percepito compensi per 256,80 milioni. Mediamente un dipendente deve lavorare trentuno anni per eguagliare i compensi del proprio consigliere delegato che diventano quarantatre se si fa riferimento al direttore generale. Ma ci sono casi in cui le differenze sono ancora più grandi. Oltre al record di 1.227 anni, nella lista ci sono casi pari 582 anni, a cui seguono 525, 234, 232, 165, 111 anni e cosi via. Queste indennità, oltre all’aspetto etico che ormai non è più preso in considerazione, non sono giustificate neanche dai risultati aziendali. I ricavi, infatti, sono diminuiti del 16,1% nelle imprese del settore pubblico, invece sono aumentati in quelle del settore privato, ma solo grazie al balzo del fatturato prodotto all’estero (+11,1%).
Foto da valoreazione.com
Anche i livelli occupazionali sono diminuiti (-14,8%) per le aziende pubbliche prese in considerazione dal Rapporto, le imprese private al contrario hanno aumentato gli occupati (+12%), ma solo fuori dai nostri confini. E’ cresciuta la redditività industriale, nel pubblico è stata al 6,8%, nel privato è stata quasi doppia, al 12,8%. Lo Stato ha incassato, nel 2015, 12,8 miliardi di dividendi, mentre nel privato sono stati 6,8 miliardi. Il record è stato dell’Eni con 5,6 miliardi, seguita dall’Enel (2,3), dalle Poste (1,6) e da Snam (1,3), mentre nel privato hanno realizzato dividendi per 1,2 miliardi Luxottica e Prada per 1,0 miliardo di euro. 
Crescono gli utili ed aumenta a dismisura la distanza tra i compensi dei manager e quelle dei loro dipendenti. Sono gli effetti della globalizzazione e della mancanza di regole nel sistema economico e finanziario che limitino le ingiustizie ed i privilegi. Sette anni di recessione hanno, così, accentuato le disuguaglianze, ma per chi ci ha le leve del potere economico va bene così.

martedì 26 luglio 2016

Rai: stipendi d’oro per non fare nulla


Sono novantaquattro i super manager e giornalisti che prendono ciascuno oltre 240 mila euro l’anno, tra loro sono diversi coloro che non svolgono alcun incarico

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Fabrizio Maffei, Carmen Lasorella e Francesco Pionati
Foto da liberoquotidiano.it
Il Governo obbliga i cittadini al pagamento del canonenella bolletta della luce elettrica, mentre la Rai eroga stipendi d’oro a decine di dirigenti e giornalisti, in alcuni casi l'indennità è corrisposta per non fare nulla.Novantaquattro persone su tredicimila dipendenti, cioè lo 0,7%, superano il tetto imposto ai manager pubblici di 240 mila euro, il costo totale per l’azienda pubblica è di 21.984.483,657 euro l’anno. Tra questi, 12 dirigenti e 6 giornalisti percepiscono, da ‘mamma rai’ uno stipendio di oltre 300 mila euro l’anno.
Il direttore generale della Rai Antonio Campo Dall'Orto
Foto da ilpost.it
Tra i super ‘paperoni’ stipendiati a tempo interminato ci sono quelli che attualmente sono senza un incarico preciso come gli ex direttori generali Lorenza Lei (243 mila), Alfredo Meocci (240 mila), l’ex direttore di rai Tre Andrea Vianello (320 mila) e di Nuovi Media Pietro Gaffuri (242 mila), l’ex responsabile delle risorse umane Valerio Fiorespino (303.678 euro), il condirettore di Rai International Sandro Testi (231.119 euro) l’ex direttore del Tg2 Mauro Mazza (340 mila). Ed ancora, i giornalisti Anna La Rosa (240 mila), Fabrizio Maffei (240 mila), Carmen Lasorella (204 mila) e Francesco Pionati (203 mila).

Anna La Rosa - Foto da tvblog.it
A proposito del tetto dei 240 mila euro applicato ai manager pubblici, l’ex conduttrice di ‘Telecamere’, Anna La Rosa, in un’intervista rilasciata a Repubblica.it ha dichiarato: ’Il tetto per gli stipendi di Rai? A me è stato applicato ed è ancora in vigore.  E visto che la Rai si è adeguata in ritardo alle nuove norme, sto restituendo quello che ho guadagnato in più per circa un anno. Ogni mese restituisco 1000 euro netti, più di 20mila euro lordi l'anno, ne avrò ancora per un anno. E per fortuna che superavo di poco i 240mila’.

lunedì 27 giugno 2016

Istat: ‘Il Pil del Sud Italia torna a crescere dopo 7 anni di cali consecutivi’


Nelle regioni meridionali, dopo sette anni di recessione, tornano ad aumentare il Prodotto interno lordo e l’occupazione 

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

L’Istat ha comunicato la stima preliminare del Pil e dell’occupazione nel 2015. La crescita è stata in linea con quella nazionale (+0,8%) nel Nord-est, più modesta nel Centro (+0,2%), e superiore alla media (+1,0%) nel Nord-ovest e nel Mezzogiorno.
Nelle regioni del Nord le performance migliori si registrano nell’industria, mentre nel Centro (+5,6%) e nel Mezzogiorno (+7,3%) nell’agricoltura. Il recupero del Pil nel Sud interrompe sette anni di cali ininterrotti.
L’occupazione è cresciuta, nel 2015, dello 0,6%. A livello territoriale, l’incremento maggiore, si registra nel Mezzogiorno (+1,5%), mentre aumenta dello 0,5% nel Nord-ovest e nel Centro, cala dello 0,5% nel Nord-est. La nuova occupazione è trainata dall’incremento nei settori dall’agricoltura, del commercio, dei trasporti, delle telecomunicazioni e nelle costruzioni.


domenica 12 giugno 2016

‘Tax day’ per 25 milioni di italiani, ma ad essere penalizzati sono soprattutto i disoccupati, i pensionati al minimo ed i piccoli imprenditori


Entro il 16 giugno gli italiani saranno obbligati a versare gli acconti o i saldi sulla Tasi, sull’Imu, sull’Irpef, e, se si tratta di imprese o liberi professionisti, di diversi altri tributi 

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Foto havingfunsaving.com
Secondo i calcoli fatti dalla Uil, a pagare l’acconto dell’Imu e della Tasi per gli immobili sulla seconda casa saranno quasi 25 milioni di italiani. In totale nelle casse dello Stato e degli Enti locali entreranno, per queste due imposte, circa 10,1 miliardi di euro per l’acconto ed altrettanti per il saldo di dicembre, in totale saranno circa 20,2 miliardi di euro.
L’esborso medio totale sarà di 1.070 euro, che nelle grandi città raggiungerà i duemila euro. Sulle prime case di lusso peserà mediamente per 2.610 euro, ma in alcuni casi raggiungerà i seimila euro. La città con l'aliquota più alta è Roma, dove in media saranno versati 2.064 euro, mentre il valore più contenuto è ad Asti con 580 euro medi.
Con l’abolizione della Tasi sulla prima casa il risparmio maggiore sarà per i cittadini di Torino, dove si registrerà un calo medio di 403 euro a famiglia, mentre ad Asti il risparmio sarà, mediamente, di 19 euro.
Foto Agenzia delle Entrate
Ad essere penalizzati con i tributi patrimoniali sono le categorie sociali più deboli come pensionati al minimo, disoccupati e titolari di piccole imprese artigiane. Le imposte sulla casa che gli italiani sono chiamati a versare nei prossimi giorni sono necessarie per ‘risanare’ le disastrate casse dello Stato e degli Enti locali, ma sono inique perché esse non tengono conto del reddito del proprietario e non considerano l’uso o meno dell’immobile oggetto del tributo. Un libero professionista, un’impresa artigiana o una piccola attività imprenditoriale utilizza l’immobile per svolgere la propria professione o produzione, ma le aliquote previste dall’Imu e dalla Tasi per lo studio o il laboratorio sono uguali a quelle delle seconde case.
Inoltre, non tengono conto dell’uso o meno dell’immobile. In un piccolo Comune del profondo Sud il proprietario di una seconda casa spesso non riesce a sfruttarla economicamente, non riesce cioè ad affittare o vendere l’immobile che ha disposizione, ma, nello stesso tempo, è obbligato a pagare i due tributi come se fossero case di villeggiatura. Invece, spesso, si tratta d’immobili costruiti con enormi sacrifici per i figli che magari nel frattempo sono stati costretti ad emigrare.
L’articolo 53 della Costituzione sancisce il principio della capacità contributiva, ma con i tributi patrimoniale esso non si realizza, anzi accresce le disuguaglianze e le ingiustizie. Alcune correzioni normative devono essere fatte, intanto, però, gli italiani sono chiamati a pagare tutti, sia che essi siano economicamente benestanti, disoccupati o precari.


martedì 31 maggio 2016

Ignazio Visco: ‘Per sostenere la ripresa sono necessari gli investimenti pubblici ed il taglio del cuneo fiscale’


Più investimenti pubblici, taglio delle tasse sul lavoro, lotta all’evasione fiscale  e riforma della P.A. sono, secondo il Governatore della Banca d’Italia, le priorità per consolidare la ripresa economica

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Ignazio Visco
‘La ripresa è ancora da consolidare. Le previsioni di consenso indicano per l'Italia il ritorno ai livelli di reddito precedenti la crisi in un tempo non breve, sono deludenti le valutazioni sul potenziale di crescita della nostra economia. Si deve, e si può, fare di più’.Questo è quanto ha detto il Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, nelle considerazioni finali sulle condizioni dell’economia.
‘Nel 2016, uno stretto controllo dei conti pubblici e la realizzazione del programma di privatizzazioni possono consentire di avvicinare il più possibile il rapporto tra debito e prodotto a quanto programmato e garantirne una riduzione significativa nel 2017".
‘Benessere e sicurezza sono beni primari: il tentativo di garantirli dando alle sfide globali risposte frammentate, di tenere le minacce fuori dall'uscio di casa tornando a erigere barriere nazionali ha però ben poche probabilità di riuscita, causa danni certi e ingenti’. Il Governatore auspica inoltre un ‘salto di qualità’ in Ue e cita Altiero Spinelli che voleva un'unione ‘che spezzi decisamente le autarchie economiche’.
La domanda di lavoro è tornata a crescere a un ritmo superiore alle attese di un anno fa ed il tasso di disoccupazione dei giovani è sceso per la prima volta dal 2007 di oltre due punti percentuali, ma ‘la disoccupazione resta però troppo alta’.
‘Per una ripresa più rapida e duratura è necessario il rilancio degli investimenti pubblici’ ed è importante anche ‘un'ulteriore riduzione del cuneo fiscale gravante sul lavoro’. Ed ancora: "è possibile programmare l'attuazione di questi interventi su un orizzonte temporale più ampio’.
‘La legalità è condizione cruciale per lo sviluppo. L'azione di contrasto dell'evasione fiscale, della corruzione e della criminalità organizzata può permettere di sostenere l'attività delle tante imprese competitive’. Per il Governatore le priorità di riforma sono: rimozione illegalità, ridare efficienza a Pubblica amministrazione, giustizia civile, investimenti nell’innovazione e nella ricerca del capitale umano.

sabato 2 aprile 2016

La PA del Sud Italia è tra le più inefficienti d’Europa


L’indagine condotta dall’UE sulla qualità della Pubblica Amministrazione ed esaminata dall’Ufficio Studi della Cgia di Mestre ha delineato una classifica impietosa per le regioni del Sud Italia

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Lo studio dell'UE sulla qualità della PA nel vecchio continente ha preso in considerazione diversi servizi pubblici come la formazione, la sanità, la sicurezza, la giustizia ed il modo in cui essi sono stati assegnati e gli eventuali fenomeni di corruzione.
Rispetto ai 206 territori presi in considerazione la Campania si trova al 202° posto, mentre le altre regioni meridionali compaiono 7 volte tra le peggiori trenta della classifica.Al primo posto in Europa c’è, con un indicatore di +2.781, la regione finlandese di Åland, mentre all’ultimo c’è, con -2.658 punti, Bati Anadolu, regione che si trova in Turchia.
In Italia i servizi pubblici migliori sono quelli erogati nelle due province autonome del Trentino Alto Adige e nelle due regioni a statuto speciale del Nord e cioè la Valle d’Aosta ed il Friuli Venezia Giulia che presentano indici superiori alla media dell’UE.
Tutte le altre regioni italiane sono in terreno negativo, ma con valori accettabili nel Centro Italia e nel Nord Ovest. Inveceè disastrosa la situazione nelle regioni del Mezzogiorno. In particolare in Sicilia, Puglia, Molise e Calabria con indici che variano da -1588 a -1687, con la Campania addirittura a -2.242 punti.
‘Il quadro dipinto da questo indice europeo – dichiara il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia di Mestre, Paolo Zabeo – evidenzia come l’Italia sia il Paese che presenta, al suo interno, la più ampia variabilità in termini di qualità della PA, tra le prime regioni del Nord e le ultime del Sud. Si pensi che, secondo quanto indicato dal Fondo Monetario Internazionale, se l’efficienza del settore pubblico si attestasse sui livelli ottenuti dai primi territori, come le province di Trento e di Bolzano, la produttività di un’impresa media potrebbe crescere del 5-10 per cento e il Pil di due punti percentuali, ovvero di 30 miliardi di euro’.

sabato 26 marzo 2016


Almaviva licenzia, ma a pagare è sempre il Sud

Almaviva delocalizza in Romania e mette in mobilità i suoi dipendenti in Italia, ma, come hanno già fatto la Fiat nel 2011 e l’Eni nel 2015, ad essere licenziati sono soprattutto i lavoratori meridionali 

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Foto rassegna.it
La crisi occupazionale in Sicilia sembra non avere fine. Almaviva, azienda che opera nel settore dei servizi, ha inviato 2988 lettere di licenziamento, di queste 1670 sono dirette ai lavoratori del call center di Palermo, 918 a quelli di Roma e 400 a quelli di Napoli.
La motivazione addotta dalla multinazionale è economica. I ribassi praticati da altre imprese del settore avrebbero fatto calare i profitti dei due centri del Sud Italia. Secondo l’azienda il 'margine diretto di contribuzione' minimo (vale a dire i ricavi superiori ai costi del lavoro) dovrebbe essere del 21%, mentre a Palermo è del 9,65%. L’inefficienza sarebbe l’effetto delle aste al ribasso e della mancanza di regole certe nel settore dell'outsourcing.
Foto sudpress.it
Almaviva è l'ultima multinazionale che per ragioni di ‘profitto’ delocalizza. Sono le conseguenze della globalizzazione, ma anche delle politiche economiche attuate negli ultimi decenni nel nostro Paese. La Fiat ha chiuso lo stabilimento a Termini Imerese, l'Eni quello di Gela, Almaviva il call center a Palermo e decine di piccole e medie imprese artigianali e commerciali, spesso a conduzione familiare, vessate da tasse ed imposizioni locali (Imu e Tasi), stanno ristrutturando o chiudendo l'attività produttiva lasciando senza occupazione decine di migliaia di lavoratori, ma tutto questo non basta per porre al centro dell'attenzione politica nazionale la'Questione meridionale'
Il Sud è stato abbandonato a se stesso e con esso i lavoratori meridionali.I politici e gli imprenditori italiani dovrebbero ricordare che senza la ripresa dell’economia del Mezzogiorno non potrà esserci sviluppo e soprattutto, come scriveva John Lennon nel 1969, il ‘Lavoro è vita e senza quello esiste solo paura e insicurezza’. Ed è questa la difficile situazione in cui si trovano, oggi, i disoccupati in Sicilia e nel Sud Italia. 

lunedì 22 febbraio 2016


'Agromafie' diffuse da Sud a Nord

Nel 2015 il giro d’affari delle ‘Agromafie’ ha superato i 16 miliardi di euro. Questo è quanto emerge dal quarto Rapporto sui crimini agroalimentari elaborato da Eurispes, Coldiretti e Osservatorio sulla criminalità nell’agricoltura e sul sistema agroalimentare 

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

L’indagine ha preso in considerazione la diffusione e l’intensità del fenomeno delinquenziale, le conseguenze degli eventi denunciati ed i fattori economici e sociali. I reati più frequenti rilevati dal Rapporto sono l’usura, il racket, i furti di attrezzature e macchinari agricoli, le macellazioni clandestine ed i danneggiamenti alle colture.
A livello territoriale il controllo criminale del territorio è praticamente totale in Calabria, in Sicilia ed in misura minore in Campania, ma dall’indagine emerge che esso è ‘forte e stabile’ anche in Abruzzo ed in Umbria, nel Grossetano e nel Lazio ed è presente anche al Nord, in particolare in Piemonte, nell’Alto lombardo, nella provincia di Venezia e nelle province lungo la Via Emilia.
L’obiettivo dei clan è di imporre la vendita di determinate marche o prodotti agli esercizi commerciali e, in alcuni casi, indebitarli al punto da costringerli al fallimento per acquisirne, successivamente, la proprietà. In tal modo essi realizzano ingenti guadagni, impediscono la concorrenza e strozzano la libera imprenditoria. Inoltre, le infiltrazioni malavitose compromettono la qualità dei prodotti, provocano l’aumento dei prezzi fino a quattro volte quelli di mercato ed intaccano l’immagine dei Made in Italy.
L’unico aspetto positivo del fenomeno è che, a differenza di quanto avviene all’estero, le informazioni sulle ‘Agromafie’ sono continue e numerose, perché nel nostro Paese esiste un sistema di controlli severissimo. Ed è per questo che, nonostante la diffusione, da Sud a Nord, della criminalità organizzata, i nostri cibi sono sani ed i più sicuri al mondo. 

martedì 16 febbraio 2016


Inps: nel 2015 sono stati creati 606.000 nuovi posti di lavoro

Lo scorso anno il saldo tra assunzioni e licenziamenti è stato positivo per 606mila unità, a sostenerlo è il rapporto pubblicato dall’Osservatorio sul precariato dell’Inps 

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Nel 2015 il numero complessivo di assunzioni nel settore privato è stato di 5.408.804, in crescita dell’11% sul 2014 e del 15% sul 2013. Le nuove attivazioni sono state oltre 2,4 milioni, quelle che beneficiano dell’esonero contributivo sono state 1,4 milioni, cioè il 61% del totale e sono il doppio rispetto al 2014.
A livello territoriale gli incrementi più significativi sono stati nel Nord del paese con un incremento delle assunzioni a tempo indeterminato del 13,2%, mentre nel Centro sono cresciute del 12,3%, al Sud del 7,7% e nelle Isole del 4,0%.
L’aumento è stato determinato principalmente dai contratti a tempo indeterminato, cresciuti di 764mila unità rispetto al 2014, con un incremento del 47%. Stabili, invece, i contratti a tempo determinato, mentre le assunzioni in apprendistato sono diminuite del 20%.
I contratti a tutele crescenti introdotti con il Jobs act hanno beneficiato degli sgravi contributivi di 8.060 euro annui previsti nella Legge di stabilità. Al loro aumento hanno concorso, infatti, sia le nuove assunzioni che le trasformazioni di contratti già preesistenti (+50% per i contratti a tempo determinato e +23% per quelli in apprendistato). Diminuite invece di 158mila unità le altre tipologie di contratti (tempo determinato, intermittente, apprendistato e somministrazione).
Soddisfazione per i dati pubblicati dall'Inps ha espresso il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, che ha twittato: ‘+764mila contratti stabili nel primo anno di #jobsact. Amici gufi, siete ancora sicuri che non funzioni?’.

sabato 23 gennaio 2016


Il Mezzogiorno ha perso 575mila posti di lavoro

‘Il problema dell’occupazione è tutto a carico del Sud’, a sostenerlo, nel corso di un convegno organizzato dal Centro Studi Pio La Torre, è il direttore di Svimez, Riccardo Padovani 

di Giovanni Pulvino (@Pulvino Giovanni)


“Dal 2008 al 2014 il Pil della Sicilia ha perso oltre 13 punti percentuali, contro il Centro-Nord che nello stesso periodo ne ha persi 7,4. Se poi si considera il periodo più ampio che va dal 2001 al 2014, il Mezzogiorno ha subito un calo del 9,4, con la Sicilia in testa alla classifica che ha perso ben 9 punti, mentre il Pil del Centro-Nord è cresciuto dell’1,5%”. A dirlo, durante il convegno su ‘Le leggi di stabilità per il Sud e la Sicilia’ organizzato dall’associazione Pio La Torre, è il direttore di Svimez, Riccardo Padovani, che ha aggiunto: ”Il problema dell’occupazione, poi, è tutto a carico del Sud, perché su oltre 811mila posti di lavoro persi in Italia dal 2008 al 2014, il Meridione ha registrato 575mila occupati in meno, mentre il Centro-Nord si è fermato a 80mila posti in meno, con un impatto negativo sette volte maggiore nel Meridione, e questo richiede una politica strategica. Nel 2015 il tasso di disoccupazione al Centro- Nord è stato dell’8,9%, mentre nel Mezzogiorno è più del doppio, supera, cioè, il 20%. Inoltre, il Pil nazionale nel 2015 è cresciuto dello 0,8% al Centro-Nord, mentre al Sud si è fermato allo 0,1%. Se guardiamo agli investimenti fissi lordi, nel Mezzogiorno sono addirittura diminuiti dell’1%, mentre nel resto d’Italia sono aumentati dell’1,5%”.
Pio La Torre
“Serve una strategia complessiva – conclude Padovani - le piccole misure non possono bastare. Un elemento fondamentale è aver ottenuto dall’Unione europea la possibilità di sforamento della clausola di salvaguardia del 3 per cento, che sblocca 5 miliardi di cofinanziamento che, sommati ai fondi strutturali, fanno 11 miliardi in più da spendere, di cui 7 al Sud, a patto che lo si faccia entro il 2016”.
Alla conferenza ha partecipato anche il segretario della Uil, Carmelo Barbagallo che, in riferimento al petrolchimico di Gela, ha detto: ”Se non si rispettano gli accordi, dopo i sacrifici dei lavoratori e le ristrutturazioni, i disagi sociali rischiano di diventare problemi. Bisogna reinvestire a Gela, la chimica verde è una speranza del futuro. Dobbiamo coniugare occupazione con sicurezza e ambiente. Adesso ci tocca anche portare avanti una battaglia in Europa che considera aiuti di Stato gli interventi per risanare i siti”.

martedì 19 gennaio 2016


Inps: aumentano i contratti fissi, record di voucher in Sicilia

giovedì 14 gennaio 2016


Petrolchimico di Gela: Eni sotto processo per ‘inquinamento ambientale’

A chiedere la condanna dell’azienda sono le famiglie di una trentina di bambini nati malformati, che ritengono sia l’Ente di Stato ad essere responsabile delle patologie dei loro figli 

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Il petrolchimico di Gela
L’Eni è stato citato in giudizio per ‘l’inquinamento ambientale prodotto, in oltre 50 anni di attività, dal suo petrolchimico, con conseguenze pesanti sull’ecosistema e sulle persone’. Delle responsabilità dell’Ente è certa anche l’amministrazione comunale di Gela che si è costituita parte civile ed ha chiesto la creazione di un fondo risarcitorio di 80 milioni di euro.
I periti nominati dal tribunale hanno accertato il legame tra l’inquinamento industriale della raffineria e le malformazioni riscontrate nei bambini gelesi. Inoltre hanno parlato di ‘disastro ambientale permanente’ che avrebbe effetti nocivi sull’uomo.
L’avvocato delle famiglie ricorrenti, Giuseppe Fontanella, ha chiesto il sequestro dei pozzi e degli impianti ancora in esercizio a Gela.
I legali dell’Eni respingono ogni accusa e dichiarano che l’azienda ha rispettato 110 prescrizioni sulle 112 imposte dal ministero per l’ambiente. Inoltre minacciano ‘di far saltare il protocollo d’intesa firmato con il Governo e la Regione per il salvataggio della raffineria di Gela’.



 

 

mercoledì 13 gennaio 2016


Crolla l’occupazione nelle costruzioni e nell’industria, mentre cresce nei servizi, ma ad essere penalizzato è sempre il Sud

Diminuita negli ultimi sette anni l’occupazione nel settore delle costruzioni e dell’industria, aumentata invece quella nei servizi, ma si è allargato, ancora di più, il divario tra il Sud ed il Nord del paese

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Il settore delle costruzioni ha fatto registrare il calo più elevato di occupati dal 2008 ad oggi. L’emorragia di addetti nel comparto è stata di 464mila unità ed è continuata anche negli ultimi due anni. A differenza di quanto è avvenuto negli altri settori produttivi dal 2013 sono stati persi altri 64mila900 posti di lavoro. A dirlo è un’elaborazione dei dati Istat fatta dal Centro studi di ImpresaLavoro.
A livello regionale solo in Liguria il numero di addetti del settore è oltre i livelli fatti registrare prima della crisi (+0,94%%), mentre sono diminuiti sensibilmente soprattutto nelle regioni meridionali, in Molise del 46,67%, in Calabria del 39,09% ed in Sicilia del 38,73%.
L’agricoltura ha fatto registrare cali più modesti, con otto regioni che, anzi, hanno incrementato l’occupazione rispetto al 2008. Si tratta di Marche ed Abruzzo con aumenti di oltre il 30%, seguite da Toscana (+17,9%), Sardegna (+13,26%), Lazio (+12,43%) e Friuli Venezia Giulia (+10,96%). Record negativo, invece, per il Molise (-40,49%) e la Puglia (-23,54%).
Nel settore industriale i livelli occupazionali sono ben lontani da quelli pre-crisi in tutte le regioni, ma i cali più consistenti sono avvenuti nel Mezzogiorno. In Sardegna c’è stata una diminuzione del 23,45%, in Calabria del 20,37% ed in Puglia del 20,34%.
E’ cresciuta invece dell'1,74% l’occupazione nei servizi. Dei 267mila nuovi posti di lavoro ben 233mila sono stati creati negli ultimi due anni. A trainare la ripresa dell’occupazione è stato quindi il settore terziario. A livello regionale gli addetti del comparto rispetto al 2008 sono cresciuti nel Lazio del 9,55%, nel Trentino Alto Adige dell’8,54%, in Toscana del 5,43% e nell’Umbria del 4,78%. Cali consistenti, invece, in Abruzzo (-11,46%), Calabria (-9,31%) e Sicilia (-4,40%).

 

lunedì 4 gennaio 2016


Solo il 14,9% dei distretti industriali si trova nel Mezzogiorno

Nel decennio 2001-2011 è calato il numero dei distretti industriali, ma sono cresciute le loro dimensioni, mentre, a livello territoriale, rimane ampia la distanza tra Nord e Sud del Paese 

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

In Italia le aree industriali assorbono circa il 40% dell’occupazione e, anche se il loro numero è calato, nell’ultimo decennio sono rimasti sostanzialmente stabili. A dirlo è l’Istat sulla base dei dati dell’ultimo censimento.
Dal 2001 al 2011  il numero dei distretti industriali è diminuito da 181 a 141, ma è aumentata la loro dimensione e densità territoriale. Anche gli addetti sono aumentati di numero (+1,8%), ed impiegano circa 4,9 milioni di lavoratori. L’incremento ha riguardato tutti i settori (+16,7%), compensando così il calo nel manifatturiero (-21%).
Le principali specializzazioni sono quelle del cosiddetto ‘Made in Italy’. Tra esse spiccano la meccanica, il tessile e l’abbigliamento, i beni per la casa, calzature ed industrie alimentari.
A livello territoriale rimane enorme la distanza tra il Nord ed il Sud del Paese. Le aree industriali si concentrano in Lombardia e Veneto (40,4%) e nel Nord-Est (31,9%). Al Centro sono il 27%, in particolare in Toscana e nelle Marche. Segue il Nord-Ovest (26,2%), mentre sono appena il 14,9% nel Mezzogiorno.

 

lunedì 28 dicembre 2015


Nel Mezzogiorno i posti di lavoro sono aumentati di 89mila unità

Negli ultimi sette anni gli occupati sono diminuiti di oltre 656mila unità, ma i dati dei primi nove mesi del 2015 confermano l’inversione di tendenza, in particolare nel Mezzogiorno

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Secondo i dati rilevati dal Centro studi di ImpresaLavoro nel periodo tra il 2008 ed il 2015 il numero di occupati in Italia è diminuito di 656.911 unità. I posti persi al Sud e nelle Isole sono stati 486mila, al Nord 249mila, mentre le regioni del Centro hanno fatto registrare un aumento di 78mila unità, ma solo grazie all’incremento di 116mila posti di lavoro avvenuto nel Lazio.
Ad aver subito maggiormente la crisi è stata la Calabria, dove l’occupazione è diminuita del 12,92%, seguita dal Molise (-9,52%) e dalla Sicilia (-9,27%), mentre quelle che hanno sofferto di meno sono le regioni del Nord, in particolare il Friuli Venezia Giulia che ha fatto registrare il -4,32%, il Veneto il -4,06%, la Liguria il -3,86% e la Lombardia lo -0,66%.
In termini assoluti la regione che ha fatto peggio è stata la Sicilia, con una diminuzione di 137.033 unità, seguita dalla Puglia con -95.959 e dalla Campania con -92.150. Ad essere sopra i livelli del 2008, oltre al Lazio, c’è solo il Trentino Alto Adige con +20mila unità.
Tuttavia, qualcosa sta cambiando. Secondo lo studio di ImpresaLavoro il trend positivo iniziato nel 2014 è stato confermato dai dati del terzo trimestre del 2015. Su base annua l’incremento è stato di 154mila occupati. Ad avvantaggiarsi della nuova situazione sono state le regioni del Mezzogiorno. Nell’ultimo anno sono stati creati nel Sud e nelle Isole 89mila nuovi posti di lavoro, cioè il 57,9% del totale, mentre al Nord sono stati 34mila ed al Centro 31mila. L’aumento più significato è stato rilevato in Puglia con un incremento di 23mila200 unità, in Sicilia con +19mila600 ed in Sardegna con +18mila200. In termini percentuali i migliori risultati li ha fatti registrare la Basilicata (+3,5%), seguita dalla Puglia (+3,39%), dalla Sardegna (+3,33%) e dall’Umbria (+2,34%).  
Invece, continua a perdere posti di lavoro la Calabria. Nei primi nove mesi del 2015 ha fatto registrare un ulteriore calo di 13mila400 unità, rimanendo così l’unica regione che non sta approfittando del cambiamento della congiuntura economica.



martedì 22 dicembre 2015


Nella Legge di Stabilità solo ‘briciole’ per il Sud

Il Senato ha approvato la Legge di Stabilità, ma ancora una volta gli interventi previsti per il Sud sono del tutto insufficienti per ridare vigore alla drammatica situazione economica e sociale del Meridione 

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Il valore del provvedimento, che prevede oltre 1000 commi, è di 35,4 miliardi di euro, l’incremento dai 29,6 miliardi previsti inizialmente è stato determinato soprattutto dalle misure aggiuntive sulla sicurezza. I benefici fiscali per le regioni del Mezzogiorno che sono stati  introdotti con la manovra finanziaria approvata oggi dal Senato sono ‘briciole’ rispetto a quanto sarebbe stato necessario per ridare vigore all’economia meridionale.
Il credito d’imposta per l’acquisto di beni strumentali destinati ad attività produttive, di cui potranno usufruire le imprese della Campania, della Puglia, della Basilicata, della Calabria, della Sicilia, del Molise e della Sardegna, avrà una durata quadriennale, cioè dal primo gennaio 2016 al trentuno dicembre 2019.
L’importo complessivo previsto è di 2 miliardi e 468 milioni di euro, vale a dire 617 milioni di euro all’anno. L’agevolazione è differenziata a seconda delle dimensioni aziendali: il 20% per le piccole imprese, il 15% per quelle medie e il 10% per quelle di grandi dimensioni. Il tetto massimo utilizzabile è di 1,5 milioni di euro per le piccole imprese, di 5 milioni per le medie e di 15 per quelle di grandi dimensioni. Le modalità di attuazione del provvedimento saranno stabilite dall’Agenzia delle Entrate. A queste misure si aggiunge la possibilità di ‘superare il patto di stabilità interno’ il cui scopo è di attivare, ‘dai meccanismi di gestione del bilancio’, risorse pubbliche per 11 miliardi di euro, di cui 7 da investire nelle regioni meridionali. Infine specifici interventi sono previsti per l’area di Bagnoli e per la Terra dei Fuochi. Queste agevolazioni si uniscono a quelle previste con il cosiddetto ‘super ammortamento’, cioè la maggiorazione del 40% del costo fiscalmente deducibile dei beni strumentali acquistati dalle imprese dal 15 ottobre 2015 al 31 dicembre 2016.
Insomma, la manovra finanziaria per il 2016 prevede per il Meridione incentivi ‘certi’ solo per le imprese che decideranno di fare investimenti e comunque per un importo massimo di 617 milioni di euro, vale a dire circa 88 milioni di euro per ogni regione meridionale, un importo inferiore a quello stanziato dal Governo per risarcire i creditori di Banca Etruria.
L’impressione è che gli impegni assunti dall’Esecutivo e dal Parlamento con la Legge di Stabilità siano simili a quelli presi nei decenni scorsi dai governi di Romani Prodi e di Silvio Berlusconi e che, pertanto, siano del tutto insufficienti per ridare impulso all’economia del Mezzogiorno.

 

 

lunedì 7 dicembre 2015


Il 24,9% dei lavoratori autonomi vive sotto la soglia di povertà

Tra il 2010 ed il 2014 la percentuale di nuclei familiari in precarie condizioni economiche è aumentata dell’1,2% per i pensionati, dell’1% per i dipendenti e del 5,1% per i titolari di partita Iva 

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Lo scorso anno il 24,9% delle famiglie con reddito principale da lavoro autonomo ha vissuto con una disponibilità economica inferiore a 9.455 euro, considerata dall’Istat come soglia di povertà. La percentuale scende al 20,9% per i nuclei familiari con reddito da pensione ed al 14,6% per quelle con reddito da lavoro dipendente. Insomma la povertà si concentrerebbe soprattutto tra gli autonomi, a sostenerlo è uno studio della Cgia di Mestre.
La riduzione maggiore si è verificata nel Mezzogiorno con il -7,5% (-120.700 unità), seguito dal Nordest con il -5,8% (-67.800 unità) e dal Nordovest con il -5,3% (-82.500 unità), mentre il Centro ha fatto registrare una crescita dell’1% (+11.330 unità). Dall’inizio della crisi (2008) al primo semestre di quest’anno i lavoratori autonomi sono diminuiti di quasi 260mila unità, cioè il 4,8%, mentre il numero di lavoratori dipendenti si è ridotto di 408mila unità, che in termini percentuali rispetto al totale corrisponde al 2,4%. Il calo più significativo è stato registrato con il 14,6% in Emilia Romagna, seguita con il 13,7% dalla Campania e con il 13,3% dalla Calabria.
“Purtroppo questi dati dimostrano che la precarietà presente nel mondo del lavoro si concentra soprattutto tra il popolo delle partite Iva. Sia chiaro, la questione non va affrontata ipotizzando di togliere alcune garanzie ai lavoratori dipendenti per darle agli autonomi, ma allargando l’impiego di alcuni ammortizzatori sociali anche a questi ultimi che, almeno in parte, dovrebbero finanziarseli”. Questo è quanto ha dichiarato il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia di Mestre, Paolo Zabeo ed ha aggiunto: “Quando un lavoratore dipendente perde momentaneamente il posto di lavoro può disporre di diverse misure di sostegno al reddito. E nel caso venga licenziato può contare anche su una indennità di disoccupazione. Un autonomo, invece, non ha alcun paracadute. Una volta chiusa l’attività è costretto a rimettersi in gioco affrontando una serie di sfide per molti versi impossibili. Oggigiorno è difficile trovare un’altra occupazione; l’età spesso non più giovanissima e le difficoltà congiunturali costituiscono un ostacolo insormontabile al reinserimento nel mondo del lavoro”.

 

martedì 1 dicembre 2015


Istat: disoccupazione ai minimi degli ultimi tre anni

Nonostante il leggero calo degli occupati stimato dall’Istat per il mese di ottobre, il tasso di disoccupazione rimane al 11’5%

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Nel mese di ottobre, secondo la stima fatta dall’Istat, il numero di occupati è diminuito dello 0,2% (-39 mila unità). Il calo è stato determinato dai lavoratori autonomi, mentre rimane sostanzialmente stabile il numero dei dipendenti. La stima dei disoccupati diminuisce di 13 mila unità. Il calo riguarda le donne e la popolazione di età superiore a trentaquattro anni.
Il tasso di occupazione diminuisce di 0,1%, a 56,3%, mentre su base annua l’occupazione cresce dello 0,3% (+75 mila unità) e il relativo tasso dello 0,4%. Nel mese di ottobre il tasso di disoccupazione resta stabile all’11,5%. Negli ultimi dodici mesi è diminuito di 410 mila unità e il tasso dell’1,4%.
Nel periodo agosto – ottobre 2015 la stima dei disoccupati diminuisce di 142 mila unità, mentre si registra una crescita degli occupati (+32 mila) e degli inattivi (+66 mila). Dal 2013 è stata costante la crescita degli occupati con 50 anni o più, in assoluto circa 900.000 unità in più. 

 

lunedì 30 novembre 2015


Fibra ottica: le regioni più virtuose saranno quelle meridionali

Solo l’1% delle case della Puglia, il 3% della Calabria, il 20% della Sicilia e il 24% di quelle della Basilicata rimarranno, alla fine del 2018, senza fibra ottica, a sostenerlo è Infratel, società pubblica per le infrastrutture e le telecomunicazioni  

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

La consultazione avviata nel maggio scorso da Infratel (Infrastrutture e Telecomunicazioni per l’Italia), società costituita su iniziativa del MISE (Ministero dello Sviluppo Economico) e da Invitalia (l’Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa), ha delineato un quadro accurato della situazione della rete in fibra ottica nel nostro Paese ed esso, ora, rappresenta un punto di partenza per la sua realizzazione.
Il piano del Governo prevede la suddivisione del Paese in circa 95mila aree. Lo scopo principale della ricerca di Infratel è stato quello di capire a quali di esse sono interessati gli operatori privati ed in quali invece sarà necessario l’intervento pubblico. Per quanto riguarda le unità immobiliari residenziale le zone che, nel 2018, rimarranno scoperte e su cui dovrà intervenire il Governo sono il 36,3%. Dalla consultazione è emerso che, nella costruzione delle rete a banda ultralarga, oltre una casa su tre non interessa agli operatori telefonici. Essi, infatti, si concentreranno nelle aree più redditizie, tra queste c’è il Lazio, mentre tra quelle da ‘evitare’ c’è il Molise. Le zone grigie o nere, cioè quelle coperte dai privati, sono circa 1100, mentre quelle bianche, cioè quelle snobbate dagli operatori telefonici, sono circa 83mila. Per coprire tali aree il Cipe ha stanziato 2,2 miliardi di euro.
Alla fine del 2018 le regioni più virtuose saranno quelle meridionali, in particolare rimarranno senza fibra ottica solo l’1% delle unità abitative della Puglia, il 3% della Calabria, il 20% della Sicilia e il 24% della Basilicata. 

 

mercoledì 25 novembre 2015


Un lavoratore su tre si ammala di lunedì, record in Lombardia

L’Inps ha diffuso i dati sui permessi per malattia emessi nel 2014, rilevando una ‘frequenza massima il lunedì’ e più certificati nel privato in Lombardia e nel Lazio per la Pubblica amministrazione

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Secondo i dati diffusi dall’Inps i certificati medici emessi nel 2014 sono stati 11.494.805 nel settore privato con una diminuzione rispetto all’anno precedente del 3,2%, mentre in quello pubblico sono stati 6.031.362, con un lieve incremento dello 0,8%. ‘La distribuzione del numero degli eventi malattia del 2014 è simile per entrambi i comparti, con frequenza massima il lunedì: 2.576.808 eventi per il settore privato e 1.325.187 per la Pubblica amministrazione, pari rispettivamente al 30,2% e al 27,2% del totale’, a sostenerlo, in una nota, è l’Istituto di previdenza. E’ assai probabile che il lavoratore che si ammala sabato o domenica attenda il lunedì per far partire il primo giorno di malattia. 
Nel primo trimestre di ogni anno il numero dei certificati trasmessi è di poco superiore al 30% del totale, mentre questa percentuale scende nel terzo trimestre quando, ad esempio nel 2014, è stata del 18,5% per il settore privato e del 14,8% per la Pubblica amministrazione. Più frequenti nel settore pubblico le malattie delle donne (69%), nel privato sono invece quelle dei maschi (56,1%). La durata media è di 2-3 giorni. A guidare la classifica regionale delle assenze sul lavoro è la Lombardia, con il 22% del totale, seguita dal Veneto, dall’Emilia Romagna e dal Lazio con poco più del 10%. Per la sola Pubblica amministrazione al primo posto c’è il Lazio con il 14,4%. Insomma, ci si ammala di più il lunedì, nella prima parte dell’anno e nelle regioni del Nord-ovest.

  

lunedì 23 novembre 2015


Istat: nel Mezzogiorno bassi livelli di reddito e maggiore disuguaglianza

Il 28,3% degli italiani residenti soffre ‘una grave deprivazione materiale e bassa intensità di lavoro’

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Nel 2014 le persone residenti in Italia a rischio di povertà sono il 28,3%, a sostenerlo è l’Istat. Si tratta di quella parte di popolazione che soffre di una ‘grave deprivazione materiale e bassa intensità di lavoro’.
Le persone che vivono in famiglie ‘gravemente deprivate’ sono l’11,6%, mentre quelle appartenenti ai nuclei familiari con ‘bassa intensità lavorativa’ sono il 12,1%. Grave la condizione delle famiglie con almeno tre minori e quella dei genitori soli. Nel Mezzogiorno la 'bassa intensità lavorativa' è passata dal 18,9% al 20,9%.
Il 20% delle famiglie residenti in Italia percepisce il 37,5% del reddito totale, mentre al 20% della popolazione spetta il 7,75%. Nel 2013, l’Istat stima che metà delle famiglie abbia percepito un reddito netto annuo non superiore a 24.310 euro, circa 2.026 euro al mese, nel Mezzogiorno questa cifra scende a 20.188 euro, circa 1.682 euro al mese. Inoltre, nel Sud, secondo la stima dell’indice di Gini, si registra anche una maggiore disuguaglianza, essa si attesta a livello nazionale al 0,296, mentre nel Meridione sale a 0,305.







domenica 15 novembre 2015


Jobs act, ecco i primi licenziamenti

Tre operai assunti con il nuovo contratto a tutele crescenti sono stati licenziati dopo solo otto mesi di lavoro

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Nel mese di marzo, a seguito di un aumento degli ordini, tre lavoratori erano stati assunti dalla cartiera Pigna Envelopes che opera a Tolmezzo in provincia di Udine sfruttando gli sgravi contributivi previsti dal Jobs act. L’azienda negli ultimi mesi ha subito ‘un calo di produzione’ e, per questo motivo, ha dovuto procedere al licenziamento dei tre lavoratori assunti appena otto mesi prima con la nuova forma contrattuale voluta fortemente del presidente del Consiglio, Matteo Renzi.
Sono i primi lavoratori ‘stabilizzati’ con il contratto a tutele crescenti ad essere stati licenziati. La società ha potuto beneficiare degli sgravi contributivi previsti dalla legge di Stabilità, ma nonostante ciò ha deciso di ridurre il personale al primo calo della produzione. Per i lavoratori assunti con il nuovo contratto non è prevista la tutela sancita dall’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, pertanto l’azienda ha potuto procedere alla risoluzione del contratto senza rischiare il reintegro. Ora i lavoratori avranno diritto ‘solo’ ad un indennizzo commisurato al periodo di lavoro svolto nell’azienda.
“Oltre agli operai assunti con il Jobs act, c’erano apprendisti e lavoratori a termine. Questi ultimi non si possono mandare via a meno che non abbiano fatto qualcosa di grave. Per licenziare i lavoratori a tempo determinato, bisogna pagarli fino al termine del contratto. Hanno lasciato a casa i nuovi assunti perché la legge lo permette ed è più conveniente”, ha dichiarato Paolo Morocutti, segretario Slc Cgil di Udine.
Il Jobs act è un contratto precario a tempo solo ‘formalmente’ indeterminato, nella pratica il lavoratore ha meno diritti di un lavoratore assunto a tempo determinato ed il rapporto di lavoro può sciogliersi in qualunque momento senza peraltro avere la possibilità del reintegro quando il licenziamento è senza un giustificato motivo.
Insomma, le aziende con la nuova normativa godono degli sgravi contributivi per tre anni, 8.000 euro a dipendente, e nello stesso tempo possono licenziare quando lo ritengono necessario, lasciando senza occupazione chi invece ritiene di aver firmato un contratto stabile.

 

mercoledì 28 ottobre 2015


Svimez: Italia ancora più divisa e diseguale

 

lunedì 26 ottobre 2015


I dipendenti pubblici licenziati nel 2013 per motivi disciplinari sono stati 220 cioè lo 0,0063%

In proporzione i dipendenti licenziati nel settore privato sono dieci volte di più di quello pubblico. Le principali cause di questa discrepanza sono nella mancanza di controlli, nella ‘collusione’ tra dirigenti ed impiegati e nell’inefficienza del sistema giudiziario
di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

I dipendenti della Pubblica amministrazione sono circa 3,5 milioni, di questi lo 0,2%, cioè 6900, hanno subito contestazioni disciplinari nel 2013, ultimo dato disponibile, e solo 220, cioè lo 0,0063% sono stati licenziati. Le motivazioni sono state: novantanove per assenze ingiustificate, settantotto per reati, trentacinque per comportamenti non corretti, negligenza o inosservanza dell’ordine di servizio e sette per doppio lavoro.
Sono aumentati notevolmente rispetto alle trentacinque destituzioni di dieci anni fa, ma molti meno rispetto al settore privato, dove gli allontanamenti sono stati dieci volte di più e, a differenza di quanto avviene nel pubblico, se un dipendente timbra il cartellino al posto di un altro il licenziamento è certo ed immediato.
Marianna Madia, ministro della Semplificazione e
della Pubblica Amministrazione
Nel 2009 è entrata in vigore la riforma della Pubblica amministrazione che consente di intervenire con celerità, ma nella pratica poco è cambiato, anzi i sindaci spesso preferiscono rivolgersi alla Procura anziché al capoufficio.
Secondo Pietro Ichino, docente di diritto del lavoro e senatore del Pd, questo avviene perché ‘i dirigenti pubblici non si assumo le proprie responsabilità: né sul piano disciplinare né su quello organizzativo’.
Inoltre, la maggior parte dei procedimenti disciplinari si concludono con archiviazioni o sanzioni lievi. Le indagini ed i processi durano troppo ed i verdetti spesso arrivano quando non servono più ed il giudice civile reintegra il lavoratore perché il giudice penale non ha chiuso il processo.
Il problema ovviamente non dipende solo dall’inefficienza del sistema giudiziario e dalla ‘collusione’ che c’è tra i dirigenti e gli impiegati, ma è anche e soprattutto un fatto culturale ed affrontarlo richiederà tanto tempo e tanta pazienza.



sabato 17 ottobre 2015


Agenas: nei nostri ospedali mancano medici ed infermieri, ma abbondano gli 'amministrativi'

L’analisi sui bilanci degli ospedali italiani fatta dall’Agenas ha evidenziato un deficit di 915 milioni di euro, la maggior parte delle perdite è stata registrata nei nosocomi del Lazio, del Piemonte, della Toscana, della Sardegna e della Calabria

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Azienda ospedaliera Cannizzaro - Catania
L’Agenzia per i servizi sanitari regionali ha analizzato i bilancio degli ospedali di 14 regioni, tutte le più importanti tranne Veneto ed Emilia Romagna. Le strutture con i deficit di bilancio più consistenti sono 29 e tutti insieme totalizzano una perdita di 915 milioni di euro. Di questi nove grandi ospedali si trovano nel Lazio, quattro in Toscana, altrettanti in Piemonte e Calabria, due in Liguria, uno ciascuno nelle Marche, in Sardegna e in Campania.
In questa classifica gli ospedali delle regioni meridionali sono tra i più virtuosi, fanno eccezione la Calabria e la Sardegna che registrano rispettivamente una perdita di 40,537 milioni di euro e di 55,790 milioni di euro. Il deficit più alto si registra invece negli ospedali del Lazio, che da soli hanno generato una perdita di 707 milioni di euro.
Azienda ospadaliera S. Camillo - Roma
Per capire le ragioni del disavanzo l’Agenzia ha messo a confronto quattro ospedali. Il San Camillo di Roma che ha subito una perdita di 158 milioni di euro e gli Ospedali Riuniti di Ancona che invece hanno chiuso in leggero attivo. Le due strutture hanno un numero di posti letto simili, circa mille, ma mentre gli addetti nel primo sono 4.148, nel secondo sono 3.461. Inoltre gli 'amministrativi' nell’ospedale laziale sono il doppio della media e le spese correnti che ha dovuto sostenere nel corso dell’ultimo esercizio raggiungono gli 80 milioni di euro, mentre in quello di Ancona sono state ‘appena’ 45 milioni di euro. Secondo l’Agenas la ragione principale di questa differenza è che a Roma la maggior parte dei contratti per i servizi ospedalieri sono stati stipulati senza fare gare d’appalto e questo ha determinato un notevole ed ingiustificato incremento dei costi.
L’Agenzia ha poi messo a confronto gli ospedali di Cosenza ed il Cannizzaro di Catania. Il primo ha fatto registrare un deficit di 8,5 milioni di euro, mentre il secondo è in leggero attivo. Anche in questo caso il numero di dipendenti 'amministrativi' del nosocomio cosentino è nettamente superiore rispetto a quello catanese.
Insomma, nei nostri ospedali se da un lato mancano infermieri e medici, dall’altro abbondano gli ‘amministrativi’ e nello stesso tempo si ‘esagera’ con le spese correnti, specie quando queste sono affidate ai terzi senza fare gare d’appalto. 
Ora, il governo intende porre rimedio a queste ‘incongruenze’ e nella legge di stabilità interviene imponendo ai direttori generali dei nosocomi l’obbligo di presentare un piano di rientro in tre anni, che sarà successivamente monitorato dallo stesso ministero della Salute e se il risanamento non si verificherà decadranno.

 

martedì 13 ottobre 2015


L’occupazione cresce, ma a due velocità: Sicilia, Calabria e Puglia fanno meno della media nazionale

Pochi giorni fa l’Eurostat ha attestato che la Sicilia è la regione europea con il più basso tasso di occupazione, ieri l’Osservatorio sul precariato dell’Inps ha comunicato che è aumentata l’occupazione stabile, ma al Sud le percentuali di crescita sono più basse della media nazionale

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Nei primi otto mesi del 2015 è aumentato di 299.375 unità il numero di nuovi rapporti di lavoro a tempo indeterminato rispetto allo stesso periodo del 2014. Nello stesso periodo sono cresciuti di 29.377 unità i contratti a termine, mentre si riducono di 11.744 unità quelli in apprendistato. I rapporti stabili sul totale dei contratti di lavoro sono passati dal 32,3% dei primi otto mesi del 2014 al 38,1% dello stesso periodo del 2015.
Le variazioni rilevate dall’osservatorio dell’Inps evidenziano notevoli differenze tra le varie aree geografiche del Paese. L’incremento delle assunzioni a tempo indeterminato è superiore alla media nazionale del 34,6% in tutte le regioni del Centro-Nord e solo in parte in quelle meridionali. In Friuli-Venezia Giulia è stato dell’84,5%, in Umbria del 61,6%, nelle Marche del 53,1%, in Piemonte del 52.7%, in Trentino-Alto Adige del 50,5%, in Emilia-Romagna del 49,4%, in Liguria del 47,7%, in Veneto del 46,3%, in Basilicata del 40,9%, nel Lazio del 40,8%, in Lombardia del 39,3%, in Toscana del 36,4% ed in Sardegna del 36,2%.
I risultati peggiori sono stati rilevati nelle regioni del Sud. In particolare in Calabria dove è stato registrato un aumento del 17,3%, in Puglia del 16,3% e in Sicilia dell’11%. Inoltre, le assunzioni a tempo indeterminato instaurate con l’esonero contributivo risultano concentrati nel Mezzogiorno, dove i contratti con la decontribuzione sono stati 160.112.



domenica 4 ottobre 2015


Quanti sprechi con la Brebemi e la Teem

Due autostrade costate miliardi e sostanzialmente inutilizzate, succede in Lombardia, nel profondo Nord 

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

L'inaugurazione della Brebemi
L’autostrada che collega Brescia con Bergamo e Milano, la cosiddetta Brebemi, è costata circa 2,4 miliardi di euro, vale a dire tre volte l’importo preventivato di 800 milioni di euro. Il nuovo collegamento è stato realizzato per decongestionare il traffico sull’autostrada ‘Serenissima’ A4, ma dopo quasi un anno di apertura si sta trasformando in un flop finanziario di proporzioni gigantesche. Secondo i dati forniti dall’Aiscat, l’Associazione italiana società concessionarie autostrade e trafori, nel mese di giugno sono transitate 13.205 mezzi al giorno. Il break even previsto dagli investitori della Brebemi è invece di 60 mila transiti giornalieri. Il pareggio di bilancio doveva essere garantito dai pedaggi, ma ad oggi il raggiungimento di questo risultato è assai lontano perché gli introiti sono nettamente inferiori alle attese.
Un tratto dell'autostrada
Lo stesso vale per la Teem, Tangenziale est esterna di Milano, costata oltre 2,2 miliardi di euro. In quest’autostrada nel mese di giugno sono transitate 16.667 mezzi giornalieri, al di sotto di quanto preventivato.
Il problema principale, in entrambi i casi, è il costo elevato del pedaggio. Percorrere la Brebemi e la Teem, volute fortemente dal Governo e dalla Regione Lombardia, costa troppo.
Un tratto della Brebemi
Non solo, inizialmente doveva trattarsi di un affare solo privato, senza cioè costi per le casse pubbliche. Ma così non è stato. Con la legge finanziaria del 2014 sono stati stanziati 260 milioni di euro, mentre altri 60 sono stati concessi dalla Regione guidata da Roberto Maroni. In aggiunta, per consentite ai privati di rientrare dei capitali investiti, è stata prorogata la concessione fino a 25 anni e mezzo ed alla scadenza passerà allo Stato in cambio di 1.205 milioni di euro. Altri 330 milioni di contributi pubblici sono stati concessi per la Teem.
I vertici della società hanno risposto alle critiche fornendo cifre diverse sul traffico e sui contributi pubblici erogati e si dichiarino ottimisti sulla sostenibilità finanziaria ed economica del progetto.
Insomma, un’opera realizzata dai privati ma con concessioni, garanzie e soprattutto fondi pubblici e la cui utilità e sostenibilità economica e finanziaria è ancora tutta da dimostrare e raggiungere. E dire che non siamo nel profondo Sud, ma nel cuore dell’economia italiana.

 

mercoledì 30 settembre 2015


Istat: disoccupazione all’11,9%

Nel mese di agosto l’occupazione, secondo le stime dell’Istat, è cresciuta dello 0,3%

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

‘Istat. In un anno più 325mila posti di lavoro. Effetto #Jobsact #italiariparte #labuonavolta’, così ha commentato con un tweet il presidente del Consiglio Matteo Renzi le stime sulla disoccupazione nel mese di agosto comunicati dall’Istat. Gli occupati sono cresciuti dello 0,3%, pari ad un incremento di 69 mila unità. In particolare sono aumentati i lavoratori con contratti a termine (+45 mila unità). Dopo l’incremento di giugno dello 0,1% e di luglio dello 0,3%, l’occupazione su base annua è cresciuta dell’1,5% (+325 mila persone), mentre il tasso di occupazione è aumentata dell’0,9 %, arrivando al 56,5%.
I disoccupati sono diminuiti di 11 mila unità, il tasso è sceso all’11,9%, proseguendo il calo del mese precedente (-0,5%). Negli ultimi dodici mesi la disoccupazione è diminuita di 162 mila unità e il tasso di disoccupazione dello 0,7%. Anche gli inattivi fra i 15 ed i 64 anni sono diminuiti nell’ultimo mese di 86 mila persone cioè dello 0,6%. Il tasso d’inattività è calato al 35,6%, in calo dello 0,2%. Mentre su base annua la riduzione è stata dell’1,7%, che corrisponde a -248 mila persone inattive.




sabato 26 settembre 2015


Il paradiso fiscale è a Burgio

Esiste in Italia un paese dove non si pagano le tasse comunali. L’amministrazione di Vito Ferrantelli, sindaco di Burgio piccolo centro in provincia di Agrigento, ha abolito o ridotto al minimo tutte le imposte locali  

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Il manifesto fatto affiggere dal sindaco Vito Ferrantelli
Il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, ha promesso per il 2016 l’abolizione della Tasi e dell’Imu sulla prima casa. Eppure in Sicilia esiste un Comune dove queste imposte già oggi non si pagano. Inoltre, l’Imu sulle seconde case e la tariffa sull’acqua pubblica sono state ridotte al minimo e l’addizionale comunale Irpef non è prevista.
Burgio è un piccolo paesino in provincia di Agrigento. I suoi 2.740 abitanti godono di una riduzione delle imposte locali che non ha eguali in tutta Italia.
Il sindaco, Vito Ferrantelli, ha fatto affiggere un manifesto dove c’è scritto: ‘In quale paese della Sicilia i cittadini non pagano la Tasi? Non pagano l’addizionale Irpef? Non pagano l’Imu sui terreni e i fabbricati agricoli? E dove le tariffe dell’acqua sono le più basse d’Italia? E quelle dell’Imu sulla seconda casa sono al minimo? Nel comune di Burgio!’.
Burgio (Ag)
Eletto sette anni fa nella lista civica ‘Amare Burgio’, il Sindaco e la sua amministrazione hanno di fatto abolito le tasse sulla casa. Non si pagano la Tasi e l’Imu sulla prima abitazione e quella sulle seconde è stata ridotta al minimo. Non è prevista l’addizionale comunale Irpef e la tariffa sul servizio idrico è ridottissima ed è la più bassa d’Italia. Gli abitanti di Burgio pagano per ‘l’acqua pubblica’ circa 100 euro l’anno.
“Far risparmiare i cittadini è possibile”, ha detto Vito Ferrantelli ed ha aggiunto: ”Ogni anno abbiamo fatto lavorare periodicamente circa 250 giovani locali con il servizio civico e le borse lavoro. Abbiamo impegnato 300 giovani con corsi di ceramica e sport”.
Insomma, gestire la 'cosa pubblica' con parsimonia e con efficienza è possibile, basta utilizzare tutte le risorse disponibili e soprattutto affidarsi ad amministratori capaci ed onesti.



martedì 22 settembre 2015


Il record di evasione fiscale è al Nord

L’importo delle imposte evase nelle regioni settentrionali è di 47,6 miliardi di euro, mentre al Sud è di 19,8 miliardi di euro, ad attestarlo è il Def approvato venerdì scorso dal Governo  

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Il Ministero dell'Economia e delle Finanze
Il rapporto sui risultati conseguiti in materia di misure di contrasto all’evasione fiscale allegato alla nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza approvato venerdì scorso dal Consiglio dei ministri evidenzia due aspetti molto significativi. ‘I valori più elevati di evasione si attestano nelle regioni settentrionali, perché sono le più ricche, mentre la più alta propensione all’evasione si riscontra nel Mezzogiorno’.
Senza considerare i contributi Inps ed Inail ogni anno vengono a mancare all’Erario circa 91 miliardi di euro. Il tributo più evaso è l’Iva. Solo Grecia, Slovacchia, Lituania e Romania fanno peggio dell’Italia. La categoria di contribuenti che evade di più è quella dei commercianti.
Negli ultimi dieci anni, il gap medio cioè la differenza tra l’ammontare del gettito teorico e quello effettivo si è abbassato di poco, è stato di 93,5 miliardi di euro nel quinquennio 2001-2006, mentre in quello successivo è stato di 91,3 miliardi di euro, con un decremento del +2,29%.
L’Iva evasa ogni anno è di 40,2 miliardi di euro, l’Irpef e l’Ires ammontano a 44 miliardi, mentre l’Irap è pari a 7,2 miliardi di euro. L’evasione maggiore si registra nelle regioni del Nord, dove ammonta a 47,6 miliardi di euro cioè il 52% del totale. Mentre la propensione all’evasione è maggiore nelle regioni meridionali, dove l’ammontare complessivo è di 19,8 miliardi di euro cioè il 22% del totale. Al Sud si registrano ‘livelli più elevati d’intensità di evasione, che in alcuni casi sfiora il 60%’.
‘Tale ripartizione – sottolinea il Rapporto - è influenzata anche dalla distribuzione territoriale del reddito nazionale, e, a parità di altre condizioni, tende a concentrarsi maggiormente nella aree del nord dove si concentra anche la quota maggiore di valore aggiunto prodotto dal Paese. Il Pil, al netto del settore pubblico, infatti, si distribuisce per il 56% al nord, rispettivamente 33% nel nord ovest e 23% nel nord est’.

 

giovedì 10 settembre 2015


Inps: crescono le assunzioni, ma anche il divario tra il Centro-Nord ed il Sud del Paese

  

 

venerdì 4 settembre 2015


Confindustria: mondo rischia stagnazione secolare

Il taglio delle stime sulla crescita da parte della Bce preoccupa gli industriali

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Secondo il Centro studi di Confindustria la crescita mondiale è inferiore al passato e alle attese. Le previsioni di un Pil globale al +3,2% nel 2015 e al +3,6% nel 2016 sono nettamente inferiore a quelle pre-crisi del +5,1%. Le cause sono: rallentamento demografico e minori investimenti. Questi ultimi sono passati dal 22,8% del Pil negli anni 2000-2007 al 20,6% dell’ultimo quinquennio. In Italia le cose sono andate peggio, infatti, essi sono scesi dal 21,6% al 19,9%. Sono evidenti gli effetti della crisi e dell’impatto limitato delle nuove tecnologie sulla produttività. Secondo alcuni economisti stiamo entrando in una fase di ‘stagnazione secolare’.
E’ quindi necessario sostenere la domanda soprattutto quella per investimenti, stimolare l’attività di ricerca e sviluppo, procedere con le riforme strutturali, adottare politiche industriali in particolare nel manifatturiero. 




 

giovedì 3 settembre 2015

Con il governo di Matteo Renzi il debito pubblico cresce di 6,58 miliardi di euro al mese


Secondo il Centro studi di ImpresaLavoro durante il governo di Enrico Letta il debito pubblico cresceva di 3,14 di euro al mese, la metà di quanto sta avvenendo con quello di Matteo Renzi

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Enrico Letta e Matteo Renzi
Da quando Matteo Renzi è presidente del Consiglio il debito pubblico è aumentato in termini assoluti di 98,76 miliardi di euro, è passato dai 2.119 miliardi di euro del marzo 2014 ai 2.218 miliardi di euro del maggio 2015. L’aumento mensile è stato di 6,58 miliardi di euro al mese. A rivelarlo è una ricerca condotta dal Centro studi di ImpresaLavoro.
Durante i dieci mesi del Governo precedente, quello di Enrico Letta, l’incremento del debito pubblico è stato di 31,38 miliardi di euro, è passato cioè da 2.075 miliardi di euro del maggio 2013 ai 2.106 miliardi di euro del febbraio 2014. L’incremento mensile è stato di 3,14 miliardi di euro.
Insomma, la crescita del debito pubblico durante i primi quindici mesi del governo di Matteo Renzi è stata doppia rispetto a quella registrata con quello di Enrico Letta.
Il presidente del Consiglio ha annunciato pochi giorni fa al meeting di Comunione e Liberazione il taglio delle tasse. In particolare ha promesso l’abolizione dell’Imu e della Tasi sulla prima casa e successivamente un intervento sull’Ires e sull’Irpef. La riduzione della pressione fiscale è di certo un fatto positivo, ma essa sarà finanziata in gran parte con la flessibilità sui vincoli di bilancio fissati dall’Unione Europea. In altre parole essa non avverrà con il taglio della spesa e degli sprechi della Pubblica amministrazione, ma con un incremento del deficit e di conseguenza con un ulteriore aumento del debito pubblico.


martedì 1 settembre 2015

Istat: disoccupazione in calo e Pil in crescita, ma solo al Nord


I dati sull’andamento del mercato del lavoro comunicati dall’Istat evidenziano una diminuzione della disoccupazione, ma anche un aumento del divario tra il Nord ed il Sud del Paese

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni) 

Nel secondo trimestre del 2015 cresce il numero di occupati. L’aumento riguarda sia gli stranieri con un +50mila unità sia gli italiani con un +130mila unità. Crescono di 139mila unità gli occupati a tempo pieno, ma anche di quelli a tempo parziale registrano una crescita dell’1%. Queste sono le stime provvisorie sull’andamento del mercato del lavoro nel secondo trimestre 2015 comunicate dall’Istat.    
Dopo tre anni e cinque mesi di crescita, il tasso di disoccupazione a luglio è sceso al 12,1%, con una diminuzione dello 0,9% su base annua e dello 0,5% su quella mensile. Valori che non si vedevano da due anni. Più accentuato il calo della disoccupazione tra i giovani compresi nella fascia di età tra i 15 e 24 anni. La diminuzione è stata di 2,6 punti percentuali su base annua e di 2,5 punti su quella mensile. Si riduce anche il numero degli inattivi dell’1,9%, soprattutto tra i 55-64enni.
Si amplia il divario tra le diverse aree territoriali del Paese: al Sud il tasso di disoccupazione rimane al 20,2%, al centro sale al 10,7%, con un incremento dello 0,1%, mentre al Nord scende al 7,9%, con una diminuzione dello 0,3%.
L’Istat vede al rialzo anche le stime sulla crescita del Pilcon un +0,3% sul secondo trimestre e +0,7 su base annua. E’ l’aumento più alto degli ultimi quattro anni.
Soddisfazione ha espresso il presidente del Consiglio, Matteo Renzi: ”Segnali positivi vengono dal turismo, dalla produzione industriale, dall’Expo, che è stato uno straordinario successo e anche dai dati Istat, particolarmente significativi: più 44mila occupati e meno 143mila disoccupati. E’ l’idea che il Paese si rimette in moto: ognuno può avere le proprie idee politiche, ovviamente, ma oggi è fondamentale che tutti insieme diano uno mano affinché l’Italia torni a crescere”.


lunedì 24 agosto 2015

Lunedì nero per tutte le Borse mondiali


‘Panic selling’ su tutte le Borse mondiali, il crollo delle contrattazioni di quella cinese ha gettato nel panico gli investitori, non succedeva dal 2009

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

E’ stato un lunedì nero per le Borse di tutto il mondo. Il Ftse Mib ha chiuso a -5,96%, ma nel corso delle contrattazioni ha toccato un -7%. A metà seduta il Dow Jones fa segnare un -2,95%, in apertura aveva fatto registrare un -6,3% e il Nasdaq -9,56%.
La bufera ha avuto origine con il crollo della borsa cinese che ha chiuso le contrattazioni con un calo dell'8,49%, il risultato peggiore dal 1996. L’indice CSI 300 di Shanghai-Shenhen è tornato sui livelli di dicembre, cancellando così i guadagni di oltre il +50% registrati da inizio anno. Ora la Banca centrale di Pechino è pronta ad intervenire aumentando la liquidità delle banche di circa 100 miliardi di dollari.
Nelle ultime sedute le altre Borse avevano reagito alle difficoltà di quella cinese senza particolari conseguenze. Stamane invece sono crollate a cominciare da quelle asiatiche. Hong Kong ha ceduto il 5,3%, Tokio il 4,6%, Seul il 3% e Mumbay il 4%.
Venerdì sera Wall Street aveva chiuso la seduta con un calo del 3%, che ha portato la performance negativa della settimana a -6%.
Con questi presupposti l’inizio delle contrattazioni delle borse europee non poteva che essere negativo, ma nel corso della seduta la situazione è peggiorata e si è diffuso il ‘panic selling’. In questi casi è difficilissimo capire quando le vendite si fermeranno e gli investitori torneranno a comprare.
Nei prossimi giorni capiremo se lo strappo di oggi sarà ricucito rapidamente o se si è trattato dello scoppio dell’ennesima bolla speculativa e se avremo un periodo di forti turbolenze sui mercati e di conseguenza nell’economia reale così com’è avvenuto nel 2008 con il fallimento di Lheman Brothers.


sabato 22 agosto 2015

Cgia: tasse locali aumentate del 48,4%


Tra il 2000 ed il 2013 gli enti locali hanno aumentato i tributi di 32,6 miliardi, un importo nettamente superiore ai tagli subiti dallo Stato   

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Secondo l’Ufficio studi della Cgia di Mestre tra il 2000 ed il 2013 le tasse locali sono aumentate di 32,6 miliardi di euro. Nello stesso periodo i tagli ai trasferimenti effettuati dallo Stato sono stati di 18 miliardi di euro. Regioni e Comuni hanno ricevuto meno risorse ma con l’introduzione delle nuove imposte locali e con l’incremento di quelle già esistenti hanno aumentato le disponibilità finanziarie di 14,6 miliardi di euro.
Questo significa che i tagli operati dai Governi nazionali per risanare i conti pubblici non hanno determinato una riduzione degli sprechi della macchina amministrativa di Regioni e Comuni, ma hanno provocato un aumento del prelievo fiscale locale per il 48,4%, mentre quello statale è cresciuto ‘solo’ del 36,1%.
Le imposte che hanno determinato questo incremento sono soprattutto l’Imu e la Tasi. Con questi tributi gli enti locali incassano 21,1 miliardi di euro l’anno. Si tratta d’imposte che non tengono conto della condizione reddituale del soggetto passivo. Inoltre non è raro, soprattutto nei piccoli centri del Sud Italia, che i cittadini siano obbligati a pagare queste imposte su abitazioni che hanno ereditato o costruito con enormi sacrifici ma che sono sfitte o non utilizzabili. Insomma, negli ultimi quindici anni i consigli regionali e quelli comunali per far fronte ai tagli operati dello Stato anziché ridurre le inefficienze e gli sprechi hanno approfittato del cosiddetto federalismo fiscale per incrementare le entrate tributarie con il solo risultato di aver aumentato notevolmente la pressione fiscale sui loro contribuenti.

giovedì 20 agosto 2015

Cgia: ‘Rifiuti pagati a peso d’oro’


Secondo il Centro studi della Cgia di Mestre la produzione di rifiuti è diminuita, ma nonostante ciò il costo della raccolta e dello smaltimento sono notevolmente aumentati

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni) 

“Nonostante abbiamo prodotto meno rifiuti, la raccolta e lo smaltimento degli stessi ci sono costati di più”, a dirlo è Paolo Zabeo della Cgia di Mestre. Se nel 2007 la quantità di rifiuti prodotta da ogni cittadino è stata di 557 kg, nel 2013 essa è scesa a 491 Kg, ma malgrado ciò dal 2010 ad oggi il costo per la raccolta e lo smaltimento è aumentato mediamente del 25,5%.
Gli incrementi maggiori hanno riguardato le attività economiche nonostante il calo del giro di affari che esse hanno dovuto sopportare a causa della crisi economica. Secondo i dati dell’indagine svolta dal Centro studi della Cgia di Mestre a subire i maggiori aumenti sono stati iristoranti, le pizzerie ed i pub con un incremento medio del 47,4%, i negozi di ortofrutta con un aumento del 42% ed i bar con il 35,2%.
Negli ultimi anni il Parlamento per regolare la gestione dei rifiuti ha approvato diversi provvedimenti legislativi. Dalla Tarsu (Tassa per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani) e dalla Tia (Tariffa d’igiene ambientale) siamo passati nel 2013 alla Tares (Tassa sui rifiuti e servizi) e nel 2014 alla Tari (Tassa sui rifiuti). Quest’ultima è stata introdotta in base al seguente principio comunitario: ’chi inquina paga’, cioè la tassa deve essere commisurata alla quantità di rifiuti prodotta. Inoltre è stato sancito che il costo del servizio ricada interamente sugli utenti.
Il problema sta proprio qui sottolinea Paolo Zabeo: “Queste aziende, di fatto, operano in condizioni di monopolio, con dei costi spesso fuori mercato che famiglie e imprese, nonostante la produzione dei rifiuti sia diminuita e la qualità del servizio offerto non sia migliorata, sono chiamate a coprire con importi che in molti casi sono del tutto ingiustificati. Proprio per evitare che il costo delle inefficienze gestionali vengano scaricate sui cittadini, la legge di Stabilità del 2014 ha ancorato, dal 2016, la determinazione delle tariffe ai fabbisogni standard”.


mercoledì 19 agosto 2015

Petrolieri e accise frenano il calo del prezzo della benzina


Il prezzo del petrolio continua a scendere ma quello della benzina non si abbassa allo stesso modo, perché?

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)


Un anno fa il prezzo del petrolio era di 103,95 dollari al barile, oggi è di 48,42 dollari al barile, è tornato cioè ai livelli del 2009. La sua di diminuzione è stata di oltre il 53%. Dall’inizio dell’anno il prezzo del greggio è calato del 15%, mentre quello della benzina è salito del 4%.
Quando il prezzo del petrolio sale i produttori immediatamente aumentano il costo del carburante, quando invece esso scende il prezzo al distributore non diminuisce alla stessa velocità e nella stessa misura. Perché?
I motivi sono due. Da un lato c’è l’ingordigia dei petrolieri che si difendono sostenendo che sono cresciuti i costi di ‘raffinazione’. Dall’altro lato c’è il continuo aumentare di balzelli ed accise inseriti dallo Stato nel prezzo della benzina e del gasolio.
I continui incrementi delle tasse hanno fatto crescere il loro peso sul prezzo dei carburanti per oltre un euro a litro. Lo Stato incassa, infatti, su ogni litro di ‘verde’, tra Iva e accise, 1,012 euro, circa il 60% del prezzo. Con il decreto Salva Italia del 2011 e le clausole di salvaguardia le accise sono passate da 0,564 a 0,728 euro al litro mentre l’Iva è salita al 22%. In sei anni le imposizioni fiscali sono aumentate del 33%, vanificando così sia il calo del prezzo del petrolio che quello del cambio tra Euro e Dollaro.
Inoltre, nell’ultimo anno, con le accise ferme ad aumentare è stato solo il costo industriale della benzina. In altre parole i petrolieri di fronte alla riduzione dei margini di profitto determinate dal crollo del prezzo del petrolio si sono rifatti sui consumatori mantenendo alto il prezzo al distributore.
Infine, è bene ricordare che si tratta di imposte indirette, di tasse cioè che colpiscono i consumi e che pertanto non tengono conto del reddito percepito da chi effettuata l’acquisto.




lunedì 17 agosto 2015



L’Expo si è fermato ad Eboli

Nella realizzazione di grandi opere o di eventi di rilievo internazionale il Sud non è mai preso in considerazione, ormai nell’opinione comune si è radicato il concetto che investire nel Meridione è uno speco di soldi 

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Una scena del film 'Cristo si è fermato ad Eboli'
“Cristo è sceso nell’inferno sotterraneo del moralismo ebraico per romperne le porte nel tempo e sigillarle nell’eternità. Ma in questa terra oscura, senza peccato e senza redenzione, dove il male non è morale, ma è dolore terreste, che sta per sempre nelle cose. Cristo non è disceso. Cristo si è fermato ad Eboli”. Così scrive Carlo Levinel suo libro ‘Cristo si è fermato ad Eboli’. Lo scrittore per le sue idee antifasciste fu condannato al confino in Lucania e nell’opera, pubblicata nel 1945, racconta quell’esperienza.
La copertina del libro di Carlo Levi
Parafrasando il titolo del libro oggi potremmo scrivere: ‘l’Expo si è fermato ad Eboli’.L’Esposizione universale che si sta svolgendo nel capoluogo lombardo sta registrando un discreto afflusso di visitatori. Le opere architettoniche e di supporto viario che sono state realizzate sono costate allo Stato italiano circa 15 miliardi di euro e, alla sua conclusione è assai probabile che saranno necessari altri finanziamenti per convertirle in strutture utilizzabili per altre attività. La corruzione ed i ritardi nella realizzazione dell’evento hanno costretto il Governo ad intervenire nominando un nuovo amministratore e un commissario anticorruzione.
Le grandi opere e gli eventi di rilievo internazionale si realizzano, da sempre, nelle città del Centro-Nord, l’Expo è solo l’ultima in ordine di tempo. ‘Cristo si è fermato ad Eboli’ ed anche le opere pubbliche e nessuno ha da ridire o da contestare, ormai nell’opinione comune si è radicato il concetto che al Sud ‘si mangiano i soldi’ e che investire nel Mezzogiorno è solo uno spreco di denaro. La Tav, il Mose, Malpensa, l’Alta velocità, la fibra ottica ed internet veloce, le Olimpiadi invernali ed una miriade di altre piccole e grandi opere si sono fermate ad Eboli. I malanni endemici del Sud nessuno può negarli, ma essi sono diventati anche una ‘giustificazione’ addotta dai rappresentanti delle istituzioni per continuare a dirottare gli investimenti pubblici nelle regioni ricche del Paese.
La locandina del film 'Cristo si è fermato ad Eboli'
“Così finì, in un momento interminabile, l’anno 1935, quest’anno fastidioso, pieno di noia legittima, e cominciò il 1936, identico al precedente, e a tutti quelli che sono venuti prima, e che verranno poi nel loro indifferente corso disumano. Cominciò con un segno funesto, una eclisse di sole”.
Il riferimento della frase con cui l’autore conclude l’opera è agli anni più bui del fascismo e della guerra, ma per il Sud quell’eclisse è continuata anche nei decenni successivi e, probabilmente, continuerà in quelli a venire, fino a quando cioè i meridionali non si adopereranno per emanciparsi da una condizione di sudditanza morale e culturale in cui vivono da sempre. 



venerdì 14 agosto 2015

ImpresaLavoro: ‘Paese fortemente diviso tra Centro Nord e Centro Sud’


Il Centro Studi ImpresaLavoro ha elaborato la graduatoria che emerge dell’Indice delle Opportunità Regionali che misura la qualità della vita nelle singole regioni italiane

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Secondo il Centro Studi ImpresaLavoro la regione italiana dove si vive meglio è il Trentino Alto Adige, seguita dal Veneto, dall’Emilia Romagna e dalla Lombardia. Quelle che offrono meno opportunità sono la Puglia, la Calabria, la Campania e la Sicilia.
La graduatoria emerge dall’Indice delle Opportunità Regionali che misura la qualità della vita nelle singole regioni. L’inchiesta ha preso in considerazione quattro aspetti: il mercato del lavoro, il reddito, il livello d’istruzione e quello di partecipazione alla vita pubblica.
I risultati dell’indagine hanno evidenziato da un lato un Nord Italia con indici simili a quelli delle regioni delle grandi economie europee e dall’altro un Sud che si impoverisce e non mostra nessun segnale di ripresa.
Il Trentino Alto Adige primeggia in tema di lavoro con un tasso di disoccupazione dell’1,92%, ma anche per il livello del reddito ed equità nella sua distribuzione. 
L’Emilia Romagna, l’Umbria e la Lombardia prevalgono per il livello di partecipazione alla vita pubblica che è stato calcolato analizzando il tasso di affluenza alle elezioni nazionali. Negli ultimi posti ci sono la Sicilia, la Calabria, la Sardegna, la Campania e la Puglia.
In fondo alla classifica sulle opportunità di lavoro c’è la Sicilia che ha un tasso di disoccupazione del 22,17% ed è preceduta dalla Calabria con il 23,42% e dalla Campania con il 21,74%. Ancora più drammatici sono i dati sui Neet, i giovani siciliani che non studiano e non lavorano sono il 40,28%, i calabresi il 37,99% ed i campani il 36,35%. Nelle regioni settentrionali i tassi sulla disoccupazione sono dimezzati rispetto al Sud.
Il reddito di chi vive in Lombardia o in Trentino Alto Adige è mediamente superiore del 65% rispetto ad una famiglia siciliana. Non solo ma nelle regioni più povere la distribuzione del reddito è meno equa rispetto a quelle più ricche. In questa classifica la Sicilia, la Campania, la Basilicata, il Molise e la Calabria sono negli ultimi posti.
Per quanto riguarda i livelli d’istruzione le differenze sono più limitate, in testa c’è il Lazio mentre nel penultimo posto della classifica c’è il Veneto davanti alla Puglia, ma dietro a Sicilia e Sardegna.
“Questi dati confermano l’idea di un Paese drammaticamente spaccato in due, con le regioni del Centro Nord che offrono opportunità molto più elevate delle altre”. Questo è quanto ha dichiarato l’imprenditore Massimo Blasoni, presidente di ImpresaLavoro ed ancora: “D’altra parte l’Italia si colloca in Europa al primo posto per disparità territoriali in tema di lavoro e reddito e quindi di opportunità offerte alle famiglie: una condizione che stenta a migliorare e che colpisce soprattutto i giovani che rimanendo a lungo fuori dal mondo del lavoro e da percorsi di formazione rischiano di vedersi ipotecata ogni speranza di un futuro migliore.”


giovedì 13 agosto 2015

Nei primi sei mesi del 2015 il debito pubblico italiano è aumentato di 68,7 miliardi di euro


La Banca d’Italia ha comunicato che il debito pubblico nel mese di giugno è diminuito di 14,6 miliardi ma dall’inizio dell’anno è aumentato di 68,7 miliardi
di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni) 
La Banca d'Italia
Il debito pubblico italiano è diminuito nel mese di giugnodi 14,6 miliardi di euro. A comunicarlo è la Banca d’Italia. Dopo il record toccato nel mese di maggio è calato a 2203,6 miliardi.
Secondo l'Istituto centrale la lieve diminuzione ‘è stata sostanzialmente uguale all’avanzo di cassa del mese che è stata pari a 14,5 miliardi di euro’. Ed ancora: ‘La rivalutazione dei titoli indicizzati all’inflazione, il lieve apprezzamento dell’euro e gli scarti di emissione hanno diminuito il debito per 0,1 miliardi’.
Le disponibilità liquide del Tesoro sono rimaste invariate a 100,9 miliardi di euro. Il debito delle Amministrazioni locali è diminuito di 2,4 miliardi, quello degli Enti di previdenza è rimasto invariato, è sceso invece di 12,1 miliardi quello delle Amministrazioni centrali.
Le entrate a giugno sono state pari a 41,0 miliardi, in riduzione di 1,7 miliardi rispetto allo stesso mese del 2014.
Dall’inizio dell’anno, il debito pubblico è comunque aumentato di 68,7 miliardi di euro. 


sabato 8 agosto 2015

Nel Mezzogiorno torna a crescere il numero di alberghi, bar e ristoranti


Secondo i dati pubblicati dall’Osservatorio della Confesercenti nel secondo trimestre del 2015 sono tornate ad aumentare le imprese che operano nel settore turistico

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Nel secondo trimestre del 2015 è aumentato il numero d’imprese che operano nel settore alberghiero e della somministrazione.L’incremento rispetto allo stesso periodo del 2014 è stato di 8684 alberghi, bar e ristoranti.A guidare la crescita è stato il Sud con un aumento del 2,5%, mentre al Centro-Nord è stato dell’1,8%. Esso ha riguardato soprattutto le grandi città. Questi dati sono stati rilevati dall’Osservatorio della Confesercenti sulla nascita e sulla cessazione delle imprese della ricettività e del turismo registrate tra l’inizio di aprile e la fine di giugno di quest’anno.
Il settore che è cresciuto di più è stato quello della ristorazione, ma in questo caso a trainare di più è stato il Centro-Nord con un aumento del 3,2%, mentre al Sud e nelle Isole è stato registrato un aumento del 2,8%.
La Regione che ha mostrato maggiore dinamismo nel settore della ricettività turistica è stata la Puglia, dove il numero d’imprese è cresciuto del 9,8%, seguita dal Lazio con un +6,7% e dalla Sicilia con un +5,8%. L’aumento di alberghi ed hotel è stato maggiore nel Mezzogiorno e nelle Isole con un incremento del 3,9%, mentre al Centro-Nord è stato del 2,3%.
Nel Sud e nelle Isole è cresciuto anche il numero di bar con un aumento dell’1,9%, mentre è sostanzialmente stabile nel Centro-Nord, dove è stato registrato un +0,2%. L’incremento maggiore è stato in Campania con un +2,8%, seguita dalla Puglia con un +1,9% e dal Lazio e dalla Valle d’Aosta con un +1,8%.
Soddisfazione ha espresso la presidente di Fiepet, l’associazione di categoria dei pubblici esercizi, Esmeralda Giampaoli che ha dichiarato: “Dopo le contrazioni registrate negli anni scorsi, finalmente la ricettività e la somministrazione provano a ripartire”, ed ancora: “Alberghi, ristoranti e bar sono da sempre, per tradizione, cultura, capacità attrattiva, un pilastro fondamentale della nostra economia e del turismo. Purtroppo la crisi ha inciso gravemente sulla ricettività e, in particolare, sulla somministrazione: dal 2010 ad oggi i consumi sono diminuiti dell’8,5% nei bar e del 7,9% nei ristoranti. Il volume d’affari è sceso a 15,1 miliardi di euro l’anno, con un calo del 18%. L’attuale inversione di tendenza è comunque un segnale positivo, anche se le difficoltà rimangono intatte”.


venerdì 7 agosto 2015

100 miliardi di fondi dell’Ue possono essere utilizzati per affrontare l’emergenza nel Sud, ma come spenderli e quando?


Nel corso della direzione nazionale del Pd, il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, ha proposto di realizzare entro la metà di settembre un ‘masterplan’ che affronti l’emergenza sociale nel Mezzogiorno

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Direzione nazionale del Partito democratico
Nel corso della direzione nazionale del Pd, convocata oggi per affrontare l’emergenza sociale ed economica nel Mezzogiorno, il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, ha detto: “Intorno al 15-16 settembre, alla ripresa dell’azione parlamentare ma prima della stabilità, vorrei che il Pd uscisse con un vero e proprio ‘masterplan’ per il Sud, con una serie di proposte concrete. Il problema oggi non è la mancanza dei soldi. E’ la mancanza della politica”. Ed ancora: ”La retorica sul Sud abbandonato è autoassolutoria per una parte dei dirigenti del Mezzogiorno ed è un elemento che concorre alla crisi del Sud”. 
Matteo Renzi
Il primo obiettivo sarà di sbloccare cento miliardi di finanziamenti. Si tratta di risorse dei fondi europei contenute in programmi vecchi e nuovi. Circa dieci miliardi derivano da progetti da rendicontare entro la fine dell’anno, altri 50 miliardi di nuovi fondi Ue rientrano nella programmazione fino al 2020 ed altri 54 miliardi dal Fsc, il Fondo sviluppo e coesione, di questi 43 sono destinati al Meridione, cioè circa l’80%. In tutto sono 100 miliardi, ma come spenderli e quando?
I dati Istat e Svimez degli ultimi mesi indicano per il Sud una situazione di forte degrado economico e sociale. Il tasso di disoccupazione è del 20,5% ed è doppio rispetto a quello del Centro-Nord che è al 9,5%. Drammatica è, poi, la situazione dei giovani con un tasso di disoccupazione che ha raggiunto, tra gli under 24, la percentuale del 56%.
Lo scopo principale dell’intervento sarà quello di aumentare il numero di occupati e per realizzarlo occorrerà promuovere, con il finanziamento di piccole e grandi opere pubbliche, lo sviluppo dell’industria, del turismo, della cultura, della scuola e dell’ambiente. 
Tra gli strumenti da utilizzare s’ipotizza la decontribuzione ‘selettiva’ che favorisca cioè l’occupazione aggiuntiva nel Meridione puntando agli under 29, agli over 55 ed alle donne.
Inoltre, il decreto Delrio del 2014 prevede che l’Agenzia per la coesione possa subentrare alle Regioni che non superano il 20% della spesa programmata. La condizione che sarà posta sarà quella del bonus-malus, cioè più soldi a chi spende e meno o nulla a chi non opera e non realizza i progetti.


giovedì 6 agosto 2015

Inps: la povertà si sposta tra i 40-59enni


Il Rapporto annuale 2014 dell’Inps rileva un notevole incremento di nuovi poveri tra le famiglie monoparentali under 60

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Il capo dello Stato, Sergio Mattarella, e il presidente dell'Inps, Tito Boeri
Il calo del Pil tra il 2008 ed il 2013 ha aumentato del 57% il rischio di povertà per le famiglie monoparentali under 60. Lo sostiene l’Inps nel Rapporto annuale 2014.
La lunga crisi economica ha modificato il profilo dei soggetti che sono a rischio d’indigenza. Non sono più minori ed anziani ma persone comprese tra i 40 ed i 50 anni, con incrementi del 70% per quelle tra i 51 e i 59 anni.
Le ragioni di questa situazione sono evidenti. I giovani disoccupati sono oltre il 40% ma essi possono sempre contare sul sostegno dei genitori. Inoltre numerose norme incentivano gli imprenditori ad assume lavoratori anagraficamente più giovani.
Il presidente dell'Inps Tito Boeri
Anche il divario dei tassi di povertà tra il Nord ed il Sud del Paese è aumentato. Nel 2008 il tasso d'indigenza al Settentrione era dell’11%, mentre nelle Regioni meridionali era del 35%. Alla fine del 2013 la distanza è aumentata di sei punti percentuali, passando al 14% nel Nord e al 43% nel Sud.
A pagare la recessione e il calo del Pil sono soprattutto i lavoratori ultracinquantenni, che vivono nel Mezzogiorno e che hanno perso il lavoro ma che non hanno ancora l’età per andare in pensione.
Il Sud sta vivendo un vero e proprio dramma sociale e l’inps con i suoi dati ha solo confermato una situazione che già si conosceva, ma per il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, è solo ‘disfattismo’.


lunedì 3 agosto 2015

Il Sud è a ‘rischio di sottosviluppo permanente’ ma per Renzi è solo ‘piagnisteo’


‘Mi addolora che raccontare situazione Sud sia definito piagnisteo’, con questo tweet Roberto Saviano replica a Matteo Renzi che ieri aveva detto: ‘Sul Sud basta piagnistei’

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

I dati pubblicati pochi giorni fa dallo Svimez sulle condizioni dell’economia del Sud stanno provocando numerose polemiche tra opinionisti ed esponenti dei diversi partiti ed in particolare tra il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, e lo scrittore Roberto Saviano.
Roberto Saviano e Matteo Renzi
Secondo il rapporto Svimez, il Sud “è ormai a forte rischio di desertificazione industriale, con la conseguenza che l’assenza di risorse umane, imprenditoriali e finanziarie potrebbe impedire all’area meridionale di agganciare la possibile ripresa e trasformare la crisi ciclica in sottosviluppo permanente”.
Roberto Saviano, commentando la notizia, ha scritto una lettera, pubblicata dal quotidiano la Repubblica, in cui sollecita la politica, il Governo ed in particolare il presidente del Consiglio ad agire. Ecco alcune frasi: “Lei ha il dovere di intervenire e ancora prima ammettere che nulla è stato fatto. Ci sono tante persone che resistono: le ringrazi una ad una. Liberi gli imprenditori capaci da burocrazia e corruzione”. Ed ancora: “E’ un tristissimo paradosso. Dal Sud, caro primo ministro, ormai non scappa più soltanto chi cerca una speranza nell’emigrazione. Dal Sud stanno scappando perfino le mafie: che qui non ’investono’ ma depredano solo. Portando al Nord e soprattutto all’estero il loro sporco giro d’affari. Si, al Sud non scorre più nemmeno il denaro insanguinato che fino agli anni ’90 le mafie facevano circolare…”
Ieri Matteo Renzi, in vista della riunione della direzione del Pd del prossimo 7 agosto che dovrà affrontare la questione meridionale,aveva detto: “Sul Sud basta piagnistei: rimbocchiamoci le maniche. L’Italia, lo dicono i dati, è ripartita. E’ vero che il Sud cresce di meno e sicuramente il governo deve fare di più ma basta piangersi addosso”.
Oggi la replica di Roberto Saviano con un tweet: “Mi addolora che raccontare la tragica situazione del Sud Italia sia così facilmente definito ‘piagnisteo’”.
E’ evidente che il presidente del Consiglio ed i suoi ministri non comprendono appieno quanto sia grave  la situazione di degrado e di sofferenza in cui si trova il Meridione.  I dati dello Svimez sono inconfutabili e sono il risultato di decenni di precise scelte economiche e politiche. La crisi economica, la globalizzazione e soprattutto il cosiddetto ’federalismo fiscale’ hanno allargato le distanze tra le diverse aree del Paese. Il divario tra Nord e Sud dell’Italia anziché diminuire è cresciuto, e in alcuni settori è addirittura raddoppiato.
La denuncia di Roberto Saviano, quindi, non sorprende, essa scaturisce da un amore infinito che lo scrittore campano nutre verso la sua terra, quella che gli impedisce di vivere una vita normale e di certo non è ‘piagnisteo’ ma è la presa d’atto che il Sud è stato abbandonato a se stesso. Allora Matteo Renzi e il Pd, anziché accusare i meridionali di disfattismo, si diano da fare e diano risposte concrete.


lunedì 3 agosto 2015

PartnerRe acquisita da Exor per 6,9 miliardi di euro


Exor, holding della famiglia Agnelli, ha acquistato PartnerRE, società operante nel settore delle riassicurazioni, per un controvalore di 6,9 miliardi di euro

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

John Elkann
Raggiunto l’accordo per l’acquisto da parte di Exor, holding della famiglia Agnelli, di PartnerRe, società operante nel settore delle riassicurazioni. L’operazione prevede l’acquisto di tutte le azioni di PartnerRe in circolazione al prezzo di 137,5 dollari per azione in contanti e un dividendo speciale di 3 dollari per azione, per un importo complessivo di 6,9 miliardi di euro.
John Elkann, presidente e A.d. di Exor ha dichiarato: “l’accordo firmato oggi è molto positivo per PartnerRe ed Exor. Grazie al nostro impegno di azionisti stabili, PartnerRe continuerà a svilupparsi come prima società di riassicurazione indipendente e globale”.
Il perfezionamento dell’accordo avverrà entro il primo trimestre del 2016, cioè subito dopo l’approvazione da parte degli azionisti di PartnerRe, aver ottenuto le autorizzazioni di legge e il verificarsi di tutte le altre condizioni necessarie per concludere l’operazione. 


sabato 1 agosto 2015

In Sardegna ed in Sicilia i tributi locali sono aumentati del 93,62%


Lo Stato taglia i trasferimenti ai Comuni che si rifanno aumentando le tasse ai contribuenti, ma il vero salasso è al Sud

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni) 

Tra il 2011 ed il 2014 i Comuni italiani hanno subito tagli nei trasferimenti statali per circa 8 miliardi di euro che essi hanno compensato con forti aumenti delle tasse sui servizi. A sostenerlo è la Corte dei Conti nella sua relazione sulla finanza locale.
“Per conservare l’equilibrio finanziario in risposta alle severe misure correttive dei governi” i Comuni anziché operare con più efficienza hanno scaricato sui cittadini i mancati trasferimenti aumentando notevolmente le imposte locali.
Insomma a pagare le inefficienze e gli sprechi della Pubblica amministrazione ed i presunti tagli agli Enti locali operati negli ultimi anni dai Governi nazionali sono stati i contribuenti.
Si legge nella relazione: “Il concorso degli Enti locali agli obiettivi di finanza pubblica pesa, in ultima istanza, sul contribuente in termini di aumento della pressione fiscale”. Ed ancora: ”Il cronico ritardo nella ricomposizione delle fonti di finanziamento della spesa, necessaria per garantire servizi pubblici efficienti ed economici, aggrava e rende permanente l’inefficienza delle gestioni nonostante l’incremento consistente delle entrate proprie (+15,63% rispetto al 2013) che fa crescere l’autonomia finanziaria oltre la soglia del 65% ed assorbe la diminuzione progressiva e costante dei trasferimenti (-27,29%).
La pressione fiscale è passata dai 505,5 euro del 2011 ai 618,4 euro pro capite del 2014. A pagare di più sono i cittadini dei Comuni con meno di duemila abitanti e quelli più grandi con oltre 250 mila abitanti.
La Corte dei Conti rileva, inoltre, che tra il 2012 ed il 2014 gli incassi da tributi hanno fatto registrare notevoli incrementi, con punte particolarmente elevate nelle Isole, dove il livello raggiunto nel 2014 risulta quasi doppio rispetto al 2011, con un aumento del 93,62%”. Le isole ed il Sud sono anche le aree dove maggiore è stata la riduzione dei trasferimenti, rispettivamente con un -49,5% e un -34,6%.

giovedì 30 luglio 2015

Svimez: il Sud fa peggio della Grecia


Tra il 2001 e il 2014 il Pil del Mezzogiorno è cresciuto la metà di quello della Grecia ed è concreto il rischio che al Sud la crisi ciclica si trasformi in sottoviluppo permanente  

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)


Negli ultimi tredici anni il nostro Paese è stato quello che è cresciuto di meno tra quelli dell’area Euro a 18. Questo è quanto emerge dalle anticipazioni del rapporto Svimez sull’economia del Mezzogiorno 2015 presentato oggi a Roma.
Tra il 2001 ed il 2014 l’Italia è cresciuta del 20,6% rispetto ad una media degli altri paesi del 37,3%. Abbiamo fatto meno della Grecia che è cresciuta nello stesso periodo del 24%, ovviamente ciò è avvenuto per effetto dello sviluppo registrato negli anni precedenti alla crisi.
Nel Mezzogiorno il Pil è aumentato solo del 13% cioè metà di quello della Grecia ed oltre 40 punti in meno della media delle regioni dell’Europa a 28 (+53,6%).
Dall’inizio della crisi i consumi nel Meridione sono crollati del 13,2%, cioè il doppio che nel resto del Paese e gli investimenti del 38%, in particolare quelli industriali sono crollati del 59%.
Nel 2014 il divario del Pil pro capite tra Centro – Nord e Sud è tornato ai livelli dello secolo scorso, con una diminuzione del 63,9% rispetto al valore nazionale.
Il crollo degli investimenti e dei consumi sia pubblici che privati,  oltre ad essere stati determinati della crisi economica e dai problemi derivanti dalla globalizzazione, sono la diretta conseguenza delle politiche economiche e dei tagli alla spesa pubblica, in particolare quella in conto capitale, decise negli ultimi 20 anni dai governi nazionali. Sono cioè anche il risultato delle cosiddette politiche federaliste che hanno impoverito le regioni del Sud e che, negli ultimi sette anni, hanno limitato le conseguenze della crisi nel Settentrione.
Non sorprende quindi se, secondo il rapporto Svimez, il Sud “è ormai a forte rischio di desertificazione industriale, con la conseguenza che l’assenza di risorse umane, imprenditoriali e finanziarie potrebbe impedire all’area meridionale di agganciare la possibile ripresa e trasformare la crisi ciclica in sottosviluppo permanente”.


lunedì 27 luglio 2015

Fmi: per l’Italia ed il Portogallo ci vorranno 20 anni per tornare ai livelli occupazionale precedenti alla crisi


Secondo il Fmi la ripresa si sta rafforzando ma per ridurre il tasso di disoccupazione ai livelli pre – crisi ci vorranno 10 anni alla Spagna e quasi 20 a Portogallo e Italia

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

“Senza una significativa accelerazione della crescita, ci vorranno 10 anni alla Spagna e quasi 20 a Portogallo e Italia per ridurre il tasso di disoccupazione ai livelli pre – crisi”. Lo afferma il Fmi nell’Article Iv per l’area euro.
La ripresa si sta rafforzando con il Pil che accelererà dall’1,5% del 2015 al più 1,7% nel 2016, ma resteranno delle vulnerabilità.
Il Quantitative easing della Bce sta funzionando: “Ha migliorato la fiducia, le condizioni finanziarie ed ha aumentato le aspettative di inflazione”, ma sarà necessario rafforzare la domanda interna soprattutto nei paesi con un alto surplus, pulire i bilanci delle banche ed accelerare nell’approvazione delle riforme strutturali per aumentare la produttività e la competitività delle imprese.
“In Italia sarà essenziale aumentare l’efficienza del settore pubblico e quella della giustizia civile ed adottare e attuare la prevista riforma della Pubblica amministrazione”.
Se la situazione dovesse peggiorare la Bce dovrà “considerare un ulteriore allentamento della politica monetaria con l’espansione del programma di acquisto di asset”. Occorrerà, inoltre, usare tutti gli strumenti disponibili per gestire i rischi di contagio che potrebbero scaturire da un default della Grecia, anche se l’esposizione diretta dei paesi dell’area euro è limitata. 






lunedì 27 luglio 2015



Istat: nel 2014 le tasse sono diminuite del 9,9%, ma solo per le grandi imprese

Secondo l’Istat nel 2014 la pressione fiscale è diminuita del 9,9% per le grandi imprese ma è rimasta invariata per quelle di piccole dimensioni

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

L’Istat rileva che le tasse sulle imprese sono calate del 9,9% nel 2014, con un risparmio di 2,6 miliardi di euro. Secondo lo studio, curato da Antonella Caiumi e Lorenzo Di Biagio, i miglioramenti sono stati determinati dalle misure sulla crescita economica e dalle riforme sulla tassazione aziendale. La riduzione non tiene ancora conto del taglio dell’Irap e della decontribuzione sui nuovi assunti stabilita con il Job Act in quanto queste misure sono entrate in vigore solo quest’anno.
Oltre metà delle aziende ha avuto nel 2014 una pressione fiscale più bassa. In particolare essa è stata determinata dal potenziamento dell’Ace (Aiuto alla crescita economica) che ha permesso di dedurre dalle imposte il rendimento nazionale del capitale, dalla più ampia deducibilità del costo del lavoro nel calcolo dell’Irap e dal nuovo trattamento delle perdite introdotto nel 2011.  La prima misura costa all’Erario 1,2 miliardi di euro l’anno che corrisponde ad un taglio delle tasse per le imprese del 4,5%, l’Ace pesa per le casse statali per 1,4 miliardi che comporta un taglio delle tasse per le aziende del 5,4%.
La riforma avvantaggia soprattutto le grandi imprese industriali del Nord Italia. Il numero dei beneficiari aumenta, infatti, con il crescere delle dimensioni dell’impresa, mentre la pressione fiscale rimane alta nel commercio e per le piccole aziende.


mercoledì 22 luglio 2015

Eurostat: il rapporto debito/Pil dell’Italia sale a 135,1%


Nel primo trimestre 2015 il debito pubblico italiano è salito a 2184 miliardi di euro, peggio di noi fa solo il Belgio

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Rapporto debito/Pil dell'Italia dal 1976 al 2012 
Il debito pubblico italiano sale, nel primo trimestre 2015, al 135,1% del Pil, con un incremento del 3% rispetto agli ultimi tre mesi del 2014, a quota 2.184 miliardi di euro. Tra i paesi dell’Unione europea fa peggio solo il Belgio con un aumento del 4,5%.
La Grecia, che ha in assoluto il rapporto debito/Pil più alto con il 168,8%, ha visto un calo dell’8,5%. Il debito pubblico è cresciuto in tutta l’area euro e nell’Ue sia su base trimestrale che su base annuale. Nei ventotto paesi dell’Ue è aumentato del 1,3% attestandosi in media all’88,2% rispetto al trimestre precedente. Nei diciannove paesi dell’Eurozona è cresciuto dello 0,9% attestandosi in media al 92,9%.
Tra i paesi con il rapporto più alto oltre alla Grecia e all’Italia c’è anche il Portogallo con il 129,6%, mentre tra quelli che registrano un rapporto debito/Pil più basso ci sono l’Estonia con il 10,5% e il Lussemburgo con il 21,6%.



mercoledì 15 luglio 2015

I dati sulla povertà in Italia sono ‘da Terzo mondo’


Secondo l’Istat l’incidenza della povertà assoluta rimane stabile nel 2014, ma nel Mezzogiorno oltre una famiglia su quattro vive in condizioni di indigenza 

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

“Se i poveri fossero aumentati sarebbe stato ben peggio, ma lo stabile, in questo caso, significa una cosa molto grave: che non c’è alcun miglioramento. I dati della povertà assoluta continuano, cioè, ad essere da Terzo mondo e non si sono fatti passi in avanti”. Questo è il commento fatto dal segretario dall’Unione dei consumatori, Massimiliano Dona, dopo la pubblicazione da parte dell’Istat dei dati sulla povertà in Italia.
Nel 2014  l’incidenza della povertà assoluta non aumenta ma rimane sostanzialmente stabile. L’Istituto nazionale di statistica rivela che ci sono un milione e 470 mila famiglie e 4 milioni e 102 mila persone che vivono in condizioni di povertà assoluta. La percentuale più alta è al Sud con l’8,6% mentre al Centro è il 4,8% e al Nord è del 4,2%.
La cifra della spesa mensile considerata dall’Istat necessaria per la sopravvivenza varia a secondo dell’area geografica e della composizione del nucleo familiare. Ad esempio un cittadino che vive da solo è considerato assolutamente povero se la sua capacità di spesa mensile è inferiore a 816,84 euro se vive in una città metropolitana del Nord, a 732,45 euro se risiede in un piccolo comune settentrionale e a 548,70 euro se il soggetto vive in un piccolo comune meridionale.
Anche l’indice di povertà relativa rimane stabile nel 2014. Le famiglie che si trovano in tali condizioni sono 2,5 milioni e le persone sono 7 milioni 815 mila. Sono considerati relativamente poveri ad esempio quei nuclei familiari composti da due persone che hanno una spesa mensile inferiore a 1041,91 euro.
La situazione rimane allarmante nelle regioni meridionali dove oltre una famiglia su quattro vive in condizioni di indigenza. La povertà relativa è al 26,9% in Calabria, al 25,5% in Basilicata e al 25,2% in Sicilia.


venerdì 10 luglio 2015

Ghizzoni: “L’Italia è divisa in due e credo che la crisi abbia ampliato il divario tra Nord e Sud”


Federico Ghizzoni Amministratore delegato di Unicredit ha dichiarato che l’Italia è divisa in due e che attirare investimenti al Sud è fondamentale

di Giovanni Pulvino (@PulvinoGiovanni)

Il Ceo, Chief Executive Officer, cioè l’Amministratore delegato di Unicredit, Federico Ghizzoni, non vede per l’Italia un rischio contagio dall’eventuale mancato accordo fra la Grecia ed i suoi creditori.
Federico Ghizzoni
Ieri, nel corso di una conferenza stampa, ha dichiarato: ”Nel caso in cui venga raggiunto un accordo dovremmo tornare alla situazione di uno - due mesi fa. In caso contrario, comunque, non vediamo un rischio contagio, forse ci sarà un po’ di pressione sullo spread, sull’euro e sui tassi”.
Sulle condizioni dell’economia ha detto: “L’Italia è dietro ad altri Paesi come la Spagna, la Germania e la Francia, ma ci sono segnali di miglioramento costante. Vediamo un trend del Pil positivo anche nel 2016, più vicino all’1,5%”.
Il manager ha poi sottolineato: “L’Italia è divisa in due e credo che la crisi abbia ampliato il divario tra Nord e Sud”. Ed ha aggiunto:” Per il Mezzogiorno andrebbe portato avanti qualche politica specifica. Occorrono essenzialmente tre cose: sicurezza, ovvero Stato di diritto, infrastrutture mirate e un piano di agevolazioni fiscali. Occorre attirare investimenti al Sud, è fondamentale”. 


venerdì 3 luglio 2015

La catena alimentare ed il pericolo di estinzione di animali e vegetali


Orsi, panda, aquile reali, conifere e cicadi sono in pericolo di estinzione se si interrompe la catena alimentare

di Giulio Ciccia

L'uomo, a causa della caccia, sta provocando l'estinzione di varie specie di animali.
Tra questi ci sono panda, aquile reali, orsi bruni e gorilla.
   
Orso marsicano
Conifera
Anche fra le specie vegetalici sono piante a rischio di scomparsa come conifere e cicadi che sono piante arboree molto antiche. 
La catena alimentare dello stagno è molto importante per l'ecosistema. Ad esempio, se si estingue il falco, i rettili ucciderebbero tutte le rane, le cavallette si moltiplicherebbero e tutti i vegetali dello stagno morirebbero.
Anche un solo anello della catena alimentare è importante perché, se si indebolisce esso, l'equilibro viene spezzato.Quindi alcuni animali e vegetali sarebbero a rischio di estinzione.
Capite bambini, uomini, donne quanto sia importante anche un unico metamero nel legame tra animali e vegetali?


mercoledì 1 luglio 2015


Nel primo trimestre 2015 risparmiati 2,4 miliardi di euro

Scende la spesa per interessi sul debito pubblico, cominciano a vedersi i risultati dopo  quattro anni di sacrifici

   La spesa per interessi sul debito pubblico nel primo trimestre è diminuita di 2 miliardi e 370 milioni di euro rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. L’ha comunicato l’Istat indicando il rapporto deficit-Pil al 5,6%, in calo dello 0,4%. E’ il dato più basso dal primo trimestre del 2007.
   La riduzione è dovuta alla discesa dei tassi d’interesse e dello spread. Dopo quattro anni di duri sacrifici gli italiani cominciano a vedere i risultati.
  La riconquistata credibilità internazionale e la serietà nelle scelte di politica economica e di bilancio hanno ridotto drasticamente lo spread da 570 punti a meno di 150 ed i tassi d’interesse sui Btp da oltre il 7% a circa 1,25%.
Andamento dei rendimenti dei Btp dal 2005 al 2014
  In questi giorni in cui molti opinionisti ed esponenti politici criticano le politiche dell’Unione europea e guardano con nostalgia alla Lira, dovrebbe riflettere e ricordare che il nostro Paese nel 2011 era sull’orlo del fallimento e soltanto ora sta uscendo da una grave crisi economica.

   La demagogia ed il populismo servono ad ottenere qualche voto in più ma nel medio - lungo periodo creano solo disuguaglianze e ingiustizie.


domenica 28 giugno 2015

Non hanno la valigia di cartone ma a dover emigrare sono sempre i giovani del Sud

I nuovi migranti sono giovani laureati o diplomati ma provengono sempre dal Sud dell’Italia




   Negli anni Sessanta e Settanta ad emigrare furono soprattutto i contadini ed i giovani del Sud. Per fuggire dalla miseria milioni di meridionali, nella maggior parte dei casi semianalfabeti, si trasferirono dalla campagna nelle città del Nord Italia, nel cosiddetto triangolo industriale: Milano, Torino e Genova. Il boom economico di quegli anni fu opera innanzitutto di quella generazione di lavoratori fatta di povera gente che scappava da una condizione di bisogno e di privazioni. Trattati come ‘terroni’, costretti a vivere in strutture fatiscenti, abituati al sacrificio ed al duro lavoro, seppero adattarsi e con gli anni integrarsi in una realtà sociale completamente diversa da quella da cui erano partiti.
   Oggi i nuovi migranti sono giovani laureati o diplomati ma sempre provenienti del Sud dell’Italia. Secondo il Rapporto Giovani 2015 elaborato dall’Istituto Giuseppe Toniolo su un campione di 5000 giovani tra i diciannove ed i trentadue anni si tratta di una vera e propria fuga di ‘cervelli’. L’84% di giovani meridionali intervistati sono disposti a trasferirsi pur di trovare un’occupazione stabile e circa il 50% di essi è pronto ad andare all’estero pur di migliorare la propria condizione di lavoro. 
   Le motivazioni non sono solo occupazionali, quello che spinge tanti giovani ad emigrare è anche la scarsa fiducia nelle istituzioni e nella classe dirigente meridionale. Solo il 16% di essi non è disponibile a trasferirsi, si tratta dei cosiddetti Neet cioè giovani che non studiano e non lavorano. 
   Il nuovo flusso migratorio tende quindi ad impoverire il Mezzogiorno non solo nell’aspetto quantitativo ma anche in quello qualitativo. Vanno via i più istruiti e con maggiori ambizioni e rimangono quelli demotivati che, in attesa di un’occupazione, vivono di sussidi o in famiglia con la misera pensione dei genitori o dei nonni. Il tutto nell’indifferenza delle istituzioni ma anche questa non è una novità.

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